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17 febbraio 2010 3 17 /02 /febbraio /2010 12:38




Heidegger e le "filosofie nazional-socialiste".


di Skildy



heidegger-hitler.jpg

Si possono trovare in alcuni siti che contestano il nazismo di Heidegger l'argomento secondo cui, per aver scritto ciò: "le penose accozzaglie di cose tanto insensate come le filosofie nazionalsocialiste", Heidegger avrebbe testimoniato di un anti-nazismo tanto più coraggioso in quanto egli scrisse questa frase nel 1938, quando l'hitlerismo ha già da molto tempo fatto man bassa sull'Università e la cultura.


Bisogna innanzitutto meravigliarsi che dei filonauti heideggeriani danno una tale importanza ad un'osservazione "vigorosa" mentre allo stesso tempo la sottraggono dal suo contesto.


Ora, secondo noi, tutta l'attività di Heidegger dopo il rettorato sino all'inizio del 1940 è consistito per l'essenziale a Radicalizzare il nazismo.


L'obiettivo principale di Heidegger è stato di fornire una giustificazione della necessità di passare da un antisemitismo "artigianale" ad un antisemitismo di sterminio.


Nel discorso del rettorato come nell'Introduzione alla metafisica egli ha, in modo ovviamente criptato, lanciato un appello allo sterminio. (In questo senso Heidegger sarebbe il vero "fondatore" della biopolitica dello sterminio).


Bisogna ricordarsi che, quando egli scrive la frase sulla "accozzaglia", siamo nel 1938: la guerra non è ancora dichiarata ed il genocidio non è ancora iniziato.


Heidegger freme di impazienza in quanto è un hitleriano accanito.


In realtà la sua sedicente critica del nazismo è una critica dal suo lato "filosofico". Per dirlo in modo più franco: egli critica l'antisemitismo filosofico e la sua paralisi nel biologismo per farsare il nazismo allo stadio  del "cominciamento originario" fondato sull'"apertura determinata all'istanza dell'essere". E per essere ancora più chiaro: il suo rifiuto della "filosofia nazional-socialista" è in realtà un appello "vibrante" al genocidio. L'antisemitismo non deve trasformarsi in aceto filosofico ma mutarsi in evento storico capace di aprire una nuova epoca dell'essere. L'antisemitismo di filosofia, e di filosofia biologica, è "reattivo" e non "istoriale".


E bisogna che la "svolta", la svolta istoriale, abbia luogo. per tradurlo in modo ancor più chiaro : bisogna smettere di "filosofare" e creare qualcosa che diventerà la "shoah attraverso le pallottole" poi Auschwitz. È la condizione  affinché il "cominciamento originario" abbia luogo.


Heidegger cerca di rivolgersi all'"elite dell'elite" nazista, soprattutto alle SS di "cultura". Egli crea loro, con cura e sullo sfondo del mito del "popolo di pensatori e di poeti", la giustificazione della necessità dello sterminio.


La frase sedicente anti-nazista proviene da un'addenda ad un testo della conferenza L'epoca delle "concezioni del mondo", pronunciata il 9 giugno 1938.


Ora, in questa conferenza, c'è una "fantasia greca" di Heidegger che si può leggere come una giustificazione dell'"antisemitismo ontologico di sterminio" che è sempre stato quello di Heidegger.


Ecco cosa dice Heidegger nel contesto di un'analisi di ciò che, in Introduzione alla metafisica, egli ha designato con l'espressione di "misinterpratazione dello spirito", misinterpretazione oscurante e che è la conseguenza, ma in questo testo prende cura di non utilizzare questa terminologia, dell'"ebraizzazione del mondo".


L'interpretazione moderna dell'essente è ancora più estranea al mondo greco. Uno degli enunciati più antichi del Pensiero greco sull'essere dell'essente dice: To gar auto noein estin te kai einai. Questa frase di Parmenide vuole fare intendere che all'essere appartiene, perché da esso richiesta e determinata, l'intesa dell'essente.


L'essente, è lo svelamento di ciò che si manifesta, di ciò che, in sua presenza, accade all'uomo al presente, cioè come a colui che si apre egli stesso alla presenza dei presenti lasciandola intendere, intendendola egli stesso.(Sentieri interrotti).


L'espressione chiave è: "lo svelamento di ciò che si manifesta". Questo è il modo heideggeriano di dire e giustificare lo sterminio il quale, ancora una volta, non ha ancora avuto luogo quando il testo viene scritto.


L'espressione vinvia al tema opposto dell'"oscuramento del mondo" ("ebraicizzazione") ma anche ai temi congiunti della "svolta", dell'"istoriale", del "cominciamento originario".


E questo bisogna capirlo. Cioè ascoltarlo e comprendere.


È un consiglio che do a coloro che prendono alcune frasi di Heidegger come se fossero state scritte da uno scriba umanista piuttosto simpatico.

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Heidegger tra rettori nazisti recatisi a porgere il loro sostegno a Hitler al Congresso del partito di Lipsia, 11 novembre 1933 (dal libro di Emmanuel Faye).


Osservazione. È vero che, nella misura in cui la frase è estratta dagli addenda che non sono stati pronunciati durante la conferenza, bisognerebbe innanzitutto assicurarsi che la formulazione di queste addenda datano  al momento in cui la conferenza è stata pronunciata.

 

Sia quel che sia, ciò non cambia nulla nell'essenziale. Nella peggiore delle ipotesi Heidegger ha potuto dare a posteriori un tocco di "critico del nazismo". Ma, quando si guarda bene, questi tocchi non rimettono in causa il nucleo più radicale del nazismo. Ha sempre criticato la mollezza del "nazismo da filosofia" (di "concezione del mondo"). L'ha sempre trovato imprigionato in quel che esso pretendeva poter "liberarsi". Da qui l'appello alla "svolta", al "cominciamento originario", alla "decisione", all'"apertura determinata all'istanza dell'essere". L'antisemitismo deve cessare di essere una "concezione del mondo", o un elemento di una "concezione del mondo", per mutarsi in "svolta istoriale".

 

Heidegger è un autore nazista radicale. Ed è in quanto tale che deve essere studiato e decostruito dagli storici, gli storici delle idee ed i filosofi che non sostengono il negazionismo di Heidegger.

 

 

Skildy


[Traduzione di Ario Libert]

 



LINK:

Heidegger e le "philosophies national-socialsites"



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7 febbraio 2010 7 07 /02 /febbraio /2010 14:34




La Stele della Carestia: geroglifico sulla costruzione delle piramidi

stele della carestia

 

Riassunto della Conferenza di Joseph Davidovits
V Congresso Internazionale di Egittologia, Il Cairo, Egitto
29 ottobre - 3 Novembre 1988.


Gli egittologi hanno a lungo preteso che non  esisteva nessun testo descrivente come le Piramidi erano state costruite. Una pietra incisa su un masso sull'isola Sechel, presso Elefantina in Egitto a nord di Aswan. È stata scoperta nel 1889 da C. E. Wilbour e decifrata dagli egittologi Brugsch (1891), Morgan (1894), Sethe (1901), Barguet (1953) e Lichtheim (1973). Questa stele mostra tre dei caratteri più famosi della civiltà egiziana:


Il faraone Djoser, verso il 2750 a. C., ha costruito la prima piramide, la piramide a gradini a Saqqara. Questo monumento è utilizzato per illustrare l'invenzione della costruzione in pietra.


Imhotep, lo scriba e l'architetto della piramide di Djoser, che è stato onorato e deificato per aver inventato la costruzione in pietra.


Il Dio Knum, il vasaio che, come nella Bibbia, modella i corpi degli uomini e degli dei con il limo del Nilo, l'argilla, o lavorando i minerali.


Questo testo chiamato Stele della Carestia è stato scolpito in epoca recente, durante il regno dei Tolomei (200 a. C.), ma alcuni indizi degni di fiducia hanno portato gli egittologi a credere che, in una forma più ampia, il documento autentico daterebbe dagli inizi dell'Antico Regno (2750 a. C.).


L'aspetto più controverso di questo testo risiede nel fatto che per costruire dei templi, delle piramidi e altri edifici sacri, le istruzioni di Knum e le rivelazioni di Imhotep non menzognano le pietre di cistruzione, come la pietra calcarea p dei blocchi id granito o di arenaria. Questi materiali non si trovano sulla lista. Nel sogno di Djoser (col. 29), Knum cita dei minerali e "dai tempi antichi, nessuno ha mai lavorato con essi (i minerali) per costruire i templi di Dio...". Per costruire dei monumenti, è stato dato a Djoser una lista di minerali e dei minerali i cui nomi geroglifici non sono stati tradotti sinora. È il motivo per cui abbiamo iniziato uno studio approfondito di ogni parola geroglifica, per determinare le parole-chiavi tecniche, quelli che sono con evidenza difficili a tradursi.



Parole-chiavi tecniche non tradotte dagli autori precedenti:



aa1.gif


Mot ‘aa’: è la parola "piramide" tradotta da Brugsch, "delle tombe per dei re" da Sethe e Barguet e "dei palazzi per dei re" da Lichtheim. Tutte le traduzioni mostrano che 'aa' è il determinativo per la tomba reale, cioè la piramide. Secondo Sethe e Barguet, questa parola 'aa' è un arcaismo dell'Antico Regno.


arikat1.gif

Parola-chiave ARI KAT: Questo verbo interviene tre volte. Nella colonna 13 e 19, associato ai minerali, è stato tradotto: "per lavorare con"; nella colonna 20, il Dio Knum "modella" o "crea" l'umanità (con l'argilla). La prima parte del verbo, ARI, significa fare, creare, formare, modellare, generare; la seconda parte, KAT e l'ideografia "l'uomo", significa il lavoro fatto dall'uomo. L'aggettivo, ARI, designa un materiale artificiale, il lapislazuli sintetico ad esempio. Il miglior significaro, potrebbe essere: trattare, sintetizzare, fabbricare.

rwd_2.gif

Parola-chiave ideografa RWD: Trovata nella colonna 11, questo ideogramma fa parte di una frase che qualifica i materiali impiegati per la costruzione dei templi e delle piramidi (colonna 11 e 12). Tradotto da Barguet coma la pietra dura, RWD è stata discussa in profondità da Harris (1961) che espone (p. 23) che "... in tutti i casi, può esserci poco dubbio che RWDT sia un termine per la pietra dura in generale, benché la pietra entra in una categoria che è difficile dire, soprattutto se si fa riferimento all'alabastro come RWDT".


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Generalmente, l'elemento RWD si rapporta all'arenaria egiziana (INR RWDT non scritto qui), più precisamente il materiale in pietra trovata nelle cave dell'Egitto del Sud ed impiegato per costruire i templi del Nuovo Regno ed i periodi successivi a Karnak, Luxor, Edfu, Esne, Dendera, Abu-Simbel. Questo materiale, l'arenaria egiziana, è un materiale tenero, che a volte, può essere facilmente scalfito dall'unghia (Rozière, 1801). È il contrario di una pietra dura. È due volte più tenera della pietra calcarea di Giza, quattro volte più tenera del marmo di Carrara o otto volte più tenera del granito di Aswan. Diventa evidente che l'elemento RWD non sognifica pietra dura.

 

D'altra parte, l'ideogramma RWD significa anche: germinare, ingrandire ed il verbo causativo, S-RWD, rendere solido o legare fortemente. La ghiaia ed il sasso contengono anch'essi l'ideogramma RWD. Infine, l'arenaria, quarzite, a volte il granito ed altre pietre qualificate con RWD, sono delle pietre solide naturali risultanti dalla solidificazione geologica di aggregati, come delle particelle di quarzo o di sabbia.

 


aat1.gif


Parola -chiave AAT: La colonna 16 dà i differenti nomi di AAT. Secondo Harris (p. 21) AAT deve essere considerato come una parola per dei minerali e si riferisce a dei minerali. Nella colonna 19, questi minerali sono presentati per la prima volta, riportante l'invenzione della costruzione con dei materiali in pietra.


Parola-chiave TESH: La parola composta NEB RWD UTESHAU, alla fine della colonna 11 presenta un interesse particolare. Barguet traduce: “materia preziosa e pietre dure delle cave", ma dichiara in una nota che la sua lettura può essere dubbia in ragione della scrittuta strana di questa parola, nel geroglifico. Invece di TESHAU, Barguet legge SHETI.

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La radice TESH ha il significato generale di: Schiacciare, separare, fendere ed il verbo BETESH indica l'azione di dissoluzione, la disaggregazione. Una pietra che è schiacciata o smontata o separata, è chiamata un aggregato.Ciò ci porta a concludere che la parola RWD UTESHAU indica un qualunque aggregato naturale o un materiale naturalmente separato, come il materiale eroso e naturalmente disaggregato. RWD potrebbe essere estrapolato come essente l'ideogramma della descrizione dell'agglomerazione, qui all'inizio della parola o della pietra agglomerata (geologicamente e sinteticamente) quando posto in fine.

 

Se la nostra supposizione è esatta, i materiali pietrosi iscritti nella colonna 15 devono essere di una forma fragile o facile a disgreggarsi. Due nomi contengono la radice TESH, quattro nomi non l'hanno.



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La pietra BEKHEN è stata trovata in iscrizioni poste nell'Uadi Hammamat, nel deserto a Sud-Est di Aswan ed è menzionato come sia un basalto nero, una diorite, un scisto sabbioso, un porfido, una grovacca, sia uno gneiss psammitico  (Lucas et Rowe, 1938; Morgan, 1894). Inoltre, secondo le Iscrizioni Hammamat (Couyat-Montet), lo sfruttamento di BEKHEN allo Uadi Hammamat è stato effettuato in modo molto primitivo. I blocchi scelti erano generalmente gettati verso il basso della montagna dove giungevano spezzati in numerosi pezzi.


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La pietra MTHAY è più interessante da discutere. Questo nome sembra contenere la radice della parola MAT che significa granito. Harris (p. 72) è d'accordo con Barguet quando osserva che è strano che il granito non è altrimenti menzionato nel testo. Poiché è la pietra più tipica di questa regione, è dunque probabile che questa forma notevole di scrittura dissimula MAT, cioè il granito. Tuttavia, a parte l'ortografia geroglifica particolare presente sulla Stele della Carestia, le scritture che fanno riferimento al granito contengono sempre lo stesso geroglifico, la falce MA, con degli aggettivi diversi. Nella colonna 15, la lettera ME non è la falce, ma un uccello privo delle sue ali e delle sue piume. Questo modo di scrivere la lettera ME deve essere ritrovato nella parola MUT, uccidersi. La parola METH significa anche morire. D'altra parte, il granito MAT è spesso scritto con l'ideogramma del cuore, la vita, suggerendo l'idea di granito vivente. La supposizione, che l'autore della Stele della Carestia ha voluto sottolineare, in una forma condensata, è che il granito è un materiale eroso, fragile, disaggregato, trovato in qualche affioramento geologico. Avrebbe potuto anche cercare di sottolineare l'idea di granito morto.



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Parola-chiave AIN: Colonna 15 comincia con: "Imparate i nomi di AIN (la pietra)". Il geroglifico per la pietra solida, pietra di costruzione ed il blocco, è AINR. La maggior parte delle rocce solide è chiamata AINR, con un aggettivo. Harris non fa alcuna distinzione tra AIN e AINR, la parola copta per la pietra, UN, è molto simile ad AIN. Tuttavia AINR è essenzialmente applicato alla pietra impiegata nella costruzione. AIN deve essere riconosciuta come una parola generica per la pietra, come una sostanza, cioè un materiale pietroso, in opposizione con altri materiali come il legno o il metallo.


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Parola-ciave ideografica: Non conosciamo il valore fonetico di questa ideografia; per il dizionario, è un determinativo per l'aroma e l'odore, ma non è associato ai profumi. Rigarda essenzialmente le sostanze che distribuisono degli odori, degli effluvi o delle emanazioni. Questi odori non sono necessariamente cattivi e non significano puzzare. A volte questo ideografo è stato associato alla nozione di piacere.


odeurentier.gif


Trovato nella colonna 12, è per Brugsch una parola per unguento ("salbe" in tedesco). Barguet e Lichtheim non lo traducono impiegando il termine generico "dei prodotti" in rapporto con quelli citati nella colonna 11, “aat nb rwd utsu”, i minerali e le pietre.

 

L'ideogramma potrebbe rappresentare una vescica o un vaso contenente un liquido, che emana un odore, ma non è un profumo. Detto altrimenti, potrebbe essere il determinativo per il prodotto chimico. La maggior parte dei prodotti chimici hanno un odore caratteristico ed i chimici hanno imparato come individuare, riconoscere ed associare non importa quale odore particolare. Secondo la colonna 11 e 12, questi prodotti odorosi sono i minerali ed i materiali in pietra che sono essenziali per la costruzione dei templi e delle piramidi.

 

Gli studi lessicografici dei minerali antichi fanno supporre che i loro nomi debbano provenire dai loro colori. Contano sul fatto che, nei nomi di gemme greche, diverse pietre sono strettamente associate ad un colore, ad esempio le pietre semi-preziose contenenti la radice chryso: giallo. Dei minerali e dei materiali preziosi mostrati in Barguet, Harris e le traduzioni di Lichtheim della Stele della Carestia, dimostrano che questo tipo di ricerca lessicografica non è coronata da successo. La maggioranza dei nomi geroglifici non ha trovato equivalenti contemporanei. Pensiamo che, presentando il concetto di odore e forse più tardi quello di gusto, seguiamo semplicemente i metodi antichi e classici di caratterizzazione di prodotti chimici, e cioè la determinazione del loro colore, odore ed il gusto.

 

I prodotti aventi un odore devono essere trovati in un testo legato alle Grandi Piramidi. Nel suo Libro II, Euterpe, lo storico greco relaziona che i sacerdoti a Memphis gli hanno detto che sulla piramide di Cheope è "incisa in caratteri egiziani sulla piramide la somma spesa per gli operai in ravanelli, cipolle ed agli; e la persona che ha interpretato queste iscrizioni per me mi ha detto, come ben mi ricordo, che questa spesa ammontava a mille seicento talenti d'argento (più di 100 milioni di euro del 2001)". Delle immagini popolari hanno copiato questa descrizione e gli operai sono descritti come olezzanti di aglio e cipolle.

 

Abbiamo preteso (Davidovits, 1978, 1982) che questa descrizione riguarda il costo delle spedizioni intraprese per raccogliere i minerali di tipo arseniato, posti nelle miniere di rame e di turchese del Sinai. Un metodo semplice è utilizzato in petrografia per identificare dei minerali naturali e delle pietre contenenti tracce di minerale è di riscaldarle con una fiamma. Se si libera immediatamente un odore di aglio, appartengono alla famiglia degli arseniati (arseniato di rame o di ferro).

 

Abbiamo guardato i nomi geroglififi di minerali e di pietre contenenti tracce di minerali che potrebbero contenere il significato della cipolla, dell'aglio e del rafano. Abbiamo trovato un rappresentante per ognuno di questi odori:

 

La pietra cipolla: Nella colonna 15, la "pietra uteshi" termina con un ideogramma che è stato il soggetto di discussioni. Brugsch legge HEDSH e dà il significato di bianco, mentre Barguet legge diversamente e non traduce, mentre Harris dichiara che la lettura deve restare dubbia. La nostra lettura è HEDSH, ma la nostra traduzione è cipolla. La pietra uteshi potrebbe essere la pietra che odora coma la cipolla.

 

La pietra d'aglio: L'aglio è stato suggerito per HUTEM e TAAM, cioè la parola-radice TEM. Nella colonna 16, la pietra ricca di minerali TEM-IKR potrebbe rappresentare la pietra d'aglio, il prefisso KR significa debole, cioè la pietra che ha un debole odore di aglio.

 

La pietra di ravanello: Il ravanello corrisponde a KAU e KA-T. Nella colonna 16, la pietra ricca di minerali KA-Y potrebbe significare "la pietra ricca di minerali con un odore di rafano".

 


 


onion   garlic.gif   radish.gif
UTESHUI HEDSH (cipolla a sinistra), TEM (aglio al centro), KA-Y (ravanello a destra)

La traduzione presenta gli elementi discussi qui sopra:

(Colonna 11): C'è un massiccio di montagna nella sua regione orientale (a Elefantina) contenente tutte le pietre ricche di minerali, tutte le pietre (erose) schiacciate (aggreggati appropriati per l'agglomerazione), tutti i prodotti

(Colonna 12) cercati per costruire i templi degli dei del Nord  del Sud, le nicchie per degli animali sacri, la piramide (tomba reale) per il re, tutte le statue che sono erette nei templi e nei santuari. Per di più, tutti questi prodotti chimici sono messi davanti al volto di Knum ed intorno a lui.

(Colonna 13)... si trova là in mezzo al fiume un posto di riposo per ogni uomo che tratta le pietre ricche di minerali sui suoi due lati.

(Colonna 15) Impara i nomi dei materiali pietrosi che devono essere ricercati... bekhen, il granito (eroso) morto, mhtbt, r’qs, uteshi-hedsh (la pietra di cipolla)... prdny, teshy.

(Colonna 16) Impara i nomi delle pietre ricche di minarali posti a monte... or, argento, rame, ferro, lapsilazuli, turchese, thnt (crisocolla), diaspro, Ka-y (la pietra di ravanello), il menu, smeraldo, temikr (la pietra d'aglio), e in più, neshemet, ta-mehy, hemaget, ibenet, bekes-ankh, fard vert, l'antimonio nero, l'ocra rossa...

(colonna 18) ...ha constatato che Dio stando in piedi... Egli mi ha parlato: "io sono Kunm, il Tuo creatore, le Mie braccia sono intorno a te, per stabilizzare il tuo corpo, per

(colonna 19) salvaguardare l etue membra. Ti conferisco delle pietre ricche in minerali... dalla creazione nessuno le ha mai lavorate (per fare la pietra) per costruire i templi degli dei o ricostruire i templi rovinati..."

 


La Stele della Carestia descrive l'invenzione di costruire con la pietra attribuita a Zoser e Imhotep, i costruttori della prima piramide, la Piramide a gradini a Saqqara (2759 a. C.). Secondo il testo, questa invenzione di costruzione in pietra risulta dal trattamento di diversi minerali e pietre ricche di minerali che potrebbero essere dei prodotti chimici implicati nella fabbricazione di pietra sintetica, o di un tipo di calcestruzzo.



Stele della Carestia: Colonne 11-19 (leggere da destra verso sinistra)
Col_19.gifCol_18a.gifCol_17a.gifCol_16.gif

Col_15.gifCol_13b.gifCol 12Col_11b.gif




















































© Institut Géopolymère, 1996-2010.




[Traduzione di Ario Libert]




LINK al post originale:

La Stèle de la Famine: hiéroglyphe sur la construction des pyramides

 

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28 gennaio 2010 4 28 /01 /gennaio /2010 09:00
Platone: uno studente greco in Africa nera!



Scopriamo le numerose fonti autentiche, attestanti l'iniziazione africana di Platone. Questa trama importante della sua vita è generalmente falsificata, edulcorata o semplicemente passata in silenzio dagli storici attuali.


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1- Platone ed il dogmatismo storico universitario

Platone (428-348 a. C.) è un filosofo greco nato ad Atene, famoso per aver fondato nella sua città natale, l'Accademia, una scuola filosofica verso il 387 a.C. La sua particolarità era dovuta ad una riflessione dialettica e matematica. È l'autore di 28 dialoghi tra cui Il Simposio, Fedone, La Repubblica, FedroIl SofistaIl Timeo, Le Leggi, ecc.

Ha soprattutto elaborato, ci dicono, una filosofia idealistica nella quale egli distingue il sapere dall'opinione, il mondo delle idee e della verità dal mondo sensibile. La sua visione si articola anche con una teoria dell'essere, della natura, del linguaggio e della politica. Ma soprattutto, Platone è "tassato" da tutti gli storici occidentali, di padre spirituale della filosofia, e cioè la scienza la scienza che si vorrebbe amante della saggezza. È il primo, ci dicono anche, ad aver filosofato, cioè ad essersi interrogato sull'origine ed il divenire delle cose.

Ma ecco, per glorificare il personaggio, la maggior dei biografi attuali, passa generalmente sotto silenzio le fonti del suo sapere ed il suo viaggio iniziatico in Egitto, sulle vie della saggezza presso i sacerdoti, cosa eppure confermata dai suoi biografi greci.

La maggior parte delle sue idee, come l'Uno ed il Molteplice; l'Identico e l'Altro; i quattro elementi: acqua, terra, aria, fuoco; il divenire; l'immortalità dell'anima; la vita nell'aldilà; il dualismo materia-spirito; il corpo come tomba dell'anima; la nozione dell'anima del mondo, ecc., sono delle nozioni che egli ha scoperto per la prima volta nell'Africa nera durante il periodo faraonico. I suoi contemporanei, come Strabone o Erodoto (che conferma inoltre l'origine strettamente egiziana dell'idea dell'immortalità delle anime umane), ci aiutano a saperne di più sulle fonti africane del suo sapere.

2. Platone riportato alla verità storica

Sacerdote-egizio--epoca-tolomaica--Palermo-.jpgColoro che amano la saggezza, dovrebbero soprattutto, amare la fonte della saggezza. L'una non procede senza l'altra, eppure...
Si cerca di nascondere l'iniziazione ai saperi egiziani di Platone attraverso le sue relazioni con Socrate. Infatti, Platone fu anche inizialmente un allievo di Socrate (470-399 a. C.) Ma l'iniziazione stessa di Socrate ai saperi egiziani sembra essere un fatto reale. Infatti, la maieutica (cioè, l'arte di guidare il proprio interlocutore a scoprire egli stesso le risposte alle sue domande e le verità che egli reca in sé senza saperlo) non è altro che il metodo pedagogico impiegato dai sacerdoti neri di Kemet, secoli prima di Socrate, per formare i giovani spiriti egiziani.
Quest'ultimi potevano giungere sino a far dubitare i loro discepoli per dimostrar loro che alcune delle loro certezze potevano anche nascondere delle incertezze. Socrate credeva anche nell'immortalità delle anime. Ora Erodoto ci informa che sono gli Egiziani che hanno insegnato ciò ai Greci. Infine il giorno della sua morte, Socrate chiese di sacrificare un gallo nero ad Asclepio che non è altro che l'appellativo greco del sapiente nero egiziano Imhotep.
A dir il vero, la testimonianza dei Greci antichi svela che Platone ha veramente scoperto queste nozioni filosofiche con i sacerdoti neri Seknuphis del tempio di Eliopoli (Iunu, On) e Conuphis del tempio di Memphis (Menefer) in Egitto. Ha studiato per più di tredici anni in Egitto nel segreto dei templi egiziani.
Il suo discepolo. Ermodoro ha inoltre ammesso che il maestro aveva ricevuto gli insegnamenti dei più alto sacerdoti di Eliopoli, cosa confermata da Strabone.
Strabone.jpg
Infatti, dal ritorno dal suo viaggio in Egitto, il geografo greco Strabone (contemporaneo di Cristo) conferma da una parte, i 13 anni di apprendistato filosofico di Platone e di Eudosso in Egitto nella città di Eliopoli e dall'altra, lo sfruttamento in Grecia del sapere Egiziano [1]: "Abbiamo visto degli edifici destinati un tempo ad ospitare i sacerdoti, ma non è tutto, ci fu mostrato anche la dimora di Platone e di Eudosso: perché Eudosso aveva accompagnato Platone sino a li. Arrivato a Eliopoli, vi si stabilirono ed entrambi vissero là per tredici anni nella comunità dei sacerdoti (...). Questi sacerdoti, così profondamente versati nella conoscenza dei fenomeni celesti, erano allo stesso tempo delle persone misteriose, poco comunicativi e non è che con il passare del tempo ed abili accortezze, che Eudosso e Platone poterono ottenere di essere iniziati da essi  ad alcune delle loro speculazioni teoriche. Ma questi barbari conservarono per sé, nascosta, la parte migliore. E se il mondo deve loro di sapere oggi quante frazioni di giorni bisogna aggiungere ai 365 giorni pieni per ottenere un anno completo, i Greci hanno ignorato la durata vera dell'anno e molti altri fatti della stessa natura, sino a quando delle traduzioni in lingua greca delle memorie dei sacerdoti egiziani hanno diffuso queste nozioni tra gli astronomi moderni, che hanno continuato sino ad oggi ad attingere ampiamente in questa stessa fonte come negli scritti ed osservazioni dei Caldei".

Eudosso.gifSe Eudosso si era rivolto ai suoi amici per finanziare il suo viaggio in Egitto, Plutarco ci informa che Platone aveva dovuto trasformarsi in mercante [2]: "Platone sostenne  le sue spese di viaggio vendendo olio in Egitto". Infatti, come evidenzia il professor Abel Jeannière (Cfr. Platon,
édition Seuil), egli ha dovuto negoziare dei carghi d'olio prodotti dai suoi oliveti. A questo riguardo, il professor Godel, che conosce le fonti che trattano dell'iniziazione di Platone in Egitto (Cfr. Platon à Héliopolis d'Egypte, Paris, Belle Lettres, 1956), ammette che: "Se le guide dei tempi di Strabone poterono mostrare presso il tempio, la camera in cui egli (Platone) risiedette per diversi anni, è perché il soggiorno gli fu utile. I santuari egiziani disponevano da un secolo, di interpreti accreditati per conversare con i Greci. Si erano ricevuti, istruiti ed a volte iniziati dei viaggiatori qualificati: Solone, Pitagora, Erodoto, Democrito (...). A proposito dell'insegnamento del sacerdote egiziano (Sechnuphis) si può leggere: 'Platone ascolta come ascoltava Socrate, il suo compagno africano esaltare la giusta via davanti alle prospettive della morte (...)'. Se Platone giunse ad intrattenersi con i più alti dignitari di Eliopoli, come ha dichiarato per scritto il suo discepolo Ermodoro, le comunicazioni  che egli ricevette dovettero appartenere a questo fondo perfettamente unificato. Le comunità di Eliopoli offrivano ad un ricercatore immense risorse. A condizione di essere gradito e di ispirare fiducia, poteva consultare attraverso persona interposta delle biblioteche di un valore inestimabile, una raccolta di osservazioni astronomiche continue di millenni" (Cfr. Platon à Héliopolis d'Egypte, Parigi, Belles Lettres, 1956). 


Tempio-di-Luxor--Egitto.jpg 

solone.jpgPlutarco.jpgNella sua opera "Iside e Osiride", (Tr. it.: Adelphi, Milano, 1990), opera  lo scrittore greco Plutarco (50-125 d.C.) si è impegnato a dimostrare che Platone e molti altri ricercatori greci, hanno studiato in Egitto presso uomini di scienza neri. Prende come testimoni tutti i "Saggi" della Grecia, il che è del tutto esplicito: "È quanto attestano unanimamente i più saggi tra i Greci, Solone, Talete, Platone, Eudosso, Pitagora e secondo altri, Licurgo stesso, che viaggiarono in Egitto e vi conferirono con i sacerdoti del paese.

 

Si dice che Eudosso fu istruito da Conuphis, Solone da Sonchis di Saïs, Pitagore da Enuphis l'Eliopolitano. Pitagora soprattutto, pieno di ammirazione per questi sacerdoti, a cui aveva ispirato le sue opinioni, imitò il loro linguaggio enigmatico e misterioso e avvolse i suoi dogmi nel velo dell'allegoria. La maggior parte di questi precetti non differiscono affatto di ciò che in Egitto si chiamano i geroglifici. Eccone alcuni: Non mangiate in un carro; Non sedetevi  sopra uno staio; Non piantate palme; non attizzate il fuoco con la spada in casa vostra*. Credo anche che i pitagorici, assegnando ad alcuni dei loro Dei dei numeri particolari, ad Apollo la monade, a Diana la diade, a Minerva il settennario ed a Nettuno il primo cubo, abbiano voluto imitare ciò che si praticava o ciò che era rappresentato nei templi d'Egitto".

 

talete.jpgFacendo una dimostrazione sulle riflessioni spirituali di Platone, Plutarco prova che quest'ultimo ha effettivamente seguito l'insegnamento dei sacerdoti Egiziani: "mostrerò la conformità del sistema filosofico di Platone con la teologia degli Egiziani (...). Platone sostiene che lei (Iside, una divinità egiziana maggiore) è il recipiente universale, la nutrice di tutti gli esseri". La stessa constatazione può essere applicata ad Eudosso, poiché Plutarco aggiunge: "Eudosso dice che Iside presiedeva alla tenerezza". Diodoro siculo inoltre, ha egli stesso confermato i fatti [3]: "Licurgo anche, Platone, Solone hanno incluso molto delle regole prese in presitito all'Egitto nelle loro legislazioni".

 

Diodoro-siculo.jpgAbbiamo detto all'inizio che fu l'Egitto e non Sicrate ad aver veramente segnato il percorso intellettuale di Platone. Lo sostiene egli stesso d'altronde. Attraverso una discussione sulla natura dell'ignoranza originale dei Greci di fronte alle scienze del numero (matematica), della misura (geometria) e dell'astronomia, tra un vecchio ateniese che risponde a due altri vecchi, il Cretese Clinia ed il Lacedemone Megillo, Platone si svela con grande sincerità [4]: "O caro Clinia, è tardivamente che mi si è rivelata da sé la nostra abituale deficienza a questo proposito (...) ebbi vergogna non soltanto per me stesso ma per tutta la razza ellenica".

 

Nel Timeo, Platone che affronta ancora il viaggio del legislatore ateniese Solone (uomo di stato ateniese, 640-558 a. C., considerato uno dei sette saggi della Grecia) in Egitto, ci confessa lui stesso ancora che i sacerdoti neri consideravano i Greci come degli spiriti relativamente infantili, senza tradizione storica [5]: "Poiché egli (Solone) interrogava un giorno sulle antichità i sacerdoti più versati in queste materie, aveva scoperto che ne lui né che nessun altro Greco non sapeva per così dire quasi nulla su tali argomenti (...). Pregò i sacerdoti di esporgli passo passo ed in dettaglio tutto ciò che essi sapevano dei suoi concittadini di un tempo".

 

Archimede-di-Siracusa.jpgMa il professor Cheik Anta Diop rimprovera tuttavia ai Greci la loro assenza di onestà e di sincerità di fronte alle loro fonti [6]: "Sappiamo oggi in modo quasi certo che Talete di Mileto, Pitagora di Samo, Archimede di Sicilia, Platone, Solone, ecc... sono stati allievi dei sacerdoti egiziani che durante quest'epoca anche secondo la testimonianza di Platone, consideravano i Greci come degli spiriti relativamente infantili. Ora, è notevole che nessuno dei ricercatori greci così formati in Egitto, Pitagora il fondatore della scuola matematica greca in particolare, non abbia pensato a distinguere le cose da lui scoperte e quelle ricevute dall'Egitto. È tanto più inspiegabile che Plutarco in Iside e Osiride insiste sul fatto che tra tutti gli uomini di scienza greci che sono stati iniziati in Egitto, Pitagora sia il più amato dagli Egiziani, per via del suo spirito mistico (...). Tutte le invenzioni meccaniche attribuite ad Archimede presentano un carattere sospetto: esse esistevano in Egitto millenni prima della nascita di Archimede. I costruttori  di piramidi dell'antico impero conoscevano il principio della leva; essi impiegavano quest'ultima in vari modi per sollevare tonnellate di pietre in cima alle piramidi in costruzione. Ora, è impossibile servirsi di un tale strumento senza associare immediatamente il rapporto delle masse e delle distanze, senza teorizzare (...). Archimede avrebbe scoperto la vite senza fine che è all'origine di un immenso progresso meccanico. Ma Diodoto siculo è formale, Archimede non ha potuto fare quest'invenzione che dopo il suo viaggio in Egitto in cui la vite idraulica era già in uso e serviva a pompare l'acqua".

 

Conclusione

 

Ecco i fatti! Le conoscenze di Platone, come lo confermano i suoi compatrioti Greci, sono il risultato del suo percorso iniziatico in Egitto che durò 13 anni. Se gli storici occidentali restano ancora incapaci di parlarne degnamente per orgoglio fuori posto e ridlesso ideologico raziale, resta tuttavia anormale che i panafricani continuano ad ignorare questi fatti!

 

La verità storica è lì, implacabile e resta valida per tutti.

 

Rimane che i panafricani devono oggi tenerne conto nel loro sistema educativo e valorizzare come si deve, il genio africano. Ogni atteggiamento contrario torna a disapprovare il principio dell'eguaglianza intellettuale tra gli uomini.

 

 

 

Jean-Philippe Omotunde



[Traduzione di Ario Libert]



 

Riferimenti bibliografici:

 

[1] Cfr. Strabone, Geografia, libro XVII.

 

[2] Cfr. Solone, 2. 

 

[*] Nell'edizione della casa editrice milanese Adelphi, la nota al testo relativa a questo passo e recante il numero 33, spiega il senso di questi che possono sembrare dei precetti privi di senso: "Il significato dei passi riportati si può svolgere rispettivamente come segue: -Non fare due cose alla volta; -Pensa al domani, non appagarti dell'oggi; oscuro è il terzo, forse relativo ad un tabù; poi -Non provocare chi è già furioso, oppure:-Non metterti contro chi è potente" [N. d.T.].

[3] Cfr. Libro I. 
[4] Cfr. Platone, Le Leggi. 
[5] Platone, Timeo, 21e, 22a e 23d. 
[6] Cfr. Cheikh Anta Diop, l’Unité culturelle de l’Afrique Noire [L'unità culturale dell'Africa Nera],  éd. Présence Africaine, p. 198.

 

 


LINK al post originale:

Platon: un étudiant grec en Afrique noire!
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8 gennaio 2010 5 08 /01 /gennaio /2010 15:41

 



La storia dell'Italia nazionalista e colonialista


A proposito di un grande libro: Italiani, brava gente? di Angelo Del Boca



di Gilbert MEYNIER

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Il recente libro di Angelo Del Boca si presenta come una sintesi di tutti i lavori anteriori del primo storico della colonizzazione italiana ad aver fatto opera critica- e sganciata dalle imprese del nazionalismo e/o dal fascismo. È anche la massima espressione della sua lunga lotta per la storia contro le personalità e le forze politiche che avevano interesse a contrastarlo. Ma Del Boca non si limita alla storia dell'Italia oltremare: in correlazione con l'avventura coloniale italiana, egli tratta anche di aspetti  quasi del tutto ignorati in Francia, del Risorgimento e della storia dell'unità, ma anche della prima guerra mondiale degli Italiani e del fascismo- quest'ultimo nelle sue metamorfosi coloniali, ma non soltanto, affondava le sue origini in tutto il substrato ideologico e politico anteriore del nazionalismo italiano; per affrontare in seguito la caduta del fascismo, i tenebrosi giorni della Repubblica fascista di Salò e alcuni episodi movimentati del regime repubblicano, tra cui quello degli "anni di piombo" è il più conosciuto; e approdare infine alla sintesi di molti parametri anteriori sotto il segno della berlusconiana trionfante legge del mercato.


 

Niente manicheismo


 

A dir il vero, l'itinerario di Del Boca, anche se l'essenziale della sua opera tratta della colonizzazione italiana, non si limita alla storia. Nato nel 1925 a Novara, figlio di una famiglia di albergatori della val d'Ossola, nel Nord del Piemonte, fu nella resistenza sin da adolescente e giovane partigiano, soprattutto nella regione di Piacenza, prima di diventare giornalista. Fu soprattutto giornalista alla Gazzetta del Popolo e grande reporter in Algeria, poi in Africa ed in Medio Oriente. Intervistò Mitterand durante il suo viaggio in Algeria all'indomani del 1° novembre 1954. Inviato speciale, fu il primo giornalista a percorrere il massiccio montuoso dell'Aurès da parte a parte alla fine dell'anno. La sua testimonianza, superbamente tradotta da Georges Arnaud, apparve con il titolo "Un inviato speciale nell'Aurès" in Les Temps Modernes un anno dopo. Fu uno dei primi ad aver pubblicato sulla "sporca guerra" del 1954-1962.


Non fu che in seguito che, sulla via tracciata dal suo mestiere di giornalista- fu redattore in capo di Il Giorno dal 1968 al 1981,- divenne storico a tempo pieno e professore alla facoltà di Scienze politiche di Torino. Fu per due decenni presidente dell'Istituto storico della Resistenza e dell'epoca contemporanea di Piacenza e direttore della rivista Studi Piacentini, prima di fondare nel 2005 I Sentieri della ricerca, rivista di storia contemporanea, in cui lavora un gruppo di storici italiani e stranieri.


italianiInAfricaOrientaleDobbiamo a Del Boca decine di volumi, da cui emergono soprattutto Gli Italiani in Africa orientale (4 vol., 1976-1984), Gli Italiani in Libia (2 vol., 1986-1988), Le Guerre coloniali del fascismo (1991), più di recente un libro di ricordi Un testimonio scomodo (2000), ma senza dimenticare il più piccolo, ma famoso I Gas di Mussolini (1996),nel quale egli provò, appoggiandosi su documenti incontestabili, che la guerra di conquista dell'Etiopia del fascismo era stata condotta barbaramente, soprattutto con il ricorso ai bombardamenti aerei sistematici con i gas asfissianti. Questo libro provocò contro di lui la levata di scudi di tutti i benpensanti che insistono a vedere negli Italiani nient'altro che brava gente, sensibili, pacifici, umani, civilizzati e irrimediabilmente vaccinati contro il razzismo. Come vedremo, la realtà fu molto diversa.


Tutto questo anche se Del Boca non cade mai nel manicheismo, anche se l'Italia può infatti onorarsi, anche, di aver avuto alcuni dei suoi figli che hanno denunciato e combattuto le ignominie perpetrate in suo nome: come i militanti politici, Turati e Gramsci, per non citarne che due, ma anche tutti quegli ufficiali indignati per la sporca necessità che era loro prescritta, che combatterono il sistema di violenza in cui si muovevano e testimoniarono per eliminarlo. Il libro termina su una nota di speranza che saluta il professionismo di pace dei soldati italiani inviati in missione dall'ONU, sino a quei Balcani anche, terreno di tanti terribili avvenimenti dei loro predecessori fascisti e che rende omaggio all'abnegazione di quei corpi di volontari italiani, di cui l'impegno e le azioni umanitarie (ambulanze, aiuto ai bisognosi, ai malati ed agli andicappati, recupero scolastico, sostegno agli emigrati) formano il felice contropiede delle brutali volgarità del sistema edificato sotto l'impulso del Cavaliere.

 

 

 

Una storia degna del nome della colonizzazione e del colonialismo italiani


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La vera storia dell'impresa coloniale italiana alla quale si è dedicato da più di tre decenni Del Boca contrasta con quella ancora largamente prodotta nella seconda metà del XX secolo, proveniente da storici per la maggior parte nazionalisti/colonialisti, quando non erano di simpatie e provenienza fasciste. da questo punto di vista, è con una sfasatura di quasi due generazioni in rapporto alle opere pionieristiche di un Charles-André Julien in Francia, ad esempio, che si scrive ora una storia degna di questo nome della colonizzazione e del colonialismo italiani. E, nel cammino tracciato da Del Boca, c'è tutta una costellazione di storici più giovani, come Giorgio Rochat o Nicola Labanca.


Si prenda ad esempio, dopo lo sbarco nella baia di Assab nel 1870 e l'ibstallazione in Somalia, la conquista dell'Eritrea interna, impresa seguita successivamente allo sbarco di Massua nel 1885, al momento dello scramble for Africa. Vi fu condotta una guerra coloniale tipica, con le sue considerazioni normative sulle razze inferiori, con i suoi massacri di massa, la sua giustizia rapida e le sue esecuzioni sommarie che non contribuì poco ad annientare il massacro di una colonna italiana a Dogali, all'inizio del 1887. Su questo territorio di 200.000 abitanti, furono aperti non meno di sette penitenziari di tende e capanne. Il più grande, quello di Nocra, sulle isole Dahalak,contenevano sin dal 1882 un migliaio di detenuti. In questo "inferno di Nocra", i prigionieri morivano di insolazione, di sete, di fame.




 

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Inoltre, una convenzione italo-britannica era stata firmata per venire a capo della tratta degli schiavi. Nei fatti, nulla fu fatto contro lo schiavismo se non vi fu anche un certo aggravamento, coperto da una buona coscienza civilizzatrice. Per un testimone, l'esploratore Robecchi, era certo che gli Italiani mantenevano, almeno lo schiavismo, quando non lo sviluppavano. Eppure, si insegno a lungo nelle scuole italiane che gli Italiani si erano fatto carico del sacro dovere di estirpare lo schiavismo. E l'Eritrea servì da quadro maggiore alla costruzione nazionale del mito dell'"Italiano buono", di cui, in situ, il capitano-esploratore Vittorio Bottego fu l'antitesi e la negazione. Massacratore e devastatore senza vergogna, fu a lungo  riverito in Italia come un eroe.


Un caso più puntuale è costituito dall'intervento italiano, a fianco di altri contingenti europei, in Cina, contro i Boxer (che i Cinesi chiamano "la guerra dei pugni di giustizia"). Nelle zone che furono loro attribuite, i raddrizzatori di torti italiani fecero regnare un ordine brutale. Compirono la caccia al Cinese, massacrarono senza contare, incendiarono e saccheggiarono i villaggi, l'incendio del villaggio di Tu Liu è rimasto a lungo nella memoria; ciò contro l'ideologia nazionale italiana che sosteneva il mito secondo il quale, in Cina, gli Italiani non avevano partecipato ai massacri. Per Del Boca, "la sola differenza con i soldati degli altri contingenti era che quest'ultimi non avevano il problema di dover apparire come brava gente".


La mitologia espansionistica della Quarta riva


14gScalarini.jpgSappiamo che la politica di espansione in Africa conobbe un colpo d'arresto dopo la disfatta di Adua nel 1896, contro l'esercito etiope, e che pose fine al lungo ministero del siciliano, nazionalista di sinistra ed imperialista, Francesco Crispi. Ma i pruriti di conquista non fecero che intensificarsi presso i nazionalisti. Tutta una mitologia espansionista si mise a celebrare la Quarta sponda, (quella della Sirte, dopo le tre dell'Adriatico, dell'Ionio e del Tirreno), da Enrico Corradini a Giuseppe Bevione, e l'ora di Tripoli che stava a designare un a nuova eldorado libica. D'Annunzio compose le Canzoni delle gesta d'oltremare. Tutta una corrente spinse ad innalzarsi al livello dei grandi Europei che avevano ingiustamente disprezzato l'Italia: fu La Grande Proletaria si è mossa, di Giovanni Pascoli. Delle frazioni del movimento operaio si convertirono ad un imperialismo coloniale che permetteva di collocare dei proletari italiani su territori vergini.


Tuttavia, il presidente del consiglio del 1911, il piemontese Giovanni Giolitti, era a priori uno dei meno disposti a lanciarsi in avventure coloniali. Fece, tuttavia delle esortazioni, con accenti degni di un Corradini. Il fatto è che, per Giolitti, la conquista della Tripolitania costituiva un diversivo per dei problemi molto interni e per delle ambizioni europee frustrate- quella dell'irredentismo e quella dei Balcani. E, da Tripoli, il console Carlo Galli non assicurava che, per liberarsi dell'oppressione turca, i Libici avrebbero accolto con gioia gli Italiani?


 

Libici deportati


primopiano_filippo_turatiInfatti, sin dall'arrivo dei conquistatori, la rivolta divampò. Nell'oasi di Charat Chat, il 23 ottobre 1911, fece 500 morti italiani. Per rappresaglia, secondo le fonti, da 1000 a 4000 Libici furono uccisi. Si instaurò allora dappertutto sin da allora la legge delle esecuzioni sommarie e dei massacri, la regola delle deportazioni, e a Tripoli, lo spettacolo del patibolo della piazza del Pane. Prima della fine del 1911, si ebbero 4000 deportazioni, tra le quali alle isole Tremiti, nel mar Adriatico. Quasi il 20% dei deportati morirono nei tre mesi seguenti il loro internamento nei campi di concentrazione. Su circa 600 deportati alle isole Tremiti, 198- cioè un terzo- morì nel giro di otto mesi, tra cui numerose donne e bambini. Dappertutto risuonarono tra le persone nazionaliste italiane degli elogi dall'intonazione pre-fascista. Mentre si spegneva contro il grande Sanûsiyy la conquista della Cirenaica, Filippo Turati, in un discorso celebre, denunciò alla camera l'orrore delle esecuzioni sommarie: "Mi domando se siamo in Italia e se il Governo sa che un certo Cesare Beccaria sia nato in Italia".


scalarini-aereo.jpgLa conquista non era per ora destinata a progredire: il 28 novembre 1914, fu il colpo di mano degli insorti che distrusse la guarnigione di Gara Sebha. Fu l'inizio di ciò che la storia coloniale classica ha chiamato "la grande rivolta araba". Malgrado combattimenti sanguinosi, in cui le perdite italiane furono, tra i morti ed i prigionieri, quasi di 5000 uomini, malgrado una repressione sanguinosa che fece senza dubbio ancor più vittime, in alcuni mesi, gli Italiani finirono con il perdere Tripoli e qualche posto. Per giungere all'occupazione integrale della Quarta Sponda, "ci vorranno, in 17 anni, l'annientamento nel combattimento e nei campi di concentrazione di un ottavo della popolazione libica". Di fatto, la resistenza libica durò sino al 1932. Ma, sin dal 1915, il tenente colonello Gherardo Pàntano scriveva: "Ci vendichiamo sugli Arabi per i nostri errori, le nostre ritirate, le sconfitte subite qua e là [...], ci consoliamo per le umiliazioni subite umiliando i deboli, i disarmati". Già, Pàntano aveva afferrato uno degli esiti più determinanti della violenza coloniale: la proiezione su terzi innocenti delle proprie violenze e dei propri traumi.


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Su di un piano personale, quello del potere contrariato, non è qui l'origine della violenza che scatenò il governatore De Vecchi contro i focolai ribelli del nord della Somalia? Mussolini, allora portaparola dei vecchi combattenti ed ispiratore degli arditi, aveva come intimo nel serraglio fascista originario, Cesare Maria de Vecchi, uno dei quadrumviri della Marcia su Roma. Disgraziato, relegato come un piccolo proconsole in Somalia, si vendicò sui Somali con brutalità sanguinaria. Per rispondere, nel 1926, alla rivolta condotta dal capo Mohammed Nour, procedette alla mobilitazione repressiva dei coloni italiani come truppa d'urto fascista, di cui una delle realizzazioni fu l'esecuzione di una vera carneficina nella moschea di El Haji, uno dei capolavori della ferocità coloniale. Con, per il futuro delle popolazioni, i campi ed il lavoro forzato (lo schiavismo bianco) e lo scatenamento di carestia provocate ad arte. Dopo la sua partenza dalla Somalia nel 1928, rimase celebre con il nome di "carnefice dei Somali". Nel 1932, in un paese che contava appena 60.000 supplementari perirono vittime di una carestia deliberatamente organizzata.




Graziani_RodolfoLa Somalia ebbe De Vecchi, la Libia ebbe Volpi, Badoglio e soprattutto Graziani. Del Boca ha intitolato il capitolo che tratta della riconquista fascista della Libia: "Solouch comme Auschwitz", anche se quello che scrive somiglia a Buchenwald o Mautauhausen. Rodolfo Graziani, vero ufficiale fascista, che fu governatore generale di Cirenaica, aveva cominciato la sua carriera libica come braccio destro militare del conte Volpi, governatore di Tripolitania. Detentore di una pseudo immensa cultura di cui si prevaleva, colui che si autoproclamava il "moderno Scipione l'Africano" procedette negli anni venti alla riconquista della Tripolitania, del Jabal Nefusa, di Tarhuna, passando per il Garian, benché egli fu, a Tagrift, all'inizio del 1928, molto vicino dall'essere accerchiato e sconfitto dagli insorti. La rivolta della Tripolitania essendo divampata sin dal 1929, egli fu incaricato di venirne a capo. Ci riuscì nel giro di un anno, con mezzi relativamente importanti, a colpi di bombardamenti massicci, di massacri spietati, seguiti da esodi di popolazioni. La riconquista del Fezzan fu intrapresa. La sua capitale, Murzuk, cadde nel 1931 prima che la regione venisse schiacciata sotto un diluvio di bombe.

Il vecchio capo di stato maggiore Pietro Badoglio era stato nominato governatore di Libia nel 1928- vi rimase sino al 1933. Fu sotto i suoi ordini che Graziani, governatore di Cirenaica, fu incaricato della sua conquista. Vi trovò come avversario l'alta figura di Omar al-Mukhtar che, malgrado la sua età avanzata, fu l'anima della resistenza- il che non impedì Graziani, nelle sue memorie di svalorizzare questo grande resistente come un vecchio fanatico. Sotto le sue direttive, furono organizzati dei raggruppamenti di popolazione- un anticipazione della guerra di riconquista coloniale francese in Algeria cinque lustri più tardi- e di deportazioni di massa.


Di nuovo delle deportazioni


Omar-al-Mukhtar-arrestato-dai-fascisti--a-sinistra-Graziani.jpgBadoglio aveva dato ordine di deportare 100.000 persone- e di fatto, quasi 100.000 furono deportati, ossia la metà della popolazione della Cirenaica: una statistica ci informa che, nel 1931, vi erano 78313 detenuti in sette campi di concentramento e 12448 in alcuni campi minori, in tutto 90716. Vi fu in quattro anni diminuzione del 30% della popolazione della Cirenaica, ciò a colpi di bombardamenti e di fucilazioni di massa della popolazione civile- gli ordini erano di non fare prigionieri-, di deportazione in enormi campi in cui la mortalità fu in totale del 40%. Altre realizzazioni lasciano presagire i metodi francesi in Algeria a partire dal 1957, tranne l'elettricità: l'edificazione di uno sbarramento elettrificato di 270 km lungo la frontiera orientale della Libia.


Impiccagione-di-Omar-al-Mukhtar.jpgOmar al-Mukhtar fu infine catturato nel settembre del 1931. Dopo un interrogatorio condotto da Graziani in persona, il 16 settembre, fu impiccato pubblicamente davanti ad una folla ammassata di 20.000 persone. Il film Il leone del deserto, che descrive l'azione del resistente libico, del cineasta siro-americano Mustafa Akkad, uscì sugli schermi nel 1979. Fu vietato in Italia- così come La battaglia di Algeri di Pontecorvo lo era stato in precedenza in Francia. Ancora oggi, la proiezione di Il leone del deserto non è tollerata, se non clandestinamente in qualche cine club.



500 000 soldati italiani in Etiopia


Rimaneva, ossessivamente, per il fascismo, una rivincita da prendere: in Etiopia, quella di Adua. Mussolini compì di fatto la vendetta non lesinando sui mezzi umani (vi furono sino a 500.000 soldati italiani in Etiopia, sotto il comando di Badoglio) e materiali, soprattutto procedendo a bombardamenti aerei sistematici con gas asfissianti che facevano cadere "una pioggia di iprite".


benito_mussoliniAlla conquista Mussolini rinunciò provvisoriamente negli anni venti, il tempo di riconquistare la Libia e ricorrendo a degli espedienti ingannevoli come il trattato di amicizia del 1928 con il Negus. Sappiamo che fu l'incidente di frontiera, prefabbricato dai servizi italiani, di Oual Oual, alla fine del 1934, che servì da pretesto all'invasione dell'Etiopia nell'ottobre del 1935. Al risentimento prolungato contro una spartizione della torta coloniale che aveva escluso l'Italia, si aggiungeva il culto della forza armata così pesante nei fascisti: ci voleva una nuova guerra, capace di provare "l'Italiano nuovo"- tema ricorrente dell'immaginario fascista.

 


Tra i quattro testimoni che hanno lasciato delle memorie della loro esperienza etiopica citati da Del Boca, vi fu un figlio di Mussolini, Vittorio (suo fratello Bruno era anche lui soldato, così come il genero Ciano Galeazzo, "il conte Ciano"), Alessandro Pavolini, il gerarca toscano fascista ossessionato dalla "caccia all'Abissino", Giuseppe Bottai, di un'altra del tutto diversa ampiezza di vedute di quest'ultimo, infine il futuro principe del giornalismo italiano della seconda metà del XX secolo, Indro Montanelli, che fu redattore al Corriere della Sera e fu il fondatore di Il Giornale. Tutti hanno in comune, nei loro rispettivi testi, di esaltare la geurra e di disprezzare l'avversario così come tre quarti di secolo prima facevano nei confronti dei Napoletani e dei Meridionali in generale, gli ufficiali piemontesi partiti alla conquista del regno di Napoli. Tutti tacevano le distruzioni massicce, gli esodi di popolazioni, i massacri e gli stermini per mezzo di bombe a gas C 500 T, concepite per esplodere a 250 metri dal suolo allo scopo di far precipitare l'iprite.


I gas di Mussolini


9788835958598gInoltre, nell'esercito italiano, erano presenti dei Libici, musulmani che proiettarono la loro vendetta su delle vittime che gli Italiani avevano loro presentato come dei cristiani responsabili delle sventure del loro popolo. Nel maggio del 1936, a Badoglio succedette Graziani, nominato viceré d'Etiopia. L'ampiezza dei massacri commessi dai Libici era tale che, per frenarli un po', Graziani offrì un premio di 1000 lire per ogni patriota etiope fatto prigioniero.


L'Etiopia era un affare che il duce aveva personalmente preso in mano ed è lui in persona che aveva dato l'ordine crudele dei bombardamenti chimici. Negli scritti dei quattro testimoni fascisti citati sopra, come si è già detto, silenzio sui gas. Nella seconda metà del XX secolo, coronato dalla sua aura di grande giornalista, Indro Montanelli diresse il coro dei negazionisti italiani, sollevatisi, in un'aspra polemica, contro le asserzioni del suo confratello giornalista ed avversario Angelo Del Boca. Non è che nel 1996- anno dell'apparizione di I gas di Mussolini- che, incalzato dalla valanga di prove fornite, Montanelli dovette infine riconoscere pubblicamente, 60 anni dopo i fatti: "I documenti mi danno torto".


MussoliniIncalzato nel farla finita, Mussolini ordinò a Graziani: "Tutti i ribelli fatti prigionieri devono essere passati per le armi"; e, "per farla finita con i ribelli, come nel caso di Ancober, utilizzare il gas". Migliaia di villaggi etiopi furono distrutti con il fuoco, i resistenti sterminati, i capi etiopi sistematicamente fucilati, con l'ordine speciale di fucilare specialmente l'elite dei giovani, in particolare quei diplomati usciti da scuole ed università francesi. A questo prezzo, nel marzo 1937, l'impero Etiope era interamente occupato. Ma la resistenza etiope non non disarmò. Il 19 febbraio, ad Addis Abeba, un attentato fu organizzato contro Graziani, fece sette morti e 50 feriti, ma il "viceré" scampò. Fu soprattutto accusato Semeon Adefres, che apparteneva a quell'elite etiope presa particolarmente di mira. Arrestato, fu torturato a morte. Il suo corpo riposa oggi nella chiesa San Pietro e Paolo di Addis Abeba. Dal 19 al 21 febbraio, in tre giorni, Addis Abeba fu preda di una selvaggia repressione, a colpi di massacri alla cieca, di esecuzioni sommarie e di incendi di quartieri interi inondati di benzina. La chiesa San Giorgio fu incendiata. Il bilancio secondo le fonti: da un minimo di 1400 morti ad un massimo di 30 mila.


Le deportazioni e le esecuzioni sommarie furono vastissime. Dal 19 febbraio al 3 agosto, Graziani stesso contabilizzò in Etiopia 1918 esecuzioni sommarie, ossia più di dieci al giorno. Ma, da febbraio a maggio soltanto, secondo la testimonianza del colonnello dei carabinieri Azolino Hazon, ve ne sarebbero state 2509, cioè 25 al giorno, di persone generalmente arrestate senza alcuna prova, a seguito di retate. Un bersaglio particolarmente preso di mira fu il clero cristiano-copto. La grande città conventuale di Debra Libanos fu sospettata di essere legata con gli insorti. Fu dato ordine di sterminarne gli occupanti. Ufficialmente, vi furono 320 monaci e 442 fedeli fucilati, ma il totale si elevò più verosimilmente da 1400 a 2000 vittime. Nell'agosto del 1937, una grande rivolta si scatenò nel Lasta, organizzata da un vecchio governatore del Negus, Hailu Kebedde. Fu repressa spietatamente. Hailu Kebedde fu decapitato e la sua testa esposta sulla piazza dei mercati di Socota, poi do Quoram.


Graziani fu allora sostituito da Amedeo di Savoia, duca d'Aosta, che era, è vero, un personaggio di un altro spessore; Graziani di cui lo storico può fare senza esitazione, con De Vecchi e Badoglio, il degno equivalente desi Bugeaud, Saint Arnaud e Pélissier della conquista dell'Algeria. Il che non impedisce, ancora oggi, che egli sia venerato al pari di un santo nel suo villaggio natio di Filettino, nel Lazio.



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Copertina di quaderno di scuola nell'Italia degli anni Trenta




[Traduzione di Ario Libert]



LINK al post originale:

L’histoire de l’Italie entre national et colonial


 


LINK a video sulla conquista della Libia:

La guerra in Libia (dal TG 1)

Colonialismo in Libia



LINK pertinenti all'argomento:

I Crimini dell'imperialismo italiano in Etiopia (1935/1937)

Italian War Crimes

Guerra chimica in Etiopia

Crimini di guerra italiani in Grecia, 1943

Esaltazione del colonialismo buono che risolve la miseria

Italiani brava gente?

 

 

 

 

ttp://etudescoloniales.canalblog.com/archives/2008/01/04/7439873.html
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4 gennaio 2010 1 04 /01 /gennaio /2010 20:30




La chimica dei polimeri era conosciuta durante l'antichità

 

Joseph Davidovits ha trovato dei mezzi rivoluzionari per produrre dei cementi con succhi di piante, che potrebbero spiegare alcuni misteri associati all'architettura precolombiana. Dei risultati preliminari erano stati presentati a due simposi internazionali sull'archeometria. Vedere la'rticolo in quaestione del 1981-82 #C Making Cements with Plant Extracts.

 

Nel 1979, al 2° congresso internazionale degli egittologhi a Grenoble, Francia, il Professor Joseph Davidovits ha presentato due conferenze; la prima presenta l'ipotesi che i Blocchi delle piramidi d'Egitto siano stai colati come del calcestruzzo invece di essere stati tagliati su misura. Una tale teoria è molto turbante per le teorie ortodosse con le loro centinaia di migliaia di lavoratori prendenti parte a questa gigantesca impresa. La seconda conferenza sottolineò che i vasi di pietra dura dell'antichità erano fatti di una pietra dura sintetica fluidificata (fatte dalla mano dell'uomo). Vedere la lista delle pubblicazioni riguardanti la teoria di Davidovits. Vedere anche i Libri di Davidovits.


Inoltre, nella sua ricerca, e dopo aver effettuato delle analisi chimiche, analisi ai raggi X ed allo spettroscopio magnetico nuclerae (MAS-NMR) sui materiali in cemento, egli conclude che il cemento romano ed i blocchi della grande piramide sono il risultato di una reazione geopolimerica, in altri termini, una geosintesi, vedere a proposito (in inglese): #A X-Ray of Pyramids Stones, articolo del 1984 e dedicato ai raggi X delle pietre di rivestimento delle piramidi d'Egitto e del calcare delle cave associate.

 

Nel 2004, al IX Congresso di Egittologia, Grenoble, Francia, abbiamo presentato diverse conferenze descriventi le conoscenze chimiche degli egiziani nella costruzione delle piramidi. Una trattava delle famose mattonelle di maiolica blu, come quelli assemblati nelle gallerie sotterranee della piramide a gradini di Zoser a Saqqarra, vedere a proposito l'articolo #F The manufacture of Egyptian Blue Faience Tiles. La seconda verteva sul celebre testo di Erodoto:  #G: Construction des pyramides d’après Hérodote, Tr. it.: Costruzione delle piramidi secondo Erodoto.


[Traduzione di Ario Libert]


LINK:

La chimie des geopolymeres etait connue pendant l'antiquité

 

 

LINK pertinenti alla tematica trattata:

Le piramidi sono fatte di calcestruzzo?

La Venere di Dolni Vestonice


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3 gennaio 2010 7 03 /01 /gennaio /2010 00:00
HEIDEGGER



heidegger--di-Levine.gif




di
Georges Mietzenagora
I




Le dottrine dei pensatori di ispirazione teologica sono egemoniche nell'Alta Cultura contemporanea


Heidegger-giovane--01.jpgAccade nella nostra epoca questa cosa incredibile o paradosso: Le Chiese non sono più direttamente sovrane per forza di legge politica e simultaneamente i loro pensatori e le dottrine che essi hanno elaborato come servitori leali della regina delle scienze, la teologia, si impongono quasi universalmente.


Queste dottrine si sono secolarizzate e sono diventate il corpus trasmesso dalle scuole e le università contemporanee. Nel momento in cui il potere politico non appartiene più in condivisione con le Chiese, il pensiero elaborato dai filosofanti religiosi domina la quasi totalità di ciò che è insegnato a titolo di scienza della natura (fisica) ed a titolo di filosofia, di metafisica, di fenomenologie, di esistenzialismi, ecc. Mai meglio di oggi la teologica ispirazione ha dominato la cultura. Un tempo le Chiese imposero le loro dottrine con la forza dello Stato, il "braccio secolare!" Ora la cultura religiosa è l'essere stesso dei dispositivi cognitivi. Ciò è evidente in due regioni del corpus trasmesso dalle istituzioni educative e di formazione. Queste due regioni sono della massima importanza per l'insieme della cultura attuale, la fisica e la filosofia, o più esattamente ciò che le università poi le volgarizzazioni dei media di grande diffusione insegnano sotto il tendone di queste due parole "fisica", "filosofia". Infatti, la fisica del XX secolo così come è stata istituita è determinata nella sua origine e nei limiti del suo contenuto da un pensiero teologico laicizzato [1]. E gli insegnamenti di filosofia sono determinati allo stesso modo.

heidegger-giovane-copie-1.jpgQueste due culture, quella dei fisici professionisti e quella dei professionisti della filosofia, coesistono tanto più facilmente in quanto obbediscono ad un comune pensiero fondativo. Il loro sfondo teologico comune permette di evitare l'affrontamento tra di loro di questi due tipi di discorsi sulla realtà delle cose e degli uomini. Questo fondo teologico garantisce, infatti, l'incapacità congenità delle intelligenze umane di conoscere ciò che la realtà è in se stessa per mezzo di se stessa. Infine, l'uomo non conoscerebbe che se stesso: le sue percezioni, i suoi pensieri, i suoi sentimenti, tutto quel che forma le sue appercezioni immediate, in ultima analisi, le sue sensazioni di ciò che Descartes e Spinoza chiamano il pensiero. Ciò che egli stesso nella sua sensazione è in realtà oltre il fatto di essere sensazione, ciò che sono le cose fuori della sensazione, del suo pensiero, ciò sarebbe incapace di conoscere. L'assioma teologico della filosofia protestante enunciato all'inizio del XVIII secolo [2] è oggi inscritto nei dispositivi cognitivi della quasi totalità degli uomini formati da questi insegnamenti contemporanei.

Nel territorio dell'insegnamento della filosofia, stipati a questo strato comune,
coesistono due grandi insiemi di sette filosofanti , gli empiristi ed i fenomenologi. Le opinioni che essi fanno prevalere come essenziali nei loro lavori sono per il primo quelli dei protocolli sperimentali socialmente controllabili per il secondo i protocolli dell'esperienza individuale della vita cosciente. Riprendendo seriamente in considerazione l'origine teologica comune di queste fisiche e di queste filosofie. Non soltanto l'origine di questo scetticismo nei confronti dell'essere reale, delle cose stesse in se stesse è teologica ma anche, evidentemente, questo scetticismo è propizio a questa teologia! Questo mistero, questi insondabili enigmi che la cultura filosofica e la fisica pongono sin da allora in evidenza, sono di natura a favorire le asserzioni delle posizioni teologiche.



II


Due fonti per situare Heidegger: l'idealismo protestante e la teologia modernista


Per comprendere l'impresa di Heidegger, specialmente in Essere e Tempo, bisogna considerare due fonti, Si tratta da una parte della filosofia teologica protestante inaugurata da Berkeley, rielaborata da Leibniz, compiuta da Kant. Si tratta d'altra parte della teologia modernista esistenzialista fondata da Kierkegaard.


Dopo Berkeley, Arthur Collier poi Leibniz, Kant denuncia l'ingenuità della filosofia naturale, la "Fisica", la scienza della natura. La meccanica moderna, quella di Galileo, poi quella di Newton crede all'esistenza dei corpi indipendente della percezione o più esattamente della sensazione umana. In ciò essa è ingenua. Per il resto le leggi di questa meccanica sono esatte.


Secondo berkeley queste leggi non sono che quelle che segnano la stabilità dell'azione dello spirito del dio sullo spirito degli uomini, per Kant sono quelle che, secondo la struttura spirituale del tempo e dello spazio, il nostro pensiero riconsoce nella sua esperienza dei fenomeni sive delle sensazioni.


Husserl, nel campo circoscritto da questa filosofia protestante, si mette alla ricerca di ciò che è all'origine, in noi, di questi pensieri scientifici.


Come il nostro spirito forma le idee, le nozioni, i concetti, che queste scienze, intese kantianamente, pongono in essere.


I risultati dei lavori di Husserl danno allora ciò che Ricœur, insegnando alla Sorbona il pensiero di questo filosofo, designava in termini di ontologie regionali, cioè di idee fondatrici delle regioni di sapere delle differenti scienze.


In questo senso, benché avendo privato queste scienze dei loro veri oggetti, cioè i i corpi mobili che esistono e che sono indipendentemente da ogni percezione, Husserl continuava a fare della fondazione di queste scienze un oggetto degno di ricerche filosofiche. Specie di "spirit analyse", come si dice psicanalisi, dei pensieri scientifici, la fenomenologia ricercava le essenze spirituali; gli eidos.




III




Il progetto di Heidegger


1. «…fare ciò che le mie forze mi permettono per la determinazione eterna dell'uomo interiore... » [3]


Sein_und_Zeit.jpgIl proposito dell'assistente di Husserl, Heidegger, il quale ha mantenuto del resto la lezione della filosofia teologica dell'esistenza secondo Kierkegaard, non è più il mondo delle essenze originarie del pensiero scientifico; è il seguente: quali sono le determinazioni eterne dell'uomo interiore, vale a dire che egli intraprende la fenomenologia della coscienza religiosa. Così comprendiamo perché i tratti essenziali di questa vita interiore corrispondono termine per termine a quelli della teologia cristiana. In breve, Essere e Tempo è una fenomenologia di temi cristiani.

Heidegger vuole dunque porre in evidenza ciò che nella "creatura" reca, sotto una forma a volte degradata ma riconoscibile tuttavia, la traccia di origine sovranaturale. Da cui quel discorso che pur determinando l'inautentico lo considera essenziale per l'autentico.

Questa interpretazione del lavoro di Essere e Tempo corrisponde al programma che Heidegger traccia egli stesso per la propria missione. Missione, di cui risponderà, dice, "anche dinanzi a Dio" (
selbst vor Gott) [4]. Si capisce così perché nel testo del 1924 Il concetto di tempo [5], Heidegger dichiara che il suo proposito non ha in comune con quello della filosofia che il fatto di non essere teologia.

Fenomenologia del teologico cristiano, questo proposito non è, nel senso convenzionale della parola, esso stesso teologico. In quanto fenomenologia del religioso cristiano è cristiano e non filosofico, Non condivide con la filosofia l'interesse futile, la curiosità indaffarata dalla sola preoccupazione della conoscenza.

"L'eternità" è il fatto di "Dio", è conosciuta direttamente dalla sola fede, scrive Heidegger in questo stesso testo. Le determinazioni eterne, cioè "divine" dell'uomo interiore, sono essi conoscibili nella non eternità attraverso la temporalità.


 

2. Il sistema del cattolicesimo problematico ed inacettabile, ma non il cristianesimo...


Ott scrive che Heidegger è un apostata, più esattamente egli precisa, un rinnegato [6]. Infatti, Heidegger scrive ad Engelbert Krebs il 9 janvier 1919 che non può continuare ad aderire al "sistema cattolico" (la parola "sistema" è sottolineata nel testo), e cioè obbedire all'autoità della Chiesa visibile; rimanere chiuso nello stato contemporaneo del dogmatismo cattolico [7].
Cattolicesimo attuale, di cui dirà in una lettera ad Elisabeth Blochmann del 12 settembre 1929, che deve ispirare l'orrore, orrore che deve egualmente ispirare il dogmatismo del protestantesimo attuale [8]. Lui che è stato profondamente iniziato al pensiero cattolico e specialmente a quello del Medioevo, Agsotino, Tommaso, la scolastica, Eckhardt, ecc., sa, interpretare oggi ciò che la Chiesa visibile non sa più ben fare!


"Credo di aver troppo sentito- forse più dei suoi interpreti ufficiali- ciò che il Medioevo cattolico porta in sé come valori e che siamo ancora ben lungi dall'aver veramente sfruttato..." [9].


Si sottrae alla disciplina della Chiesa visibile, ma resta cristiano e lo afferma fermamente nella sua lettera a Krebs del 1919 [10]. Resta insomma in una Chiesa invisibile. Un papa verrà qualche decennio dopo, Wojtyla, che sarà anch'egli fenomenologo, un poco e che in un libro pubblicato pochi anni fa, fa l'elogio della fenomenologia nelle persone di Lévinas e di Ricœur (non arriva a citare il nome di Heidegger), tutti filosofi kantiani o neokantiani! Questo genere di dottrina penetra dunque la Chiesa visibile!


3. Mettere in sinergia la fenomenologia e la teologia modernista


Come  ai loro tempi Tommaso d'Aquino dopo Maimonide  di Cordova, egli stesso come i filosofi dell'Islam, tentavano di accordare le loro religioni alla filosofia di Aristotele, Heidegger vuole accordare il cristianesimo di tipo Kierkegaardiano alla filosofia universitaria del suo tempo, il kantismo sotto la sua forma husserliana.


Insomma, è come se l'Eterno avesse messo nelle creature umane i determinanti che permettono all'uomo di ritrovarlo, lui, l'Eterno nella loro propria esistenza! Invece delle ontologie regionali di Husserl l'ontologia della regione essenziale, quella del divino nell'esistenza, la "fenomenologia della religione" annunciata soprattutto a Krebs nella lettera del 9 gennaio 1919. Così Lévinas, dopo Buber, cercherebbe a sua volta la fenomenologia della religione ebraica. Dappertutto si vuole nel campo del Modernismo religioso rivelare l'immanenza del divino «die ewige Bestimmung» nell'esistenza delle creature.


Da parte sua, Sartre, da questa fenomenologia che rivela l'ontologia divina dell'esistenza, produrrà una versione laica.


In questo modo, una volta di più, la filosofia religiosa, ancilla theologiae, diventa quella di un ateo. La stessa cosa si era prodotta con Ernst Mach. E in generale con tutti i kantiani atei compreso gli empiriocriticisti che Lenin fustigava nel suo Materialismo e Empiriocriticismo, libro ad essi dedicati.


4. L'enorme errore: Heidegger sarebbe un pensatore ateo!


Il lettore, che non è avvertito del fatto che si tratta di una "fenomenologia della coscienza religiosa" (Phänomenologie des religiosen Bewusstseins) si ingannerà inevitabilmente sul senso e la portata di Essere e Tempo.


In uno scritto del 1981, dedicato ad Heidegger, Gadamer evoca il paradosso della lettura atea di Heidegger.  "Non si ha da pensare che a Jean-Paul Sartre, il quale in quanto uno dei suoi ammiratori presenta Heidegger accanto a Nietzsche come  ad uno dei pensatori rappresentativi del pensiero ateo della nostra epoca" [11].


Il lettore è eventualmente affascinato da questo racconto che gli si propone.


Racconto della sua propria esistenza, raccontata qui in modo patetico, tragico, insolito nella letteratura accademica.


A questo proposito, non si deve dimenticare che la formazione cognitiva di coloro ai quali nel 1927 si rivolge Sein und Zeit, è essa stessa religiosa.


È in qualche modo malgrado essa che il progetto di Heidegger raggiungerà più tardi degli agnostici o degli atei.


La trappola in cui quest'ultimi cadranno era stata tesa involontariamente!


Poco laici i testi di Heidegger tradotti in francese nel 1936 e nel 1939 non erano stati presentati che da pensatori teologici, Corbin e Lévinas. Heidegger fa uscire il timore, la paura, la curiosità, l'errore, ecc. dal loro significato anodino per conferire loro uno statuto ontologico nella fondazione del religioso immanente all'esistenza.


Due attenti lettori, Bourdieu e Steiner, hanno fatto notare il carattere teologico peculiare alle categorie di Heidegger in Essere e Tempo. Fanno osservare il fatto, ma non lo spiegano. Il fatto è qui, evidente [12]. La filosofia  contemporanea della vita, dell'esistenza, dell'autenticità- cioè della conformità a ciò che il filosofo pretende scoprire ciò che si è- è anch'essa, come la filosofia di un tempo religiosa.


Coloro che si avvicinano a questi testi senza conoscere affatto il loro motivo ispiratore sono colpiti dall'eccentricità del punto di vista dell'opera. In verità, nella dottrina di heidegger si va dall'esistenza all'Essere, da esso al sacro e da lì a Dio [13].


L'esistenza cristiana non è- o non soltanto- l'effetto della rivelazione storica di Gesù, è il fatto dell'essenza dell'esistenza umana.


Gli "esistenziali" sono gli originarie fondazioni delle autebnticità dell'esistenza cristiana.




 


[Traduzione di Ario Libert]


 

Note


[1] Cfr. MŒDZIANAGORA: Les dieux post-modernes, [Gli dei post-moderni], Ed. Complexe, Bruxelles 1992.


[2] Cfr. Miedzianagora, op. cit


[3] Heidegger, Lettera a Engelbert Krebs, 9 gennaio 1919, citato in: OTT, Hugo: Martin Heidegger. Eléments pour une biographie,  Payot, Parigi 1990, [Tr. it.: Martin Heidegger, sentieri biografici, Sugar, 1988].


[4]  Ibid.


[5] Pubblicato in: CAHIER DE L'HERNE: Heidegger, Ed. de L'Herne, Parigi, 1983, p. 33.


[6] Cfr. Ott, p. 114


[7] Op.cit.


[8] Cfr. Correspondance avec Karl Jasper 1920-1964,  [Tr. it.: Corrispondenza con Karl Jaspers, Lettere 1920-1963, Raffaele Cortina, 2009; Carteggio 1918-1969 con Elisabeth Brochmann; Il Melangolo, 1991].


[9] Lettera a Krebs, 9 gennaio 1919, op. cit., in: Ott, p. 115 .

[10] Cfr. Lettera a Elisabeth Blochmann, 1° maggio 1919, in: HEIDEGGER, Martin: Correspondance con avec Karl Jaspers 1920-1964.


[11] GADAMER, Hans-Georg: Gesammelte Werte in 10 Bandea (Mohr/Siebeck) Tubingen 1985-95, Bd. 3, p. 308.

12 cf. BOURDIEU, Piètre: L'ontologie politique de Martin Heidegger. (Les éditions de Minuit) Paris 1988; STEINER, Georges: Martin Heidegger (1978). Traduit de l'anglais par Denys de Caprona. (Flammarion) Paris 1987.


13 HEIDEGGER, Martin: Ûber den Humanismus (Vittorio Klostermann), Frankfurt a. M. 1988, p. 41 et sq. ; en français dans Cahier de L'Heroe.





LIINK al post originale:
Heidegger



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1 gennaio 2010 5 01 /01 /gennaio /2010 07:23

La prima Signora di Francia, la Signora Brassempouy, è una donna africana!


Una testimonianza preistorica di un valore inestimabile pone in evidenza la storia ancestrale della pettinatura a trecce.

  


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La Signora di Brassempouy


La più antica rappresentazione femminile ritrovata in Francia è una piccola forma scolpita nell'avorio e chiamata La Signora di Brassempouy !

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La Signora di Brassempouy


Visibile oggi al museo della preistoria di saint Germain en Laye (Museo delle Antichità Nazionali), La Signora di Brassempouy è dunque il nome dato a questa statuetta d'avorio di 3,65 cm, trovata nel 1894 in un villaggio delle Landes (nel Sud-Ouest) chiamato Brassempouy e datata a circa 23 000 a. C. Quest'ultima daterebbe dunque al gravettiano (Paleolitico superiore).


La bellezza del volto e la finezza del lavoro compiuto dall'artista fanno di quest'opera scolpita, la più bella testimonianza conosciuta sinora. Tuttavia, l'interpretazione scientifica di quest'opera fa aleggiare un mistero che dobbiamo chiarire.



Brassempouy--4.jpg


Questa statuetta è anche stranamente chiamata "la donna dal cappuccio", perché gli specialisti, avendo preso coscienza che il tipo di capigliatura rappresentato, essendo molto lungi dal tipo classico europeo, hanno elaborato la tesi del cappuccio o del copricapo, per eludere la questione dell'origine etnica di questa donna.


Nessuno osa dire infatti, in quale materiale sarebbe stato fabbricato questo cappuccio, a partire da quale tecnica, quale sarebbe la sua funzione e perché avrebbe quella forma.


L’analisi di africamaat


Esaminando da vicino questa statuetta, constatiamo subito che questa donna porta semplicemente delle trecce africane. Se una collaborazione nazionale tra ricercatori bianchi e neri fosse stata creata per analizzare questa scoperta, la tesi dell'origine africana di questa donna sarebbe oggi evidente.


Vista dal retro


Hervé Marie Catta dice lei stessa sul suo sito che più probabilmente si tratta di una capigliatura pettinata [1]. Come si vede, la tesi del copricapo non convince nessuno. Si effettuano due passi in avanti riconoscendo la non solidità della tesi del copricapo e quella di un acapigliatura pettinata.


Ma, se si tratta in modo formale, non di una capigliatura pettinata ma di una capigliatura intrecciata. Se si ammette che il primo uomo moderno è nato in Africa nera circa 160.000 anni fa [2], si può giustamente affermare che la prima struttura di capelli mai essitita era di natura crespa (specifica del tipo africano, detto "capelli crespi"). La questione della bellezza, del mantenimento e della disposizione di questa capigliatura particolarmente densa, si è dunque posta, sin dalla preistoria.


Ed è molto probabilmente cercando di valorizzare la loro bellezza e facilitare il trattamento e le cure dei loro capelli, che le donne africane dell'epoca preistorica ebbero l'idea di ricorrere alle trecce. In seguito, la perdita progressiva della cheratina, durante il processo di differenziazione fisiologico dell'umanità a motivo dell'acclimatazione dei primi Homo Sapiens Sapiens Africanus al clima freddo del nord, ha fatto nascere il capello del tipo europeo (detto "capelli di seta"), che resta inadatto per le piccole trecce  del tipo di quelle della Signora di Brassempouy. Questa statuetta è dunque importante perché ci rivela l'esistenza di trecce africane durante l'epoca preistorica.


L'artista scultore ha dunque realizzato una donna che porta dei capelli lunghi intrecciati. Per simbolizzare le trecce africane, ha fatto come d'abitudine, cioè ha simbolizzato la capigliatura intrecciata con dei piccoli cubi regolari che partono dalla sommità del cranio sino al di sopra delle spalle. Orizzontalmente, i cubi sono allienati a forma d'arco di cerchio intorno al cranio, lasciando apparire un magnifico volto femminile i cui tratti sono tipicamente africani.

 

  

Come essere certi che si tratta di trecce africane?

Piccola dimostrazione attraverso A + B.

 

Prendiamo il tempo di apprezzare la capigliatura intrecciata della regina faraonica Ahmes, Nefertari, dite "Ahmôsis Néfertary". Fu la fondatrice della XVIII dinastia faraonica e ricevette il titolo supremo di Sposa Divina di Dio (Amon) il che dimostra la posizione elevata che essa occupa all'interno del clero. Nessuna donna al di fuori dell'Africa nera, non ha potuto occupare una tale posizione nell'antichità.

  

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TRECCE DI AHMES NEFERTARI, mummia della regina.
  
Se guardiamo ora da vicino la scultura che l'artista ne ha fatto, si constata che ha scelto anch'egli di rappresentare la sua capigliatura a trecce per mezzo di cubi allineati.
  


 

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 Statuetta di Ahmes Nefertari

Anche i Greci rappresentavano così i capelli a trecce delle donne nere. Così, la treccia o intrecciamento armoniosi di tre ciocche di capelli crespi rispondeva dunque ad una funzione pratica (cura e durata), estetica (la bellezza del volto) e culturale (indicazione dello status sociale) nella società africana. 
[Traduzione di Ario Libert]

 

 

LINK:
La première Dame de France, la Dame de Brassempouy est une femme africaine! 

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19 dicembre 2009 6 19 /12 /dicembre /2009 11:14




Testimonianza di Jean François Champollion sull'impossibilità dell'origine indoeuropea degli antichi Egiziani

 

Jean François Champollion, si appassionerà molto presto all'egittologia  dopo aver acquisito la conoscenza di diverse lingue orientali (copto, sanscrito, ebraico, arabo, siriano, etiopico...) tra il 1805 ed il 1810.

Sin dal 1809, tenterà di decifrare una copia della stele di Rosetta scoperta nel 1799. Pubblica allora la sua Teoria sulla scrittura egiziana dopo aver realizzato due grammatiche di copto ed un dizionario.

È infine a partire dalla famosa Stele di Rosetta, trovata durante la spedizione napoleonica vicino alla città di Rosetta e grazie alla sua padronanza del Copto, che egli giungerà a decifrare i misteri della lingua egiziana (geroglifici).

La stele di Rosetta è più esattamente una pietra di granito sulla quale fu inciso un decreto del faraone Tolomeo V nel 196 a. C. Questo decreto fu redatto in due lingue (Greco ed Egiziano) ma in tre scritture: geroglifico, demotico e greco. Questa pietra è oggi al British Museum di Londra.

Ma è soprattutto recandosi in Egitto e scoprendo i monumenti che egli comprenderà che la sua tecnica di lettura funziona. Scoprirà allora una pagina essenziale della storia dei popoli dell'Europa.

Durante i suoi scavi, Jean François Champollion (1790-1832), scopre con grande stupore, alcune iscrizioni realizzate in alcune tombe reali. Ci ha lasciato un racconto appassionante nella tredicesima lettera che egli ha indirizzato a suo fratello a Parigi.

Tutto è cominciato nella valle di Biban el-Muluk, luogo delle sue ricerche. La, un bassorilievo del faraone Usirei I ha attirato in modo particolare la sua attenzione. L'affresco murale data del XVI secolo a. C. ed è stato realizzato all'epoca della XVIII dinastia faraonica. È uno dei più antichi documenti etnografici di cui disponiamo per conoscere la storia dei popoli dell'antichità. Sorpreso dalla scoperta di diversi affreschi della stessa natura, Champollion costata che gli Egiziani antichi hanno voluto semplicemente rappresentare gli abitanti dell'Egitto e quelli delle contrade straniere gerarchizzandoli in funzione del loro grado di civiltà.

Constata che gli Egiziani (Camiti) si sono posti al primo posto, poi vengono, secondo gli affreschi, i Nubiani, poi i Semiti e gli Asiatici. Constata anche che gli Egiziani ed i Nubiani sono rappresentati allo stesso modo come per sottolineare la loro origine comune (abiti e capelli identici ma i Nubiani sono alcune volte rappresentati più scuri degli Egiziani a causa del sole più torrido nel sud).


Ma, ciò che lo colpirà, è il sesto ed ultimo posto degli abitanti dell'Europa. La sua testimonianza è la seguente: "Infine, l'ultimo (...) presenta il colore della pelle che chiamiamo color carne o pelle bianca della sfumatura più delicata, il naso dritto o leggermente arrotondato, gli occhi blu, barba bionda o rossa, taglia alta e molto slanciata, vestiti di pelli di bue conservanti ancora il pelo, vero selvaggio tatuato in varie parti del corpo, sono chiamati Tamhu (...). Mi misi a cercare il quadro corrispondente a quest'ultimo nelle altre tombe reali e ritrovandoli in effetti in molte di esse, le variazioni che osservai mi convinsero pienamente che si è voluto qui figurare gli abitanti delle quattro parti del mondo, secondo l'antico sistema egiziano, e cioè:

1°- gli abitanti dell'Egitto (...)
2°- gli abitanti dell'Africa, i Negri;
3°- gli Asiatici;
4°- infine (ho vergogna nel dirlo, poiché la nostra razza è l'ultima e la più selvaggia delle serie) gli Europei che, durante queste epoche remote, bisogna essere giusti, non facevano una troppo bella figura in questo mondo.
 
 

Bisogna intendere qui tutti i popoli di razza bionda e dalla pelle bianca abitanti non soltanto l'Europa, ma ancora l'Asia, il loro punto di partenza. Questo modo di considerare questi quadri è tanto più veritiero che, nelle altre tombe, gli stessi nomi generici riappaiono e costantemente nello stesso ordine (...). Ho fatto copiare e colorare questa curiosa serie etnografica. Non mi aspettavo certo, arrivando a Biban-el-Muluk, di trovare delle sculture che potrebbero servire da vignette alla storia degli abitanti primitivi dell'Europa, se non si ha mai il coraggio di intraprenderla. La loro vista ha tuttavia qualche cosa di adulatore e di consolante, poiché ci fa apprezzare validamente la strada che da allora abbiamo percorso".

[Champollion-Figeac, Egypte ancienne, coll. L’Univers, 1839].

 


Cheikh Anta Diop lo ha detto molto spesso: J. F. Champollion era un ricercatore in buona fede. Cioè che era capace, per amore della verità storica, di dire la verità. La sua descrizione dell'Europeo è qui relativamente chiara. Giunge persino a sostenere: "SE NON SI HA MAI IL CORAGGIO DI INTRAPRENDERLA", perché conosce le debolezze umane degli storici della sua epoca.


Gli studenti che si chinano ancora oggi sulla storia dei popoli d'Europa non hanno per la maggior parte mai visto questi affreschi. Ciò significa che Champollion aveva ragione.


Infine, è chiaro che la tesi dell'esistenza di faraoni indoeuropei in Egitto è una visione erronea dello spirito falsificatore degli storici occidentali.




Supplemento di informazione


di Nubian


Osservando meglio, si constata che J. F. Champollion è andato molto più lontano nella sua analisi a proposito degli antichi Egiziani.


Nel suo diario [1], fa una distinzione tra Arabi (i conquistatori ed impostori che si sono fatti passare per i discendenti degli Egiziani antichi) ed i Nubiani. Durante la sua visita a Wadi-Halfa, un villagio nubiano vicino alla seconda cataratta (30 dicembre 1828), dice a proposito di questi nubiani oppressi dal governo arabo (come ai nostri giorni...): "Questo popolo sfortunato che non ha nulla in comune con gli arabi, né per lingua, né per l'aspetto fisico".


A proposito di questi stessi nubiani Champollion il Giovane dicendo: "... Sono delle persone gradevoli e naturalmente felici come tutti i nubiani. Sono magri ed i loro tratti (facciali) sono delicati, la complessione rosso-marrone della loro pelle è vicina al colore nero e ricorda quella della razza Egiziana antica".


Champollion parla nache di un suo incontro con un Nubiano e dice: "Un Nubiano con un bel viso entrò nella nostra tenda, il suo copricapo somigliava a quello dei faraoni come si può osservare in alcuni bassorilievi, i suoi capelli erano intrecciati in modo che si sarebbe detto che avesse una parrucca nello stesso stile ricordante le pettinature degli antichi Egiziani. I suoi tratti pieni di vita e di nobiltà, ricordano quelli di Ramses i cui monumenti non sono molto distanti. Vestito di una lunga veste blu e coperto di una coperta bianca, questo Nubiano è nativo dell'Isola di Argo vicino a Dongola".


L'Isola di Argo si trova nell'Alta Nubia e la città di Dongola si trova a nord del Sudan attuale. Penso che questa testimonianza complementare di Champollion il Giovane è altrettanto esplicita in quanto all'impossibiltà di un'Egitto Antico indoeuropeo o semitico.



[1] Cfr. Harle, Diane, Christine Ziegler, e Herve Champollion,  1998, L’Egypte de Jean-Francois Champollion Lettres & Journaux De Voyage (1828-1829) [L'Egitto di Jean-François Champollion, Lettere e diari di Viaggio (1828-1829)].



LINK al post originale:

Témoignage de Jean François Champollion sur l’impossible origine indo-européenne des Egyptiens anciens



LINK pertinenti all'argomento trattato:

Costruzione delle piramidi secondo Erodoto

Testimonianza di Vivant Denon a proposito della Sfinge di Giza

I Greci non sono i precursori della filosofia!

Le piramidi sono fatte di calcestruzzo?

Gli egiziani erano neri come il "carbone"



 

 

 

 

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11 dicembre 2009 5 11 /12 /dicembre /2009 14:16
La costruzione delle piramidi secondo Erodoto


Studio lessicografico dei termini greci krossai e bomides in Erodoto (II, 125): etimologia egiziana o greca?


di Frédéric Davidovits*


Introduzione


Nel secondo libro delle sue Storie, dedicato all'Egitto, Erodoto (12, 125) comincia così il suo celebre testo sulla costruzione della piramide: "Questa piramide venne costruita con dei ripiani (ajnabaqmw'n trovpon), che alcuni chiamano krossai (krovssa) ed altri bomides (bwmivda); la fecero prima così, poi sollevarono le restanti pietre con macchine fatte di travi corte, portandole da terra nel primo ordine di ripiani" [1].
La traduzione di krossai e di bomides ha posto numerose difficoltà per i commentatori, perché queste due parole sono rare e dunque poco utilizzate: "gradini", "scalini" [2] e "modiglione" e "piccolo piedistallo" [3]. Essi sembrano designare la forma a gradini della piramide. Per lo specialista di Erodoto A. B. Lloyd, il testo descrive innanzitutto la costruzione di una piramide a gradini come quella di Saqqara, per rifinirla in seguito con un rivestimento [4]. Ci si ricorderà che Erodoto non ha visto le piramidi così come esse si presentano oggi.

Durante la sua epoca, esse erano intatte e lisce: gli "ordini di ripiani" si riferiscono alla piramide senza rivestimento. In questo articolo, ci riproponiamo di studiare e il senso di krossai e di bomides secondo il metodo della lessicologia e della lessicografia.


Bomides-bwmivde"


In greco, bomis (bwvmi") "piccolo gradino, piccolo scalino, gradino, scalino, piccolo piedistallo" è il diminutivo di bomos (bwmov).  Quest'ultimo designa ogni piattaforma elevata che serva da base o da supporto, da cui "pedana, piedistallo, zoccolo" (cfr. Iliade, 8, 441) [A], poi "piedistallo" (Odissea, 7, 100) [B], [5]. Può qualificare un tumulo ed una tomba (cfr. Anth. App. 262). È per questo che si potrebbe tradurre bomides con "piccoli piedistalli" o "piccole piattaforme".


Erodoto è il primo autore greco ad utilizzare bomis nella letteratura greca. In seguito, bomis è usato in contesti architettonici. Così, in alcune iscrizioni nell'isola di Delos, [6]. Esichio di Alessandria lessicografo del I secolo della nostra era (Less. "b" 1382) definisce bomides come "gradino di una scala" (bwvmida": ajnabavsei").

Il ricorso a bomis è strano da parte di Erodoto per designare i "gradini della piramide", perché avrebbe potuto utilizzare dei termini più correnti in architettura, termini che egli può d'altronde impiegare: 1) anabathmos (ajnabaqmov") "gradino, scalino", [7], usato da Erodoto nel senso di "fondamenta"; 2) bathron (bavqron) "scalino, gradino", designa ogni superficie fungente da fondamenta: base, scalino, gradino, piolo di una scala, banco, sedia, suolo di una casa, ecc. [8].

Erodoto lo utilizza in 1,183 per una base: (Nel tempio di Babilonia c'è un'altra cella in basso, con una grande statua d'oro di Zeus e accanto una grande tavola d'oro e il piedistallo e il seggio d'oro); in 5,85 per un piedistallo di una statua; in 7,23 per un gradino o uno scalino. È bathron che Erodoto avrebbe potuto usare al posto di Bomis. Allo stesso modo, Erodoto avrebbe potuto usare altri termini, come bathmos
(baqmov"), bathmis (baqmiv"), basis (basiv"), bèma (bh`ma), batèr (bathvr).

Krossai – krovssai

Se Erodoto è il primo autore ad utilizzare bomis, ritroviamo già Krossai presso Omero: Iliade, 12,258: krovssa" me;n puvrgwn e[ruon, kai; e[reipon ejpavlxei", É sthvla" te problh'ta" ejmovcleon, a}" a[ræ ΔAcaioi; É prwvta" ejn gaivh/ qevsan e[mmenai e[cmata puvrgwn: "Scrollavano (i Troiani) i merli delle torri, abbattevano i parapetti (tr. it. citata)" [9]. Nei due passaggi dell'Iliade (12,258 e 12,444: "...s'arrampicarono sui merli, brandendo l'aste acute", Tr.it. citata), krossai è tradizionalmente tradotto con "merli, pietra sporgente".

A. B. Lloyd cita Esichio di Alessandria (Lex. "k" 4199), il quale dà una definizione polisemica di questa parola [10]: Krovssa": (1)
klivmaka", a[lla" ejpæ a[llai". Tine;" de; (2) ta;" kefalivda" tw'n teicw'n, (3) h] promacw'na", (4) h] stefavna" tw'n puvrgwn, (5) h] ta; krhpidwvmata: "KROSSAI: (1) una accumulazione di gradini di scale (o di scalino). Alcuni chiamano così (2) la cima dei baluardi (3) i baluardi o (4) le cime circolari delle torri o (5) le fondamenta di una costruzione".
Il senso (1) fa allusione ad Erodoto mentre le altre fanno riferimento ad Omero. A. B. Lloyd evidenzia l'imbarazzo di Esichio di fronte alla varietà dei significati. Quando esamina le diverse accezioni di krossai in Esichio, sembrava difficile di cercare un luogo comune tra tutti questi sensi, cioè un etimo comune. Studiare il krossai di Erodoto, sotto l'angolo della polisemia rende confusa la sua analisi: è per questo che possiamo esaminarla sotto quello dell'omonimia, più esattamente dell'origine egiziana del parola [11].
In questa ipotesi, krossai "erodoteo" può essere l'adozione fonetica di una parola egiziana. Erodoto era accompagnato da traduttori per interrogare i sacerdoti egiziani che incontrava.


Gli interpreti 
(eJrmhnei`") per i "turisti greci


Per A. B. Lloyd, non vi sono dubbi che Erodoto ha incontrato autentici sacerdoti egiziani che hanno potuto essere di alto lignaggio. Sui rapporti tra Erodoto ed i suoi informatori, A. B. Lloyd conclude:

- Gli Egiziani conoscevano meglio i Greci che non viceversa. Un corpo di hermèneis (interpreti) era favorito imparando la lingua attraverso l'ascolto con una grande facilità.


- Gli Egiziani pensavano come degli Egiziani, secondo le loro tradizioni e mentalità e non come dei Greci [12].


Sono i traduttori e dunque gli informatori egiziani (sacerdoti) ad essere i soggetti della frase di Erodoto: ta;" metexevteroi krovssa", oiJ de; bwmivda" ojnomavzousi" che alcuni chiamano krossai ed altri bomides".


Come si comporta un interprete egiziano di fronte al greco Erodoto?


Ogni interlocutore di una lingua possiede un vocabolario personale, che è il risultato della sua esperienza passata e questo locutore non possiede tutte le parole del suo idioma: questo caso si applica al traduttore-interprete che apprende una lingua straniera.

Per di più, esiste un gran numero di parole il cui significato non può essere compreso ed utilizzato che da coloro che hanno acquisito il sapere necessario: i termini di medicina, di archiettura, di biologia non possono funzionare che tra l epersone che sono state iniziate a questi saperi ed a queste scienze [13]. Sono i vocaboli che un traduttore non conosce necessariamente.

Così il "drogman" di Erodoto (il locutore) possiede un vocabolario greco sufficientemente esteso per fare il suo lavoro ed è possibile che non conosca tutto il lessico greco. Quando un interprete non sa come tradurre una parola o un concetto in un'altra lingua, ricorre a tre mezzi: 1) la parafrasi, ser serve a definire nella lingua di destinazione la paeola o il concetto; 2) non traduce il termine o il concetto e lo ritrascrive foneticamente creando un neologismo nella lingua di destinazione; 3) nella lingua di destinazione, inventa una nuova parola a partire da un'altra.

Se si prende in considerazione l'ipotesi di un'origine egiziana per il krossai di Erodoto, questo termine egiziano deve appartenere al vocabolario architettonico di questa lingua, poiché il testo di Erodoto descrive la costruzione di una piramide. Questo termine egiziano dovrebbe avere anche una somiglianza più o meno fonetica con krossai.


Etimo egiziano della parola krossai usata da Erodoto

Nel vocabolario architettonico egiziano, il lessema ≈wsj "costruire" possiede questa somiglianza fonetica (Fig. 1) e può essere usato in un contesto religioso, come nella "stele della carestia" (Fig. 2).


stele-della-carestia.jpgStele della carestia, (Isola di Sehel - Tolomomeo V Epifane)



Figura 1 : ≈wsj (lista Gardiner A 34)




Figura 2: Stele della Carestia, Sehel: "essi hanno costruito la tomba reale (la piramide)"; H. Barguet, Tratto da: La Stèle de la Famine à Sehel, Bibliothèque d'Études, Il Cairo: IFAO, 1953.



È allora facile ricostruire il modo in cui un viaggiatore, visitando un paese straniero ed accompagnato da un interprete, interroga degli autoctoni [14]. Erodoto pone una domanda al suo traduttore, il quale interroga l'informatore (il sacerdote). Una volta ottenuta la risposta, il "drogman" la trasmette ad Erodoto. Non traduce un termine egiziano, lo traspone in greco: cerca di "grecizzarlo", cioè a declinarlo in greco.

Poiché l'interprete
(eJrmhneuv") parla greco con un accento egiziano, certamente, Erodoto comprende il termine egiziano Khusi "elenizzato" con le sue orecchie di greco e corregge egli stesso: capisce krossai. In effetti, Erodoto, come tutti i greci educati, conosce a memoria l'Iliade e l'Odissea e crede di riconoscere nel ≈wsj "ellenizzato" il krossai omerico.

Il vocabolario omerico è presente nell'opera di Erodoto: l'aggettivo composto, derivato da krossai, prokrossos (
provkrosso") "allineati, in fila" si trova nell'Iliade (14,35) [C] ed Erodoto (7,1888) per qualificare delle navi ammarate su una spiaggia [15]. In 4,152, Erodoto utilizza quest'aggettivo per descrivere un vaso d'Argo, che "con attorno teste di grifone in rilievo". Allo stesso modo abbiamo visto che krossai si trova anche nell'Iliade (12,258; 12,444).

Conclusione: gli idioletti del traduttore e di Erodoto ed il meccanismo di creazione delle parole


In lessicologia, si tiene conto delle relazioni tra i locutori in una lingua data. 
Ognuno dei locutori possiede un idioletto che ha acquisito attraverso la sua esperienza, attraverso la sua educazione e la sua origine geografica. Qui, uno è un traduttore e l'altro un Greco che viaggia per studiare l'Egitto. L'idioletto di Erodoto è influenzato dalle informazioni fornitegli dal suo traduttore e dalle interpretazioni che il ricercatore greco fa delle informazioni fornite dai suoi informatori egiziani (sacerdoti).

Secondo questo modello, e contrariamente a ciò che si pensava sino ad oggi, il termine krosssai in Erodoto non apparterebbe ad un'evoluzione diacronica del senso di krossai, dall'Iliade di Omero (inizio del VIII secolo a. C.) sino ad Erodoto. Il krossai "erodoteo" sarebbe un adattamento fonetico di ≈wsjverso il greco ed un "falso amico", poiché Erodoto lo confonderebbe con un termine omofonico esistente.

Volendo insistere sul lato religioso della piramide, l'interprete scelse un termine greco bomos che contiene l'idea ad un tempo di gradino e di religione ed inventa un nuovo termine: bomis.


Bomides è il termine utilizzato dai suoi informatori: potrebbe trattarsi di un'equivalenza di krossai, poiché entrambi sono dei nomi al plurale. Sia che il traduttore cerchi le sue parole per tradurre quanto implichi ≈wsj e crei un neologismo suggerento "accumulazione di piccole piattaforme", sia che insista sul lato religioso della piramide e scelga un termine greco che contiene al contempo l'idea della piattaforma e della religione, i "piccoli altari".

 



NOTE


* L’autore ringrazia il Geopolymer Institute, di Saint-Quentin, Francia (www.geopolymer.org) per aver concesso il sostegno finanziario per il congresso. Ringrazia anche il CERLAM, dell'università di Caen (Francia) per l'utilizzazione dei suoi mezzi tecnici. (CERLAM, M.R.S.H., Università di Caen, 14032 Caen Cedex, France).


[1] Hérodote, Histoires, livre II – Euterpe, P. E. Legrand (ed.), Collection des universités de France (Paris: Les Belles Lettres, 1972). Herodot. 2, 125: ΔEpoihvqh de; w|de au{th hJ puramiv" ajnabaqmw'n trovpon, ta;" metexevteroi krovssa", oiJ de; bwmivda" ojnomavzousi: toiauvthn to; prw'ton ejpeivte ejpoivhsan aujthvn, h[eiron tou;" ejpiloivpou" livqou" mhcanh'/si xuvlwn bracevwn pepoihmevnh/si, cama'qen me;n ejpi; to;n prw'ton stoi'con tw'n ajnabaqmw'n ajeivronte".
(Questi passi di Erodoto, e tutti gli altri presenti in questo saggio sono tratti dal suo Storie e riportate in corsivo sono state tratte dalla traduzione
edita dall'Istituto Geografico De Agostini nel 1959 nella traduzione di Giuseppe Metri). 
[2] Erodoto, Le storie.
[3] H. Berguin, L’enquête d’Hérodote d’Halicarnasse [La ricerca di Erodoto di Alicarnasso], tomo 1 (Paris: Librairie Garnier, 1939).


[4] A. B. Lloyd, Herodotus, Book II, Commentary 99-182, Collection "Etudes préliminaires aux religions orientales del’empire romain", (Leiden : E. J. Brill, 1988), 67-8.


[A] "L'inclito Ennosigeo gli scioglieva i cavalli/ e pose il carro sopra il gradino, e vi stese il panno", dalla traduzione dell'Iliade di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, Torino, 1963 (N. d. T.).

[B] "Fanciulli d'oro sopra solidi piedistalli/ si tenevano dritti, reggendo in mano fiaccole accese", dalla traduzione dell'Odissea di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, Torino, 1963 (N. d. T.).


[5] Questi due termini provengono dal verbo baivnw "marciare, salire".

[6] M.-Ch. Hellmann, Recherches sur le vocabulaire de l’architecture grecque, d’après les inscriptions de Délos [Ricerche sul vocabolario dell'architettura greca, dalle iscrizioni di Delos], Ecole Française d’Athènes (Athènes, 1992), 63, 68, 71-9: contesto lacunoso (166) ªta;º" bwmivda" oijodªomºhvsanªti (275 av. J.-C.), riparazione di un muro "ed i gradini" in una oikia (290) kai; ta;" bwmªivdaº" (246 av. J.-C.), il sacerdote Archaios offre "una cappella, la stanza annessa e i gradini della cappella  (la scalinata della cappella) ” (2226) ta;" bwmivdaª" tºou` naou` (127-128 av. J.-C.).


[7] Altri impieghi di anabathmos nelle principali iscrizioni di Delos: M.-Ch. Hellmann, op. cit., 68. Allo stesso modo, basmos (basmov") "scalino, gradino" può al singolare designare una scala, come anabathmos ou anabasis: ibidem.


[8] M.-Ch. Hellmann, op. cit., 63: "Le attestazioni deliane sono lungi dall'esaurire tutte le sfumature di bavqron, per le quali il contesto è determinate".


[9] Omero, Iliade (canti 13-18), Tr. it. citata.

[10] Alan B. Lloyd, op. cit., 67-8.

[11] Sulle relazioni lessicali come la polisemia e l'omofonia: A. Niklas-Salminen, La lexicologie (Paris: Armand Colin, 1997), 120-7.


[12] A. B. Lloyd, Herodotus, Book II, Introduction, volume 1, Collection "Etudes préliminaires aux religions orientalesde l'empire romain" (Leiden: E. J. Brill, 1975), 76-140.


[13] A. Niklas-Salminen, op. cit., 27-8.

[14] Sul modo in cui si può supporrele relazioni tra Erodoto ed i suoi informatori: cfr. A. B. Lloyd, Introduction…, 76-140.


[C] "Perciò le avevano tratte in file folte, e tutta quanta era piena/ la gran bocca del lido, che i promontori chiudevano.", Odissea, nella traduzione einaudiana di
Rosa Calzecchi Onesti.

[15] A. Bowen, “ The place that beached a thousand ships ”, Classical Quaterly 48 (1998), 345-64.

Studio presentato al IX Congresso Internazionale di Egittologia, Grenoble, Francia, 6-11 settembre. Pubblicato nei atti del convegno.



Geopolymer Institute Geopolymer Institute, 16 rue Galilée,
2004 F-02100 Saint-Quentin, France
© All Rights Reserved www.geopolymer.org



[Traduzione e cura iconografica di [Ario Libert]


LINK allo scritto originale in formato PDF:
Construction des pyramides d'après Hérodote


LINK pertinenti all'argomento:
Le piramidi sono fatte di calcestruzzo?
Incontro con la Venere di Dolni Vestonice

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5 dicembre 2009 6 05 /12 /dicembre /2009 20:02

 

La filosofia nazista di Heidegger





È accaduto ad Heidegger di scrivere la parola essere cancellata da una croce. Vuol dire essere ingenui considerare  questa scritta come il gesto di una specie di ontologia negativa. La croce evoca in realtà il Geviert, il Quadripartito, e quest'ultimo  è una trasposizione destinata a dare un valore simbolico e attraente della croce uncinata, la svastica nazista. Il notro tag è una domanda: il riconoscimento accademico di Heidegger giustifica che si minimizzi soprattutto che si neghi il suo nazismo? Alcuni difensori di Heidegger si permettono inverosimili fantasie. Per Marcel Conche il nazismo e Auschwitz non hanno nulla a che fare. Heidegger è stato un "resistente spirituale". La persona di Hitler reca soltanto la responsabilità del genocidio. Per Froment-Meurice c'è un "essere-nazista" di Heidegger ed un "essere-nazista" radicale... ma Heidegger non era antisemita.


Heidegger "resistente spirituale"? Heidegger non antisemita?

Si è in realtà molto presto trattato, per Heidegger: "...di tenersi pronti per l'attacco, di coltivare e accrescere la costante disponibilità e di iniziare l'attacco da molto tempo, con lo scopo dello sterminio totale".
Del "nemico interno", s'intende.
Questa citazione pone in prospettiva ciò che Richard Wolin ha chiamato la "politica dell'essere" heideggeriana. Ed ha cominciato ad elaborarsi ben prima l'arrivo al potere di Hitler.


Bisogna anche rovesciare lo schema abituale. Hitler è in realtà l'emanazione di circoli antisemiti radicali ai quali era attaccato "spiritualmente" Heidegger. L'ideologia völkisch sterminatrice esisteva già anche prima della creazione del partito nazista.


Avvertenza. Concepiamo la ricerca sul nazismo di Heidegger come un'esplorazione progressiva del senso... dei sensi... del testo heideggeriano a partire dal riconoscimento di un progetto di introduzione del nazismo nella filosofia. (Emmanuel Faye). La nostra intenzione non è di scrivere o di tentare di scrivere, l'ennesimo commento terminante con la sua "parte d'ombra" o "sulla parte sulfurea" del filosofo. Il riconoscimento mondiale di Heidegger non deve ostacolare certe ipotesi di lettura. Lo statuto di Heidegger non deve porre il lettore nella situazione di autocensura. Heidegger è un autore nazista. È stato costantemente fedele all'hitlerismo. Ha fatto appello allo sterminio e si è rallegrato per Auschwitz.


Non ci pronunciamo su cosa deve essere della sua ricezione futura. Partiamo soltanto dal principio che è impossibile di dare fiducia ad un autore nazista. E se c'è ancora qualcosa da fare con la ricerca heideggeriana non è che a prezzo di un riconoscimento del modo con il quale Heidegger ha acculturato filosoficamente, con discrezione e virtuosità, l'hitlerismo, soltanto questo riconoscimento permettendo allora di completare eventualmente la decostruzione in corso.

Il visitatore potrà essere sorpreso o traumatizzato da alcune delle nostre affermazioni. È così che, secondo noi, quando Heidegger parla, nell'Introduzione alla metafisica (1935) di "cominciamento originario", non designa altro che il progetto della soluzione finale.

Non c'è nessun "episodio nazista" in Heidegger. C'è un'ascesa verso una simbiosi con Hitler, una radicalizzazione criminale dell'antisemitismo, della delusione- soprattutto dopo la sconfitta davanti a Stalingrado- poi una "legittimazione" rampante della soluzione finale e la preparazione minuziosa di assunzione dell'hitlerismo attraverso la strumentalizzazione della filosofia.

Il più atroce dei paradossi heideggeriani è senz'altro che più Heidegger spiritualizza e debiologizza il suo antisemitismo, più egli si afferma come
Vernichtung, dello sterminio. L'assassinio di massa al servizio della razza diventa così un "cominciamento originario". Non contestiamo il riconoscimento accademico di Heidegger che nella stretta misura in cui essa è in se stessa una tesi difendente la separazione tra l'opera e la famosa "parte d'ombra". Ciò che ci interessa è di mettere in luce la strategia di acculturazione filosofica del nazismo permettente ad Heidegger di operare alla messa in punto di un vero dispositivo di nazificazione del pensiero.

Una delle condizioni di questo progetto è, non dimentichiamolo, precisamente che si possa parlare di Heidegger come di un filosofo. Il testo filosofico è sufficientemente a distanza dal testo nazista perché si possa prenderlo "in tutta innocenza". Questa distanza è stata soprattutto accuratamente tenuta per le decadi che sono seguite alla seconda guerra mondiale.

Il testo nazista era tuttavia sufficientemente ben a posto perché lo si potesse percepire, anche debolmente, il chiarimento che ha come compito di portare al testo filosofico stesso. Le ricerche storiche e filosofiche recenti, così come la pubblicazione del Corso di logica del 1934, confermano che, per Heidegger, il tema di un al di là della filosofia coincide con una fondazione di una biopolitica terrificante di sterminio.

È a proposito di Heidegger, che si gioca secondo noi l'essenziale della riflessione relativa agli avvenimenti accaduti poco più di 60 anni fa. E che continuano ad essere una minaccia per il futuro.


“Credo alla necessità di esibire, se possibile senza limiti, le aderenze profonde del testo heideggeriano (scritti ed atti) alla possibilità ed alla realtà di tutti i nazismi” (J. Derrida).

“Heidegger, l’introduzione del nazismo nella filosofia” (E. Faye).

“La magnificenza di ciò che è semplice” (M. Heidegger).

Ma che cosa è il semplice se non il nazismo: "la voce del sangue proviene dalla disposizione affettiva fondamentale dell'uomo. Non è sospesa al di sopra da se stessa, ma  ha il suo posto per sé nell'unità della disposizione affettiva. A questa unità appartengono anche la spiritualità del nostro essere-il-là, la quale avviene in quanto lavoro" (Heidegger).

Ma di quale genere di lavoro si tratta? È a proposito di Heidegger che si gioca secondo noi l'essenziale della riflessione relativa agli avvenimenti accaduti più di sessant'anni fa. E che continuano ad essere una minaccia per il futuro.

"Heidegger, il cammino verso l'olocausto" (Julio Quesada).

“Un piccolo pensatore ed un grande nazista”, (Henri Meshonnic).

 

SKILDY

 


[Traduzione di Ario Libert]



LINK al post originale:

Skildy, Phiblogzophe

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