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17 agosto 2017 4 17 /08 /agosto /2017 07:00

Le tracce di un antico fiume gigante rivelano il passato del Sahara

Da alcuni anni, i sondaggi radar effettuati dal satellite indicavano un importante sistema fluviale in Libia associato alla regione dell'oasi di Kufrah. Una equipe internazionale ha utilizzato i dati del satellite Alos dell'agenzia spaziale giapponese per dimostrare che milioni di anni fa esisteva in questa regione un fiume comparabile al Nilo.

Da decine di anni, i geofisici sondano la topografia del deserto del Sahara con l'aiuto di radar installati a bordo di satelliti o anche della navetta spaziale. Nascoste sotto le dune, delle tracce, in effetti, testimoniano di un epoca in cui il Sahara era disseminato di corsi d'acque e di laghi. Partire alla ricerca di queste tracce non è un'indagine priva di senso perché i famosi dipinti e incisioni rupestri del Tibesti e dell'Hoggar, note da molto tempo, erano testimonianze di un passato molto più umido e verdeggiante del Sahara, accogliente per l'uomo e per le sue greggi di animali durante il neolitico.

Oltre ad aiutare a ricostruire il passato climatico della Terra, si poteva imparare molto sull'evoluzione della cultura umana, le condizioni dell'emigrazione degli ominidi e la comparsa della civiltà egizia.

Un fiume più giovane del Tibesti

Una equipe di ricercatori, con a capo Philippe Paillou, un planetologo dell'Osservatorio Aquitano delle Scienze dell'Universo (INSU-CNRS, Université Bordeaux-1), che abitualmente studia i crateri d'impatto dei deserti su immagini di radar satellitari, ha passato al vaglio i dati radar dell'apparecchio per la risonanza magnetica Palsar del satellite Alos della Jaxa (agenzia spaziale giapponese). I loro colleghi americani e sauditi avevano già notato nel 2004 che un'importante rete idrografica fossile esisteva nella regione del bacino di Kufrah, a mezza via tra l'Egitto, la Libia e lo Ciad.

Recentemente, i ricercatori hanno scoperto il letto di un antico fiume comparabile per importanza al Nilo, nascosto sotto dei depositi eolici che attraversano le arenarie dell'est della Libia per quasi 1.200 km.

Il lago Assal della repubblica del Gibuti. Durante la crisi messiniana, un'ampia parte del Mediterraneo doveva avere lo stesso aspetto.

Non vi è per il momento nessuna datazione precisa ma sembra incontestabile che questo fiume era lì milioni di anni fa, soprattutto durante la famosa crisi messiniana, tra i 5 e 6 milioni di anni fa. Durante quest'epoca, il Mediterraneo era isolato dall'Atlantico e subiva un'evaporazione importante che doveva farlo somigliare al mar Morto o al lago Assal della Repubblica del Gibuti. Sembra anche chiaro che questo fiume si è formato successivamente al sollevamento del Tibesti.

L'aspetto del Mediterraneo durante la crisi messiniana

Questo antico fiume ha dato luogo a un vasto delta nella regione di Sarir Dalmah e sappiamo, grazie all'aiuto dei metodi della geochimica, che importanti quantità d'acqua dolce originaria del bacino di Kufrah si sono scaricati nel mar Mediterraneo 125.000 anni fa.

Questo fiume era dunque attivo anche in tempi recenti. Degli studi di questo genere sono importanti perché si può trasporli al caso di Marte e servirsene per calibrare i segni delle reti idrologiche fossili e partire alla loro ricerca sul pianeta Rosso.

 

[Traduzione di Ario Libert]

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10 luglio 2017 1 10 /07 /luglio /2017 07:00

Origine della tauromachia e del Vello d’Oro: il dio toro fertile agricolo, compagno della Dea Madre neolitica

"Il culto più diffuso nel mondo antico era forse quello del toro, l'animale consacrato alla Grande Dea. Anche se si risale ai tempi più antichi e miti, quando la dea regnava in modo assoluto, troviamo il toro sacro dietro lei. Gli scavi di Ninive, Babilonia e Ur, così come quelli delle città più piccole della valle del Tigri e dell'Eufrate, mostrano che il toro accompagnava il culto della grande dea-pesce Tiamat, spesso rappresentata come una sirena, come su un sigillo scoperto a Ninive".

André Parrot

La fine di un regno

Il sacrificio del toro è un tema ricorrente nella cultura patriarcale: dalla lotta di Gilgamesh (o Eracle, semidio patriarcale) contro il Toro Celeste rilasciato dalla Dea Madre Ishtar, sino alla barbara uccisione del toro sulla sabbia dell'arena ancora ai nostri tempi, cosa significa questo instancabile scontro dell'uomo contro il toro?

L'uccisione del toro divinizzato sembra essere lo sradicamento del simbolo della fertilità virile, ossia la potenza genitrice maschile, ma senza riconoscimento della paternità, tipica delle società matrilineari. Gilgamesh e il Toro di Ishtar (Sumero), Baal e il vitello d'oro (Canaan), Arianna e il Minotauro (Creta), Giasone e i tori di Efeso (Grecia), l'iniziazione attraverso il sangue del toro di Mithra (Persia), la festa del bue grasso (dalla Grecia alla Gallia, la tauromachia (dal Galles alla Spagna).

Sacrificio di un toro da parte del dio Mithra, Bassorilievo in marmo del III secolo, Museo del Louvre.

Il compagno delle dee

Se l'uomo appare vicino al toro, è per la maggior parte delle volte per ucciderlo; la donna l'ha preceduto dalla notte dei tempi, ma in una specie di convivenza tranquilla, senza nulla che evochi l'uccisione; sulle rocce del monte del Monte Bego, i sigilli dell'antica Mesopotamia, i bassorilievi egiziani, le coppe elleniche, gli affreschi di Cnosso, a Catal Huyuk così come a Mohenjo-Daro, i bovidi accompagnano una donna: Grande Dea, antenata, madre della tribù. Sembra avere un rapporto ben più antico e più pacifico, con le bestie. Apis, Hathor e la luna (Egitto), gli amori di Parsife con il Toro Bianco (Creta), la razzia dei buoi di Cooley (Irlanda).

Europa guidata da Zeus sotto forma di toro

Un dio totemico agricolo

Api è il nome greco di un toro sacro della mitologia egiziana venerato sin dall'epoca preistorica. Le prime tracce del suo culto sono rappresentate su delle incisioni rupestri, è in seguito menzionato nei Testi delle Piramidi dell'Antico Impero e il suo culto perdurerà sino all'epoca romana. Api è simbolo di fertilità, di potenza sessuale e di forza fisica.

Una incarnazione della Dea

Nell'antico Egitto, la dea del Cielo, Hathor, era adorata sotto forma di una vacca, di una donna dalla testa di vacca o dalle corna di vacca. La vacca non era soggetta a sacrifici sanguinari nell'Egitto antico. La vacca aveva un valore simbolico molto importante presso gli antichi Egiziani: "La vacca rappresentava la volta celeste, e il suo ventre portava le stelle. La dea Iside assumeva a volte l'aspetto di una vacca. Associata alle vacche celesti (...), Hathor protegge e genera quotidianamente; alla sua mammella si nutre il faraone per ricevere il latte divino, garanzia di eterna giovinezza e di sovranità" (Encyclopédie des religions, Gerhard J. Bellinger).

Quando Mosè sterminò coloro che preferirono il Vitello d'Oro

Poussin, L'adorazione del Vitello d'oro

Episodio dell'Esodo (Es. 32) del popolo ebraico dall'Egitto verso la "terra promewssa". Durante l'ascesa del monte Sinai da parte di Mosè, per ricevere le tavole della Legge, gli Ebrei, da poco liberi dal giogo del Faraone, sollecitarono Aaron di costruir loro un idolo d'oro, fondendo i braccialetti e collane che essi erano riusciti a portare con sé. Egli costruì un vitello d'oro che essi adorarono ad imitazione del toro Api adorato in Egitto. Quando Mosè scese dal monte Sinai, e vide gli Ebrei adorare un idolo, il che è letteralmente proibito dal Terzo Comandamento, fu preso da una rabbia così grande che distrusse le Tavole della Legge contro una roccia. Dio ordinò a Mosè di uccidere tutti questi eretici, e Mosè trasmise quest'ordine a coloro che, tra il suo popolo, gli erano rimasti fedeli:

Esodo 22.20 "Colui che offre dei sacrifici ad altri dei che non sia l'Eterno sia votato allo sterminio".

Esodo 32.26 "Mosè si pose alla porta dell'accampamento, e disse: A me coloro che sono per l'Eterno! E tutti i figli di Levi si strinsero a lui".

Esodo 32.27 "Disse loro: Così parla l'Eterno, il Dio di Israele: Che ognuno di voi metta la sua spada al fianco; attraversate e percorrete l'accampamento da una parte all'altra, e che ognuno uccida il suo fratello, il suo genitore".

Esodo 32.28 "I figli di Levi fecero quanto ordinato da Mosè; e circa tremila uomini tra il popolo perirono in quella giornata".

Esodo 32.29 "Mosè disse: Consacrate oggi all'Eterno, anche sacrificando vostro figlio e vostro fratello, affinché vi accorda oggi una benedizione".

Il Minotauro: una demonizzazione della gilania

Teseo uccide il Minotauro frutto dell'adulterio di Pasife

I Minoici a Creta, veneravano la Dea Madre della fecondità, e il dio-toro fertile. La religione minoica era rivolta alla natura e il culto della vegetazione. Ciò si nota particolarmente per mezzo degli dei e delle dee che muoiono e rinascono ogni anno, e attraverso l'uso di simboli come il toro (o le corna del toro), il serpente, le colombe, il leone, il papavero.

Affresco del volteggio sul toro. Gioco, che probabilmente aveva un significato religioso a cui partecipavano uomini e donne; Iraklion, Museo Archeologico.

Nelle società gilaniche, così come fu la civiltà cretese minoica, il matrimonio, la paternità, la coppia e la fedeltà non esistevano. E' questo che probabilmente ha permesso ai Greci androcratici di farne la caricatura attraverso la leggenda del Minotauro. Poiché i figli non conoscevano il loro padre, e quest'ultimo è simbolizzato da un toro, è perché le donne dovevano accoppiarsi con dei tori. Sarebbe dunque logico che esse diano nascita a dei mostri mezzi uomini mezze bestie.

Rython a testa di toro, XVI secolo a. C., basalto a tutto tondo.

Adulterio zoofilo di una Dea Madre gilanica

Nella mitologia greca, Pasife (in greco antico "Colei che brilla per tutti"), una designazione classica della dea Luna), è presentata come una immortale o una maga (il che la collega a sua sorella Circe). Inoltre, un passo di Pausania (III, 26, 1) mostra che essa era associata a Selene (dea della luna piena), e venerata nel santuario oracolare di Talamea (dea della divinazione) in Lacedemonia, nella Grecia continentale, vicino alla città di Sparta, che ha conservato delle usanze e culti gilanici preolimpici. Pasife è soprattutto nota per essere la madre del Minotauro. Minos non avendo tenuto fede al suo impegno di sacrificare a Poseidone un magnifico toro bianco che gli era stato inviato a Creta, il dio per vendicarsi fece innamorare Pasife dell'animale. Secondo lo pseudo Apollodoro (III, 1, 2).

Un dio cornuto universale

I Pelasgi adoravano la Grande Dea così come il dio Toro. I Liguri adoravano anche il dio toto del monte Bego o il dio cervo della val Camonica. Possiamo segnalare che durante l'epoca proto-ittita esisteva nella civiltà di Hatti un culto del cervo. Persisterà d'altronde, in Cappadocia un culto simile. I Celti daranno il nome di "Cernunnos" alle due forme di questo dio.

Rappresentazione del dio celtico Cernunnos sul calderone di Gundestrup

Un dio della vita e dell'adulterio

Cernunnos è il dio della prosperità. I boschi simbolizzano la potenza fecondante e il rinnovamento ciclico, essi ricrescono durante la stagione chiara dell'anno celtico. Una scultura di Cernunnos trovata a Meaux, mostra la sommità del suo cranio munito di due protuberanze laterali che suggeriscono la prossima ricrescita delle corna.

San Edern sul suo cervo

Alcuni vedono nell'associazione due santi bretoni semi leggendari, san Edern e san Théleau, entrambi tradizionalmente rappresentati come aventi per cavalcatura un cervo, una eredità della religione celtica che aveva una grande considerazione per questa bestia. Nella leggenda gallese Edern, che cavalcava anch'egli un cervo, è il figlio del dio Nuz e uno dei primi amanti della regina Ginevra, l'infedele sposa di re Artù.

San Théleau sul suo cervo, villaggio di Leuhan

Un dio della resurrezione di origine indiana?

La caduta annuale delle foglie nei boschi seguita dalla ricrescita era considerata dagli antichi cime simbolo di morte e resurrezione. Il cervo, è risaputo, era associato al culto del dio Cernunnos. La sua postura "buddistica" e la sua presenza su un sigillo della civiltà dell'Indo (rappresentazione  di un dio con le corna, seduto a gambe incrociate, circondato da animali) potrebbe far pensare a un'origine indoeuropea. Nella civiltà neolitica dell'Indo (Harappa e Mohenjo Daro, V millennio a. C.), il dio toro troneggia a fianco della Grande Dea Universale.

Dio toro della valle dell'Indo

La Dea Madre pre-ariana dell'India

La vacca sacra indù, vestigia della dea madre gilanica

In origine, la "Vacca Celeste" rappresentazione della Dea Madre neolitica, fu la Dea universale, celeste, solare, dea della vegetazione, della nascita e della morte, dell'acqua e del fuoco, del cielo e della terra. Era l'epoca della gilania e Dio era donna. C'è voluto l'avvento delle civiltà patriarcali nomadi per combattere l'influenza del suo culto imporre un dio padre. In India, dove si adora ancora il toro, il culto del toro faceva parte del culto della dea che dominò sino all'epoca di Rama.

La vacca primordiale nei miti europei

Nella mitologia nordica, Audhumia (Audumbla in antico norreno), è la vacca nutrice del primo essere vivente: il gigante Ymir. E' nata dal ghiaccio e dall'aurora del tempo. Dai suoi capezzoli scorrono quattro fiumi di latte che nutrono Ymir.

Nella mitologia celtica irlandese, Boann (o Boand), è uno degli aspetti della grande divinità femminile dei celti; il suo nome (*bo-vinda) che significa "(quella) che procura delle vacche" ne fa una rappresentazione della prosperità. Assume così il nome della Boyne (o Boinn), il fiume, il fiume omonimo. Gli altri aspetti di questa dea primordiale sono Brigit ed Etain.

Sacrificio della dea adultera per la creazione del mondo androcratico

Boann è la sposa di Elcmar, il fratello di Dagda, di cui diventa amante. Per riparare la sua colpevole relazione, si bagna nell'acqua lustrale e mortale della sorgente Segais, nella quale perde un braccio, una gamba e un occhio. Nella sua fuga verso l'oceano diventa il fiume Boyne. La morte di Boann genererà le acque cosmiche che irrigano tutti i mondi conosciuti.

Il toro bianco, cavalcatura di Shiva

Nella tradizione shivaista dell'induismo, Shiva è considerato come il dio supremo e svolge cinque grandi funzioni: è il creatore, il preservatore, il distruttore, il dissimulatore e il rivelatore (attraverso la benedizione). Nella tradizione Smarta, è considerato come una delle cinque forme primordiali del Dio. Nandi è il vâhana di Shiva, il toro bianco che gli serve da cavalcatura.

Lo shivaismo, un culto fallico pre-ariano in India

Shiva non è una divinità di origine ariana. Non è presente nei Veda, è un rinascita del dio fallo delle prime civiltà dell'India antica. Nell'India antica, il lingam era il simbolo del fallo, rappresentante il principio creatore originale così come lo incarna Shiva, il dio del Vivente. Questo simbolo fallico un richiamo degli antichi culti preistorici della fecondità, e la sua immagine scolpita è, nella sua stilizzazione, molto distante dalla natura: il lingam somiglia di fatto a un tronco di colonna, e ricorda a volte il simbolo mediterraneo dell'omphalos.

Le Culte du Phallus

"Questi simboli maschili erano in rapporto con la Dea, ed era per farle piacere che abbondavano nei suoi santuari.

Jacquetta Hawkes

I santuari della dea recentemente scoperti in Medio Oriente rivelano dei falli di ogni forma e dimensione. Il fatto che quest'ultimi, e dei simboli fallici come le corna di toro, siano il solo segno maschile scoperto negli antichi luoghi sacri, indica che gli adoratori originari del fallo erano le donne stesse.

Facciamo notare che nella mitologia egizia, fu Iside stessa, la divinità primaria, a stabilire il culto del fallo.

[Traduzione di Ario Libert]

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28 febbraio 2015 6 28 /02 /febbraio /2015 07:00

Matriarcato di Malta e delle Cicladi (neolitico): templi-uteri megalitici della dea-madre

 

Verso il 3.200. C., dei nuovi arrivati si insediarono sull'isola, giunti probabilmente dalla Sicilia che fu, in una remora era geologica, collegata a Malta. Essi costruirono nei 1.500 anni successivi i templi ciclopici di cui ritroviamo oggi i resti. I templi sono tutti arrotondati, fatti di blocchi di calcare ocra pesanti più di 20 tonnellate; questi costruttori dovettero coabitare con i precedenti allevatori.

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Le conoscenze riguardanti la preistoria di Malta sono abbastanza sviluppate perché l'arcipelago maltese ha consegnato abbondanti vestigia della presenza umana durante l'epoca preistorica e soprattutto tra le più antiche costruzioni monumentali del mondo, classificate nel patrimonio mondiale dell'UNESCO. Le rovine del tempio maltese più antico sarebbe un muro di grandi pietre a secco erette durante il neolitico sul sito di Skorba. Datante al 5.200 a. C., sarebbe dunque anteriore di ben sette secoli alla prima costruzione megalitica continentale, il Cairn di Bamenez nel Finisterre (4500-3500 a. C.), di 1200 anni agli allineamenti di Carnac (4000 a. C.), e di 2400 anni rispetto a Stonehenge (2800-1100 a. C.).

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Una grande concentrazione di templi

I templi megalitici di Malta sono un insieme di templi presenti nell'arcipelago maltese, sulle isole di Malta e Gozo. Un così piccolo arcipelago concentra un numero importante di templi megalitici: attualmente 17 siti inventoriati raggruppano 33 templi. Si deve aggiungere una quindicina di altri siti che rappresentavano almeno altrettanti templi supplementari, oggi scomparsi sotto le bombe della seconda guerra mondiale o le piccozze dei demolitori.

Malta Tempio di Ggantija-1-

Dei megaliti dedicati alla dea della fecondità

La civilità neolitica maltese presenta un interesse particolare nell'evidente simbiosi tra un'entità femminile adiposa e il culto degli antenati a differenza del megalitismo atlantico, Sull'arcipelago maltese, il megalitismo non era destinato a valorizzare i morti ma alla venerazione di una "divinità" femminile, così le costruzioni megalitiche sono dei veri templi. Il culto degli antenati è riservato agli ipogei.

dea-di-malta-III-millennio

Sin dalla fase Żebbieħ, il luogo degli antenati è sottoterra nelle tombe scolpite ad immagine dei templi. La "religione" maltese comporta i due aspetti del mondo neolitico: un culto reso a un'entità "dea-madre" o "dea della fecondità" e un culto dei morti che comportava dei riti ctoni.

Mnajdra, 3000 a C

Le dee dal triangolo pubico di Skorba

Skorba - scritto anche Sqolba – è il sito di un insieme di templi megalitici, situato a Żebbieħ nel nord ovest dell'isola di Malta. questo sito è aprticolarmente importante per documentare la preistoria maltese perché è stato occupato per due millenni, all'inizio della fase Għar Dalam (5400 a. C.) alla fine della fase Tarxien (2500 a. C.).

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Lo scavo del sito ha portato alla luce delle ossa di bovidi scolpiti per sfregamento a forma di fallo, dei crani di capre fratturati e soprattutto delle figurine di peitra e terracotta. Queste figurine, le più antiche di Malta, rappresentanodei dorsi femminili con un petto stilizzato e un triangolo publico molto ben evidenziato. David H. Trump associa quest'insieme di statuette femminili al culto di una "dea madre" o di una "dea della fecondità" che favorirebbe la produttività della terra.

L'enorme dea madre di Tarxien

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Tarxien è un villaggio del centro est dell'isola di Malta. I templio di Tarxien formano un complesso di quattro edifici religiosi risalenti alla fine del periodo neolitico, e all'inizio dell'età del Bronzo della storia dell'uomo. Nei pressi di Tarxien, il sito dei quattro templi fu classificato nel 1992, dall'Unesco nel patromonio mondiale dell'umanità con il titolo di "Templi megalitici di Malta". Il più vecchio tempio è stimato risalire al 2800 a. C. I templi contengono numerose statue e rilievi di animali, tra cui capre, per le quali Malta è rinomata, e dei maiali. La statua più impressionante è di 2,5 metri di altezza ed è supposta rappresentare una Dea Madre. Altre statue sono disseminate un po' ovunque intorno ai templi, e rappresentano la fertilità.

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Il culto alla maternità nel mar Egeo

malta07.JPGUn idolo cicladico è una statua in marmo, caratteristico della civiltà delle Cicladi. Quest'ultima era un insieme di piccoli agglomerati greci situati su alcune isole. È famosa per i suoi idooli di marmo lavorati nell'ossidiana, ritrovati sino in Portogallo e all'insenatura del Danubio, il che prova il suo dinamismo. Esse sono comparse poco più di 4500 anni fa sull'isola di Keros. Alcuni archeologi pensano che gli idoli distrutti o fatti a pezzi sarebbero stati deposti nel corso delle cerimonie religiose. Le statue rappresentano nella maggior parte dei casi delle donne incinte per cui alcuni storici ritengono  che le isole appartenenti alla civiltà cicladica avevano come riferimento la dea della fertilità. È un po' più antica della civiltà minoica di Creta.

Malta dea dormiente

Dee madri delle Cicladi

malta08Gli inizi della civiltà minoica furono influenzate dalla civiltà cicladica: delle statuette cicladiche furono importate a Creta e gli artigiani locali imitarono le tecniche cicladiche (2580 a. C.). La grande dea madre venerata a Delo diventa la dea nazionale delle Cicladi. Numerose statuine di marmo rappresentano l'arte delle Cicladi, per una gran parte del III millennio prima della nostra era, è la figura femminile che vi è più spesso rappresentata. Statuine schematiche, dal corpo a violino, senza alcuno elemento del volto; statuine in piedi, dalla testa ovale, dalle mani che si congiungono all'altezza del petto; teste quasi triangolari, angolose ed eleganti. Sin dalle origini, ogni bottega crea e ripete un sistema d'angoli e di proporzioni che gli è proprio, utilizza un vero canone, insieme di proporzioni determinate delle diverse parti del corpo, che dà ritmo alla scultura.

 

[Traduzione di Ario Libert]

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30 novembre 2014 7 30 /11 /novembre /2014 07:00

Mitologia greca: colpo di Stato degli dei padri olimpici sull'antico ordine delle dee madri

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Le divinità greche ctonie, sono delle divinità antiche che hanno contribuito alla formazione del Panteon greco. Esse sono dette "ctonie" (dal greco χθών/ khthốn, "la terra") o "telluriche" (dal latino tellus, "la terra") perché esse si riferiscono alla terra, al mondo sotterraneo o agli inferi, in opposizione alle divinità celesti, dette "uranie" o "eolie", che anche esse furono in origini femminili. Le prime divinità ctonie erano nella maggior parte femminili perché erano delle incarnazioni della Grande Dea e della Terra (Gaia). Esse appartengono a un vecchio strato mediterraneo, identificabile con maggior evidenza in Anatolia.

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I cicli della natura, quelli della vita e della sopravvivenza dopo la morte sono al centro delle preoccupazioni che esse traducono. L'archeologia rivela in particolare sui siti di santuari e nelle tombe dell'epoca neolitica e dell'età del bronzo degli idoli oggi qualificati come Grandi Madri o Dee Madri, in relazione con dei culti della fecondità e della fertilità o anche dell'aldilà. L'accostamento di questi oggetti con quelli di altri siti (soprattutto in Anatolia) suggerisce che questa antica religione mediterranea associava questa dea a un toro o a un ariete, un tema che si installerà durevolmente nell aregione. La Dea Madre stessa si sdoppia, senz'altro in madre e in figlia, come sarà più tardi il caso per le loro eredi Demetra e Persefone.

Quando la prima ondata di Elleni formati dagli Achei e dagli Ioni giunsero in Ellade, essi furono convinti dagli autoctoni, Gli Elladi (dunque gli ex Pelasgi abitanti l'Ellade), di adorare la triplice Dea e per questo motivo trasformarono le loro usanze sociali e diventarono dei "greci" (graicoi: adoratori della dea Grigia o Vecchia Donna).

Non è che durante la seconda ondata di Elleni formata questa volta principalmente dai Dori che quest'ultimi riuscirono ad imporre le loro usanze agli autoctoni e che decisero che l'antenato comune della prima che ne risulterà (meticciato tra Dori e gli autoctoni di allora) sarebbe stata Hellen. Hellen non era che la forma maschile della dea-Lina Hellé o Elena. Verso il 1621, i "greci" divennero degli Elleni.

I racconti di Cecrope, Prometeo, Pandora, Aracne e Medusa riportano l'instaurazione del patriarcato, il rovesciamento dell'antico ordine matriarcale da parte dell'ordine patriarcale di Zeus, e il ruolo maggiore di Atena in questo rovesciamento subito da questo mondo degli dei. Atena, vergine feroce senza madre, è il braccio armato del patriarcato in questa lotta sanguinaria.

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Ai tempi in cui "i figli non conoscevano nemmeno loro padre", la regione dell'Attica era popolata di confederazioni tribali. Il re Cecrope, nato da un drago e da Gaia (unione forzata), mezzo uomo mezzo serpente, unificò le tribù sotto la sua autorità e fondò Atene, È il primo a riconoscere la discendenza attraverso il padre, e impose il matrimonio monogamico. Un giorno Atena e Poseidone litigarono per il per sapere chi sarebbe stata la divinità tutelare della città. Cecrope convocò allora un'assemblea di cittadini, e cioè gli uomini e le donne, perché era allora usanza ammettere le donne alle delibere pubbliche. Le donne votano a favore di Atena e gli uomini di Poseidone. Le donne, più numerose per un solo voto, fanno pendere la bilancia a favore di Atena. Furioso Poseidone sommerge l'Attica sotto le onde. Per placare la sua collera, gli Ateniesi impongono alle donne tre punizioni:

 

  • le donne non avranno più il diritto di voto

  • nessun figlio porterà il nome della propria madre

  • le donne non saranno più chiamate Ateniesi (statuto di schiavi).

Il mito così come è riportato da numerosi autori fa del titano Prometeo un ribelle contro l'ordine patriarcale di Zeus. Egli tenta di restaurare l'era matriarcale delle dee madri, e dei loro fratelli i titani, restituendo ai mortali il "fuoco sacro" che permette di fondare famiglie e città, dopo averlo rubato a Zeus. Quest'ultimo lo aveva egli stesso rubato alle antiche dee durante la sua presa del potere sul monte Olimpo. Adirato dai suoi eccessi, Zeus, il re degli dei, lo condanna a finire incatenato e torturato.

Prometeo.jpg

Medusa è una figura assimilabile alla dea madre della Libia (Berberi matriarcali) che è stata trasformata in creatura mostruosa nella mitologia greca. Esiodo racconta, nella sua Teogonia, che in origine era una bella ragazza bramata da Poseidone. Un giorno, giunse Atena in Libia, allo scopo di instaurare con le armi il nuovo ordine dei padri. È la soldatessa inviata da Zeus che la generò senza madre. Atena spogliò il tempio di Medusa accusandola di aver fornicato nel suo. La trasformò in donna-serpente. In seguito, Atena incaricò il principe Perseo di portarle la sua testa, che lei esibirà d'ora in poi come trofeo di guerra sul suo scudo.

Medusa_by_Carvaggio.jpg

Secondo la storia narrata nelle Metamorfosi di Ovidio, Aracne è una giovane di Lidia (città della Turchia antica matriarcale). Ribelle alla dea patrizia Atena, quest'ultima la sfida ad una gara di tessitura nella quale entrambe eccellevano. Mentre Atena rappresenta gli dei olimpici in tutta la loro nobiltà, Aracne rappresenta Zeus violentatore di mortali e mortale. Aracne vince la gara. Offesa, Atena la picchia e quest'ultima si suicida. Atena la resuscita sotto forma di ragno, affinché essa possa continuare a tessere per l'eternità.
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Secondo la Teogonia di Esiodo, Zeus, per punire i mortali, ordinò a Efesto di modellare nella terra una "timida vergine" che gli dei colmarono di doni, da cui il su nome, Pandora ("tutti i doni"). Pandora aprì il vaso offertole da Zeus, che le aveva proibito di farlo. Esso conteneva tutti i mali dell'umanità, soprattutto la Vecchiaia, la Malattia, la Guerra, la Carestia, la Miseria, la Follia, il Vizio, l'Inganno, la Passione... Aprendo il vaso, Pandora divenne la responsabile di tutti i malori dell'umanità, il che fa di Pandora un'equivalente di Eva. La donna che, durante l'epoca matriarcale, era stata la Madre "santa e provvidenziale" dell'uomo, divenne, sin dall'era patriarcale, la generatrice dei suoi mali.

Pandora_-_John_William_Waterhouse.jpg

La donna, durante la dissoluzione della famiglia patriarcale, non rientrò in possesso dell'anima che aveva posseduto al tempo matriarcale, ma guadagnò la reputazione di essere la causa delle miserie umane. Le perfide calunnie e le violente diatribe che poeti, filosofi e Padri della Chiesa hanno lanciato contro la donna, non sono che la rabbiosa espressione del profondo disprezzo che rodeva il cuore dell'uomo quando vide la donna cominciare ad affrancarsi dal suo brutale dispotismo.

 

[Traduzione di Ario Libert]

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30 ottobre 2014 4 30 /10 /ottobre /2014 07:00

Creta: matriarcato Minoico, una società perfetta all'origine della civiltà europea

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La prima civiltà letterata d'Europa

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I minoici sono la prima civiltà europea (3000 a. C.). La loro civiltà è sbocciata essenzialmente sulle isole di Creta e di Santorini nel mar Egeo. La loro scrittura non è stata decifrata sino ad oggi. Essi svilupparono un urbanesimo sofisticato come il celebre palazzo di Cnosso e tanti altri, e un commercio marittimo su scala internazionale che permise loro di scambiare con l'Egitto e tutto il Medio Oriente. Questa civiltà matriarcale finì schiacciata dagli invasori patriarcali micenei (ariani, antenati dei Greci), verso il 1200 a. C.

Un popolo pacifico

 

I minoici non hanno lasciato nessuna traccia di attività militari come fortificazioni o armi, né prostituzione, né schiavismo. La loro iconografia pone la donna in primo piano rispetto all'uomo per un totale di tre quarti di donne. La loro religione era basata sulla fertilità. Nessun culto del padre né della coppia, e nessuna scena di violenza (armi, guerre, combattimenti, mostri). Veneravano la dea madre della fertilità, e il toro, principe maschio fecondatore anonimo.

Delle sacerdotesse raffinate, una successione matrilineare

È generalmente ammesso che il livello di civiltà di Cnosso è estremamente attraente. Gli affreschi e il vasellame mostrano una società pacifica, artista e sofisticata. Le donne occupano un posto di primo piano, liberamente vestite per le feste, esse partecipano agli esercizi rituali, e sono loro a fornire la massa delle sacerdotesse. Sono numerose nel praticare un'arte e a farla progredire. E avrebbero svolto un ruolo primario sino alla trasmisiione del potere poiché si trattava di una successione matrilineare - colui che succede a un re non puoi ereditare la corona che attraverso le figlie di questo re...

Il minotauro: una demonizzazione del matriarcato

minotauro.jpg

È probabilmente questo che ha permesso ai patriarcali greci di di farne la caricatura attraverso la leggenda del minotauro poiché i figli non conoscono il loro padre, e che quest'ultimo è simbolizzato da un toro, è perché le donne devono accoppiarsi con dei tori. È dunque logico che esse diano alla luce dei mostri mezzi uomini e mezze bestie.

Una religione matristica

dc3a9esse-mc3a8re-serpent-de-cnossosLa civiltà minoica aveva una dea che i greci chiamavano Potnia Theron, "la signora degli animali", di cui la maggior parte degli attributi furono più tardi trasferiti ad artemide. La religione minoica è volta alla natura e il culto della vegetazione. Ciò si nota soprattutto attraverso gli dei e le dee che muoiono e rinascono ogni anno, e attraverso l'uso di simboli come i toro (o le corna del toro), il serpente, le colombe, il leone, il papavero...

La religione minoica, benché sparisca con l'arrivo degli Achei e poi dei Dori in Grecia poi a Creta ha tuttavia lasciato tracce nei miti e nel panteon della Grecia classica, come Ditinna, dea associata al monte Ditte e Britomarti, la "Dolce Vergine", cioè, non sposata. Velchanos e Giacinto sono dei nomi del dio mortale mentre Arianna, benché sia stato supposto che il suo nome fosse indoeurope, è una dea della vegetazione che muore ogni anno.

Quando Troia era matriarcale

Troia è una città mitica ma è probabilmente esistita e degli scavi "lo attestano", la stessa cosa vale per il labirinto del re Minosse. Sir Arthur Evans ha scavato nei paraggi di Heraklion e ha trovato un palazzo i cui corridoi e le strutture erano così estese che si poteva parlare di labirinto. Arthur Evans trova soprattutto, in strati molto profondi, delle statuette simili a quelle trovate da Schliemann negli strati più profondi di Troia. Siamo al livello del neolitico. Le statuette sono delle madri, dai fianchi generosi, dal petto nudo e le braccia sollevate... Stadi anteriori della dea Demetra.

 

[Traduzione di ArioLibert]

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14 ottobre 2014 2 14 /10 /ottobre /2014 07:00

La Sfinge di Giza riflesso terreno della costellazione del Leone dello Zep Tepi.

sfinge01.png

La Sfinge di Giza è la più grande scultura monumentale conosciuta del mondo antico, ricavata da un monolite di 73 metri di lunghezza e 20 metri di altezza. La testa fu scolpita in una consistenza differente del corpo, più dura, e mostra uno stato di erosione molto meno avanzato. Per formare il corpo della Sfinge, enormi blocchi di pietra vennero estratti dalla roccia di base e in seguito utilizzati nell'opera muraria dei templi situati di fronte alla Sfinge. Essa fa parte di un insieme di strutture (con i templi, la Grande Piramide e il tempio di Osiride ad Abydos) datante ai tempi Pre-dinastici.

Benché gli egittologi continuino a sostenere che la Sfinge fu costruita dal faraone Kefren della IV dinastia, un grande numero di elementi archeologici e geologici indicano che il Leone di pietra è molto più antico e fu soltanto restaurato e dissepolto da Kefren durante il suo regno. Nessuna iscrizione sulla Sfinge o in uno dei templi che vi sono connessi fa menzione del legame tra la scultura monumentale e il faraone. Si può tuttavia citare il fatto che una menzione della "Stele dell'Inventario" (scoperta sull'altopiano di Giza nel XIX secolo) faccia riferiemrno al fatto che Cheope, il predecessore di Chefren, ordinò la costruzione di un tempio a fianco della Sfinge, il che significa evidentemente che la Sfinge era già là.

sfinge02.pngNapoleone e la Grande Sfinge

 

Una data di costruzione della Sfinge molto più remota nella storia fu suggerita da R. A. Schwaller de Lubicz, basandosi su delle considerazioni geologiche. Infatti, Schwaller osservò che lo stato d'erosione avanziato del corpo del leone non poteva logicamente essere il risultato di una susura da parte del vento e della sabbia, come viene universalmente insegnato, ma da profonde tracce d'ersione da parte dell'acqua (teoria confermata da geologi contemporanei come Robert Schoch, professore all'Università di Boston). I geologi sono d'accordo nel dire che in un lontano passato, l'Egitto fu colpita di forti innondazioni. L'erosione eolica non avrebbe potuto aver luogo quando il corpo della Sfinge era interamente ricoperto dalla sabbia, stato nel quale si ritrovò durante la quasi-totalità degli ultimi 5.000 anni - dall'epoca presunta della sua costruzione. Inoltre, se delle tempeste di sabbia avevano causato l'erosione profonda dell'edificio, ci si potrebbe aspettare di trovare le stesse tracce su altri monumenti egiziani costruiti con materiali simili ed esposti al vento durante questo periodo. Tuttavia, anche su delle strutture esposte a queste condizioni, gli effetti sono meno visibili, addirittura minimi.

sfinge03.pngTracce di erosione verticale dovuta all'acqua sul corpo della Sfinge

 

Un'ulteriore prova della grande età della Sfinge può essere apportata dal significato della sua forma, il leone. Ogni 2160 anni, a causa della precessione degli equinozi, il sole sorge sullo sfondo stellare di una costellazione diversa. Durante gli ultimi 2000 anni, questa costellazione era quella del Pesce, simbolo dell'era cristiana. La costellazione precedente fu quella dell'Ariete, che era succeduta a quella del Toro. È interessante notare che durante il primo e secondo millennio a. C., l'Era dell'Ariete, quest'animale era molto comune nell'iconografia dell'Egitto dinastico, menter durante l'Era del Toro, il culto di quest'ultimo era celebrato nella Creta minoica. I costruttori della Sfinge utilizzarono questa stessa concezione del simbolismo astronomico nelle loro edificazioni monumentali.

Le scoperte geologiche citate indicano che la Sfinge sarebbe stata scolpita all'incirca verso il 10.000 a. C., ossia durante il periodo che coincide con l'Era del Leone (dal 10.970 al 8810 a. C.).

sfinge04.pngSimbolo cristiano del pesce

 

 

sfinge05.pngViale delle sfingi dalla testa di ariete di Luxor

 

 

 

sfinge06.pngAffresco della Creta minoica rappresentante la taurocapsia

 

Un ulteriore sostegno in questa ricerca di correlazione astronomica fu apportata dai programmi informatici sofisticati come ad esempio Skyglobe. Questo programma è capace di generare delle immagini precise di non importa quale parte del cielo visto da diversi luoghi della terra e per qualsiasi momento del passato e del futuro.

Graham Hancock scrive in Mirror of Heaven [Lo specchio del cielo]: "delle simulazioni informatiche ci mostrano che nel 10.500 a. C., durante l'equinozio di primavera, la costellazione del Leone precedeva il sole nel cielo - un'ora prima dell'alba, il Leone inclinava lentamente ad Est verso l'orizzonte nel punto esatto in cui il sole sarebbe sorto". Ciò significa che la Sfinge dal corpo di leone, con il suo orientamento verso Est, contemplava tutte le mattine la sua immagine celeste.

sfinge07.pngCostellazione del Leone

 

Gli elementi enunciati significano che la colossale scultura del leone d'Egitto sarebbe già esistita in un momento in cui, secondo le teorie archeologiche prevalenti, non esisteva nessuna civiltà sulla terra e in cui le comunità umane vivevano allo stadio di cacciatori-raccoglitori. Questa rimessa in discussione della storia nota è talmente radicale che la reticenza accademica nel prenderne atto è più che comprensibile.

Se la Sfinge è così antica come le ipotesi revisioniste recenti lasciano intendere, la storia dello sviluppo delle civiltà dovrebbe essere completamente ripensata e la questione posta dall'Atlantide di Platone potrebbe infine essere presa in considerazione e giustamente ripensata alal luce dei nuovi apporti storiografici.

 

 

[SEGUE]

 

Massimo Cardellini

 

Bibliografia raccomandata:
 

Charles François Dupuis

Giorgio de Santillana

Graham Hancock

Robert Bauval

John West

R. A. Schwaller de Lubicz

Robert Schoch

Gilania. Massimo Cardellini. La sfinge di Giza riflesso terreno della costellazione del Leone dello Zep Tepi.
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26 marzo 2014 3 26 /03 /marzo /2014 07:00

Matriarcato Iberico: il primo popolo di Spagna venerava la dea madre e il dio toro

DamaElche1.JPG

 

Dama-de-Elche-francobollo.jpg

Gli Iberi sono una popolazione protostorica della Penisola Iberica. Sono stati chiamati così dagli autori dell'Antichità che hanno tentato, come ha fatto Avieno, di collegare questo etnonimo al nome di un fiume locale importante oggi chiamato Ebro. Gli Iberi abitavano sulla costa Est e la costa Sud della penisola iberica. Sembra che si debbano distinguere dai popoli dell'interno che avevano delle culture e dei costumi diversi. Tuttavia, geograficamente, Strabone e Appiano chiamano Iberia il territorio della penisola iberica.

Banconota_Dama_di_Elche.jpgVerso il 3.800/ 4.700 a. C., dei Pelasgi provenienti dalla Grecia si installano nell'Italia del sud, in Sicilia, a Malta, a Cipro, in Sardegna, in Provenza, nel Portogallo del sud, alle Baleari, nella Spagna del sud e probabilmente in Algeria e in Tunisia. Nella Spagna del sud, fondano la civiltà iberica (apparentata ai Baschi secondo Starbone, essi stessi discendenti dei liguri, nella Francia attuale). I Pelasgi adoravano la grande dea così come il dio toro. I Baschi le danno il nome di "Maya" e la fanno regnare sul mondo sotterraneo. I Liguri adoravano anche il dio-toro del monte Bego o il dio cervo della val Camonica (i Celti daranno il nome di "Cenunnos" alle due forme di questo dio).

scoperta-dama-Elche.jpegUna delle figure emblematiche dell'arte Iberica è la Dama di Elche (Dama d’Elx in valenziano; Dama di Elche in spagnolo) è una scultura che rappresenta un busto di donna in pietra calcarea, datata al V o IV secolo a. C., scoperta il 4 agosto 1897 su un sito romano antico, l'Alcudia, a 2 km a sud di Elche, vicino ad Alicante, in Spagna.

 

[Traduzione di Ario Libert]

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3 febbraio 2014 1 03 /02 /febbraio /2014 07:00

Matriarcato Cucuteni, Romania: una grande civiltà urbana della Dea, del Serpente e del Toro

La cultura di Cucuteni-Trypillia, conosciuta anche come cultura di cucutenicultura di Tripolye e cultura di Trypillia, secondo che si adotti un punto di vista rumeno (Cucuteni), russo (Триполье) o ucraino (Трипілля), era una cultura neolitica del V-IV millennio a. C., localizzata intorno allo Dniestr sino al Dniepr, dove diede nascita nella regione di Tcherkassy sin dal 3700 a. C. a degli agglomerati proto-urbani di estensione considerevoli per l'epoca.
cucuteni-4050-3900bc.jpg
La dea, il serpente e il toro

Dal punto di vista economico e sociale, la cultura Cucuteni-Trypillian era una società matriarcale pacifista e non gerarchizzata secondo certi ricercatori. La loro religione era centrata intorno alla Grande Dea Madre che era un simbolo della maternità e la fertilità agricola. Anche il toro era adorato come forza, fertilità e cielo, e un serpente ritenuto l'eternità e l'eterno movimento.cucuteni3950-3650.png

Delle città di 15.000 abitanti

In Romania, sono i Cucuteni, in Ucraina, sono i Trypilliani e in Russia, sono o Tripolie: una cultura che è fiorita alla fine del Neolitico tra 5500 e 2750 a. C. Al loro apogeo, la società Cucuteni-Trypillian costruiva il più grande neolitico in Europa, con alcuni insediamenti sino a 15.000 persone. Uno dei più importanti misteri di questa cultura è che ogni 60-80 anni essa bruciava i suoi villaggi e li ricostruiva sopra l'antico. La cultura Cucuteni-Typillian era matrilineare, le donne erano i capi famiglia ed eseguivano anche il lavoro agricolo e il vasellame, quello tessile e l'abbigliamento. Gli uomini erano cacciatori, si occupavano degli attrezzi ed erano invaricati degli animali domestici.

Delle vestigia contemporanee

Ancora durante il XIX secolo la dote di una figlia ucraina doveva essere accompagnata con delle Bambole Motanka (Poupées Motanka). Come le divinità antiche, la bambola si occupava del benessere della famiglia, era un talismano antico che si ritrovava nella famiglia ucraina. Gli antenati credevano che l'anima della madre o della nonna ritornassero nella bambola - eco del culto matriarcale che dominava durante questa civiltà.

[Traduzione di Ario LIbert]

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12 ottobre 2013 6 12 /10 /ottobre /2013 07:00

I primi artisti dell’umanità erano delle donne

mani-pech-merle.jpgAffresco parietale dalla grotta francese di Pech-Merle in cui sono visibili, quasi a mo' di firma, le mani degli artisti o più probabilmente artiste, che l'hanno eseguito, probabilmente delle donne e risalenti ad almeno 25.000-20.000 anni fa.


 

di Christine Talos

 

Uno studio ha appena dimostrato, contrariamente alle idee note, che tre quarti delle pitture rupestri dei siti preistorici sono stati realizzati da donne.

mani-Grotta-di-Gargas--Francia--silhouettes-mani.jpgImpronte di mani dalla grotta di Gargas negli Alti Pirenei francesi.

 

I manuali di storia erano stati sino ad oggi formali: i magnifici affreschi che si trovano soprattutto nelle grotte di Lascaux, in Francia, sono stati dipinti da uomini. Probabilmente da cacciatori che raccontavano e valorizzavano in tal modo le loro batture di caccia.

 

 

Mani-cueva-de-las-manos-argentina
Argentina, caverna delle mani.

 

Uno studio appena uscito contraddice quanto era stato sinora dato per acquisito. Esso dimostra infatti che le donne erano senz’altro i primi artisti dell’umanità.

 

mani-Grotta delle Mani Nere-Parco nazionale di Gulung Mulu-Grotta delle Mani Nere, nel Parco nazionale di Gulung Mulu, Borneo.

 

L’archeologo Dean Snow, dell’università della Pennsilvania, è giunto alla conclusione, sulla rivista “American Antiquity”, che il 75% delle pitture di bisonti, mammut, cavalli e altri cervi catturati dagli uomini, erano state realizzate da persone di sesso femminile della preistoria, sostiene il National Geographic.

 

Lunghezza e distanza delle dita

 

Per sostenere la sua teoria, il ricercatore si è appoggiato sulle impronte delle mani che si ritrovano un po’ ovunque nelle grotte preistoriche di tutto il mondo. Dean Snow ha studiato per quasi dieci anni la lunghezza delle dita e la loro distanza nelle tracce che decorano otto siti di Francia e Spagna. E ha messo a punto un algotitmo che determina con una precisione del 60% che tre quarti degli affreschi rupestri sono opera di donne.

mani-Grotta dell'Impronta, Belize(maya)Grotta dell'impronta, Belize.

 

Per il ricercatore, non è una sorpresa: “Nelle società di cacciatori raccoglitori, sono gli uomini ad uccidere. Ma per la maggior parte del tempo, sono le donne che portano le prede al campo. Esse sono dunque altrettanto coinvolte nella caccia quanto gli uomini”.

 

Pareri divisi

 

Gli esperti sono divisi sulle conclusioni di Dean Snow. Alcuni sono scettici come R. Dale Guthrie, che ha studiato anche lui delle impronte del paleolitico. Dopo aver esaminato dei palmi e dei pollici, aveva valutato che le mani appartenevano a degli adolescenti, “Dipingevano ciò che li interessava: delle donne nude e grandi animali spaventosi”.

mani-australia-caverna.jpgCaverna delle mani, Australia.


Altri ricercatori sono molto più convinti, “I lavori di Snow sono un contributo storico suul’argomento in questione”, ha dichiarato Dave Whitley un archeologo della California. “È la prima volta che qualcuno consegna un così buon riassunto di prove, quando da più di dieci anni nessuno si occupava più dell’argomento”.

Christine Talos



[Traduzione di Ario Libert]

 

LINK al post originale: 

Les premiers artistes de l'Umanité étaient des femmes

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31 maggio 2013 5 31 /05 /maggio /2013 07:00
Sahara neoliticosahara01.jpg


L'Australopiteco sapeva molte cose, l'Uomo ha saputo che sapeva e quest'uomo moderno, in piena fase di conquista, ha avuto, ancor più dei suoi predecessori, voglia di far sapere che sapeva di sapere. E sono centinaia di migliaia  di documenti incisi o dipinti che di colpo sorgono dal tempo sotto i nostri occhi meravigliati che ci attestano che i nostri antenati non erano stupidi... diceva Yves Coppens.

 

Grande Atlante del continente africano - Editions Jeune Afrique, 1973


sahara02.jpg"Quando le piogge rendevano verde il Sahara durante il neolitico, i suoi occupanti sono ampiamente avanti sul resto del mondo in campo tecnico (allevamento, ceramica) ma anche artistico producendo dei capolavori considerarti tra i più belli dell'umanità. Questa popolazione sahariana è composta da una moltitudine di gruppi umani, provenienti da migrazioni successive, Neri, Bianchi, Meticci, tutti differenti ma uniti in una stessa civiltà bovidiana che possiamo considerare come l'origine dell'Africa attuale.

 

Un viaggio nel Sahara è l'occasione di un vero ritorno alle fonti culturali dell'Africa e permette di meditare sulla coesistenza di etnie, di lingue e di religioni diverse".


Il Neolitico


 sahara03.jpgIl Neolitico può essere considerato come l'apoteosi nell'evoluzione delle società preistoriche dopo dopo 2-3 mioni di anni in cui il genere Homo ha dovuto acquisire la bipedia e la tecnologia della pietra, la parola ed il fuoco. Nel suo cammino, ha scoperto la coscienza e l'angoscia della morte, creato i suoi primi miti e le sue prime religioni. Il Neolitico assiste all'accelerazione di tutti questi processi che conducono al progresso. Partita da una società di caccia, l'umanità evolve verso la sicurezza della produzione.

 

Il periodo del Neolitico in Africa è conosciuto soprattutto dalla fonte documentaria incomparabile che è l'arte rupestre. Il Sahara è il più vasto museo a cielo aperto del mondo. Quest'arte rupestre non corrisponde ad un breve periodo di attività. Si estende per un lungo periodo durante il quale non ha smesso di evolversi.

 


sahara04.jpgsahara05.jpgIn una cronologia diventata classica si considerano come periodi arcaici, bubalino e teste rotonde, contemporanee di cacciatori che braccavano la grande fauna selvaggia soprattutto il grande bufalo (datazione situata nel grande periodo umido anteriore al 7.500 BP, seguiti da un periodo pastorale in cui regnavano i bovidi (tra 7000 e 4500 BP) poi seguono due periodi appartenenti alla protostoria: il periodo caballino che vede l'introduzione del cavallo ed i famosi Garamanti (tra 3500 e 2000 BP) e infine il periodo camellino quando fa la sua apparizione il dromedario. Questi animali danno dei reperti ecoclimatici e socioculturali.


sahara06.jpgDagli  anni 80 del XX secolo dei ricercatori come A. Muzzolini o J. L. Le Quellec propongono una cronologia più corta in cui i periodi Bubalino e pastorale non sono nei fatti  che delle divisioni di un vasto insieme raggruppante degli stili differenti. Essi si appoggiano su un argomento di valore: la presenza di buoi domestici in tutti questi stili, e di conseguenza un ringiovanimento dell'arte rupestre il cui inizio è stimato dopo l'arido semi-olocenico 7500-7000 DP (dal presente).

 sahara07.jpgQuesta cronologia ha il merito di ergersi contro il pregiudizio di un evoluzionismo culturale lineare che vede succedere lo stadio dei cacciatori, quello degli allevatori ed infine degli agricoltori e in cui il cacciatore è sempre considerato come un primitivo ed un selvaggio associato ad una mentalità arcaica. Al contrario per l'etnologo Marshall Sahlins, il paleolitico era l'età dell'abbondanza, i nostri antenati cacciatori non dedicavano che alcune ore alla cacia, si procuravano facilmente del nutrimento  poiché non erano numerosi. È il mito del paradiso terrestre che è rimasto in tutte le religioni.

 

Le cose non sono così semplici e le separazioni tra i periodi non così evidenti. I cacciatori-raccoglitori hanno coabitato con i pastori per lunghi periodi. Nell'Africa subsahariana l'idea di successione deve essere sostituita con quella di coesistenza. Appena cinquanta anni fa, i Boscimani del Kalahari ed i Pigmei della grande foresta equatoriale vivevano esclusivamente di caccia e di raccolta pressapoco allo stesso modo dei nostri lontani antenati del Paleolitico.

 

sahara08.jpgAllo stesso tempo e ad una distanza di alcuni chilometri dei villaggi di agricoltori allevatori vivevano in autosussistenza come quelli del neolitico. Queste comunità paleolitiche e neolitiche non sono scomparse con l'urbanizzazione di massa e disordinata dell'ultimo quarto di secolo. Conservazione e adattamento a nuove norme, queste due forme di spiriti antagonistici presso gli Occidentali sono strettamente legati all'Africa nera non soltanto nel quadro di un gruppo sociale dato, ma anche - e soprattutto - nella testa degli urbanizzati che hanno avuto accesso a un modo di vita moderno (Marianne Cornevin).


 sahara09.jpgAi giorni nostri nelle grandi capitali africane degli alti funzionari sono capaci di condurrea buon fine delle riforme imposte dai politici di stabilizzazione strutturale (informatizzazione delle procedure di gestione ad esempio) pur conservando un ruolo attivo nella vita tradizionale della loro etnia. Allo stesso modo i pastori nomadi incontrati durante questi viaggi conducono un'esistenza paragonabile a quella degli artisti autori di tutte queste testimonianze. L'assenza per il momento di datazione diretta delle pitture e delle incisioni (le date date non provengono che dagli oggetti trovati durante degli scavi effettuati su siti di cui nulla prova che essi siano dell'epoca degli artisti) non permette di assegnare correttamente ledue cronologie. I differenti periodi saranno presentati rispettando la terminologia classica.

 

 sahara10.jpgSito di Telimorou, regione di Fada (Ennedi). Diversi siti visitati in Libia (settore degli Aramat), Algeria (altopiano del Medak e regione di Dider nel Tassili N'Ajjer, Tadrar), e nello Ciad (massiccio dell'Ennedi) illustreranno i principali periodi. I siti di pitture (ad eccezione dei siti "teste rotonde") si situano generalmente nelle vallate in cui i fiumi oggi non scorrono più se non raramente e soltanto per pochi chilometri e durante i temporali. I principali siti di incisioni si trovano per contro nel letto degli uadi (torrenti fossili).


 sahara11.jpgGrotta, regione di Aroué (Ennedi). Le grotte ed i ripari dove si possono contemplare delle pitture che si trovano molto spesso ai piedi delle scarpate, a diverse altezze e precedute da una terrazza dominante una grande pianura. Non è necessario che la falesia sia alta o che il blocco di arenaria presenti imponenti superfici piane per trovare dell'arte rupestre. Sembra che il biotopo abbia più importanza della qualità delle pareti.


Scena di caccia all'antilope. Quest'arte è intimamente legata all'ambiente dei siti e ogni escursionista si accorgerà che spesso è bello viverci ed accamparsi. Alcune di queste grotte sono ancora utilizzate dai nomadi come deposito di bagagli.


sahara12Il colore naturale dell'arenaria è giallo. All'esterno è fortemente patinato in rosso, colore dominante del paesaggio con il bianco giallino della sabbia. La gamma dei colori non è molto ricca. Essa è limitata dalle risorse locali. Il rosso domina e proviene da noduli di ocra naturali (scisti di colori diversi) che per in alcuni luoghi affiorano in grandi quantità. I colori spesso più usati sono le diverse sfumature di rosso, di viola, di giallo. Sono i colori degli scisti più comuni. Il grigio, il blu, il verde oliva, che appaiono soprattutto nelle pitture sulle maschere, provengono anche dagli scisti la cui esistenza è più rara. In quanto al bianco i pittori dovevano andare a cercarlo in quantità notevoli nei giacimenti di caolino poco numerosi che potevano essere molto distanti dai siti. Un filone di terra bianca (caolino) affiora in cima all'abka Tafelet (altipiano del Medak).


sahara13.jpgI coloranti erano ottenuti schiacciando gli scisti con l'aiuto di uno sminuzzatore su una macina. La polvere era in seguito stemperata in un legante. Il liquido veniva applicato sulla parete con l'aiuto di un bastoncino masticato per le opere più antiche e con uno strumento simile ad un pennello per il periodo degli scisti.

 

La raccolta è un importante contributo, soprattutto quello delle graminacee selvatiche. Si ritrova del materiale macinato in grandi quantità, macine e frese sul suole delle terrazze.


sahara14.jpgL'abbondanza di questo materiale prova che la crescita naturale normale delle graminacee selvagge a grande valore alimentare bastava al consumo senza che fosse necessario far ricorso alle procedure costrittive dell'agricoltura. Otto mila anni or sono si raccoglieva in autunno le spighe del piccolo miglio che erano cresciute da sole.

 

Queste graminacee selvagge costituiscono oggi ancora l'essenziale della razione calorica nelle regioni tropicali dell'Africa. Il miglio penicillare è coltivato in tutta la fascia dello sahel. L'Africa tropicale era dunque infinitamente più ricca dell'Europa temperata in piante alimentari di grande valore, il che spiega la persistenza sino ai nostri giornidi questa proto-agricoltura.

sahara15.jpgGli uomini del neolitico non erano dei primitivi come molti immaginano gli uomini preistorici. Essi avevano la fede e la credenza che trascendono la vita quotidiana. I defunti non erano abbandonati ma accuratamente  deposti nella terra. Degli scavi sul sito di Tin Hanakaten, nel sud est di Djanet, hanno rivelato degli scheletri posti in un cassone di pietra ricoperto da un ammasso di blocchi datati al 8000 dal presente. Ma ciò che attira di più l'attenzione, sono le centinaia di sepolture che si possono vedere in tutti gli angoli del Tassili N'Ajjer che i Tuareg designano con il nome di idebnan.


sahara16.jpgLa sepoltura più semplice è il tumulo. È il tipo più diffuso nel Sahara e quello che si conserva meglio. Si tratta di un semplice mucchio di pietre omogenee che hanno la forma di un rialzo sul vertice conico o a sfera. La sepoltura "a corridoio e chiuso" è il tipo di tomba più grande, il più complesso e il più caratteristico del Tassili N'Ajjer.


sahara17.jpgEsso si compone di un viale-corridoio e di due cerchi, il più piccolo circonda il tumulo, il secondo l'intero edificio. Le dimensioni di queste sepolture possono raggiungere i 150 m. Questi monumenti sono quai tutti orientati verso l'est, l'orientamento è dato dal viale corridoio. Spesso questi tumuli a corridoio e chiusi sono costruiti su un rilievo per essere visto da lontano come quello di Tikubauine.


sahara18.jpgUn altro tipo di tomba si presenta sotto la forma di pietre erette in circolo circiondanti una specie di tumulo centrale. Il tumulo è la più antica tomba che ci sia. Quello di Tin Hanakaten è datato al 7900 dal presente. Delle datazioni effettuate durante degli scavi di tumuli identici nell'area del Niger hanno fornito delle date dell'ordine di 6000 anni dal presente, ossia in pieno periodo pastorale.

 

 

 

 

Il periodo Bubalino

 

Il deserto non è deludente, anche qui, su questa soglia in cui non fa che iniziare ad apparire. La sua immensità innanzitutto, ingrandisce tutto, e, in sua presenza, la meschinità degli esseri viene dimenticata.

Pierre Loti

 

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Dettagli della testa del grande bue dal corpo decorato da spirali.

 

 

 

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Gazella sdraiata. Tin Teghert

 

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Le incisioni del sito di Tin Teghert, nella grande depressione di Dider, appartengono nella maggior parte al periodo bubalino e sono apparentati a quelli del celebre uadi Djerat. Le grandi lastre sono coperte da magnifiche incisioni di animali (buoi, giraffe, gazelle, rinoceronti, struzzi) di un naturalismo perfetto. La tecnica è accurata con uin tratto levigato e netto.

 

L'originalità di Tin Teghert risiede nella presenza di incisioni di buoi dalle dimensioni smisurate. Uno di essi raggiunge i 5,5 metri di lunghezza ed ha il corpo interamente ricoperto da disegni a spirale, il che ne fa un'opera unica. Il segno simbolico della spirale è uno dei più diffusi in tutte le culture. I dizionari dei simboli attribuiscono alla spirale un valore di fecondità acquatica e lunare. Una spiegazione possibile sarebbe di vedere in alcune spirali un segno delle corde utilizzate per la cattura di animali domestici o selvatici.

sahara22.jpgTre giraffe dal collo esteso, brucano le foglie di un albero. Altezza 80 centimetri.

 

Lo stile del periodo bubalino è facilmente identificabile. La principale caratteristica è la grande dimensione delle incisioni che raggiungono facilmente 1 o 2 metri, il primato spetta ad una giraffa di 8 metri di altezza nello uadi Djerat. Gli animali selvaggi costituiscono il tema favorito degli incisori: giraffe, bufali, rinoceronti, elefanti, struzzi, gazzelle.


sahara23.jpgIl sito di Tin Teghert sorprende per le rappresentazioni di gufi e civette. Si contano una quarantina di esemplari di questi uccelli notturni mentre sono quesi del tutto sconosciuti altrove a parte lo uadi Djerat. Queste incisioni di uccelli presentano un tratto puntinati che ricopre il tratto levigato delle incisioni più antiche  il che lascia pensare che esse appartengano ad uno stadio più recente e corrispondono ad un'evoluzione del periodo bubalino.

sahara24.jpgStruzzi a due teste. Gli animali doppi sono frequenti nell'arte rupestre. La maggior parte riguarda i bovidi ma gli struzzi non sono rari. 

 

I bovidi mostruosi a due teste possono essere accostati ad alcuni miti, soprattutto al mito fulano di Kumen.

 

sahara25Teste di giraffe. Ogni anno i Fulani rivivono alcuni episodi di questo mito nel corsoi di una cerimonia, il Lotori, che esige la presenza di una rappresentazione di un bue bicefalo.

 


sahara26.jpgGrande bufalo antico. Regione di 
Aramat. Il periodo al quale sono collegate queste incisioni porta il nome di bubalino per via delle numerose incisioni rappresentanti un bovino selvatico dall'aspetto temibile: il grande bufalo antico oggi scomparso.


sahara27.jpgQuesto bovide possiede delle corna spettacolari (un cranio scoperto durante gli scavi presenta corna del diametro di 3,60 m) che hanno dovuto sicuramente impressionare l'immaginario degli incisori. qui ont du certainement impressionner l'imaginaire des graveurs.

Chiamato un tempo Bubalus (da cui il nome del periodo) poi Pelorovis antiquus non potrebbe essere di fatto che un antenato del bufalo africano attuale, da cui una nuova denominazione proposta da alcuni autori: Syncerus caffer antiquus.

sahara28.jpgForse un bufalo antico come fanno pensare le corna. Sefar. Si è a lungo pensato che il bufalo antico fosse sparito molto presto il che ne faceva un fossile diretto del periodo più antico. Tuttavia delle scoperte recenti soprattutto in Libia nel settore degli Aramat di dipinti di bufali antichi nel caratteristico stile del periodo bovide finale (stile di Iheren-tahilahi) lasciano supporre che questo grande bufalo selvatico sia vissuto ben più tardi, certamente sino alla fine del neolitico, e che ha continuato ad essere cacciato dalle popolazioni dei periodi pastorali.

sahara29.jpgLe mammelle rigonfie di una vacca. Tin Teghert. Le incisioni di Tin Teghert (come quelle dello uadi Djerat e del Messak Libico) sono rapportati al periodo bubalino ed attribuiti secondo le teorie classiche  a delle popolazioni di cacciatori viventi molto prima della addomesticamento dei bovini (7.550 anni avanti il presente). Tuttavia si nota la presenza di un gran numero di incisioni di bovidi che sembrano incontestabilmente domestici e di cui lo stile non differisce in nulla dalla fauna selvatica.


Ciò fa pensare che queste opere non sono la produzione di cacciatori, ma di un gruppo culturale padroneggianti l'allevamento pur continuando a praticare la caccia. Ciò ha come conseguenza di far risalire queste incisioni a cira 6.500 dal presente.

 

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Personaggi da Tin Teghert. Si può supporre che due dei personaggi siano muniti di maschere che l'incisore avrebbe reso con una levigatura accentuata della roccia. Uno di questi personaggi possiede una coda poasticcia.


Le incisioni di stile bubalino di Tin Teghert e dello uadi Djerat nel Tassili sono da confrontare con quelli del Messak Libico e dell'atlante sahariano, il che può spiegarsi con l'appartenenza degli incisori ad una stessa grande famiglia. L'esame delle incisioni così come degli studi linguistici permettono di pensare che questi incisori appartenavano a delle popolazioni afroasiatiche e parlavano una proto-lingua da cui più tardi deriveranno numerose lingue tra cui il berbero. I linguisti hanno potuto ricostituire in questa proto-lingua, il cui nucleo originario è situato tra il Nilo nubiano e gli altopiani etiopi, dei termini relativi all'addomesticamento. Queste popolazioni inizieranno una migrazione verso ovest in direzione del Maghreb e del Sahara centrale attraversando il deserto occidentale d'Egitto e servendosi delle loro greggi come "cibo ambulante". Secondo J. L. Le Quellec "le antiche incisioni del Sahara settentrionale e centrale furono probabilmente realizzate da popolazioni afroasiatiche, famiglia linguistica la cui frammentazione è egualmente all'origine dell'Egiziano antico il che spiegherebbe 'l'aria famigliare' segnalata tra le due regioni".


Il periodo delle teste rotonde


 

Non negare, ciò che non si capisce


sahara31Foresta di pietra di Jabbaren
. Entrare nelel foreste di pietra di Sefar o di Jabbaren è come entrare in un tempio. I pittori non hanno scelto per caso questi luoghi strani per eseguirvi i loro affreschi. Le immagini più intensamente religiose si trovano nelle più belle foreste di pietra del Tassili, sulla parte più elevata dell'altipiano.


Per questi uomini, quest'universo rappresentava una terra sacra dove regnava lo spirito. È qui, nei santuari della Preistoria, che si svolgevano le loro cerimonie.


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Personaggio "testa rotonda" con arco. Tin Aboteka.

 

"Teste Rotonde perché gli esseri umani sono rappresentati spesso con una testa arrotondata in cui né i tratti del volto né i capelli sono rappresentati. Dei volti anonimi ma di una presenza intensa quasi avvincente. Si è ritenuto che queste "Teste Rotonde", per le loro caratteristiche anatomiche e culturali (scarnificazioni e pitture corporee) siano dei neri. Questi nomadi o semi-nomadi percorrevano questi vasti territori tassiliani, allo stesso tempo territori di caccia e di raccolta dei vegetali. Delle considerazioni archeologiche sul vasellame di stile a "linee ondulate" (wavy line), una specie di linea ondulante impressa sull'impasto, e di natura linguistica (delle parole designanti il vasellame e la raccolta dei cereali selvatici sono identificati nelle lingue sorte dal nilo-sahariano) lasciano pensare che delle popolazioni che parlavano una lingua di origine nilo-sahariano sarebbero, con il favore del ritorno delle piogge, mifrate da una zona sub-saharasiana situata verso il centro dell'attuale Sudan in direzione del massiccio dello Tassili n'Ajjer passando per l'Ennedi ed il Tibesti. Questa migrazione è stata facilitata dalla rete idrografica che permetteva una facile circolazione tra Khartum ed i massicci saharasiani seguendo sopratutto lo uadi Howar.

 


sahara33.jpgSfilata di moda? (Sefar).
 Si è pensato a lungo che lo stile delle "Teste Rotonde" erano limitate al massiccio degli Ajjer e dell'Akakus in Libie. Ma delle scoperte recenti di pitture di questa scuola nel massiccio dell'Ennedi apportano nuovi elementi a questa ipotesi. La tecnica di pittura appariva del tutto caratteristica: un largo tratto disegna il profilo molto sommariamente con l'essenziale dei contorni poi l'interno è riempito con una tinta piatta.

 

Questa tecnica presenta una tale unità che si riconosce subito un disegno delle Teste Rotonde. Il pigmento è spesso, molto verosimilmente applicato allo stato quasi pastoso. La sostanza colorante non era soltanto un materiale per l'artista che l'applicava sulla parete, ma rivestiva un senso spirituale.


sahara34.jpgDiversi stili e stadi si sono succeduti ma sino ad oggi nessuno studio ha potuto classificarli in un ordine assoluto, ma risalta durante tutto questo periodo un'unità culturale innegabile. I cambiamenti negli stili appaiono come delle evoluzioni del pensiero e della religione.

Quando le teste rotonde iniziano a dipingere, esse eseguono delle sagome sommarie, rigide e statiche. È a questo primo stadio che questi artisti dipingono delle composizioni monumentali che si distendono su tutta la superficie di un rifugio.

 

sahara35.jpgL'affresco del "Grande Dio" a Sefar, si estende su tutta la superficie di un riparo per 16 m di lunghezza e circa di circa 30 metri quadrati. La parete è rivolta verso una pianura in cui si svolgevano le cerimonie immortalate dagli affreschi. I principali attori della scena sono facilmente identificabili: al centro il "Grande Dio" che con i suoi 3 metri di altezza è particolarmente impressionante con una grande tasca tra le gambe rappresentante un pareo o una protezione fallica o anche un sesso smisurato e una testa munite di corna, un'antilope incinta rossa e una femmina in posizione orizzontale con un ventre prominente, delle antilopi bianche che sfilano da sinistra a destra.


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Un motifvo è apposto al corpo del "Grande Dio", 

 

 

 

 est apposé au corps du "Grand Dieu", une expression symbolique caractéristique des peintures de cette période, un motif ressemblant à une sorte de méduse, qui ne correspond à rien de connu et s'inscrit dans les grandes compositions comme un sceau.


sahara37.jpgCette fresque exprime de toute évidence l'idée de la fécondité et son mystère, la vie et la fertilité. Il y a sur cette paroi le récit d'un des plus anciens mythes du monde.

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Les personnages de cette fresque de Jabbaren ont des têtes parfaitement rondes délimitées à hauteur du cou par des lignes qui laissent supposer le port de masques. Ce type de représentation est assez fréquente par mis les peintures de la période. Ces représentations ont été rapprochées de plusieurs types de masques connus en Afrique dont le décor est dominé par un traitement non iconique des visages comme par exemple les masques des Bateke au Congo.

 

sahara39.jpgJabbaren. Boeuf à tête-masque Ces masques auraient pu être de deux types : Sphériques, faits d'une simple calebasse évidée et décorée dans le cas des têtes circulaires ; Non sphériques mais plats, réalisés en bois . Par leur taille et leur hiératisme, les "Grand Dieux" sont sans doute des divinités, les femmes qui dansent autour d'eux dans une position de danse "africaine", portent des maques décorés de signes symboliques sans doute en rapport avec les attributs de ces dieux qui ont affaire avec la fécondité.

 

sahara40.jpgLes danseurs masqués de Sefar.Un masque aussi naturel qu'une calebasse évidée émane du symbolisme, le but des rituels est, par le retour périodique aux temps primordiaux, d'abolir la distinction qui peut s'effectuer entre la divinité et le masque : pendant le rite, le masque est la divinité.


sahara41.jpgPersonnage mythique portant un masque à grandes oreilles. Les masques sont connus en plusieurs exemplaires, portés par des thériomorphes, des humains ou des animaux. Le masque fut un objet sacré chez les "Têtes Rondes", symbolisant le mythe qu'il raconte et les pouvoirs de celui qui le porte.

 

 

sahara42.jpgAutre "Grand Dieu" à Sefar, tenant un bâton dans sa main un sac attaché à l'autre poignet, associé à la même trilogie que le "Grand Dieu" à tête cornue : antilope, boeuf et orante. Cependant le dispositif de la composition diffère, le grand dieu n'est pas sexué et il est marqué d'une image symbolique en forme de croissant. L'isomorphisme entre le croissant lunaire et les cornes taurines a été remarqué en différents lieux et époques. L'ethno-anthropoloque L.V. THOMAS affirmait : "l'agriculteur assimile volontiers Terre-Femme-Lune et Fécondité tandis que le chasseur rapproche Ciel-Homme-Soleil et Puissance. Si cette "équation" s'avérait de valeur universelle elle pourrait laisser supposer que les auteurs des oeuvres préhistoriques des têtes rondes n'étaient pas fondamentalement des chasseurs, et que leur imaginaire favorisait plus la fécondité que la puissance.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

[tr-13]

 

Cette autre fresque de Tin Tazarift dégage une impression d'irréalité. Il est possible que les artistes aient eu l'intention de dépeindre la vision hallucinée de la sortie de soi, du voyage vers un autre monde dans un état modifié de la conscience. Sur une paroi de Sefar se déroule une cérémonie mettant en scène une procession d'orantes, un personnage masqué à grandes oreilles et des symboles circulaires.


Les orantes avec un nombril proéminent, aux bras levés en geste d'adoration ou de révérence, jambes fléchies, aux fesses saillantes souvent cachées par le retombé e d'un pagne court, peuvent évoquer une danse de guérison telle qu'elle se pratiquait récemment encore chez les San du Kalahari. L'absorption de substances hallucinogènes provoquait des transes, jusqu'à la perte de connaissance. A leur réveil, des hommes racontaient qu'ils avaient communiqué avec les puissances de l'au-delà, que leur corps démesurément allongés avait volé ou nagé sous l'eau, qu'ils avaient vu des lumières, les lignes ondulées, qu'ils s'étaient transformés en antilope ou en lion. Des visions comparables semblent avoir été peintes sur des parois du Tassili N'Ajjer.

 

 

 

[tr-14]

Cette fresque paraît regrouper des éléments de la pratique chamanique, tambour, danse de possession.


[tr-15]

Ce grand personnage qui semble flotter évoque le voyage du chaman pendant la transe. Sa tête porte peut être un masque muni d'appendices. A l'un de ces bras est attachée une forme en croissant, le poignet de l'autre bras est élargi, comme entouré d'un bracelet. Des archers semblant aussi porter des masques encadrent les personnages volants.

 

[tr-16]


Comme le magicien africain, le chaman est un médiateur entre sa communauté et le monde des esprits. il est tout à la fois prêtre, guérisseur, voyant, sorcier, devin et psychologue. Ses pouvoirs, obtenus après une longue initiation, lui confère une puissance bénéfique ou redoutable. Par toutes sortes de technique, de rythmes et de mouvements, par le consommation de substances hallucinogènes ou psychotropes, le chaman pratique la transe ou l'extase comme moyen de voyager vers les mondes autres, de communiquer avec les esprits, de s'en faire des alliés et de revenir dans le monde réel, dans son groupe, pour soigner la maladie ou l'infortune. (F. Soleilhavoup). Cette approche "chamanique" ne fait pas l'unanimité, la seule chose sur laquelle s'accorde les spécialistes est le sentiment de malaise procuré par l'aspect étrange des compositions. Incompréhensible pour des esprits logiques, ces figurations mystérieuses ressemblent à certaines images réalisées par des malades mentaux et plus précisément par des sujets drogués aux hallucinogènes. (U Sansoni).


[tr-17]


L'abri de Timeshral situé dans le wadi Aramat en Libye est décoré avec des regroupements de points rouges qui sont uniques au Sahara. Il est possible que ces décorations aient été destinées à des pratiques animistes de nature chamanique. Les dessins utilisent les accidents naturels de la roche, fissures et creux permettent la communication avec le monde des esprits.

[tr-18]


La difficulté d'interpréter ces images réside dans la quasi impossibilité d'émettre des hypothèses quand à la fonction sociale et à l'état de la psyché des auteurs des fresques. On doit fonder ces conjectures sur le fait que la pensée chamanique, résiduelle de nos jours, serait l'un des universaux de l'esprit humain.


 

[tr-19]

Les petits personnages en position frontales constituent un autre groupe. Ils se distinguent par leur couleur rouge brique sombre. Ils ont toujours vus de face, jambes et bras écartés, avec une position qui rappelle celle des "Grands dieux". Leur tête est bien ronde. Ils sont parés d'ornements aux bras et aux jambes. Ils sont associés à des motifs géométriques au sens inconnu, sortes de guirlandes.


[tr-19]

La "Dame Noire" de Sefar. Elle fait partie des êtres masqués qui sont, au même titre que les "Grands Dieux", les figures les plus représentatives de la période "Têtes Rondes", relevant de la même atmosphère religieuse et d'une esthétique remarquable. La spiritualité inscrite dans l'esthétique de ces personnages fait penser soit à des humains ayant un rôle précis à jouer lors des cérémonies, soit à des héros de récits mythiques. Ce sont des hommes ou des femmes initiés aux codes qui permettent d'accéder à l'occulte. Les sociétés dites primitives qui, aujourd'hui, perpétuent de telles pratiques picturales : les Aborigènes d'Australie, les Saudawe de Tanzanie, les Boschiman du Kalahari vénèrent les images de leur art rupestre et leur attribuent des pouvoirs occultes. Chez les Aborigènes, les peintures sont régulièrement repeintes au cours de cérémonies et de rituels, c'est un art encore vivant et dynamique comme le fut celui des "Têtes Rondes".


Les "Grands Dieux" ou la "Dame Noire" ne doivent pas être appréhendés comme des images statiques et muettes, ils parlent et bougent, ce sont des dieux.

Sefar est un temple avec ses autels et un langage visuel dont les images mythiques ne peuvent être comprises que si on les contemple avec sensibilité. Les mythes et leurs images sont les premières tentatives de l'Homme pour comprendre l'univers. Par le mythe il trouve un exutoire aux mystères de la vie et de la mort, générateurs d'angoisse, et il gagne en sérénité. (Malika Hachid).

 

 



Qu'as tu fait de ta liberté ? ne sais tu pas que la maison, est le tombeau des vivants

(Proverbe Touareg)


 

Il y a 30 ans encore, on pensait que les grandes innovations technologiques (poterie, élevage, métallurgie) étaient toutes nées au Proche-Orient et avaient atteint l'Afrique subsaharienne par la vallée du Nil. La recherche archéologique a montré que ce n'était plus tout à fait vrai.

 

La découverte dans le massif de l'Air (site de Tagalagal dans les monts Bagzanes) d'un gisement archéologique daté au carbone 14 de 11 000 à 10 000 BP et contenant de nombreux tessons de céramique, des meules ainsi que des outils de pierre de toute nature prouve que la fabrication de la poterie utilitaire dans les massifs sahariens a précédé de plus de mille ans sa généralisation au Moyen-Orient. Il faut maintenant prendre en compte l'antériorité de l'élevage des bovins, autre innovation capitale du Néolithique.

Le temps est largement venue de renoncer à l'idée d'une Afrique éternellement "à la traîne" des inventions asiatiques et européennes. (Marianne Cornevin).


Un berger armé d'une lance et d'un bâton tente d'éloigner l'animal sauvage qui vient de tuer une vache de son troupeau. Wadi Aramat

 Vers le VII millénaire BP, peut être même avant, les sociétés vivant en Afrique, Sahara et Afrique de l'est, font l'acquisition de la domestication du boeuf, du mouton et de la chèvre. Alors partout dans le Sahara des populations de pasteurs, qui sont aussi des artistes accomplis, se répandent. Tous ces bovidiens partagent les mêmes grands traits de civilisation, cependant, préfigurant la mosaïque ethnique de l'Afrique, quelques groupes se distinguent et se trouvent aux origines de peuples actuels du Sahel.

 Au cours de l'humide néolithique l'humidité va se localiser et transformer le Sahara en une multitudes de climats régionaux, alternant des zones verdoyantes et des espaces plus sec. L'homme et l'animal vont partager les mêmes territoires ce qui va favoriser l'apprivoisement. Une des premières phase de la domestication est peut être l'utilisation de bovins comme "garde-manger ambulant" par des groupes de chasseurs circulants entre des points d'eau. Il est maintenant acquis que la domestication s'est faite à partir d'une souche sauvage d'aurochs (Bos Primigenius). La principale espèce clairement reconnaissable dans les troupeaux est le Bos primegenius domestique. On remarque aussi la race à cornes longues, fines et en lyre, dénommée Bos africanus mais qui n'est peut être qu'une variété de la précédente.

 Un autre type est le boeuf à cornes courtes et épaisses (Bos brachyceros) bien que certains auteurs n'y voit qu'une interprétation abusive des oeuvres. Dans un même troupeau les formes des cornes peuvent très variables : des bêtes acères (sans cornes) côtoient d'autres animaux avec des cornes en avant ou en lyre. On est frappé par la variété du cornages de ces boeufs mais ,de nos jours, les Peuls du Burkina n'ont pas moins de douze termes pour désigner les formes des cornes de leurs bêtes.

 

Dans les peintures et gravures quelques boeufs ont visiblement une sorte de bosse à l'arrière de la tête, un vrai zébu qui pourrait indiquer l'existence d'un foyer africain de celui ci. Les bovidés sont traités en teinte plate avec souvent une réserve centrale. La robe bicolore est un indice de la domestication


Les parois se desquament fréquemment. Ici la nouvelle surface a été réutilisée plus tard par un autre artiste.

 

On retrouve ces boeufs avec de grandes cornes en forme de lyre le plus souvent croisés avec des zébus originaires d'Asie dans les plaines sahélienne entre les mains de pasteurs, notamment des Peuls Bororo.

 La majorité des images montre des activités pastorales et présente la vie quotidienne des habitants qui ont vécu dans les massifs du Sahara il y a plus de 5 000 ans. Cependant il serait limitatif de ne voir que le côté documentaire et anecdotique de ces oeuvres. Il est évident que l'acte de représenter ces scènes témoigne du lien profond qui unit les hommes à leurs troupeaux, comme dans les sociétés pastorales d'aujourd'hui.




Fresque de Jabbaren. Un des hommes tient un bâton appuyé sur ses reins, une attitude familière des bergers

Un des thème les plus fréquent est la tribu en déplacement. Les boeufs transportent les femmes et les enfants, les ballots et les armatures de cases. Les archers sont devant, l'arc à la main prêts à défendre le groupe.


Deux bergers avec des arcs mènent leur troupeau. (Sefar).


Sur la fresque ci dessus les hommes sont presque tous représentés dans une position agressive, en position de course avec des arcs à la main. Les boeufs semblent porter des structures courbes effilée à l'avant et plus épaisses à l'arrière qui pourraient être des armatures de cases ou de tentes. Un des archers est dans un galop effréné. Des boeufs sont montés par des groupes de 3 personnages. La largeur totale de tableau est de plus de 2 m.

 La tradition du portage du matériel est encore vivante de nos jours chez les peuls. L'objet le plus courant est le piquet placé horizontalement entre les cornes avec la corde à veaux (que l'on distingue nettement entourée autour du piquet sur ce qui reste de cette figure effacée par l'érosion).

Les fresques soulignent souvent l'importance donnée au matériel du pastorat notamment avec la corde à veaux.

Chez les Peuls cette corde était tendue à l'étape entre des piquets, on y nouait plusieurs boucles, chacune servant à attacher un veau afin de le tenir éloigner de sa mère pendant la traite. Cette corde, appelée dangul, représente la "ligne de vie du troupeau" et les piquets qui la soutiennent portent les mêmes noms que les séquences qui divisent le mois lunaire.

 

Les cordes à veaux, qui interviennent lors de l'initiation des bergers, sont la propriété des femmes, chargées de tout ce qui concerne le laitage. Dans chaque parc était entreposée une grande calebasse destinée à recueillir le lait. Elle était placée sous l'autorité et la gestion de la première femme de la famille promue "gardienne du lait".


Détails d'une scène avec un mât et des calebasses suspendues. Wadi Aramat.


 Femmes bovidienne assises, portants de grands chapeaux et bavardant. (Sefar).


 Le petit bétail, chèvres et moutons, est aussi présent dans l'art rupestre. Au Sahara en général l'élevage de ce petit bétail semble se répandre réellement au V et VI millénaires. C'est dans le désert occidental d'Egypte que les dates de la domestication sont les plus hautes. Des sites au Maghreb datés du milieu du IX millénaire contenaient des ossements d'ovicaprinés sauvages à partir desquels la domestication aurait pu se faire.

L'existence d'une souche sauvage d'ovicaprinés reste donc une des grandes questions de la Préhistoire.


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Sahara néolithique

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