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9 novembre 2009 1 09 /11 /novembre /2009 23:34



Heidegger e l'antisemitismo. Una testimonianza di Ernesto Grassi


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René Misslin ha trasmesso a phiblogZophe una testimonianza importante di Ernesto Grassi. Qui è riprodotto il suo commento nella sua integralità.

 


Ho reperito in rete (www/peres-fondateurs/forum) un testo appassionante di Gentile che parla di Ernesto Grassi, il quale ha insegnato filosofia in Germania negli anni 1930-40, e che era appassionato dal pensiero di Heidegger al punto di essere il primo editore, con Szilasi, della celebre "Lettera sull'umanesimo".

 

Per Grassi, il fatto che Heidegger fosse nazionalsocialista non era cosa da mettere in dubbio. In quanto all'antisemitismo di Heidegger, ecco ciò che Gentile riporta. È Grassi che parla: "Infine, sulla questione dell'antisemitismo di Heidegger, non posso che testimoniare di un avvenimento che fu per me tragico per più di un motivo. Ciò riguarda Szilasi, filosofo ungherese di origine ebraica, che era un amico intimo, ma anche grande amico di Heidegger: lo aveva effettivamente aiutato finanziariamente quando era ancora studente.

 

Heidegger ha detto di lui pubblicamente che era il solo filosofo veramente adatto ad interpretare il proprio pensiero. Heidegger gli affidò inoltre una cattedra di assistente, perché era essenziale per lui che Szilasi interpretasse i testi greci. La moglie di Szilasi era l'insegnante di piano di uno dei suoi figli. La loro relazione era dunque anche molto intima. All'improvviso Heidegger ha rotto ogni relazione con lui.

 

In quale modo, lo ignoro. Ma posso assicurarvi che fu l'avvenimento più tragico per il povero Szilasi che, in seguito, dovette abbandonare la Germania. Questa rottura con Heidegger fu veramente la disfatta della sua vita. Eravamo nel 1932. A partire da tale data, la mia relazione personale con Heidegger si fece sempre più tenue, per limitarsi sempre più allo stretto minimo professionale che esigeva il proseguimento dei lavori che avevo già intrapreso. Non ho mai potuto discuterne con lui, perché da una parte, era troppo terribile per me, non fosse che da un punto di vista etico e che d'altra parte, Heidegger non si mostrava affatto  disponibile a farlo. Devo anche aggiungere che molto prima dell'avvento al potere dei mazionalsocialisti, trapelava già nei suoi seminari questa accentuazione del Blut und Boden (Sangue e Suolo) che allora non associavo ancora ad una "opportunità" politica.

 

Quando andammo insieme a fare dello sci nella foresta nera, non ero, in quanto straniero, quasi mai ammesso a queste riunioni molto personali che egli organizzava alla Hütte (baita). Questo sentimento di esclusione come non-tedesco era per me un'esperienza costante, che vivevo con un certo dolore, anche se in ogni caso l'essenziale era per me il fatto di poter lavorare a partire dai testi.

 

Il motivo per il quale riporto questi ricordi soltanto oggi, e non all'epoca della polemica che Adorno e Löwith avevano intrapreso contro Heidegger, "il filosofo di un'epoca di angoscia", è per puro rispetto per Szilasi, che sino alla sua morte insistette sul fatto che non si doveva mai dimenticare quel grande pensatore.

 

Affermava inoltre, che la spiegazione con Heidegger doveva assolutamente restare nel campo della discussione filosofica, sola condizione che rende eventualmente possibile delle considerazioni riguardanti la questione di un senso e di un fondamento del suo impegno personale".

 


Per Grassi, la questione maggiore che si pone è quella di sapere come a partire dalla filosofia di Heidegger si possa tentare di comprendere la posizione nazionalista di Heidegger.


Come suggerisce bene Emmanuel Faye, bisogna tentare di capire filosoficamente gli affetti politici di Heidegger.


René Misslin

[Traduzione di Massimo Cardellini]

LINK alpost originale:
Heidegger et l’antisémitisme. Un témoignage d’Ernesto Grassi


LINK pertinenti all'argomento trattato:
Heidegger: Una croce uncinata in testa
Scoglio sulla tomba di Heidegger

La doppia faccia di Heidegger
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7 novembre 2009 6 07 /11 /novembre /2009 18:33
La doppia faccia di Heidegger

 


di Roger-Pol Droit



Heidegger, faccia pulita. E' un ragazzo di campagna, allevato alla fine del XIX secolo in un villaggio cattolico, profondamente rurale, della Germania meridionale. Il padre è bottaio e sagrestano alla chiesa parrocchiale, la madre è sempre in casa. Per tutta la sua vita, il pensatore vorrà restare un uomo della terra, ancorato al suolo, restio alla vita urbana. Rifiuterà esplicitamente ciò che è "cosmopolita", "sradicato".

 

Le logiche del capitalismo gli restano estranee, il dominio della tecnica della terra finirà con il sembrargli orribile. Vedrà infine nella strumentalizzazione della natura una devastazione criminale.

 

Ragazzo notevolmente dotato, sostenuto dalla Chiesa, riceve una formazione classica e seria, entra nel seminario e intraprende degli studi di teologia. A 20 anni, li abbandona per scegliere la filosofia, al termine di una crisi di cui si sa poco, tranne che segnò la sua rottura apparente con il cattolicesimo.

 

La sua carriera nell'università tedesca è innanzitutto simile a quella di tanti altri, iniziando con dei lavori senza grande originalità. Ma, nel 1927, a 38 anni, Martin Heidegger pubblica un'opera che gli vale una fama esplosiva, facendo conoscere il suo nome lontano dalle frontiere tedesche. Il titolo è brusco: Sein und Zeit, e cioè Essere e Tempo. Il modo in cui il pensatore si esprime è strano e denso. Eppure, la risonanza è immediata.


 

 


Perché il libro stupisce, rimettendo in luce una questione che egli afferma sia molto antica e da tanto tempo dimenticata: il "senso dell'essere". Questa questione sarebeb stata sentita dai primi pensatori greci. Essa verte sulla presenza, il "ci", il fatto che ci sia qualcosa invece del nulla, e non sulla natura delle diverse cose esistenti. Questa questione originaria sarebbe stata abbandonata alla metafisica, da Platone e Aristotele, a vantaggio di un'interrogazione sulle proprietà di ciò che esiste (gli essenti). Quest'obblio dell'essere avrebbe aperto la possibilità della scienza e della manipolazione tecnica, figlia di questa metafisica dimentica dell'essere.


Di colpo, le concezioni filosofiche del tempo, del soggetto, della natura umana, della Storia si trovavano messe in causa. Heidegger si impegnava a riformularle. Molti credettero allora ad una mutazione del pensiero. il suo insegnamento all'università di Friburgo conobbe un'udienza crescente. I suoi studenti- tra i quali Karl Löwith, Hannah Arendt, Emmanuel Levinas, Hans Jonas, tra i tanti- ebbero la sensazione di partecipare ad un'avventura straordinaria. Perché il loro maestro, di semestre in semestre, trasformava la storia dell'Essere in cardine sotterraneo della Storia. Il corso del mondo non dipendeva più semplicemente dagli scontri militari, dalle manovre politiche, dalle rivalità economiche o dalle invenzioni scientifiche. In un modo più segreto ma più decisivo, il modo in cui l'essere è pensato verrebbe a piegare e trasformare il destino dell'umanità.

Casa natale di Heidegger a Messkirch

 


Faccia pulita, Heidegger appariva dunque, innanzitutto, come un pensatore che volle mettere l'accento su ciò che i filosofi non hanno pensato, la macchia cieca delle loro elaborazioni concettuali. Al regno della razionalità volle sostituire la parola dei poeti. Si tratterà di attendere "un altro pensiero", che rimarrebbe in disparte. In ciò che è originario e come sepolto sotto i nostri piedi, si terrebbe in riserva una promessa di futuro. A noi di tentare di farvi ritorno. Questo rapporto all'essere- improntato di fervore, di rispetto e di gratitudine, di serenità- è passato per molto tempo come il segno distintivo di Heidegger. Per lo meno in ciò che si insegnava spesso a suo proposito dagli anni 60 agli anni 80. Raramente, in quest'epoca, erano evocati il suo coinvolgimento nelle istituzioni naziste, la sua ammirazione per Hitler, i suoi giudizi antisemiti, il suo assordante silenzio sulla Shoah. Heidegger non aveva un volto oscuro.

Senza equivoco. La versione  ufficiale della sua compromissione con il nazismo diceva che Heidegger si era sbagliato per alcuni mesi sulla natura del regime hitleriano. Sollecitato da alcuni colleghi, aveva accettato la carica di rettore dell'università di Friburgo il 21 aprile 1933, poi aveva dimissionato sin dal 23 aprile del 1934. Aveva in seguito, secondo i suoi discepoli, sofferto alcune disgrazie, cioè delle persecuzioni, inflitte dal regime hitleriano per una decina di anni. Diverse opere permettono oggi di stabilire una realtà del tutto diversa.

heidegger-allgemeine-rundschau.jpgIn alcune date e citazioni,  la faccia oscura si delinea. 1910: il primissimo testo di Heidegger è pubblicato nell'Allgemeine Rundschau, rivista di tendenza antiliberale ed antisemita. Vi celebra la figura del predicatore agostiniano Abraham a Sancta Clara, conosciuto per il suo nazionalismo virulento ed il suo appello ai pogrom. Per il giovane Heidegger, questa testa di genio ha cercato La santità del popolo, nella sua anima e nel suo suo corpo. Più tardi, nel 1964, il pensatore, diventato celebre, continuerà a vedere in questo persecutore degli Ebrei e dei Turchi un maestro per la nostra vita.

1916, il 18 ottobre, scrive a sua moglie Elfride: L'ebraizzazione [Verjudung] della nostra cultura e delle università è in effetti orribile e penso che la razza tedesca [die deutsche Rasse] dovrebbe trovare a sufficienza delle forze interiori per giungere al vertice. 1918, il 17 ottobre, le confida: Tutto è sommerso dagli ebrei ed i profittatori.

Nel 1932, come ha recentemente confermato suo figlio Hermann, Heidegger vota per il partito nazista. 1933, il 12 marzo, scrive- sempre ad Elfride- a proposito del filosofo Karl Jaspers: Sono sconvolto di vedere come quest'uomo, puramente tedesco, dall'istinto più autentico, che percepisce la più alta esigenza del nostro destino [...] rimanga legato a sua moglie". Quest'ultima, c'è bisogno di precisarlo per capirlo, era ebrea.

Diventato rettore nella Germania del III Reich, Heidegger si sforza di rivoluzionare l'Università affinché sia all'altezza del destino che attende il popolo tedesco. La sua pretesa disgrazia, dopo la sua dimissione, non risulta affatto dalla sua "resistenza", ma da diatribe interne tra ideologi nazisti. Il suo "Discorso del rettorato" diventa al contrario una specie di classico del nazismo, spesso citato da organizzazioni studentesche antisemite, riedito a migliaia di esemplari sino al... 1943! Dopo la "notte dei lunghi coltelli", il 30 giugno 1934, Heidegger partecipa, in settembre, ad un progetto di Accademia degli insegnanti del Reich, in cui propone di ripensare la scienza tradizionale a partire dagli interrogativi e dalle forze del nazionalsocialsimo. Ancira nel 1943, mentre la penuria di carta è al culmine, le edizioni Klostermann si vedono accordare dal ministero una consegna speciale per stampare le opere di Heidegger!

A chi vogliamo far credere che questo filosofo fu perseguitato dai nazisti?

Dopo la guerra, interdetto all'insegnamento da parte delle autorità alleate, riautorizzato ad insegnare soltanto nel 1951, Heidegger non condannerà mai esplicitamente il nazismo. Così come non prenderà mai posizione sull'assassinio dei milioni di ebrei. A questo terribile silenzio, che egli mantenne anche quando il poeta Paul Celan gli rese visita a questo proposito, si combinano i Cordiali saluti di buon Natale e auguri di Nuon Anno, che egli rivolge ancora, nel 1960, al razziologo Eugen Fischer, fondatore e dirigente dell'Istituto di igiene razziale, che ispirerà soprattutto gli esperimenti del dottor Mengele.

Tre soluzioni. Tra la faccia pulita e la faccia oscura, qual è dunque la relazione? Come pensare il rapporto che li oppone o li unisce? Vi sono tre modi per rispondere a queste domande.

Il primo modo consiste nel negare, puramente e semplicemente, l'esistenza stessa di una faccia oscura. Una piccola truppa di discepoli fanatici si accanisce ancora, in Francia, a far credere che si calunnia Heidegger ricordando il suo fervore per la croce uncinata. Il risultato è grottesco: ogni volta che Heidegger ha fatto il saluto nazista, magnificato il Führer, utilizzato i termini del vocabolario razziale hitleriano, ciò ha significato altre cose, si è inscritto in un altro contesto, ha avuto un'altra portata. Con evidenza, questa casuistica della doppia verità non regge.

Un secondo atteggiamento consiste nel tentare di reggere insieme le due facce, nella loro tensione, sostenendo il malessere che la loro opposizione suscita. Coloro che adottano questo atteggiamento considerano allo stesso tempo che Heidegger è uno dei più grandi pensatori dei tempi moderni e che fu profondamente ed intensamente nazista. La difficoltà da risolvere è allora nel sapere dove e come far passare una frontiera tra il richiamo all'essere ed i reparti d'assalto o spiegare come i due possono congiungersi.

La terza scappatoia è di considerare che non esiste che la faccia oscura, ciò che si crede una faccia pulita non essendo altro che la sua faccia esterna o il suo aspetto visto da lontano. Detto altrimenti, tutto si ricondurrebbe, in Heidegger, alla stessa fonte di ispirazione di Hitler - in modo soltanto più subdolo, verboso e contorto.

Un'altra possibilità consisterebbe semplicemente nel disinteressarsi attivamente di un pensatore straordinariamente confuso e nebbioso, che non ha smesso di inventarsi dei Greci di sana pianta, senza scrupoli verso la realtà storica, di praticare delle delimitazioni nette nella storia della filosofia, senza attenzione per la sua diversità e la sua complessità. Si lascerebbe il patos dell'autenticità, il modo di mettere tutto alla rovescia, la convinzione di essere, per il solo fatto di pensare, chiamato ad un ruolo essenziale in un processo che ci sfuggirebbe, tutta una gnosi più o meno estatica.

Nel 1933, a Friburgo, Heidegger ha visto che si arrestavano i sindacalisti, che si molestavano gli ebrei e spaccavano le loro vetrine. Non si è dato alla macchia o preso la strada dell'esilio, ma la tessera del partito. Si ha il diritto di non abitare il suo stesso pianeta. E di seguire altri filosofi. Il diritto o il dovere?

Morto trent'anni fa, il 26 maggio 1976, Martin Heidegger suscita più che mai delle controversie. Al cuore del dibattito, le relazioni del suo pensiero con il nazismo: inesistenti, superficiali, limitate? o al contrario, essenziali, profonde, durevoli? Ritorno su un fascicolo sensibile.


Roger
-Pol Droit

 


[Traduzione di Ario Liberti]

 

 

 

LINK al post originale:
La double face de Heidegger
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6 novembre 2009 5 06 /11 /novembre /2009 20:55

"Sir, No, Sir!"

 

Il caffè Oleo Strut luogo di nascita della contestazione all'interno delle forze armate USA della guerra del Vietnam

Ribellione non-violenta. "Sir, No sir!" [Signore, Nossignore!]. Storia sconosciuta della ribellione dei GIs all'interno dell'esercito americano contro la guerra del Vietnam. Intervista di David Zeiger produttore del film documentario "Sir, NO, Sir!" qui ripercorre la lotta all'interno dell'esercito americano del Movimento GI per porre fine alla guerra del Vietnam. Questa lotta è sconosciuta, il Pentagono ha fatto di tutto perché fosse occultata, Hollywood l'ha aiutato. Il fatto che questo documentario ora esca è per tutti questi veterani di cui alcuni sono diventati dei militanti anti-guerra, un'opportunità per opporsi a tutti i guerrafondai del Pentagono



Presentazione

Vietnam, bombardamento al napalm.


L'Oleo Strut era un caffè di Killeen Texas. È stato attivo dal 1968 al 1972. E come indica il suo nome era una base di atterraggio morbido per i GIs in stato di choc di ritorno dal Vietnam.


Conseguenze dei bombardamenti al napalm



Vietnam, Massacro di My Lai 16 marzo 1968.

Di ritorno alla base di Fort Hood, Texas, i GIs storditi dai bombardamenti del Vietnam vi hanno trovato un aiuto tra i clienti regolari del bar, la maggior parte soldati anziani ed alcuni civili che li compativano. Non rimasero a lungo storditi e passarono rapidamente dallo stato di choc alla rabbia ed all'azione.

Stati Uniti, Massacro alla Università dello stato del Kent (4 studenti uccisi), 4  maggio 1970.

I GIs trasformarono l'Oleo Strut in quartier generale anti-guerra, uno di quelli che fiorirono in Texas, pubblicavano un giornale clandestino anti-guerra, organizzavano dei boicottaggi, guidavano delle marce pacifiste. Aprirono anche una sede ufficiale.


Guerra aerea nel Vietnam del Nord 01 di 05.

David Zeiger era uno dei civili che si occupavano del bar Oleo Strut. Si è in seguito costruito una carriera di attivista politico e oggi a 55 anni è produttore di film ed il regista di "Sir, NO, sir!" [Signore, Nossignore!], un documentario sulle attività anti-guerra dei GIs di Ford Hood a Saigon, attività completamente dimenticate.

Stati Uniti, Protesta contro la guerra del Vietnam davanti al Pentagono, 1967.

Il Movimento GI come era allora chiamato, comprendeva sia veterani ritornati da poco dal Vietnam e di soldati attivi. Si sono battuti per la pace conducendo piccole e grandi azioni, che andavano dall'organizzazione di movimenti anti-guerra all'indossare simboli pacifisti al posto delle loro insegne militari.


 

Sin dagli inizi degli anni 70, l'opposizione alla guerra tra i veterani e nelle fila stesse dell'esercito si era esteso in un modo tale che nessuno poteva pretendere che opporsi alla guerra voleva dire opporsi alle truppe. I veterani chiedevano la fine della guerra ed i loro fratelli soldati nel Vietnam erano d'accordo con loro.


GIs, Jane Fonda all'Oleo Strut di Killeen, Texas, 1970

Zeiger ha rimandato per anni la produzione del suo film perché il pubblico non voleva più sentir parlare degli anni 60. Ciò che ha finalmente fatto uscire il progetto dai cassetti, è stata la guerra in Iraq ed il ruolo che alcuni veterani del Vietnam svolgono per evitare che dei giovani americani, donne e uomini, non vedano gli orrori che essi hanno visto in Vietnam.

Quando i GIs impegnati nella dell'Iraq sono ritornati ed hanno cominciato a porsi delle domande sul perché  combattevano, la storia di quel che Zeiger aveva vissuto al caffè Oleo Strut è ridiventata d'attualità.

Il suo film è un notevole montaggio di storie di veterani che raccontano l'intensificazione della loro resistenza alla guerra cominciando con quella degli obiettori isolati della fine degli anni 60 e culminante con la disobbedienza aperta nelle fila dell'esercito degli anni 70.

Uno dei veterani ricorda un episodio del 1972 nel corso del quale dei membri della polizia militare raggiunsero i coscritti per bruciare l'effigie  del loro comandante. Le immagini che accompagnano i racconti sono tutte così forti. Quando un giovane dottore è scortato sino al tribunale militare per aver rifiutato di addestrare dei GIs, centinaia di coscritti sporgono dalle finestre vicine e fanno il segno della vittoria per sostenerlo.

È un'immagine che l'Esercito non voleva che il popolo americano vedesse in quel momento e probabilmente non vuole nemmeno ora.

Il documentario "Sir, No Sir" (Comandante, NO mio comandante) ha ricevuto il documentary audience Reward al festival di Los Angeles.


  Video You Tube contro la guerra del Vietnam


Intervista di " Mother Jones", rivista politica statunitense, a David Zeiger


MJ: Parlateci della vostra partecipazione al Movimento GI.

DZ: Alla fine degli anni 60 ho concluso che non c'era veramente alcuna alternativa per me se non partecipare al movimento anti-guerra. La mia opposizione alla guerra si era approfondita, ma non ero allora direttamente coinvolto. Ho cominciato a guardarmi intorno per vedere qual era il miglior posto per dare un aiuto.

Sono entrato in contatto con questo piccolo gruppo del Movimento GI, alcuni veterani e alcuni civili di Fort Hood a Killeen Texas.

Divenne rapidamente molto chiaro per me che era questo il modo  più diretto e più solido di combattere la guerra. C'era una situazione in cui le persone si opponevano alla guerra là dove non ci si aspettava che vi si opponessero. Non soltanto perché erano degli GIs. Erano soprattutto delle persone provenienti dalle classi lavoratrici, delle persone che si erano ritrovate nell'esercito per dei motivi patriottici o perché era quel che si faceva. E stavano per diventare una delle forze più avverse alla guerra.

MJ: Cosa vi ha condotto verso questo progetto?


DZ: Ho cominciato a fare dei film agli inizi degli anni 90. Sapevo che era una di quelle storie che doveva essere raccontata e che non lo era stata mai. Ma ho sempre pensato che era un film che doveva essere girato ma non da me. All'epoca non era un film che avrebbe potuto avere un impatto sulle persone. Sarebbe stato percepito come una storia in più sugli anni 60. Ciò che mi ha spinto a fare il film sono gli avvenimenti del 11 settembre e la guerra contro il terrorismo che si trasformava nella guerra in Iraq. Ho capito che era una storia in consonanza con quanto  accadeva ora, che era legata alla storia attuale.

MJ: Come avete trovato i veterani che compaiono nel film?


DZ: Molti di loro, li conoscevo già da Fort Hood. Altri facevano parte di organizzazioni di veterani come "Veterani del Vietnam Contro la Guerra" ed i "Veterani per la Pace". Ho utilizzato le loro reti per passare degli appelli ai testimoni. Ho anche incontrato delle persone di cui nessuno aveva mai sentito parlare. La loro missione era così segreta che erano minacciati di essere perseguitati dalla Giustizia Federale se avessero reso di pubblico dominio le loro storie. Sono venuti a trovarmi e mi hanno detto: "Vogliamo finalmente raccontare la nostra storia. Non abbiamo potuto raccontarla per 35 anni". Non sappiamo cosa può loro accadere. Lo sapremo quando le proiezioni cominceranno.

MJ: Ciò ha richiesto degli sforzi per far parlare i veterani? Il pubblico vede sempre il veterano del Vietnam come qualcuno che ha troppo sofferto per parlare delle sue esperienze in pubblico.

DZ: Sì, è un grande mito. Nel nostro caso la cosa non è stata troppo difficile. Ci sono delle persone le cui storie sono state soppresse ed ignorate dalla guerra. Sapevano che le loro storie erano delle storie della guerra del Vietnam che dovevano essere raccontate. Per la maggior parte dei veterani c'era una necessità di raccontare le loro storie, storie che la maggioranza delle persone non volevano sentire. Non è un problema di reticenza.

MJ: Il film ha attirato molta attenzione in Europa. Pensate che sarà lo stesso negli Stati Uniti?

DZ: Sì, come posso dire? Avevo previsto questo tipo di interesse ma non è che una volta che il film è stato realizzato che la TV americana ha capito il legame con la situazione attuale. Prima è stato duro farglielo capire...

MJ: Avete menzionato che eravate un organizzatore civile a Fort Hood durante la guerra del Vietnam. A quest'epoca il pubblico civile aveva una certa conoscenza del Movimento GI?

DZ: Certo. Come si può vedere nel film, vi erano alla CBS delle informazioni notturne riguardanti il Movimento GI. Il Film menziona un presentatore che parla della stampa clandestina GI. Nello stato del Texas, c'era un importante movimento anti-guerra a Houston ed Austin, c'era anche il centro del movimento texano a Fort Hood in un'epoca, là dove si svolgevano delle cerimonie militari importanti per tutto lo stato. Penso che le persone sapevano che vi erano dei movimenti di opposizione all'interno dell'esercito ma non conoscevano i dettagli della loro ampiezza. Ma era certamente più importante di ciò che la gente si ricorda. Ciò è stato minuziosamente cancellato dalla memoria della storia legata a questa guerra.

MJ: Quale visibilità aveva il Movimento GI tra i soldati americani impiegati nel Sud Est Asiatico? Sapevano che i loro compagni d'armi protestavano contro la guerra sulle basi militari degli Stati Uniti?

DZ: Sì. Si trovava la stampa GI anti-guerra dappertutto. Praticamente tutte le basi avevano un giornale clandestino. GI Vietnam fu il primo giornale. Era spedito direttamente in Vietnam dagli Stati Uniti, stampato in 5000 copie e distribuito dappertutto passando di mano in mano. Il Movimento GI era conosciuto a differenti livelli, era ampiamente diffuso.

MJ: Come i GIs riuscivano a scrivere quando le loro azioni erano probabilmente sorvegliate?

DZ: È qui che entrano in gioco i caffè. I GIs fecero la maggior parte del lavoro all'esterno delle basi. Al caffè Oleo Strut c'era un ufficio in cui essi lavoravano ed una tipografia che stampava per noi. Alcuni di questi giornali erano riprodotti segretamente nelle basi militari perché i tipi che ci lavoravano erano degli impiegati che avevano accesso alle risorse adeguate per farlo. Così un foglio che uno aveva battuto a macchina poteva essere riprodotto in 500 esemplari, altri più sofisticati come il Fatigue Press di Fort Hood dove avevamo una tipografia era stampato in 10.000 copie. Erano distribuiti fuori dalla base ma anche all'interno. Degli individui li introducevano di nascosto nella base distribuendoli nelle baracche in cui erano nascosti sotto i letti o nell'armadio delle scarpe.

Una delle storie che non abbiamo incluso nel film, è quella dei tipi di Fort Kawis vicino a Seattle. Volevano portare dei GIs ad una manifestazione anti-guerra, ma non avevano ancora un giornale clandestino. Essi presero un pacco di volantini e li lanciarono dalle finestre. Nell'esercito se vi sono dei rifiuti per terra i graduati non li raccolgono ma inviano i GIs a farlo. Dunque il giorno seguente inviarono diverse compagnie a raccoglierli e prima che realizzassero quanto era accaduto era già molto tardi. È divertente: la repressione sostiene l'innovazione.

MJ: Il film parla molto di questi caffè per GIs e come alcuni tra di loro furono attaccati e chiusi. I GIs si batterono per far rispettare i loro diritti alla libertà di espressione?

DZ: Sì, e vi furono molti casi che giunsero alla Corte Suprema. La Corte Suprema decideva spesso che le considerazioni militari prevalevano sul diritto alla libertà di espressione. Ma vi fu un sostegno fantastico da parte degli avvocati durante questo periodo del Movimento GI che erano di aiuto contro queste decisioni. Vi furono numerosi casi di GIs che contravvenivano gli ordini militari di non distribuire i giornali clandestini nelle basi
. Nessuno ha vinto ma ci furono numerosi tentativi di cambiare le cose.

MJ: Per quali motivi pensate che il Movimento GI si è cancellato dalla memoria pubblica per quel che riguarda il Vietnam?

DZ: Vi sono molti fattori. Vi fu il fatto che alla fine degli anni 70 le persone hanno voluto dimenticare. Hollywood nelle sue produzioni non ha mai menzionato il Movimento GI nei suoi film sulla guerra del Vietnam negli anni 70. Poi negli anni 80, il clima politico durante l'amministrazione Reagan andò nel senso di una riscrittura della storia. Naturalmente se riscrivete la storia della guerra del Vietnam adottando un punto di vista di destra, il Movimento GI non figura. Il Movimento GI non apparve  nei  film di quest'epoca, fu completamente eliminato dalla storia per ragioni politiche ed altro ancora.

MJ: La riscrittura della storia che voi menzionate fa apparire le truppe composte di onorevoli boys americani che sostengono la guerra, in opposizione agli hippies che la contestano. Il vostro film mostra chiaramente che questa distinzione è falsa e che ciò deriva da false etichettature. Quale impatto pensate che il vostro film avrà sulle giovani generazioni la cui sola esperienza del Vietnam è quella di una storia che è stata rivisitata?

DZ: Spero che colpirà veramente le persone. Che usciranno dal cinema pensando "Merda, mi hanno mentito dalla A sino alla Z, bisogna che studi l'argomento seriamente". E penso che è importante soprattutto in rapporto a ciò che accade oggi. Voglio che le persone si pongano seriamente delle domande sul fatto che opporsi alla guerra sarebbe opporsi ai soldati. Spero che giungeranno alla conclusione che non sia così. È una prospettiva politica, quella della destra, una prospettiva pro-guerra.

È una prospettiva politica che scalza la costruzione di ogni movimento serio contro la guerra al contempo sia tra i civili e tra i GIs. Il modo in cui si riassume la guerra del Vietnam è che era "impopolare" e che ciò turbava i GIs. E le persone oggi dicono: "Sì, è vero che la guerra in Irak è impopolare allora ciò turberà i GIs".

La guerra del Vietnam non era impopolare era criminale.

MJ: Una delle immagini più impressionanti del film è quella in cui si vede l'entrata del bastimento mercantile di Fort Dix nel New Jersey in cui appare una scritta che recita "L'obbedienza alla legge è la libertà". La guerra del Vietnam è stata contrassegnata dal fatto che non si poteva più credere negli Stati Uniti a quest'assioma. Quali sono le conseguenze a lungo termine della guerra del Vietnam secondo voi?
DZ: Quella scritta riassume esattamente il punto di vista dell'esercito sulla vita militare. Le conseguenze sono che è almeno possibile tener testa e vincere un Impero molto potente.

Uno dei tizi nel film fa una constatazione che non abbiamo utilizzato: gli Stati Uniti avevano l'esercito pià potente del mondo, il meglio equipaggiato, il meglio addestrato, il meglio nutrito... e abbiamo perso. Ci siamo fatti battere da una forza indigena che ha completamente distrutto la possibilità per gli Stati Uniti di installarsi nel loro paese.

Ed è una lezione universale, una lezione estremamente pericolosa per ogni paese che, malgrado lo neghi, è di fatto incline a voler essere un Impero mondiale. È incoraggiante per chiunque non voglia più vivere questo tipo di situazione.


[Traduzione e ricerca iconografica di Ario Libert]


Copyright Mother Jones


Sito della rivista:
Moter Jones

Domenica 18 settembre 2005

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4 novembre 2009 3 04 /11 /novembre /2009 19:21

Scoglio sulla tomba di Heidegger.
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heiddeggertombe.1214150173.jpg

Cos'ha spinto il "più grande pensatore del XX secolo" a far fissare sulla sua tomba questa specie di stella ottagonale?

 

Il visitatore filosofo che vi si recherà, con il ricordo radioso delle pagine di Kant sull'Aufklärung, potrebbe far altro se non precipitare in un abisso di perplessità?

 

Il phiblogZophe resterà fedele alla sua iconoclastia ignara e calunniosa: questa stella non è in realtà che una croce uncinata (svatica).

 

Ma no, non è possibile, tu deliri, diranno!

 

Forse, ma non sono stato io ad apporre questa medaglia in onore dell'eroe della guerra dell'Essere.

 

Allora ecco il mio delirio, che vale quanto quello dello stesso Heidegger.

 

L'Otto significa l'eternità e l'infinito ma, soprattutto, il dialogo incessante del Cielo e della Terra.

 

In breve, è Geviert al completo, il Quadripartito in tutta la sua gloria:


* Il Cielo

* La Terra

* I mortali: Heidegger e la "cara piccola anima" geboren Petri. E noi, naturalmente, che guardiamo la tomba.

* Gli dei: "solo un Dio può salvarci".


Ma ecco, per noi, il famoso Geviert non è che la versione "in grandezza interna" della croce uncinata nazista, dello svastika.


La questione non è sapere se Heidegger in realtà non dice niente con il Geviert, ma invece cosa intende dire, lo dice in una forma che non può ricordare la croce uncinata.

 

Per Heidegger, fedele hitleriano sino alla tomba, la croce uncinata è un aforma simbolica destinata a sostituirsi alla croce cristiana. È nella linea dell'ideologia völkisch e del nazismo.

 

Questa medaglia, che il combattente dell'"Essere per l'Essere" si è egli stesso attribuita, è una metafora della croce uncinata [1].

 

Si potrebbe del resto immaginare un esercizio di filosofia (filosofia dei simboli) sul tema.

 

Il "rosebud" heideggeriano funziona in questo modo: l'Otto rinvia al Geviert, ed il Geviert alla croce uncinata.


___________________________


[1] Si comparerà la patacca heideggeriana con questa medaglia militare tedesca della seconda guerra mondiale. Si tratta della croce al merito di guerra.



Al centro dell'immagine, come si vede, c'è una croce uncinata.

 

Ma tutto ciò non era pura fantasia


Non è evidentemente sull'immagine ma, al centro della medaglio, che ci si può accorgere della croce uncinata.

 

Ma tutto ciò non potrebbe essere che pura fantasia essendo Heidegger il grande pensatore!



[Traduzione di Ario Libert]

Post originale datato 26 giugno 2008.


LINK al post originale:

Ecueil sur la tombe de Heidegger

LINK ad un saggio fondamentale sulla questione:

Thomas Sheehan, Heidegger e i nazisti

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3 novembre 2009 2 03 /11 /novembre /2009 15:56

Non è certo senza soddisfazione che attraverso il presente post apro la riflessione storica critica orientata soprattutto in senso veritativo, anche al campo della ricerca filosofica e delle scienze umane. Cominciamo da una delle figure più mefitiche di tutto il Novecento se non di tutta la storia della filosofia, ammesso che lo voglia considerare un filosofo,  da Heidegger,  il che personalmente riteniamo che non sia propio il caso.


Più che Heidegger andrebbero però indagati a nostro parere gli heideggeriani di tutte le sfumature ed orientamenti che ancora non vogliono aprire gli occhi su questo impenitente teorico del nazismo malgrado gli studi orientati in tal senso effettuati da studiosi di notevole levatura e soprattutto la persistente, più che sospetta e priva di senso chiusura degli archivi di Heidegger che getterebbero palesemente luce sul suo autentico passato di nazista incallito.




"Credo alla necessità di esibire, se possibile senza limiti, le aderenze profonde del testo heideggeriano/scritti ed atti) alla possibilità ed alla realtà di tutti i nazismi" (jacques Derrida).


"Heidegger, l'introduzione del nazismo nella filosofia" (Emmanuel Faye).

"La magnificenza di ciò che è semplice" (Martin Heidegger). Ma cos'è il semplice se non il nazismo: "La voce del sangue proviene dalla disposizione affettiva fondamentale dell'uomo. Non è sospesa al di sopra da sé stessa, ma ha il suo posto a sé nell'unità della disposizione affettiva. A questa unità appartiene anche la spiritualità del nostro esser-ci, il quale avviene in quanto lavoro". (Heidegger). Ma di quale genere di lavoro si tratta? È
a proposito di Heidegger che si gioca secondo noi l'essenziale della riflessione relativa agli avvenimenti accaduti un po' più di sessant'anni fa. E che continua ad essere una minaccia per il futuro.

"Heidegger, in cammino verso l'Olocausto", Julio Quesada.



Heidegger: Una croce uncinata in testa


di Skildy

Zzzzzzzzzzzzzzzppzzzzzzheia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riflessione sulla fotografia di un pens/attore





Zzzzzzzzzzzzzzzppbbzzzzzzzzzz 























Quando Heidegger usciva dalla Hütte (baita) a volte era per incontrare degli "amici"...



Questa fotografia è letteralmente cancellata dalla memoria dei lettori di Heidegger, da un mito negazionista in virtù del quale Heidegger, dopo esservi fuorviato per un certo tempo nel nazismo- nel corso detto del rettorato- sarebbe in realtà passato ad una forma di resistenza spirituale.


Allo stato attuale delle nostre istituzioni, che sono lungi dall'aver tratto tutte le conseguenze delle costruzioni totalitarie del l'ultimo secolo, il riconoscimento accademico ed universitario di Heidegger come "autore classico" erige di fatto un ostacolo al principio stesso di ogni ricerca vertente sui rapporti di Heidegger e del nazismo.


Si vede male, infatti, come si potrebbe anche fare un corso su un "filosofo nazista"!


Mentre è possibile concepire un corso di filosofia sul nazismo, Heidegger essendo studiato con il massimo di sfumature possibili, come un intellettuale "organico" di questa costruzione.


Non si tratta affatto da parte mia di un accanimento o di una calunnia.


Scrivendo una nota a proposito di L'esperienza del pensiero, scritto nel 1947 da Heidegger, due anni dopo la fine della guerra, mi sono sorpreso a dire che le pagine di Heidegger mi sembravano come imbevute o segnate dalla croce uncinata, dallo svastika.


Ecco cos'è accaduto.

Ho innanzitutto notato che gli aforismi della pagina di destra erano sistematicamente riuniti in gruppi di 4 aforismi (o sottogruppi).


Ho allora formulato il sospetto che Heidegger stesso segnava le sue pagine con lo svastika.


Per evitare di commettere un "delirio d'interpretazione" mi sono allora interessato da vicino a questa croce uncinata. Dopo essermi informato ho appurato che essa girava da "destra a sinistra", da Est a Ovest, dal Levante al Ponente. (Il Nord stando  alla verticale di un globo terrestre posto di fronte a noi l'Oriente alla nostra destra).


Ora, sulla pagina di sinistra del testo, sono stampate le strofe di un poema in prosa.


Nella prima strofa si legge: Quando, nel silenzio dell'alba...


Nella seconda strofa: Quando il sole della sera...


La mia conclusione è dunque la seguente.


Questo testo del 1947, che si suppone dica qualcosa sull'esperienza del pensiero ed essere firmato da un "resistente  spirituale" (vedi nota 1) al nazismo, è in realtà firmato in filigrana, di fatto da Heidegger stesso, dal segno della croce uncinata!


Sotto il naso ed in barba agli alleati che, allora, avevano proibito ad Heidegger l'insegnamento!


L'Esperienza del pensiero è un giro di croce uncinata nella testa del lettore!


La fotografia qui pubblicata, che data del 1933 (o del 1934), dice la verità del testo del 1947.


Il "grande filosofo" ha una croce uncinata in testa e ne è molto fiero.


E tutto il testo è letteralmente imbevuto di una credenza intatta nell'"opera" del Führer. Nel 1947!


Marcel Conche e gli altri: revisionate le vostre opere!


Poveri liceali! Poveri studenti! A causa di maestri impelagati nelle loro contraddizioni e che trasformano in modo inverosimile un Heidegger come un Babbo Natale, siete condannati a far priova di rispetto e di ammirazione per un autore che, nel 1947, e mentre i campi della morte hanno mostrato al mondo tutto il loro orrore, imbastisce i suoi testi di croci uncinate!


Non so come si possa chiamare tutto ciò.


Che si legga Heidegger! ma per apprendere come la barbarie ed il crimine possono indossare degli abiti del pensiero sublime.


Povero pensiero!


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Nota 1.

 

L’espressione "resistenza spirituale" presenta il vantaggio, per i filo-nazisti heideggeriani, di suggerire implicitamente che questa "resistenza" è in realtà quella del nazista Heidegger tanto al comunismo, al socialismo quanto al liberalismo ed all'americanismo. Mein Kampf continuato con mezzi spirituali.


La prova... Sembra che Heidegger avrebbe avuto da temere tutto dai nazisti. Anche dopo il 1945! È per questo che non ha fatto della riflessione critica sul nazismo uno dei grandi temi espliciti dei suoi scritti di allora. Liberazione? non la conosce! In realtà è nel 1945 che egli sarebbe passato alla "resistenza spirituale". In quanto nazista, in quanto successore "filosofo" di Hitler e trasmettitore della bestia immonda. Heidegger è il teorico della SS eterna.


Quando il sole della sera, spuntando da qualche parte nella foresta, riveste d'oro i flutti...


...scrive Heidegger alla fine di L'Esperienza del pensiero. Terminando in modo altamente simbolico e segreto- sole della sera...- il giro della croce uncinata che svolge il testo al suo lettore.


La foresta cos'è? L'oro che riveste i flutti cos'è? È anche l'assemblea gloriosa della SS eterna della "resistenza spirituale". La guardiana del Volk!


Questa è la nostra ipotesi.

 

 

SKYLDI

 

 

 


[Traduzione di Ario Libert]

 

 

Post originale del 24/05/2007.


 LINK al post originale:

Heidegger: une croix gammée dans la tête




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27 ottobre 2009 2 27 /10 /ottobre /2009 08:24
 Le origini e la diffusione del patrismo in Saharasia


deserto-marocco.jpg
Intorno al 4000 prima della nostra era: evidenziazione di un modello mondiale di comportamento umano, geograficamente legato al clima*


di  James DeMeo**


*Pubblicato originariamente in: Kyoto Review 23, pp. 19-38, Primavera 1990 (Giappone); Emotion 10, 1991 (Germania); World Futures: The Journal of General Evolution, 30: 247-271, 1991: e Pulse of the Planet 3: 3-16, 1991. Una più ampia presentazione del lavoro del Dr. DeMeo su questo progetto è disponibile nel libro Saharasia: The 4000 BCE Origins of Child Abuse, Se-Repression, Warfare an Social Violence, in the Deserts of the Old World, Natural Energy Works, 1998.

 

 ** Direttore, Laboratorio di Ricerca Biofisica sull'Orgone, PO Box 1148 Ashland, Oregon 97520 USA. demeo@mind.net

 

Tutto il testo e tutti i grafici sono protetti da diritti di copia (C) 2000 e non devono essere duplicati o copiati o utilizzati senza il permesso dell'autore.


RIASSUNTO


Attraverso un'analisi sistematica dei dati antropologici su 1170 culture a livello di sussistenza, abbiamo correlato e sviluppato dei modelli geografici globali delle istituzioni sociali di comportamento patristici, corazzati, violenti, traumatici, dolorosi e repressivi che impediscono i legami madre-figlio e uomo-donna. Quando i dati sul comportamento sono stati cartografati, abbiamo scoperto che la cintura desertica iperarida circondante l'Africa del Nord, il Vicino Oriente e l'Asia centrale, che io chiamo Saharasia, possiede la più vasta estesa territoriale delle istituzioni sociali e dei comportamenti patristi più estremi sulla Terra. Abbiamo scoperto che le regioni più lontane dalla Saharasia, in Oceania e nel Nuovo Mondo, possiedono i comportamenti più matristi, non corazzati e dolci che sostengono e proteggono i legami madre-figlio e uomo-donna. Una rivista sistematica dei materiali archeologici e storici suggerisce che il patrismo si è sviluppato in primo luogo in Saharasia all'incirca 4000 anni prima della nostra era, l'epoca di una transizione ecologica maggiore da condizioni relativamente umide di praterie-foreste verso condizioni di deserto arido. Dei modelli di popolamento e di migrazione dei popoli patristi sono stati delineati, a aprtire dai loro focolari più antichi in Saharasia, allo scopo di spiegare l'apparizione successiva del patrismo nelle regioni situate fuori dalla Saharasia. Prima dello stabilirsi di condizioni di siccità in Saharasia, la prova dell'esistenza del matrismo è ampiamente estesa, mentre quella del patrismo in generale inesistente. È provato che il matrismo costituisce la forma più antica, più primitiva e più innata di comportamento umano e dell'organizzazione sociale, mentre il patrismo, perpetuato attraverso istituzioni sociali traumatizzanti, si è innanzitutto sviluppato tra gli Homo Sapiens in Saharasia, sotto la pressione di una desertificazione e di una carestia durissime e da migrazioni forzate. Le osservazioni psicologiche di Wilhelm Reich permettono di comprendere il meccanismo attraverso il quale i comportamenti patristi (corazzati, violenti) si sono stabiliti e sono proseguito a lungo dopo che il trauma iniziale era passato.


INTRODUZIONE

deserti-del-mondo.jpgIl presente articolo riassume l'evidenza e le conclusioni del mio studio, durato sette anni nel mondo intero, della variazione regionale del comportamento umano e dei fattori relativi socio-ambientale, uno studio che ha costituito la mia tesi di dottorato (DeMeo 1985, 1986, 1987). Nella mia ricerca, mi sono specificatamente focalizzato su un complesso maggiore di atteggiamenti repressivi e traumatizzanti, di comportamenti, di abitudini sociali e di istituzioni che hanno una correlazione con la violenza e la guerra. Il mio studio è consistito in osservazioni cliniche e incroci culturali sui bisogni biologici dei bambini di pochi anni, dei bambini e degli adolescenti, e sugli effetti repressivi e devastanti che alcune istituzioni sociali e classi di ambiente naturale brutale hanno su questi bisogni e anche sulle conseguenze comportamentali di una tale repressione e di un tale danno.

L'approccio geografico delle origini del comportamento umano, così come è qui presentato, ha permesso la ricostruzione di una descrizione globale più chiara della nostra più antica storia culturale. La relazione causale tra le istituzioni sociali traumatizzanti e repressive e la guerra e l'aggressione distruttrice è stata verificata e rafforzata nel mio approccio, il che ha confermato l'esistenza di un periodo antico nel mondo intero di condizioni sociali relativamente tranquille, in cui la guerra, la dominazione maschile e l'aggressione distruttrice erano sia assenti sia a livelli particolarmente bassi. E quel che è più importante, è che è stato possibile determinare i due periodi e regioni precisi sulla Terra in cui la cultura umana ha trasformato per la prima volta delle condizioni tranquille, democratiche, egualitarie, in condizioni violente, dispotiche, guerriere.

Queste scoperte sono state rese possibili soltanto grazie a studi di terreni recenti, paleo-climatici ed archeologici (che hanno rivelato delle condizioni sociali ed ambientali precedentemente mascoste) ed in ragione dello sviluppo delle grandi basi di dati culturali provenienti da centinaia e addirittura migliaia di culture attraverso il mondo. Il computer, anch'esso una recente innovazione, ha permesso un accesso più facile a tali dati e la preparazione in pochi anni di mappe globali di comportamento che altrimenti avrebbero necessitato una vita intera per essere approntate. Il mio approccio su queste questioni ha costituito egualmente una delle prime revisioni geografiche globali sistematicamente derivate dalle istituzioni sociali e del comportamento umano, evidenziando un modello globale sino ad ora inosservato nettamente disegnato del comportamento umano. Prima di presentare le mappe, che rappresentano in forma spaziale il nucleo delle mie scoperte, una discussione sulle variabili di interesse e la teoria dietro le mappe è necessaria.

 

La cultura matrista contro la cultura patrista:

Le radici della violenza nel traumatismo dell'infanzia e la repressione sessuale


Reich--01.jpgLa ricerca verteva inizialmente sullo sviluppo di un'analisi geografica globale dei fattori sociali in relazione con la repressione primitiva, sessuale e del traumatismo dell'infanzia, come test della teoria sessuo-economica di Wilhelm Reich (1935, 1942, 1945, 1947, 1949, 1953, 1967, 1983). La Teoria di Reich, che si sviluppò divergendo dalla psicoanalisi, designò l'aggressione distruttrice e la violenza sadica dell'Homo Sapiens come una condizione anomala, risultando dalla inibizione cronica indotta in modo traumatizzante dalla respirazione, dall'espressione emotiva e dagli impulsi diretti verso il piacere. Secondo questo punto di vista, l'inibizione è cronica presso gli individui in virtù della pena specifica, dei riti censuranti il piacere e delle istituzioni sociali che consciamente o inconsciamente interferiscono con i legami madre-bambino e uomo-donna. Questi riti e istituzioni esistono allo stesso tempo tra le società "primitive" e le società "civilizzate" tecnologicamente sviluppate.

 

Alcuni esempi sono: un'afflizione razionalizzata o inconscia della sofferenza verso i bambini neonati ed i bambini attraverso diversi mezzi; la separazione e l'isolamento del bambino dalla madre, l'indifferenza verso il bambino che piange, la sua immobilizzazione, la fasciatura per 24 ore; il rifiuto di dargli il seno  e svezzamento prematuro del bambino; il fatto di tagliare la carne del bambino, solitamente gli organi genitali; l'esercizio di un lavaggio traumatizzante e le tendenze al silenzio, alla non curiosità e di obbedienza, rafforzate con paure o una punizione fisica. Altre istituzioni sociali hanno per scopo di controllare o di eliminare le influenze del risveglio sessuale del bambino come il tabù della virginità femminle esatto da ogni cultura riverente un grande dio patriarcale, così come la punizione ed il matrimonio compulsivo o sistemato attraverso una colpevolezza rinforzata.


burka_graduation.jpgLa maggior parte di queste restrizioni e punizioni rituali ricadono soprattutto sulla donna benché gli uomini siano anch'essi molto colpiti. Le richieste per una resistenza al dolore, la soppressione dell'emozione ed un'obbedienza senza restrizione ai rappresentanti dell'autorità degli anziani (solitamente degli uomini) riguardanti le decisioni basilari di vita sono degli aspetti integrali di tali istituzioni sociali, tendenti a controllare anche il comportamento dell'adulto. Queste istituzioni sono aiutate e difese dall'individuo medio in seno ad una società data, irrispettosa del loro dolore, della riduzione del loro piacere o delle conseguenze della minaccia sulla vita e sono considerate senza discernimento come "valide", come esperienze che "forgiano il carattere", come parte della "tradizione". Tuttavia, a partire da un tale complesso di istituzioni sociali dolorose e repressive, è provato che i componenti nevrotici, psicotici, autodistruttivi e sadici del comportamento umano sono espressi in sovrabbondanza sia in modo occultato o inconscio sia in modo palese o attraverso mezzi evidenti.

 

Secondo il punto di vista sessuo-ecomomico di Reich, una corazza caratteriologica e muscolare cronica si forma nell'essere umano in crescita secondo il tipo e la gravità del trauma doloroso provato. I processi biofisici che normalmente conducono ad una respirazione totale e completa, ad un'espressione emotiva ed una scarica sessuale durante l'orgasmo sono bloccati in modo cronico da questa corazza sino ad un punto più o meno prolungato, conducendo all'accumulazione di una tensione (bioenergetica) emotiva e sessuale repressa. La riserva contenuta di tensione interna conduce l'organismo a comportarsi in modo generalmente inconscio, in modo tormentato, autodistruttivo e/o sadico (Reich 1942, 1949).

 

I processi descritti si producono ogni volta e soltanto ogni volta che dei tentativi sono effettuati per deviare o ammorbidire i bisogni biologici primari dell'uomo o gli impulsi secondo le domande di "cultura". Il rifiuto del seno per un bambino, il fatto di battere un piccolo bambino per una defecazione o un comportamento d'ordine sessuale o il matrimonio forzato di giovani donne con uomini attempati ("fidanzamenti del bambino", "premio della fidanzata") ne sono degli esempi. I rituali per infliggere dei dolori o censurare i piaceri e le istituzioni sociali sono stati presenti nella maggior parte delle culture storiche e contemporanee, ma in alcun modo in tutte le culture. Ci sono state, ad esempio, alcune culture (una minoranza, certo) che non hanno mai inflitto dolore ai bambini piccoli ed agli adolescenti, coscientemente o in altro modo, né hanno represso gli interessi sessuali dei ragazzi o degli adulti. Molto importante è il fatto che quest'ultimo sono state delle società non-violente, con dei legami famigliari monogami stabili e dell erelazioni sociali convenienti ed amichevoli.

 

Iside_horus.jpgMalinovski (1927, 1932) suppose per primo che tali culture erano una confutazione dell'asserzione di Freud di una natura biologica, pan-culturale per spiegare lo stato sessuale latente dell'infanzia ed il conflitto di Edipo. Reich (1935) dimostra che queste condizioni all'interno della società Trobriand provavano l'esatezza delle sue scoperte cliniche e sociali legando la repressione sessuale al comportamento patologico. Altre descrizioni etnografiche di culture simili sono state fatte (Elwin 1947, 1968; Hallet & Relle, 1973; Thurnbull, 1961). Gli studi transculturali globali di Prescott (1975) e i miei studi (DeMeo, 1986, pp.114-120) confermarono queste scoperte. Le società che caricano di dolore e traumi i loro bambini in tenera età ed i ragazzi e che reprimono successivamente l'espressione emotiva e gli interessi sessuali dei loro adolescenti, mostrano invariabilmente uno spettro di comportamenti nevrotici, autodistruttivi e violenti.

 

Al contrario, delle società che trattano i loro bambini in tenera età e i loro ragazzi con grande affetto fisico ed una gentile tenerezza e che considerano l'espressione emotiva e la sessualità come positiva con uno sguardo illuminato, sono al contrario psichicamente sani e non violenti. Infatti, la ricerca transculturale ha dimostrato la difficoltà, addirittura l'impossibilità, di localizzare ogni società disturbata, violenta, che non soltanto traumatizza la sua gioventù e/o la reprime sessualmente. Uno sguardo sistematico della letteratura storica globale ha confermato in modo indipendente le correlazioni precedenti, tra i traumi dell'infanzia, la repressione sessuale, la dominanza dell'uomo e la violenza familiare, nelle descrizioni di diversi stati centrali guerrieri, autoritari e dispotici (DeMeo, 1985, capitoli 6 & 79 [1]. A partire da dati storici simili, Taylor (1953) sviluppò uno schema dicotomico del comportamento umano in diverse società. Utilizzando la terminologia di Taylor ed allargandola sul suo proprio schema secondo le scoperte sessuo-economiche, tali società violente, repressive, sono chiamate patriste e differiscono da tutte le culture matriste, le cui istituzioni sociali sono designate per proteggere e consolidare i legami di piacere madre-figlio e uomo-donna [2]. La tabella 1 fornisce un contrasto tra le forme estreme di patrismo (corazzate) e di culture matriste (non corazzate).

 



Tabella 1: COMPORTAMENTI, ATTEGGIAMENTI E ISTITUZIONI SOCIALI DICOTOMICHE




Tratti

Patrista

(corazzato)

Matrista

(non corazzato)

Bambini di bassa età Bambini & Adolescenti

Meno indulgenza

Più indulgenza

 

Meno affetto fisico

Più affetto fisico

 

Bambini traumatizzati

Bambini non traumatizazti

 

Iniziazione al dolore

Assenza di iniziazione al dolore

 

Dominati dalla famiglia

Democrazia dei bambini

 

Case di isolamento sessuale o villaggi militari o di segmenti di età dei bambini

Case di prosmicuità sessuale

Sessualità

Atteggiamento restrittivo

Atteggiamento permissivo


Mutilazioni genitali

Nessuna mutilazione genitale

 

Tabù della verginità femminile

Nessun tabù della virginità femminile

 

Amore adolescenziale severamente censurato

Amore adolescenziale liberamente permesso

 

Tendenza omosessuale tabù più grave

Assenza di tendenza omosessuale o di forte tabù

 

Tendenza incesto   tabù più grave

Assenza di tendenza all'incesto o di forte tabù

 

Esistenza del concubinaggio/prostituzione

Assenza di concubinaggio/prostituzione

Donne

Limitazioni della libertà

Più libertà

 

Status inferiore

Status eguaglianza

 

Tabù del sangue vaginale (sang imenale, mestruale & del parto)

Nessun tabù del sangue vaginale

 

Non possono scegliere il loro compagno

Possono sceglierlo

 

Non possono divorziare a volontà

Possono divorziare a volontà

 

Gli uomini controllano le donne in età fertile

Le donne controllano la fertilità

Struttura culturale & Familiare

Autoritaria

Democratica

 

Gerarchica

Egualitaria

 

Patrilineare

Matrilineare

 

Patrilocale

Matrilocale

 

Monogamia compulsiva vivace

Monogamia non compulsiva

 

Souvent polygame

Raramente poligama

 

Struttura militare

Nessuna struttura militare  a tempo pieno

 

Violenza, Sadica

Non violenza

Religione & Credenze

Orientate Uomo/padre

Orientata donna/madre

 

Ascetismo, assenza di piacere

Piacere approvato ed istituzionalizzato

 

Inibizione, paura della natura

Spontaneità, culto della natura


Specialisti religiosi a tempo pieno

Nessun specialisti religiosi a tempo pieno

 

Sciamani uomini

Sciamani uomini o donne

 

Codici di comportamento rigorosi

Assenza di codici rigorosi




kupka--Resistance--or-The-Black-Idol--19Molti aspetti del patrismo interferiscono con la biologia del bambino in tenera età o del bambino in modo in generale sconosciuto nel mondo animale ed accrescono molto chiaramente la morbilità e la mortalità infantile e materna. Per di più dei riti riduttori di dolore o di piacere riportati nella tabella 1, è importante notare che la maggior parte delle società patriste possedevano, ad un momento dato nel loro recente o remoto passato, degli squilibri sociali psicopatologici seri destinati allo scaricamento organizzato, socialmente approvato, di rabbia omicida verso bambini e donne (come l'uccisione rituale dei bambini, delle vedove, delle "streghe", delle "prostitute", ecc.), con una deificazione completa dei maschi più aggressivi e più sadicamente crudeli (totalitarismo, regalità divina). Un piccolo numero di culture contemporanee esprime tali condizioni in una forma totalmente sbiadita oppure esibisce dei resti di tali condizioni e sono fatti che hanno delle implicazioni geografiche distinte.

 

steinlen_vache.jpgAd esempio, essendo noto che questa evidenza clinica, transculturale e storica indica che la violenza adulta yìtrova le sue radici nei traumi della prima infanzia e la repressione sessuale e che non esiste là dove i legami madre-figlio e uomo-donna sono protetti e sostenuti dalle istituzioni sociali matriste, una questione si pone naturalmente e cioè come la formazione culturale del trauma, la repressione e la violenza (patrismo) abbiano potuto avere inizio. Il Patrismo, con il suo eccessivo carico di violenza verso i bambini in tenera età, i ragazzi e le donne e che viene trasmesso da una generazione all'altra attraverso delle istituzioni dolorose e minacciose per la vita, deve aver avuto delle origini peculiari nel tempo e nello spazio tra alcune, ma non tutte le società umane più antiche. L'assenza assunta di un carattere innato del patrismo, che deriva dal blocco cronico, dall'inibizione e dal contenimento degli stimoli biologici, richiede che ciò sia così.


Torre-Babele.jpgTuttavia il matrismo, che si stabilì a partire da un impulso biologico libero e espresso senza costrizioni e che dunque è innato, ha dovuto essere globale per natura ed incontrarsi dappertutto in tutta l'umanità nei tempi più remoti. Infatti, la selezione naturale avrebbe dovuto favorire il matrismo, dato che non genera gli impulsi sadici che conducono ad un violenza mortale verso l edonne ed i bambini, né sconvolge i legami emotivi tra le donne ed i bambini, il che dà dei vantaggi di sopravvivenza psico-fisiologici distinti (Klaus & Kennel, 1976; LeBoyer, 1975; Montagu, 1971; Stewart & Stewart, 1978a; Reich, 1942, 1949).

 

Il-potere-cieco--Schlichter.jpgUna conferma ed un appoggio alle supposizioni e deduzioni riportate esistono negli aspetti geografici dei dati globali antropologici ed archeologici e l'esame degli aspetti spaziali dei fatti ed osservazioni raccolte da diversi ricercatori sull'argomento fu oggetto di una focalizzazione centrale della mia ricerca [3]. Ad esempio, alcuni aspetti del matrismo e delle condizioni sociali pacifiche sono state precedentemente identificate negli strati archeologici di alcune regioni, che dimostrano delle transizioni verso delle condizioni violente, di dominio maschile negli anni successivi. Mentre alcuni ricercatori sia che non siano al corrente di queste nuove scoperte o che abbiano avuto propensione ad ignorarle oppure abbiano fatto obiezione sulle loro implicazioni, un numero crescente di studi ha dimostrato delle transizioni sociali maggiori nei tempi remoti, da condizioni di tranquillità, democratiche ed egualitarie verso condizioni violente a dominio maschile e guerriere (Bell, 1971; Eisler, 1987a, 1987b; Huntington, 1907, 1911; Gimbutas, 1965, 1977, 1982; Stone, 1976; Velikovsky, 1950, 1984). Gli aspetti geografici di queste scoperte sono molto eloquenti.

 

Una critica sistematica e globale di una tale evidenza (DeMeo, 1985, Capitoli 6 & 7; DeMeo, 1986) ha rivelato dei modelli globali distinti in queste transizioni archeologiche, nelle quali delle intere regioni passate dal matrismo al patrismo all'interno degli stessi periodi di tempo oppure in cui la transizione verso il patrismo ha spazzato via tutto in vaste aree di un continente, da un capo all'altro, in un periodo di alcuni secoli. La scoperta, che vuole che la più antica di queste trasformazioni culturali si sia verificata nelle regioni del Mondo Antico (soprattutto nell'Africa del Nord, nel Vicino Oriente ed in Asia Centrale intorno al 4000-3500 prima della nostra era), in concomitanza con delle trasformazioni ambientali maggiori, a partire da condizioni relativamente umide verso condizioni aride, ha un significato maggiore. Più tardi le trasformazioni si sono prodotte generalmente in regioni esterne ai deserti di nuova formazione, in associazione con l'abbandono delle zone nuovamente aride e l'invasione conseguente di territori di confine più umidi. L'esistenza di queste transizioni ambientali e culturali definite nel tempo era della massima importanza dato che un'altra evidenza che suggerirà che una grave siccità e desertificazione aveva il potenziale di distruggere in modo traumatico i legami madre-figlio e uomo-donna, in modo certo indipendentemente dall'stituzione sociale patrista brutale e dolorosa.

 


Devastazione sociale nelle regioni di siccità, desertificazione e carestia


Altre evidenze conducono alla conclusione che una siccità ed una desertificazione grave e ripetuta, che producono carestia, privazione e migrazioni di massa tra le culture a livello di sussistenza, devono aver avuto un fattore cruciale che avrebbe dovuto, gradualmente o anche rapidamente, aver spinto delle culture matriste verso il patrismo. Ad esempio:

 

1) Recenti rapporti di testimoni oculari di cambiamento di cultura durante delle condizioni di carestia e di privazione indicano un deterioramento dei legami sociali e familiari. La relazione, che spezza il cuore, di Turnbulla (1972) sui popoli Ik dell'Africa Orientale è il più chiaro su questo punto, ma altre osservazioni simili sono state fatte (Cahill, 1982; Garcia, 1981; Garcia & Escudero, 1982; Sorokin, 1975). Durante gli stati di carestia più gravi, i mariti spesso lasciano le loro mogli e bambini alla ricerca di cibo e l'edificio sociale rimanente è completamente abbandonato. Il legame madre-figlio sembra durare più a lungo, ma delle madri eventualemnte fameliche potrebbero anche abbandonare i loro figli.

 

2) La ricerca clinica sugli effetti di una malnutrizione grave in proteine-calorie dei bambini in tenera età e dei ragazzi indica che la privazione è un trauma che presenta le più gravi proporzioni. Un bambino sofferente di marasma o di kwashiorkor [*] manifesterebbe dei sintomi di immobilità e di assenza di contatto con, nei casi più estremi, una cessazione della crescita del corpo e del cervello. Se la privazione durasse a lungo, il recupero del potenziale completo non sopraggiunge nemmeno dopo l'apporto di nutrimento e di conseguenza un ritardo emotivo e fisico poco grave o grave fa la sua comparsa. Altri effetti da carestia e privazione persistono anche dopo che si è restaurato il nutrimento. In modo importante, il bambino si ripiega bio-fisicamente ed emotivamente e si contrae in condizioni di carestia in modo quasi identico agli effetti egualmente traumatizzanti di privazione materna e di isolamento. I due insiemi di esperienza hanno degli effetti chiari e duraturi che turbano la capacità degli adulti di creare un legame emotivo con allo stesso tempo la compagna e la progenitura (Aykroyd, 1974; Garcia & Escudero, 1982; Prescott, Read & Coursin, 1975).


Bambini normali contro marasmatici


twobabies.gif


A destra, bambino marasmatico dell'età di 7 mesi.

A sinistra, bambino in buona salute dell'età di 5 mesi.

Riprodotto con il permesso di F. Monckeberg (in Prescott, et al. 1975).

starvbaby.gif

Transilluminazione dei crani di bambini normali (sinistra), malnutriti (centro) e marasmatici (destra) in stato di privazione.  Il cranio è illuminato in proporzione con la quantità di spazio riempito di fluido tra il cervello ed il cranio. Un bambino ben nutrito ha un cervello ben sviluppato con poco spazio riempito di fluido tra cervello e cranio. Il che non è il caso con un bambino malnutrito o privo di nutrimento.

Riprodotto con il permesso di F. Monckeberg (in Prescott, et al. 1975).



3) Un numero di fattori soprattutto in relazione con la vita dura nei deserti e nelle regioni aride sono stati identificati. Un esempio maggiore era l'utilizzazione di una culla portatile costringente, che blocca la testa, portata come un pacco sulla schiena dai popoli migranti dell'Asia Centrale che sembrano aver condotto per inavvertenza ai doppi traumi della deformazione cranica ed alla fasciatura del bambino. La deformazione cranica del bambino in quanto istituzione sociale è scomparsa intorno al cambiamento del secolo, ma la fasciatura sembra resistere oggi nelle stesse regioni generali. Normalmente un bambino soggetto ad un dolore lotta per liberarsene e griderà in modo pronunciato, attirando rapidamente l'aiuto dei custodi. Non deve essere il caso, suppongo, tra i bambini insaccati in un pacco portato sulla schiena e che avvolge il corpo (e spesso anche la testa) per una lunga marcia durante una torrida siccità.

 

In condizioni di estrema siccità e carestia, i custodi saranno meno attenti ed avranno meno volontà di impedire e di far tacere costantemente un bambino che si ferisce nelle fasciature deformando il cranio in una culla portata sulla schiena come un pacco. Poiché la desertificazione progrediva in Asia, la migrazione da una regione ad un'altra divenne un modo di vita relativamente permanente. Gli archivi archeologici suggeriscono che le deformazioni del cranio e la fasciatura divennero di conseguenza delle usanze istituzionalizzate della tradizione del trasporto sulla schiena del bambino in queste stesse zone (DeMeo 1986, pp. 142-152; Dingwall 1931; Gorer & Rickman 1962).


Infatti, le deformazioni dolorose del cranio e la fasciatura divennero un segno di identificazione ed una istituzione sociale delle più gradite da alcune popolazioni, persistendo anche dopo che esse avevano abbandonato l'esistenza nomade per un modo di vita sedentario. Altre istituzioni siociali maggiori, come le mutilazioni genitali dell'uomo e della donna (circoncisione, infibulazione), sono state scoperte per essere centrate geograficamente ed aventi le loro origini più antiche tra la cintura del grande deserto del Vecchio Mondo, benché per ragioni che siano meno chiare.

 

 

La fasciatura ed il cranio deformato artificialmente appaiono come delle pratichecomplementari, sviluppate all'inizio in Asia Centrale con l'utilizzazione della culla portata come un pacco sulle spalle da parte delle popolazioni in migrazione. La deformazione del cranio è scomparsa, ma la fasciatura, una pratica rimasta, persiste nella maggior parte delle regioni influenzate da tali popoli.


 

 

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Il bambino fasciato disegnato da Deborah Carrino, a partire da una foto di Dean Conger.

 

 

 


 


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Tipi di deformazioni craniche da Dingwall (1931)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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NOTA: tutte le carte sono composte da dati a partire dalle popolazioni indigene ed aborigene. In America ed in Oceania, questi dati riflettono delle condizioni in generale anteriori all'arrivo degli Europei.


Nelle procedure per compiere le determinazioni sopra riportate, diventava chiaro in modo evidente per me che i legami sociali matristi primitivi dovevano in primo luogo essere stati spezzate tra culture a livello di sussistenza che erano sopravvissute agli effetti devastanti di siccità consecutive, di desertificazione e di carestia prolungata. Con la rottura progressiva, generazione dopo generazione, dei legami madre-bambino e uomo-donna a causa della iperaridità, della carestia, della privazione e delle migrazioni forzate, ci sarebbe stato uno sviluppo ed una 'intensigìficazione degli atteggiamenti, comportamenti ed istituzioni sociali patriste. E queste ultime dovevano gradualmente sostituire le vecchie istituzioni matriste.

 

Il patrismo doveva essere stato fissato nella struttura del carattere giusto al momento in cui le condizioni del deserto iperarido si fissavano sul terreno. ed una volta così fissato, il patrismo restava con la popolazione afflitta, indipendentemente dal clima successivo o dalla fornitura del nutrimento, dato il comportamento artificiale ed auto-duplicato delle istituzioni sociali. Il patrismo doveva apparire successivamente nelle regioni abbondantemente umide in virtù delle irruzioni di popolazioni migranti, guerriere dalle regioni adiacenti desertiche.

 

A partire dalle considerazioni descritte, un test geografico molto chiaro era suggerito da questo fatto. Se una correlazione spaziale cartografata e mondiale esisteva tra gli ambienti di grave desertificazione e la cultura patrista estrema, allora un meccanismo chiaro per l'inizio dei primi traumi tra le culture umane antiche sarebbe identificato. Questo corroborerebbe anche direttamente la teoria del "corrazzamento". Le correlazioni spaziali che emergevano da questo approccio erano terribili.


 

 

James DeMeo

 

 

[Traduzione di Ario Libert]



NOTE


[1] La mia prospezione implicava più di 100 fonti separate, per includere un certo numero di lavori sessuologici classici: Brandt 1974; Bullough 1976; Gage 1980; Hodin 1937; Kiefer 1951; Levy 1971; Lewinsohn 1958; Mantegazza 1935; May 1930; Stone 1976; Tannahill 1980; Taylor 1953; Van Gulik 1961.


[2] Poco tempo dopo che la mia dissertazione fosse completata, ho saputo dello studio di Riane Eisler, Chalice and the Blade [Il calice e la spada], che identificava i tipi di dominazione e di partenariato dell'organizzazione sociale. Sono quasi identiche su lpiano concettuale alle foprme di organizzazione sociali rispettive patriste e matriste definite qui.


[3] La struttura dell'argomento richiede che facciamo una netta distinzione tra i fatti e le teorie concernenti i fatti. Tutte le teorie della scienza del comportamento tendono a spiegare una varietà di fatti sociali e clinici osservati. Un piccolo numero tende ad incorporare nella teoria i fatti di antropologia, cioè il comportamento in altre culture. Tuttavia, la maggior parte di tali teorie falliscono nell'essere sia globali sia geografiche per natura. È perché non tendono a spiegare simultaneamente il comportamento umano tra un numero significativo di culture le meglio studiate all'interno di ogni regione del mondo. Le teorie più comportamentali, se affrontano la letteratura antropologica  di tutte, focalizzano soltanto le culture patriste e falliscono nel superare il test esigendo il fatto di essere al contempo globali e derivate sistematicamente. Gli studi culturali incrociatno un grande passo in queste materie, ma l'approccio combinato geograficamente globale e culturalmente incrociati è inoltre un raffinamento necessario , che forzerà tutte le teorie comportamentali ad affrontare oramai i fatti specifici della storia, della migrazione, del contatto culturale e dell'ambiente naturale.


[*] Kwashiorkor, sindrome da malnutrizione proteinico-calorica molto grave della prima infanzia. Il termine, che significa bambino (kwashi) e rosso (orkor) nella lingua degli Ashanti del Ghana, si riferisce alla colorazione rossa della pelle dei bambini che ne sono colpiti. Questa forma di malnutrimento si accompagna anche ad un abbassamento dei tassi sanguigni di magnesio, potassio, ferro, zinco e delle vitamine. Il passaggio brusco ad uno svezzamento precoce, spesso dovuto alla nascita di un fratello, è la causa principale nella maggior parte del mondo, soprattutto in quelle aree in cui l'agricoltura produce tipi di cibo carenti di proteine come i cereali tipo la manioca, il miglio, il mais o il riso. Un intervento rapido può ridurre sia la mortalità infantile sia le conseguenze fisiche e intellettuali, che in seguito a ritardo tendono a rimanere permanenti condannado il soggetto ad una taglia ridotta rispetto alla norma ed a gravi ritardi mentali [N. d. T.]




Link al post originale:

Les Origines et la Diffusion du Patrisme en Saharasie


 


LINK pertinenti alla tematica trattata:


Ai tempi della dea

C'era una volta l'isola di Creta

La teoria dei Kurgan

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Published by MAX - in Gilania
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6 ottobre 2009 2 06 /10 /ottobre /2009 11:47

Proponiamo, per amore di completezza d'informazione, un buon saggio centrato sulla cultura indoeuropea. L'autore ha il culto degli indoeuropei che studia e divulga quanto meglio possibile nel suo ben curato sito. Contento lui...


Ci siamo permessi di evidenziare in grassetto ed in colore rosso sangue, un passaggio che in un accademico non sarebbe mai sfuggito né dalla penna né dalla tastiera. Gioiamone! Lapsus come questi sono rarissimi, i boia accademici usano la ben nota tecnica del silenzio-morte civile rispetto a certi argomenti. Oppure propongono letture abberranti, vere e proprie montature il cui scopo è quello di salvare l'onore degli indoeuropei in blocco, i loro ed i nostri antenati sanguinari e carnefici.
Le civiltà gilaniche non erano abili a fabbricare porcellane e case solanto, come sostiene semplicisticamente il nostro autore,  ben altro fu il loro livello di cultura materiale e soprattutto sociale. L'assenza di violenza nei rapporti sociali, il lavoro limitato a procurarsi l'indispensabile per avere di che vivere in modo umanamente dignitoso, senza sprechi o sottrarre nulla a nessuno, l'eguaglianza tra l'uomo e la donna e di tutti di fronte ad un'etica fondata sulla reciprocità, sono obiettivi oggi ritenuti semplicemente utopistici, eppure un luogo in cui tutto ciò esistette ci fu, e si trattava proprio del nosto pianeta.
E se l'età dell'oro è scomparsa non fu certo per colpa divina, come l'ideologia religiosa totalitaria occidentale chiamata cristianesimo, di derivazione guarda caso ebraica, che di dominio patristico se ne intende davvero, vorrebbe farci credere da un bel po' di tempo.
La truffa dell'indoeuropeo, sul piano della ricerca storica, data oramai di più di due secoli ed ha permesso di giustificare il sorgere del razzismo criminale della cosiddetta civiltà occidentale, poggiante su teorie  metafisiche ben precise e su una prassi storica rappresentata da un espansionismo predatorio.
Protoindoeuropei, indoeuropei e soprattutto quelle due pseudo-civiltà, greca e romana, sono stati investiti di una sacralità "scientifica" da lunga data e sono oramai visti come i prodromi dell'attuale vertice della storia umana, delle vere e proprie prefigurazioni dell'Occidente insomma.
Questa concezione avrebbe anche potuto avere un minimo di plausibilità se da più di un secolo l'affinarsi della ricerca storica e soprattutto archeologica unitamente ad un uso appropriato delle scienze umane, non avesse evidenziato come prima dell'espansionismo delle culture nomadi-pastorali (Kurgan) esistessero delle plurimillenarie civiltà progreditissime spiritualmente e materialmente, stroncate appunto dai proto-indoeuropei prima e poi dagli indoeuropei.
Gli allevatori di mandrie ed armenti animali ed umani non sono stati altro quindi che dei veri e propri protonazisti, i fondatori della anti-civiltà, in quanto creatori della stratificazione sociale, delle religioni abbrutenti ed assassine, dell'asservimento dei più ai pochi, della repressione sociale permanente, così come di un permanente apparato militare permanente di controllo sociale e di intruppamento delle masse in caso di guerra.
In una parola, i proto-indoeuropei ed i loro più stretti discendenti indoeuropei furono i creatori  del più grande prodotto storico culturale che l'umanità poteva concepire e cioè lo Stato, e quindi della creazione e conservazione perpetua delle classi sociali, degli apparati burocratici di amministrazione della società composta di schiavi e di quelli militari, e tutto ciò in tempi preistorici!
La nostra attuale cultura e civiltà  che deriva da loro, non ha fatto  altro che perfezionare questo stato di cose che le ha consentito di espandersi nel corso dei millenni, sia nello spazio cioè che nell'approfondimento di questa cultura di morte, come tra l'altro attesta la diffusione planetaria delle lingue indoeuropee.
Peccato che prima di queste popolazioni criminali, di cui siamo eredi, ne esistessero altre di segno opposto e cioè egualitarie e pacifiche di cui abbiamo già accennato in alcuni post e che approfondiremo in successivi. La loro esistenza su scala plurimillenaria così come la loro distruzione spiegano la maggior parte se non tutti i cosiddetti "misteri" storici così come l'esistenza di discipline spirituali evolutissime e strettamente connesse con nozioni e pratiche che oggi chiameremmo scientifiche e tecniche, riferendo ovviamente questi due termini ad una specificità peculiare a queste culture, e di cui daremo quanto prima conto anche di esse.

 

La teoria dei Kurgan

 

 

di Serge Papillon


 

1. Le culture Kurgan

 


kurgan--05.jpgIn Russia, un Kurgan, è un tumulo funerario. Essi sono numerosi nelle steppe del nord del Mar Nero. Alcuni sono iraniani e relativamente recenti, altri molto più antichi. Sono quest'ultimi che Marija Gimbutas ha considerato come sepolture dei proto-indoeuropei.

 

La prima cultura da lei definita, datata tra il 4500 al 3500, è stata chiamata "Kurgan I". Essa corrisponde in particolare alla cultura di Seredniï Stih II (o Sredniï Stog II) in Ucraina. Il principale sito noto è quello di Dereîvka, sullo Dniepr. Era un piccolo villaggio abitato dal 4200 al 3700. Una specie di recinzione lo delimitava. Gli archeologi vi hanno trovato due costruzioni rettangolari, parzialmente sotterrate, la più grande misurava 13 x 16 metri (in un altro sito, c'erano delle capanne semisotterrate).

 

I suoi abitanti coltivavano il grano ed il miglio e praticavano l'allevamento, in ordine di importanza dei cavalli, dei bovini, dei montoni e delle capre, così come dei maiali. I cavalli venivano mangiati, ma un cranio sotterrato presenta un'usura dei denti dovuti ad un morso: quest'animale era stato montato. Era uno dei primi cavalli utilizzati per il trasporto. Sono stati inoltre ritrovati dei reggi morsi in corno di cervo. I morti erano ricoperti di ocra e sotterrati in semplici fosse a volte sormontate da un piccolo tumulo funerario. Resti di cavalli o di buoi li accompagnavano di frequente.

 

In Russia, sul corso medio del Volga, è esistita una cultura detta di Khvalynsk, somigliante a quella di Seredniï Stih II, però più antica perché datata al 5.000-4.500 a. C. Sulla carta, la sua collocazione è contrassegnata dalla parola "Urheimat". È qui che sarebbero vissuti i Proto-indoeuropei durante quest'epoca. Verso il 4.500, avrebbero ingrandito il loro territorio verso ovest, cioè verso l'Ucraina in cui avrebbero fondato la cultura di Seredniï Stih II.

 

La patria originaria, "Urheimat", dei protoindoeuropei

e la loro criminale espansione verso occidente intorno al 5.000-4.500 a. C.



È a partire dal 3.500 che i Kurgan si svilupparono veramente, soprattutto in seno alla cultura di Mikhaïlivka, dal 3.600 al 3.000 a. C., sul corso inferiore dello Dniepr, sino alla parte più meridionale della penisola di Crimea. Questi tumuli potevano essere circondati da un circolo di pietra, consuetudine tipicamente indoeuropea. Si tratta di frontiere che separavano il mondo dei vivi dall'Altro Mondo.

 

La cultura di Mikhaïlivka faceva parte di un insieme più vasto, quello delle Tombe a fossa (Jamna), datato tra il 3.600-2.200 a, C. Al suo apogeo durante il III millennio (la fase "Kurgan IV" nella terminologiqa di Marija Gimbutas), occupava un'area immensa, estendentesi da ovest sini alle sorgenti del Danubio e ad est sino al fiume Ural. Aveva dunque un'estensione di 3000 km. Una tale cultura non poteva essere uniforme: diverse varianti sono distinte. La metallurgia del rame si sviluppava (si era nel calcolitico). Alcuni siti erano protetti da cinte di pietra, ma una pratica intensiva dell'allevamento, nelle zone delle steppe ha potuto comportare l'apparizione di una forma di nomadismo. Un mezzo di trasporto essenziale apparve: i veicoli a ruote. Il più antico è stato trovato in una tomba, sullo Dniepr inferiore. È datato al 2900, con un margine di errore di 400 anni. La ruota è apparsa pressappoco nello stesso periodo in Mesopotamia.

 

La distruzione delle culture danubiane



Gli uomini di Seredniï Stih II intrattenevano delle relazioni, all'ovest, con la cultura di Cucuteni-Trypillia (Tripolié in russo), costituitasi in Romania sin dal VII millennio e si era estesa verso la Moldavia ed il sud-ovest dell'Ucraina.

 

Delle culture situate più ad ovest, lungo il Danubio, gli erano apparentate, come quelle di Gumelnitsain Romania e di Vinča in Serbia. Si trattava di una  civiltà tecnicamente molto evoluta che aveva fondato  delle vere città: una di esse ricopriva 400 ettari e comportava 2700 case. Alcune di queste abitazioni avevano dei piani. Si sono ritrovati dei laboratori di ceramica ed anche una specie di quartiere artigianale. Le temperature di cottura potevano raggiungere i 1200°C. un'applicazione di polvere di grafite o di oro veniva effettuata su alcuni vasi. Degli edifici di culto sono attestati. Statuette femminili previste per essere fissate in piedi su dei rialzi devono aver avuto egualmente un significato cultuale.

 

Questa brillante civiltà fu vittima dell'arrivo degli uomini dei kurgan. La prima ondata si sarebbe verificata tra il 4400 ed il 4200. Gli immigranti installarono le loro capanne seminterrate ed i loro tumuli tra i villaggi degli autoctoni, che dovettero dotarsi di fortificazioni. Si verificò una trasformazione progressiva. Non fu la cultura di Cucuteni-Trypillia ad essere colpita, ma le culture situate più ad ovest sino in Ungheria ed in Austria. Vi fu una seconda ondata, tra il 3500 ed il 3200, che comportò una "kurganizzazione " profonda delle culture danubiane, compresa quella di Cucuteni-Trypillia. È così che la cultura di Baden emerse sul corso medio del Danubio, in Ungheria. Gli uomini del kurgan varcarono il basso Danubio ed i monti dei Balcani, occuparono l'est della Bulgaria e della Grecia in cui la cultura di Ezero si costituì, poi proseguirono la loro progressione sino nell'Anatolia occidentale dove fondarono il sito di Troia I (Troja I, il livello più antico della città di Troia).

 

Secondo Marija Gimbutas, queste ondate di popolamento segnano l'inizio dell'indoeuropeizzazione dell'Europa centrale. È sicuramente nella zona balcano-danubiana che gli Ittiti, poi i Frigi e gli Armeni sono partiti per l'Asia minore, ma la cronologia esatta degli avvenimenti non è chiara. Gli Ittiti sono probabilmente legati alla cultura di Ezero, che sembra sia durata per tutto il III millennio e dunque essere sorti dalla seconda ondata. Ma alcuni archeologi pensano che questa cultura ha raccolto un importante eredità della prima ondata. Gli Ittiti sarebbero in questo caso i discendenti degli uomini dei  Kurgan che avevano lasciato l'Ucraina durante il V millennio.

 

Quest'ultimi hanno interrotto lo sviluppo di una civiltà che avrebbe potuto avere un grande futuro, essi non erano che dei "barbari" di fronte agli uomini del Danubio? Il grado di civiltà non si misura soltanto dalle realizzazioni architettoniche ed alla padronanza della ceramica e della metallurgia. Può anche misurarsi in rapporto alla vita intellettuale o spirituale. Gli uomini dei kurgan hanno potuto avere dei sacerdoti che vivevano in modo semplice ma che si dedicavano a profonde speculazioni filosofiche, come i druidi. L'archeologia non può sfortunatamente insegnarci nulla a proposito. (Il curatore di questo blog, ovviamente condanna simili inconsistenti e reazionarie posizioni che dimostrano unicamente l'assoluta ignoranza dell'autore).

 


3. Gli uomini dei kurgan in Asia

 

Marija Gimbutas si è soprattutto occupata dell'indoeuropeizzazione dell'Europa. Di fatto, questo fenomeno è molto più chiaro in Asia. Innanzitutto, sin dal 3500 a. C., esisteva in Siberia meridionale una vera culla della cultura dei Kurgan: la cultura di Afanasievo. Sarebbe esistita durante la maggior parte del III millennio prima di essere sostituita dalla cultura di Okunevo. Quest'ultima fu fondata da Siberiani, degli uomini di tipo mongolide. Presso loro, gli uomini di Afanasievo erano degli estranei: come gli uomini dei Kurgan erano dei tipi qualificati come proto-europoide. È difficile non vedere in essi gli antenati dei Tocari, i più orientali di tutti gli indoeuropei, localizzati sul territorio dell'attuale Cina (nel bacino del Tarim nel sud dei Tian Shan). L'archeologia indica che vi si trovavano almeno all'inizio del II millennio, poco prima della sparizione della cultura di Afanasievo.

 


 

Territori delle culture  di Andronovo e Afanasievo.



Inoltre, è quasi certo che gli Indoeuropei e gli Ariani sono gli eredi, dal punto di vista linguistico e culturale, della cultura delle Tombe a fossa. Nel corso del III millennio, un popolo che possiamo qualificare come proto-indoeuropeo ha dovuto occupare una grande parte di questa area culturale. I primi elementi di prova sono linguistici: all'epoca in cui erano ancora indifferenziati, dunque nel corso del III millennio, l'indo-iranico ha fornito un importante vocabolario alle lingue ugro-finniche. Questa famiglia comprende le lingue della Finlandia e dell'Estonia, l'ungherese così come delle lingue parlate in Russia come il mordvino o il mansi (o vogulo). Si sa che il suo focolare si trova nel nord della Russia, il che implica che i Proto-indoiranici sono vissuti vicino a questo territorio. Alcune di queste corrispondenze sono riportate qui sotto.

 

 


  Ugro-finnico Indo-iranien
dio *pakas *bhagas
cielo
(essere celeste)
*taivas *daivas
falce *tarwas *dharvas
lupo *werkas *vrkas
porcellino *porcas *parcas
morte *martas *mrtas



Verso la fine del III millennio, i futuri Indoeuropei si diressero verso il sud-ovest, sino a quel che oggi chiamiamo il Turkestan russo dove si integrarono probabilmente ad una grande civiltà detta bactro-margianna (BMAC, Bactria-Margiana Archaeological Complex, in inglese). Le steppe ucraine e russe furono allora lasciate in mano ai futuri Iraniani. Gli Ugro-Finnici continuarono a prendere in prestito dal vocabolario, ma agli Iranici e non più ai Proto-indoiranici. Sul Volga, una cultura detta delle Tombe a volta (Srubna) si formò all'inizio del II millennio. Derivava molto chiaramente da quella delle Tombe a fossa. Un'altra cultura strettamente apparentata, quella di Andronovo, si costituì nello stesso momento in Asia intorno ad un nucleo inglobante i siti Sintashta e Petrovka (in malva sulla carta).


Nel corso del II millennio, conosbbe una prodigiosa estensione che le fece occupare tutto l'attuale Kazakhstan ed una parte della Siberia (zona arancione). Questo fenomeno è sicuramente legato all'invenzione del carro da guerra tirato da due cavalli. I suoi più antichi esemplari sono stati trovati a Sintashta. Gli Iranici nomadi, come gli Sciti ed i Sarmati, padroni delle steppe eurasiatiche sin dal VII secolo, erano molto probabilmente gli eredi della cultura di Andropovo, forse anche di quella delle Tombe a volta. Così, un'evoluzione continua lega innegabilmente la cultura dei Kurgan a quella di un popolo indoeuropeo, gli Iranici.


4. Argomenti supplementari

 

In favore della teoria dei kurgan, possiamo citare gli argomenti seguenti. Essi consistono nel evidenziare che essa presenta le caratteristiche presenti presso i Proto-indoeuropei. Ricordiamo che questi sono definiti come il popolo che parlavano la lingua madre delle lingue indoeuropee e che si può abbozzare un ritratto della loro civiltà attarverso la comparazione delle civiltà indoeuropee più antiche.


  • I monumenti più caratteristici della cultura dei kurgan sono dei tumuli. La maggior parte dei popoli indoeuropei conoscevano anche questo modo di inumazione. I morti vi erano adagiati sulla schiena, le gambe ripiegate. Questa posizione rara e arcaica è ancora osservata all'est dell'Ural nella cultura di Sintashta, all'inizio del II millennio , così come nel sud del bacino del Tarim verso l'anno 500, approssimativamente sul territorio dei Tocari. Un altro punto comune a queste culture è l'usanza di dipingere i defunti con ocra.
  • Il cavallo ha avuto un posto considerevole nella storia di tutti gli indoeuropei, ora la cultura dei kurgan l'ha precocemente addomesticato. Si conoscono due parole designanti i cavalli in indoeuropeo comune, *markos e *ekwos. Quest'animale è presente anche in tutte le mitologie indoeuropee.
  • Oltre al cavallo, gli uomini dei kurgan allevavano dei bovini, dei montoni e dei porci. Avevamo due tipi di abitazioni: delle grandi case, che potevano superare i dieci metri di lunghezza e delle capanne. Si può ragionevolmente supporre che le grandi case (conosciute anche dalla cultura di Andronovo) erano in realtà delle stalle e che gli uomini vivevano nelle capanne. Questo attesterebbe dunque la pratica del grande allevamento, conosciuto da tutti gli indoeuropei.
  • I proto-indoeuropei utilizzavano dei veicoli a ruote, perché essi possedevano tutto un vocabolario che vi si rapportava come *kwekwlo-, derivato dal verbo kwel- "girare". I veicoli a ruote più antichi datano al IV millennio. Sono stati trovati in Mesopotamia e nella cultura dei Kurgan.
  • I proto-indoeuropei si battevano con delle mazze, *wagros, delle lance e delle frecce (gli Sciti erano degli arcieri di temibile abilità). I kurgan hanno consegnato numerose mazze, in pietra o in porfido a volte scolpite, così come abbondanti punte di lance e di frecce. Si sono trovati anche in queste tombe dei lunghi coltelli in silice che si sono in seguito evoluti per diventare delle spade. La presenza di tutto quest'armamentario mostra che gli uomini dei kurgan erano dei guerrieri.
  • Oltre all'oro ed all'argento, il solo metallo conosciuto dai proto-indoeuropei era il rame *ayos. Essi non avevano la parola per designare il ferro. La cultura dei Kurgan è dell'epoca calcolitica (non conosceva che l ametallurgia del rame).



Serge Papillon

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

LINK al post originale:
La théorie des kourganes


LINK pertinenti all'argomento:
Ai tempi della dea
C'era una volta l'isola di Creta
All'origine del Genocidio amerindiano: colonialismo e industrializzazione

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17 settembre 2009 4 17 /09 /settembre /2009 17:11

Ai tempi della dea





di ACHILLE WEINBERG


Le "Veneri" della preistoria, le figure femminili dipinte sulle ceramiche, i segni astratti incisi su dei vasi, tutti questi resti rappresentano, secondo Marija Gimbutas, una grande dea- simbolo di vita- il cui culto fu costante nel corso della preistoria e del neolitico europei.

Una "dea" abitava lo spirito dei cacciatori della preistoria. Una dea dalla femminilità marcata ed il cui profilo o i tratti caratteristici- seni, natiche, pube, grandi occhi- si ritrovano dappertutto in Europa, dipinti o incisi sulle pareti delle caverne, scolpite nella pietra, l'osso o il legno. Migliaia di anni più tardi, dominava ancora gli agricoltori del neolitico. Dappertutto in Europa, la si scopre dipinta su ceramiche o incisa su oggetti quotidiani. Per quasi 25.000 anni, i primi Europei dedicheranno un culto a questa dea, simbolo della natura e fonte di vita, che fa nascere i bambini e crescere le piante.

Poi, verso il V millennio a. C., dei popoli indoeuropei, guerrieri selvaggi, allevatori di cavalli, avrebbero sottomesso le società agrarie ed imposto la loro lingua, il loro potere, i loro miti: degli dei maschili, autoritari e violenti, avrebbero allora respinto in un lontano passato le affascinanti dee preistoriche. Ecco, a grandi tratti, la storia antica dell'Europa, così come l'ha ricostruita Marija Gimbutas a partire dalle sue numerose ricerche archeologiche.

Marija Gimbutas era lituana. Nata nel 1921, abbandonò il suo paese natale per rifuggiarsi, durante la guerra, in Austria, in cui iniziò i suoi studi di archeologia e di linguistica, proseguiti in Germania dove ottenne il suo dottorato nel 1946. Dopo la guerra, la ritroviamo negli Stati Uniti, all'università di Harvard, in cui è reclutata come ricercatrice, specialista dell'archeologia dell'Europa dell'Est, campo allora del tutto sconosciuto. È negli anni 60 che si farà conoscere per la sua famosa teoria della "cultura dei kurgan" che susciterà un primo grande dibattito nella comunità scientifica.

Kurgan è il nome turco per designare i tumuli, queste sepolture monumentali collettive, apparse nella regione del Volga, tra il mar Nero ed il mar Caspio, che si sono espansi in seguito in tutta l'Europa. I kurgan sarebbero, secondo Marija Gimbutas, i simboli più notevoli del primo popolo indoeuropeo: un popolo di allevatori e di guerrieri che avrebbero invaso l'Europa e l'India del Nord. Ad ondate successive, esso avrebbero imposto ovunque la sua lingua ed i suoi miti. Con questa teoria dei Kurgan, Marija Gimbutas ha dato una consistenza archeologica a questo mitico popolo indoeuropeo che, secondo linguisti e mitologi, avrebbe costituito lo strato comune dell'Europa e dell'India del Nord.

Nel 1963, Marija Gimbutas entra alla UCLA. Negli anni successivi inizia una campagna di scavi nell'Europa del Sud-Est (Iugoslavia, Grecia, Italia), scavi che si prolungheranno per una quindicina di anni e la orienteranno verso una nuova direzione di ricerca. Tra i reperti tratti dalla sottosuolo, Marija Gimbutas nota che numerose ceramiche hanno forme femminili. Alcune recano segni geometrici- forme a V, ad M e a zig zag. Si ritrovano in altri luoghi questi segni su ceramiche a forma di uccello.

Più scava, più si accumulano delle tracce troppo frequenti per essere trascurate, cosa che invece fanno la maggior parte dei suoi colleghi: L'insieme dei materiali disponibili per lo studio dei simboli della vecchia Europa è così vasto quanto la negligenza di cui questo studio è stato fatto oggetto. Emerge una nuova ipotesi. E se le figure femminili fossero ddelle dee? E i segni e figure geometriche che le accompagnano di rappresentazioni simboliche di queste dee (come la croce sostituisce Gesù nella simbologia cristiana)? In questa ipotesi, l'abbondanza delle vestigia attesterebbero la presenza di una forte presenza femminile accanto agli dei maschili.

Nel 1974, Marija Gimbutas pubblica un primo libro intitolato Dee e dei dell'antica Europa. In questo primo libro, sostiene che un culto di tre dee femminili era presente nel Sud-Est europeo. In seguito, estenderà la sua ipotesi a tutta l'Europa e fonderà le figure femminili in una sola e medesima dea. Negli anni che seguirono e sino alla sua morte nel 1994, Marija Gimbutas non smetterà di approfondire questa pista. Il linguaggio della dea è in qualche modo l'approdo e la sintesi delle sue ricerche sulla dea della preistoria.

Per un'archeomitologia

Come decifrare la mitologia di una società senza scrittura le cui vestigia si riassumono con ceramiche, utensili, oggetti incisi con motivi geometrici? In genere, gli archeologi si guardano bene dal lanciarsi in interpretazioni simboliche, il loro compito principale si limita a datare e classificare i materiali ritrovati per ricostruire i prestiti, tracciare le aree culturali ed i loro possibili contatti. Marija Gimbutas, ha osato trasgredire a questo divieto. Si è dedicata a ricostruire l'universo mentale delle società della presitoria grazie ad una nuova procedura: l'"archeomitologia".

Ecco come procede. In numerose società senza scrittura, gli artisti rappresentano le donne non soltanto con profili femminili, ma a volte con una semplice parte del corpo: seni, natiche, occhi... Il triangolo pubico è anch'esso spesso rappresentato. Il modo più semplice, più geometrico e più universale di rappresentarlo consiste nel tracciare una V. se la V è dunque il simbolo femminile della donna, Marija Gimbutas pensa che i numerosi motivi a chevron (due V sovrapposte) designano anch'essi il sesso femminile. Allo stesso modo, poiché si ritrovano spesso associate la figura della V e dei chevron incisi su delle ceramiche a forma di uccello, Marija Gimbutas ne dedusse che la figura dell'uccello è egualmente un simbolo femminile. Ammettendo questa convenzione (V, chevron semplici, doppi o tripli, figure di uccelli, seni...), è allora apparso che il segno della donna è onnipresente in tutta l'Europa del Sud-Est.

Per slittamenti graduali e giustapposizioni di motivi, Marija Gimbutas pensa allora di reperire tutta una gamma di figure ritenute di rappresentare la dea. Può apparire sotto forma di dea-uccello e, per estensione, con un becco d'uccello o di un uovo. L'acqua è egualmente associata alla divinità femminile. Può essere designata con una linea tratteggiata (alcuni tratti verticali) o una M rappresentante l'onda. Per estensione, tutti i motivi ad M sono supposti rappresentare l'acqua, dunque la dea. Tutta la simbolica della dea sarebbe legata con il ciclo della vita, il mistero della nascita e della morte, quello del rinnovamento della vita- non soltanto della vita umana, ma di ogni forma di vita sulla Terra come nella totalità del cosmo.

Nel corso della lettura e con il grande sostegno delle illustrazioni (quasi 500 figure sono riprodotte nel libro Il linguaggio della dea), Marija Gimbutas si sforza nel descrivere il senso che poteva assumere la divinità nella cultura dell'Europa antica. La dea è innanzitutto colei che dà la vita. È dunque presente nei rituali della nascita e della fertilità. Ecco perché è associata all'acqua, fonte di ogni forma di vita e per estensione all'uccello d'acqua, ma anche alla rana ed al pesce. La dea è egualmente legata al rinnovamento delle stagioni e dunque alla terra nutrice, alla morte ed alla rigenerazione. In fondo, tutta la simbolica della dea rinvia alle credenze dei popoli agrari concernenti la sterilità e la ferticlità. La fragilità della vita, la minaccia costante della distruzione così come del rinnovamento periodico dei processi generatori della natura sono tra i più tenaci.

Se la procedura archeomitologica sostenuta da Marija Gimbutas è pertinente, il progresso scientifico è immenso. Dà di colpo le chiavi per interpretare dei segni, delle incisioni, motivi astratti presenti in tutta la preistoria, che erano sino ad allora trattati come semplici motivi decorativi o segni enigmatici che ci si vietava di decifrare. Di colpo, le ceramiche decorate svelano una storia nascosta e tutti questi segni che si erano scambiati come semplici fioriture si rivelano essere un ricco linguaggio simbolico associato al culto della dea.

Evidentemente questa impresa di decifrazione comporta molti rischi. Il primo è quello della "sovrainterpretazione" dei segni. Alla lettura di Marija Gimbutas, si rimane a volte scettici di fronte a certe conclusioni affrettate o ananlogie poco evidenti. Se l'assimilazione della figura ad M ad un onda è abbastanza convincente, in compenso, l'associazione dei meandri labirintici e dell'acqua è molto meno evidente di quanto l'afferma l'autrice, senza alcuna dimostrazione. Allo stesso modo, l'associazione tra le linee verticali, l'acqua e la dea riposa su dati molto fragili, troppo sistematizzati.

Rimane il fatto che avremmo torto a respingere il metodo- per natura ipotetico- in nome dei suoi difetti.Come fa notare giustamente Jean Guilaine nella prefazione, si darà a credito di Marija Gimbutas di aver aperto la via ad un'archeologia simbolica (...) Ma giustamente orientare una disciplina fondalmentalmente collegata allo studio dei dati materiali verso il campo dell'immaginario implicava già un certo coraggio intellettuale e una forma acuta di non conformismo.

La dea domina il panteon preistorico? Ciò che impressiona fortemente in questo volume è la permanenza negli archivi archeologici di queste presenze femminili. Secondo Marija Gimbutas, la figura della grande dea avrebbe dominato la cultura europea su un periodo molto lungo- 25.000 anni ed una zona geografica molto vasta: tutta l'Europa dall'Atlantico agli Urali, dal Nord al Sud. Questa presenza così estesa supera considerevolmente le delimitazioni culturali classiche degli archeologi.

Come spiegare la continuità simbolica tra le veneri del paleolitico (caratterizzata dalle società di cacciatori-raccoglitori) e le dee della fertilità delle società agrarie? Se, come afferma l'autrice, la dea femminile è caratteristica delle società agrarie (dunque quelle del neolitico), come spiegare che le sue origini risalgano al paleolitico superiore (società di cacciatori)?  Non si troverà qui risposta [1]. Ed è anche un peccato che il problema non sia accennato. Altra questione, la figura della dea è una divinità dominante (dea madre) o una figura tra le altre di un panteon variegato? Non attenendosi che a questo simbolo, si ha la sensazione che ha invaso tutto il campo della mitologia. Anche su questo punto, la Gimbutas tace. Quest'ultima aveva rivelato in Dee e dei dell'Antica Europa tutto un panteon di dei nell'europa antica.

È tanto più fastidioso che l'autrice non ceda in nulla all'ipotesi del "matriarcato primitivo" che le si è spesso attribuito. L'opera di Marija Gimbutas è stata in effetti adottata dalle teoriche del femminismo per appoggiare la tesi secondo la quale le epoche preistoriche sarebbero state contraddistinte da uno stadio matrisrcale in cui il potere dominante era quello delle donne. Non è affatto un caso se il libro è edito dalle edizioni Des femmes/Antoinette Fouque... Però Marija Gimbutas non sostiene in nulla la tesi femminista. L'archeologa precisa esplicitamente che la presenza di dee femminili riflette piuttosto una "cultura gilanica", una struttura sociale in cui il potere tra i due sessi è più equamente ripartito. Questa cultura si oppone ad una cultura androcratica in cui l astruttura sociale è dominata dal sesso maschile (o patriarcale).

Non è che in seguito, verso la metà del V millennio a. C., che una cultura patriarcale, maschile, sorse sulle rive del Volga e si espanse in seguito in Europa.

Questa nuova cultura avrebbe allora scalzato il posto preminente occupato dalla dea, o dalle dee femminili, nel panteon preistorico.

[Traduzione e ricerca iconografica di Ario Libert]

NOTE


[1] La divulgatrice delle ricerche di Gimbutas, Riane Eisler, nei suoi magistrali studi Il calice e la spada e Il piacere è sacro, e la cui lettura raccomandiamo caldamente, ha ampiamente dato spiegazione di quel che all'autore del presente saggio appare un mistero: i paleolitici non erano dei semplici cacciatori! Più semplice di così... E poi che bisogno avevano di cacciare tutto il tempo per nutrirsi quando avevano a disposizione fiumi pescosissimi e sterminate distese di praterie e boschi da cui trarre cibo a profusione? Siamo qui in presenza di un pregiudizio duro a morire in quanto ideologicamente fondato sul modello evoluzionistico dello sviluppo storico e sociale sorto, non a caso, con le prime forme di società statuali gerarchiche, classiste e guerrafondaie (N.d.T.).


 



BIBLIOGRAFIA di base per approfondire l'argomento:

 

Marija Gimbutas, Il linguaggio della dea, Venexia, Roma, 2008, [1989].

Marija Gimbutas, Le dee viventi, Medusa, Milano, 2005, [1999].

Riane Eisler, Il calice e la spada, Frassinelli, Milano, 2006, [1988].

Riane Eisler, Il piacere è sacro, Frassinelli, Milano, 1996, [1995]

AA. VV. [Eisler, Gimbutas, Campbell, Muses], I nomi della dea, Ubaldini, Roma, 1992, [1991].

Erich Neumann, La grande madre, Astrolabio, Roma, 1981, [1955].

Pepe Rodriguez, Dio è nato donna, Editori Riuniti, Roma, 2000, [1999].

Martin Bernal, Atena nera, Pratiche Edizioni, Parma, 1992, [1985].

Franz Baumer, La grande madre, ECIG, Genova, 1995, [1993].


 

 

LINK al post originale:
Au temps de la déesse

 

 

LINK ad un importante documentario su You Tube, diviso in sette parti, su Marija Gimbutas:

Signs Out the Time

 

 

LINK pertinenti:

C'era una volta l'isola di Creta

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1 settembre 2009 2 01 /09 /settembre /2009 08:15

Genocidio degli Herero e campi di concentramento tedeschi:

il nazismo effettuava i suoi primi passi in Africa
Herero sopravvissuti alla fuga attraverso il deserto di Omaheke (Kalahari).

 

 




Alla fine del XIX secolo l’Europa proseguiva il suo saccheggio in Africa sostituendo la barbarie negriera al bastone e ferocità della colonizzazione. La Germania di Bismarck e di Guglielmo II prende piede nella regione dell'attuale Namibia sulla costa sud ovest africana in cui sogna sulle ricchezze in diamenati della regione che trasforma in colonia di popolamento. Per spogliare il popolo autoctono soprattutto gli Herero, essa dispiegherà una violenza radicale pionieristica, annunciatrice di tutti gli orrori razionalizzati dei genocidi del XX secolo: Sterminio, Campi di concentramento, ideologia della purezza razziale, esperimenti medici sugli Africani, tutti questi abominii furono perpetrate dai Tedeschi contro gli Africani all'inizio del XX secolo, prima delle recidivi che ben conosciamo. Questo primo genocidio, rimane occultato, taciuto, negato, senza riconoscimento internazionale né riparazioni.

 

La comprensione degli orrori che il XX secolo ha riprodotto con una regolarità spaventosa, i genocidi, è assolutamente indispensabile a quella parte dell'umanità sincera desiderosa di vaccinarsi contro la sua capacità di autodistruzione e di sterminio di quell'Altra. La ricerca di un reale progresso nel vivere insieme in un mondo di interpenetrazione, di scambi multiformi, di pluralità religiose, culturali, ideologiche, non potrebbe esimersi molto presto, a colpi di commemorazioni convenute, delle piaghe aperte che devitalizzano ancora molto delle società del pianeta.

 

Sarebbe illusorio pensare di premunirsi contro i deliri sterminatori di un passato umano ancora presente se le procedure della ricerca storica dovessere arrestarsi come autocensura ai limiti delle violenze dei Bianchi tra e contro di Essi. L'ideologia della purezza razziale, della classificazione degli esseri viventi, della gerarchizzazione dei popoli è proliferata all'estremo durante la conquista sanguinaria del mondo da parte dell'Europa, del Nuovo Mondo da parte della civiltà bianca. Questa gerarchizzazione ha dato legittimità alla cristiana e illuminata Europa per ridurre in schiavitù, in beni mobili e strumenti animati privi di coscienza né personalità giuridica, decine di milioni di Africani per quattro secoli.

 

La conseguenza di questa disumanizzazione è stata quella di iniettare all'Europa la sociopatia di una visione razziale verticale del mondo ed un eurocentrismo strutturale malato e criminale. Applicando a se stessa l'ideologia della purezza, dei buoni e dei cattivi un tempo riservata ai selvaggi dell'Africa e dell'America, l'Europa ha creato il Nazismo. Questa costruzione totalitaria prolunga la scala della gerarchia tra Bianchi superiori, gli Ariani essendo i Bianchi superiori tra i superiori, i non-Ariani bianchi benché di sangue elevato retrogradati in dignità. Così ogni commemorazione dei genocidi come attentato al genere umano dovrebbe necessariamente cominciare dalle prime ore decisive di questo scivolamento verso il delirio sterminazionista, le ore negriere e più nello specifico il genocidio del Sud-Ovest Africano.

 

Il genocidio degli Herero è a questo proposito emblematico di tutti i suoi parenti del XX secolo cristiano, mettendo sotto accusa la Germania coloniale, carnefice del popolo Herero. Questa esperienza tedesca va a legare i quadri ideologici e mentali razzisti, la pratica raffinata e burocratizzata dei campi di concentrazione, della schiavizzazione degli Inferiori raggruppati in strutture gestite. Elementi che torneranno tragicamente durante i genocidi degli Armeni e degli Ebrei qualche anni, decennio dopo.

 

In piena effervescenza e rivalità coloniali, la Germania che si era installata sulle coste dell'attuale Namibia nel 1884 decide di appropriarsi dello spazio africano per farne una colonia di popolamento. Le promesse del sottosuolo della namibiano li incitano e la ribellione dei popoli autoctono, gli Herero, guidati dal capo Samuel Maherero nel gennaio 1904 fornisce un eccellente pretesto di sterminio degli Africani. La Germania del Kaiser Guglielmo II richiama in servizio un adepto dei metodi forti sperimentati in Cina e nell'Africa orientale tedesca, il generale Lothar Von Trotha al posto del maggiore Leutwein giudicato troppo debole tenendo conto delle perdite umane tedesche.

 

In due anni più dell'80% di una popolazione stimata a 80 mila persone sparisce sotto il fuoco tedesco benché la sconfitta militare degli Africani era acquisita sin dall'Agosto del 1904, otto mesi dopo l'inizio delle ostilità. Alcune delle sentenze degli ordini di sterminio che presiedevano questi massacri sono conosciuti, tratti dalle lettere di Von Trotha, come quella del 4 ottobre del 1904: "La nazione Herero doveva sia essere sterminata o, nell'ipotesi di un'impossibilità militare, espulsi dal territorio (...) Ho dato l'ordine di sopprimere i prigionieri, di spedire le donne e i bambini nel deserto (...)".

 

Gli Herero sono spinti verso il deserto del Kalahari, Omaheke nella loro lingua, destinazione fatale sul cammino del quale periranno più di 30 mila di loro. Pozzi avvelenati e blocchi delle zone desertiche trasformano il deserto in un luogo di morte a causa dell'impossibilità di far provviste d'acque. La cronaca militare ufficiale avrebbe testimoniato dei lamenti dei morenti, delle loro grida di follia furiosa. Degli Africani rendevano il loro ultimo respiro dopo aver scavato invano a più di 10 metri di profondità in cerca d'acqua. Saranno migliaia gli scheletri che l'esercito tedesco troverà accanto a buche aride mesi più tardi.

 

Per più di tre anni viene esercitata una repressione sistematica e cieca: esecuzioni sommarie sotto forma di impiccagioni, bambini passati alla baionetta, corpi di suppliziati lasciati ad esempio.

 

Superando la logica dello sterminio [Vernichtung] esplicita nei confronti degli Herero, i coloni inaugureranno in Africa i campi di concentrazione e la schiavitù, il lavoro forzato, la servitù dei prigionieri disumanizzati. L'ordine di sterminio una volta rimosso, gli Herero sono caricati di lavori da parte di chiunque, costretti alle attività peggiori. Marchiati con le lettere GH che stanno per gefangene Herero o prigionieri, i sopravvissuti al genocidio, soprattutto le donne cui è stato proibita la procreazione  sono stati raggruppati in campi di concentramento chiamati già durante quest'epoca dai tedeschi Konzentrationslagern. Questo termine destinato ad un macabro successo è attestato per gli Herero sin dal 14 gennaio del 1905. I Tedeschi aggiungono al sistema concentrazionario incontrato la prima volta in Europa sembra in Spagna, 1896, e più tardi nel Sudafrica britannico, 1900, i recinti di filo spinato ed il lavoro forzato.

 

Gli Herero sono utilizzati per l'uso personale dei militari poi a poco a poco delle imprese civili ottengono quote di prigionieri accordate dalle autorità. Alcune grandi compagnie private come ad esempio la compagnia marittima Woermann- diventata SAFmarine- disporranno di loro propri campi. Le condizioni di vita sono disumane in questi campi e la mortalità molto elevata: sotto alimentazione, corpi deperiti, colpi di frusta, insulti, grida, stupri, corpi indeboliti e cadaverici lungo le vie ferrate in costruzione, lavoro massacrante.

 

La fredda burocrazia della morte peculiare dei campi di concentramento nazisti ha cominciato il suo lungo cammino mortale. I campi di Herero sono oggetto di rapporti mensili sul numero dei prigionieri, il genere, i bambini, la loro allocazione ai civili ed alle autorità, il loro grado di attitudine... Nel campo di Swakopmund è tenuto un registro dei morti  precisando la causa del decesso: spossamento, bronchite, arresto cardiaco...

 

I prigionieri di guerra Herero serviranno egualmente per degli esperimenti medici. Numerosi corpi di impiccati andranno a finire nei laboratori tedeschi di dissezione e dei crani erano spediti nelle università di Berlino o di Breslau. Si ricorda a questo proposito che i medici nazisti faranno più tardi collezione di scheletri di Ebrei deportati.


L'Africa sud-Occidentale e l'esperienza Herero hanno contribuito alla conformazione dell'ideologia tedesca della superiotà razziale che alimenterà i successivi genocidi. Dei maestri eminenti del nazista Josef Mengele, chiamato l'Angelo della Morte, Theodor Mollison e Eugen Fischer vi effettuano delle ricerche, rispettivamente nel 1904, l'anno del genocidio herero e nel 1908. Le idee del celebre dottor Fischer fervido teorico della superiorità razziale e dell'eugenetica, futuro pensatore tra tanti altri del genocidio Ebraico, ebbero un funesto e nazionale destino. Nel 1923, imprigionato nella fortezza di Landsberg, Hitler se ne ispirerà per scrivere il suo Mein Kampf.

 

Bisogna dire che gli studi del dottor Fischer sugli Herero lo avevano condotto al disprezzo dell'ibridazione razziale sinonimo di imbastardimento dei superiori, osservazioni che è lecito pensare egli deve aver fatto a partire dagli ibridi conseguenti  alle relazioni sessuali- spesso degli stupri- tra Tedeschi ed Herero. Insegnò le sue teorie ai quadri SS dell'Università di Berlino di cui fu rettore ed in cui contò tra i suoi studenti un famoso nazista, il sunnominato Mengele.

 

L'Africa Sud-Occidentale ha egualmente apportato una certa eredità sociale nelle classi dirigenti naziste. Henrich Goering, il padre di Hermann Goering che sarà uno dei più alti dignitari del Reich nazista, fu il primo governatore civile della colonia. Ricordiamo che Hermann Goering fu il creatore della polizia segreta di Stato, la tristemente famoso Gestapo che egli creò nel 1933 quando era ministro dell'interno della Prussia.

 

Il genocidio Herero forniva dunque un'ideologia razziasta collaudata, delle pratiche di sterminio ed un sistema concentrazionario burocratizzato, inedito ed abominevole. Delle risorse umane di inquadramento dell'ideologia genocidiaria sorsero anche nel solco della Namibia. Gli Herero sono la memoria dei genocidi del XX secolo, sono serviti a loro insaputa da terreno di prova di un orrore che si sviluppera su scala più vasta, il nazismo. Ogni commemorazione dei genocidi non potrebbe fare a meno di questo antenato dell'Afriva del Sud-Occidentale dell'epoca coloniale europrea, la Namibia attuale.

 

Gli Herero hanno formulato delle domande di riconoscimento del loro genocidio allo stato tedesco, comprensivo di riparazioni finanziarie. Un imbarazzo sembra continuare ad infastidire i dirigenti tedeschi che, se si sono pronunciati per un riconoscimento dei massacri circa lo sterminio degli Herero si rifiutano di affrontare la questione dell eriparazioni finanziarie. Questa richiesta è stata presentata anche agli enti economici che probabilmente beneficiarono della servitù degli Herero, soprattutto alla Deutsche Bank chiamata in tribunale per delle riparazioni valutate dai Discendenti delle vittime a 2,2 miliardi di dollari.

 

Ze Belinga

 



[Traduzione di Ario Libert]

 

 

Fonti:

Quest'articolo è basato sui lavori ed argomentazioni di: Tristan Mendès France e Joël Kotek.

Vedere anche il Film Les Héréros, le génocide oublié [Gli Herero, il genocidio dimenticato],  de Tristan Mendès France.

Leggere anche l'opera di Ingolf Diener, Namibie, une histoire, un devenir [Namibia, una storia, un avvenire], Editions Karthala, Parigi, 2000.


Su internet: www.lautresite.com



LINK al post originale:

Génocide Hereros et Camps de Concentration Allemands: Le Nazisme faisait ses classes en Afrique



LINK pertinenti alla tematica:

Rosa Amelia Plumelle-Uribe. Dalla barbarie coloniale alla politica nazista di sterminio

Il vero ruolo dei missionari durante l'epoca coloniale

All'origine del Genocidio amerindiano: colonialismo e industrializzazione

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23 agosto 2009 7 23 /08 /agosto /2009 11:18

Le basi del terrore dei popoli

o le maglie di una rete che imprigiona l’umanità

 




di JULES DUFOUR

 

 


Il controllo delle attività umane, economiche, sociali e politiche mondiali è assicurato sempre più dagli Stati Uniti d’America (USA) la cui volontà di dominio si esprime in una strategia di interventi diretti ed indiretti continui per orientare le norme degli affari mondiali in funzione dei loro interessi. Il Rapporto Globale 2000, pubblicato nel 1980, presentava lo stato del mondo evidenziando le minacce che avrebbero potuto pesare su questi interessi. Venti anni più tardi, gli Statunitensi, per giustificare, nel contesto della loro sicurezza, gli interventi compiuti ad ogni latitudine, costruiscono la più grande montatura che si possa immaginare: “una guerra mondiale contro il terrorismo” ovvero, in altri termini, una guerra contro quelli/e che osano non voler diventare i loro schiavi.


I quattro elementi maggiori della strategia di conquista e di dominio del mondo da parte degli Statunitensi sono:

1) controllo dell’economia mondiale e dei mercati finanziari;

2) saccheggio di tutte le risorse naturali (materie prime e risorse energetiche) nevralgiche per la crescita delle loro ricchezze e del loro potere attraverso le attività delle corporazioni multinazionali;

3) controllo dei 191 governi membri dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ed infine

4) la conquista, l’occupazione e la sorveglianza di questi elementi grazie ad una rete di basi o di installazioni militari che coprono l’intero Pianeta (continenti, oceani e spazio extra-atmosferico). Si tratta di un Impero di cui è ben difficile determinare la giusta ampiezza.


È tuttavia possibile descriverne la configurazione globale a partire dalle informazioni rese pubbliche nei rapporti annuali presentati al Congresso statunitense sulle spese militari nazionali e la rete delle basi militari dislocate all’estero ed anche in una serie di analisi della configurazione di questo insieme in numerose regioni del mondo.

Questo articolo ha per obiettivo di presentare un breve prospetto della rete mondiale delle basi militari possedute o controllate dagli Statunitensi, gli effettivi, le aree della divisione spaziale di queste installazioni, i costi annui del loro impiego, gli elementi da esse sorvegliati ed i progetti attuali di espansione di questa rete.

Esamineremo, in una seconda parte, il movimento mondiale di resistenza popolare a questi progetti. Analizzeremo, in un altro articolo, le reti di altre potenze nucleari come quelle del Regno Unito, della Francia e della Russia.


I. Le basi militari.

Le basi militari sono i luoghi di addestramento, di preparazione e di stoccaggio degli equipaggiamenti di guerra degli eserciti nazionali nel mondo. Sono poco conosciute, perché visitarle è di fatto proibito per il grande pubblico. Benché esse presentino numerose configurazioni secondo le specifiche funzioni che sono chiamate a svolgere, possono essere classificate in quattro grandi categorie: le basi aeree (Air Force), foto 1 e 2, le basi terrestri (Army), le basi navali (Navy) e le basi di comunicazioni e di sorveglianza (Spy).


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Foto 1. Base aerea di Diego Garcia situata nell’Oceano Indiano.

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Foto 2. Diego Garcia. Vista di due B-52 e di sei Kc-135.


II. Più di 1000 basi o installazioni militari

La maggior parte delle fonti di informazioni su questa questione (soprattutto C. Johnson, il Comitato di Sorveglianza della Nato, l’International Network for the Abolition of Foreign Military Bases, ecc.) rivelano che gli Statunitensi posseggono o occupano tra 700 e 800 basi militari nel mondo.

Concepita da Hugh d’Andrade e realizzata da Bob Wing, la carta 1 intitolata: “U.S. Military Troops and Bases around the World”, The Costs of ‘Permanent War’, pubblicata nel 2002, permette di costatare la presenza di militari statunitensi in 156 paesi, della loro presenza su basi statunitensi in 63 paesi, di basi recentemente costruite (dopo l’11 settembre 2001) in sette paesi ed un totale di 255.065 effettivi militari. Questa presenza che si traduce in un totale di 845.441 installazioni diverse copre, nei fatti, dei terreni per una superficie di 30 milioni di acri. Secondo Gelman, basandosi sui dati ufficiali del Pentagono del 2005, gli USA possiederebbero 737 basi all’estero. Con quelle del territorio metropolitano e dei loro propri territori, le basi coprirebbero una superficie totale di 2.202.735 ettari, cosa che farebbe del Pentagono uno dei più grandi proprietari terrieri del pianeta (Gelman, J., 2007).


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Mappa 1. I militari statunitensi nel mondo. I costi della ‘guerra continua’ e alcuni dati comparativi


I dati di Peace Pledge Information 2003, indicano che tra il 2001 e il 2003 la rete statunitense comprendeva 730 installazioni e basi in più di 50 paesi e si appoggiava su di un personale militare americano in dozzine di altri paesi (mappa 2). Altre fonti menzionano che gli USA possedevano nel 2004 più di 750 basi suddivise in 130 paesi su tutti i continenti. Un grande numero di esse erano situate su isole. Secondo C. Johnson, l’Impero americano ne possiederebbe o affitterebbe più di 1000 in totale all’estero (Johnson, 2007). In breve, le basi e le truppe statunitensi occupano e controllano la quasi totalità degli spazi terrestri e marini del pianeta. Alcuni paesi sembrano ancora sfuggir loro come la Siria, l’Iran, la Corea del Nord, Cuba ed il Venezuela, una situazione che un Impero, si può esserne certi, non potrà tollerare troppo a lungo.


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Mappa 2. Le basi militari statunitensi nel mondo (2001-2003)


La mappa della Rete mondiale NO BASES (mappa 3) mostra quanto segue:

- Basi operative situate nel nord America, in alcuni paesi latino-americani, in Europa Occidentale, nel Medio Oriente, in Asia centrale, in Indonesia, nelle Filippine ed in Giappone.
- Basi disattivate
- Nuovi basi selezionate
- Basi di spionaggio
- Basi di spionaggio satellitare
- Paesi con basi statunitensi
- Basi la cui acquisizione è in negoziazione
- I paesi senza basi americane



La superficie terrestre è strutturata in un vasto campo di battaglia

Queste basi o installazioni militari di diversa natura sono suddivise su di una griglia di comandi divisi in cinque unità spaziali e quattro unità speciali (Unified Combattant Commands, Mappa 4)


unifiedmap_sm.jpgMappa 4. Il mondo ed i territori sotto la responsabilità di un comando o struttura di comando.
Ogni unità è posta sotto il comando di un generale. La superficie terrestre è dunque caratterizzata come un vasto campo di battaglia che può essere pattugliato o sorvegliato costantemente a partire da queste basi.

I territori sotto comando sono (abbiamo conservato i loro nomi in inglese) il Northern Command (Peterson Air Force Base, Colorado); il Pacific Command (Honolulu, Hawaii); il Southern Command (Miami, Florida, mappa 5); il Central Command (MacDill Air Force Base, Florida); l’European Command (Stuttgard-Vaihingen, Germania); il Joint Forces Command (Norfolk, Virginia): lo Special Operations Command (MacDill Air Force Base, Florida); il Transportation Command (Scott Air Force Base, Illinois) e lo Strategic Command (Offtut Air Force Base, Nebraska).


mapabases.gifMappa 5. Il Southern Command


La NATO, in quanto alleanza militare ed ormai anche politica, possiede la sua rete di basi, 30 in totale, situate prevalentemente in Europa occidentale: Whiteman negli USA; Faurfors, Lakenheath e Mildenhall nel Regno Unito; Eindoven in Ollanda; Brüggen, Geilenkirchen, Landsberg, Ramstein, Spangdahlem, Rhein-Main in Germania; Istres e Avord in Francia; Morón de la Frontera e Rota in Spagna; Brescia, Vicenza, Piacenza, Aviano, Istrana, Trapani, Ancona, Pratica di Mare, Amendola, Sigonella, Gioia del Colle, Grazzanise e Brindisi in Italia; Tirana in Albania; Incirlik in Turchia; Eskan Village in Arabia saudita e Ali al Salem in Kuwait.

III. Un personale militare ad ogni latitudine

Secondo i dati della libera enciclopedia Wikipedia (dati del febbraio 2007), il sistema della difesa statunitense metropolitana (si stimano a 6000 il totale delle installazioni militari negli stessi USA) e mondiale fa capo ad un personale di 1.400.000 persone di cui 1.168.195 negli Stati Uniti e nei loro territori oltremare. Secondo la stessa fonte essi ne impiegano 325.000 all’estero di cui 800 in Africa, 97.000 in Asia (escludendo il Medio Oriente e l’Asia centrale), 40.258 in Corea del Sud, 40.045 in Giappone, 491 nella base di Diego Garcia nell’oceano Indiano, 100 nelle Filippine, 196 a Singapore, 113 in Tailandia, 200 in Australia e 16.601 su navi da guerra.

In Europa, si conta ancora la presenza di 116.000 militari statunitensi di cui 75.603 in Germania. In Asia centrale, circa 1.000 militari sono di stanza nella base aerea di Ganci (Manas) in Kirghizistan e 38 si trovano a Kritasanasi, in Georgia, la cui missione è di assicurare l’addestramento dei soldati georgiani. In Medio Oriente, si contano 6.000 militari di cui 3.432 nel Qatar e 1.496 nel Barhein. In Occidente, fuori dagli USA e dai loro territori, se ne ritrovano 700 a Guantanamo, 413in Honduras e 147 in Canada.


La mappa 3 presenta il personale in carica secondo una graduatoria di sette grandi insiemi. Il numero totale del personale della Difesa limitato agli Stati Uniti stessi e nei loro territori è di 1.139.034 militari. Nelle altre regioni dell’emisfero occidentale se ne contano 1.825, in Europa 114.660, in Africa subsahariana 682, in Africa del Nord, in Medio Oriente ed in Asia del Sud 4.274 e nell’Est asiatico, nell’ex-URSS 143 e nel Pacifico 89.846.

 
IV. I costi di utilizzo di questa rete mondiale

Le spese militari degli USA sono passate da 404 a 626 miliardi di dollari, valore equivalente del dollaro del 2007 (dati del Center for Arms Control and Non-Proliferation di Washington) tra il 2001 e il 2007 e dovrebbero superare i 640 miliardi nel 2008 (figura 1 e http://www.armscontrolcenter.org/archives/002244.php ). Esse corrispondevano nel 2006 al 3,7% del PIL e a 935,64$ pro capite.


us-spending-1998-2008.pngFigura 1. Le spese militari degli USA dal 1998.


Secondo i dati della mappa 1 (The Costs of “Permanent War and By the Numbers”) il bilancio della Difesa proposto nel 2003 di 396 miliardi di dollari ha raggiunto nei fatti i 417.4 miliardi e corrispondeva già ad un aumento di quasi il 73% in rapporto a quello del 2000 che ammontava a 289 miliardi e più della metà del bilancio discrezionario degli Stati Uniti. Dal 2003 queste spese vengono ad aggiungersi a quelle della guerra di occupazione dell’Iraq che raggiunge oggi (fine marzo 2007) un totale accumulato di 413 miliardi di dollari secondo il National Priorities Project.

Le stime dei bisogni del bilancio della Difesa che sono stati presentati nel marzo 2006 nel Libro verde della Difesa

Amy Goldstein del Washington Post, nel quadro di un articolo sui fatti salienti del bilancio nazionale del 2007 intitolato 2007 Budget Favors Defense, scriveva a questo proposito: “nell’insieme, il bilancio dell’anno fiscale 2007 avrà come effetto di attuare i cambiamenti che l’Amministrazione si era riproposta di apportare nel corso degli ultimi cinque anni, ossia di aumentare le capacità militari e di difesa contro le minacce terroriste sul suolo degli Stati Uniti restringendo le spese in numerosi settori di attività come quelli dell’educazione e del trasporto ferroviario.”


V. Delle basi per il controllo delle risorse energetiche fossili

Gli Usa hanno intrapreso, dopo gli eventi del 11 settembre 2001, una guerra globale contro il terrorismo, prima in Afghanistan e successivamente in Iraq e accanendosi contro i paesi che non obbediscono fedelmente all’ordine che essi vogliono imporre all’insieme dell’umanità e particolarmente l’Iran, la Corea del Nord, la Siria ed il Venezuela. Essi sorvegliano da vicino i governi che non sono necessariamente favorevoli all’espansione della loro influenza sulle risorse dei loro territori. Essi sono particolarmente preoccupati dai movimenti di resistenza ai loro interventi nell’America del Sud, cosa che ha portato il presidente Bush ad effettuare re­centemente una visita lampo in numerosi paesi come il Brasile, l’Uruguay, la Colombia, il Guatemala ed il Messico « Per promuovere la democrazia ed il commercio», ma soprattutto per tentare di neutralizzare questi movimenti e di edificare un contrappeso suffi­ciente per frenarne l’espansione.

La stessa cosa vale anche per l’Asia centrale. Secondo Iraklis Tsavdaridis, Segretario del Consiglio mondia­le della Pace (WPC), la presenza delle basi militari degli USA non deve essere percepita come al servizio di un obiettivo puramente militare. Le basi sono lì per promuovere gli interessi economici e politici del ca­pitalismo degli Stati Uniti. Per esempio, le imprese ed il governo statunitense hanno già manifestato un vivo interesse per costruire un corridoio di sicurezza per il petrolio ed il gas naturale del bacino del mar Caspio in Asia centrale passando attraverso l’Afghanistan, il Pakistan ed il mar Arabo (mappa 6). Questa regione non conterrebbe che il 6% delle riserve di petrolio conosciute ed il 40% delle riserve di gas. La guerra di occupazione dell’Afghanistan e la costruzione delle basi militari degli USA in Asia centrale sono considerate come un’occasione propizia per fare di questo oleodotto una realtà.

Gli USA sono in guerra in Afghanistan ed in Iraq per questa ragione fondamentale e vogliono perseguire queste operazioni sino al raggiungimento del loro obiettivo. Secondo i dati dell’Enciclopedia libera Wikipedia, le truppe statunitensi impiegate in questo paese hanno in totale quasi 190.000 militari. L’Operazione Enduring Freedom in Iraq soltanto è condotta da quasi 200.000 effettivi includendo i 26.000 soldati degli altri paesi partecipanti alla “missione”. Ventimila potrebbero congiungersi agli altri contingenti i prossimi mesi. In Afghanistan, si conta la presenza di 25.000 militari in totale (mappa 6 e 7).






VI. Delle basi militari per il controllo delle risorse rinnovabili strategiche

Secondo la lista redatta dall’enciclopedia libera Wikipedia, le basi statunitensi all’estero, eredità della Guerra fredda, erano situate principalmente in Europa occidentale di cui 26 in Germania, 8 in Gran Bretagna e 8 in Italia. A queste basi si potevano aggiungere 9 installazioni in Giappone.

Nel corso degli ultimi anni e adesso, nel contesto della guerra contro “il terrore”, gli USA hanno iniziato la costruzione di 14 nuovi basi attorno al Golfo persiano, un piano di costruzione o di rafforzamento di 20 basi (106 installazioni in totale) in Iraq per una spesa totale di 1.100 miliardi di dollari in questo solo paese (Varea, 2007) e l’utilizzo di una decina di basi in Asia centrale.

Hanno anche intrapreso o proseguito dei negoziati con diversi paesi per installare, acquisire, ingrandire o affittare altre basi e, in particolare, con il Marocco, l’Algeria, la Repubblica del Mali, il Ghana (Ghana WEB. 2006), il Brasile, l’Australia (Nicholson, B., 2007), la Polonia, la Repubblica Ceca (Traynor, I., 2007), l’Uzbekistan, il Tagikistan, il Kirghizistan, l’Italia (Jucca, L., 2007) e la Francia con un accordo per installarsi a Gibuti (Manfredi, E., 2007). Tutti questi provvedimenti si inseriscono nella prospettiva di approntare una serie di basi in un corridoio est/ovest tra la Colombia, il Maghreb, il Vicino Oriente, l’Asia centrale sino alle Filippine che gli Statunitensi hanno chiamato “arco di instabilità” (Johnson, C., 2004) così come di assicurare un accesso facile e permanente alle risorse idriche e biologiche di grande valore come quelle del bacino amazzonico (Delgado Jara, D., 2006 e Mappe 9 e 10).



VII. I movimenti di resistenza

Analogamente all’opposizione tradizionale organizzata e condotta dalle organizzazioni pacifiste e anti-guerra nel mondo nel corso degli ultimi 40 anni, la ridefinizione della rete delle basi militari statunitensi imposte da un reimpiego delle forze armate in funzione della localizzazione delle risorse strategiche tradizionali e delle risorse rinnovabili di grande valore suscita numerose manifestazioni di opposizione e di resistenza. Lo si è potuto osservare recentemente in Spagna, in Equador, in Italia, in Paraguay, in Uzbekistan, in Bulgaria e in diversi altri paesi. Queste manifestazioni si sono aggiunte ai movimenti di resistenza di lunga data sviluppati in Corea del Sud, Porto Rico, Guam, nelle Filippine, Cuba, Europa, Giappone ed altrove.

Un movimento mondiale di resistenza alla presenza di basi militari all’estero è nato e si è sviluppato nel corso degli ultimi anni. Si tratta di NO BASES o della Rete internazionale per l’abolizione delle basi militari straniere.

Questa rete ha come obiettivo di proseguire il processo di disarmo e di smilitarizzazione del pianeta e soprattutto lo smantellamento delle basi militari straniere. Raggruppa le organizzazioni che promuovono la pace istituita dalla democrazia partecipativa e la giustizia sociale. La rete No Bases organizza delle campagne di educazione e di sensibilizzazione del pubblico mobilitando, in questo senso, le forze vive della società civile. Si occupa anche dei lavori di riutilizzo dei siti militari abbandonati come è il caso, in particolare, dell’Europa occidentale.

Sino al 2004, queste campagne hanno avuto innanzitutto una portata locale e nazionale. La Rete ha intenzione oramai di estendersi su scala globale, perché come sottolinea la Rete stessa: “È molto importante sviluppare dei legami più forti e più stretti tra le campagne avente un impatto locale e quelle che mobilitano un paese intero o quelle che possono avere una portata mondiale. I gruppi locali attraverso il mondo possono ispirarsi e trarre dei benefici condividendo informazioni, esperienze e strategie”.

La Rete aggiunge: “Il fatto di prendere coscienza che non si è soli nella lotta contro le basi straniere è un fattore che rafforza e motiva gli attori. Le attività e campagne la cui coordinazione è mondiale permettono di fare conoscere anticipatamente la portata e l’importanza della resistenza alla presenza militare straniera nel mondo. Nella congiuntura attuale in cui si assiste ad un processo più intenso di militarizzazione e di ricorso alla forza nel mondo si prova un bisogno urgente e pressante di stabilire e di rafforzare la rete internazionale dei militanti, delle organizzazioni e dei movimenti che portano un’attenzione particolare alla presenza militare straniera e che lavorano al rafforzamento di un sistema di giustizia e di pace”.

Per la Rete, le guerre in Afghanistan ed in Iraq, la militarizzazione e la sorveglianza accresciuta dei governi e delle attività della società civile ad opera degli Stati Uniti costituiscono un momento favorevole al rafforzamento dei movimenti di resistenza: “Durante un incontro internazionale contro la guerra, tenutosi a Giacarta, nel maggio del 2003, qualche settimana prima dell’inizio dell’invasione dell’Iraq, una campagna globale contro le basi militari è stata proposta come un’azione a priori per i movimenti globali antiguerra, di giustizia e di solidarietà”.

Da allora, questa campagna è cresciuta di ampiezza. E’ stata stabilita una lista di indirizzi (nousbases@lists.riseup.net e nousbases-info@lists.riseup.net); essa permette la diffusione delle esperienze dei membri del movimento e scambi di informazioni e di discussioni. Questa lista è formata ora da 300 persone e organizzazioni di 48 paesi.

Un sito Internet permette anche di informare adeguatamente l’insieme dei membri della Rete. Numerose rubriche forniscono un’informazione preziosa sulle attività che si svolgono un po’ ovunque nel mondo.

La Rete è sempre più attiva e pratica, e partecipa, così, ai Forum sociali continentali o mondiali ed organizza conferenze e incontri. Ha partecipato al Forum sociale europeo a Parigi nel 2003 e a Londra nel 2004, al Forum sociale delle Americhe in Equador nel 2004 ed a quello del Mediterraneo in Spagna nel 2005. Uno dei raduni maggiori è stato tenuto a Mumbai, in India, nel 2004 nel quadro del Forum sociale mondiale. Più di 125 partecipanti provenienti da 34 paesi hanno posto le fondamenta di una campagna globale coordinata. Sono state stabilite alcune priorità d’azione come quella di fissare un dato giorno per una Azione globale tendente a sottolineare le sfide concernenti la presenza delle basi militari all’estero. Infine, è importante menzionare che la Rete ha tenuto quattro sedute di discussioni al Forum sociale di Porto Alegre nel 2005 di cui una sul finanziamento delle attività della Rete.

Conviene ricordare che la Rete si iscrive decisamente nel movimento pacifista globale. Ha permesso di far comprendere maggiormente a questo movimento l’importanza della problematica della presenza delle basi militari all’estero e che è importante che gli organismi di giustizia e di pace le prestino una maggiore attenzione.

La pertinenza del dibattito concernente la presenza di basi militari all’estero non è più da dimostrare. Le funzioni attribuite alla base di Guantanamo che sfuggono al controllo del diritto internazionale, le sfide attorno ai progetti di espansione della potenza militare degli USA nel Medio Oriente ed in Asia centrale, la vivace opposizione popolare alle mire ed agli scopi statunitensi nella regione andina in Sud America (mappa 11) come quella che si osserva in Giappone attorno alle basi di Henoko e di Okinawa, ecc., sono una sfida ed esigono un’azione globale concertata contro questa occupazione implicita nel concetto di “Permanent War”.



La conferenza internazionale di Quito e di Manta, Equador, marzo 2007

Una conferenza mondiale di rete per l’abolizione delle basi militari straniere, ha avuto luogo a Quito e a Manta, Equador, dal 5 al 9 marzo 2007. La conferenza ha avuto l’obiettivo di sottolineare gli impatti politici, sociali, ambientali ed economici delle basi militari straniere e di far conoscere i principi dei movimenti anti-basi e costruire formalmente la rete, le sue strategie e piani di azione.

Gli obiettivi principali della conferenza sono stati:

- Analisi del ruolo delle basi militari straniere e di altre forme di presenza militare nella strategia di dominio globale ed i suoi impatti sulla popolazione e l’ambiente;
- Condivisione delle esperienze di solidarietà con le lotte di resistenza contro le basi militari straniere nel mondo;
- Raggiungimento di un consenso sugli obiettivi, sui piani di azione, di coordinamento, di comunicazione e di presa di decisione per una rete globale per l’abolizione di tutte le basi militari straniere e di altre forme di presenza militare;
- Accordo sulle lotte e sui piani di azione globali che rafforzino le lotte delle persone nel paese ed assicurino il loro coordinamento su scala internazionale.

CONCLUSIONI

Questo articolo ha permesso di constatare quanto sia considerevole l’influenza della potenza militare degli Stati Uniti nel mondo e come essa non faccia che aumentare. Gli Statunitensi considerano la superficie terrestre come un terreno da conquistare, da occupare e da sfruttare. La divisione del mondo in unità di combattimento e di comando illustra molto bene questa realtà. In questo contesto, ci sembra che l’umanità si trovi controllata cioè legata a delle catene le cui maglie sono costituite dalle basi militari.

Il processo di re-impiego delle installazioni militari in corso deve essere analizzato in modo meticoloso se si vogliono comprendere le strategie di intervento di Washington in tutte le regioni del mondo. Questo processo è condotto sotto il governo della forza, della violenza armata, dell’intervento attraverso degli accordi di “cooperazione” le cui velleità di conquista sono incessantemente affermate nella progettazione delle pratiche del commercio e degli scambi. Lo sviluppo economico è assicurato dalla militarizzazione e dal controllo dei governi e le società e le risorse immense vengono sacrificate per permettere questo controllo nella maggior parte delle regioni dotate di ricchezze strategiche per consolidare le basi dell’Impero.

L’edificazione della Rete internazionale per l’abolizione delle basi militari straniere si rivela un mezzo straordinario per lottare contro il processo di militarizzazione del Pianeta. Questa rete è indispensabile ed il suo sviluppo non potrà farsi senza un’adesione o un impegno di tutti i popoli del mondo. Sarà estremamente difficile mobilitarli, ma i legami creati da questa rete saranno favorevoli per le lotte concertate su scala mondiale.

Concludendo, conviene rivedere i termini della Dichiarazione finale della 2a Conferenza internazionale contro le basi militari straniere tenutasi a L’Avana nel novembre del 2005, dichiarazione formulata dai delegati di 22 paesi. Quest’ultima racchiude le sfide maggiori concernenti l’avvenire dell’umanità e costituisce un Appello alla solidarietà internazionale per il disarmo e la pace.

Jules Dufour, Ph. D., è presidente dell’Associazione canadese per le Nazioni Unite (A.C.N.U.)/ sezione Saguenay-Lac-Saint-Jean, membro del Circolo universale degli Ambasciatori di Pace, membro del Consiglio nazionale dello Sviluppo & Pace.


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YACIMIENTOS PETROLEROS EN AMÉRICA LATINA :
http://www.visionesalternativas.com/militarizacion/mapas/mapapetrol.htm




Jules Dufour

Fonte: http://www.mondialisation.ca

Post originale datato 10 aprile 2007


[Traduzione di Ario Libert]


LINK al post originale:
Le réseau mondial des bases militaires US


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