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28 aprile 2016 4 28 /04 /aprile /2016 07:00

La storia dell'Italia nazionalista e colonialista


A proposito di un grande libro: Italiani, brava gente? di Angelo Del Boca

 

Gilbert Meynier

 

Quando si misurano, leggendo Del Boca, tutti i traumi subiti, sia dalla Libia che dall'Etiopia o l'Eritrea e la Somalia, si capiranno meglio quanto la sedimentazione delle violenze subite hanno potuto sfociare in regimi nazionalisti e rivoluzionari spietati come quelli di Geddafi o di Mengistu, e tracciare la via agli orrori della Somalia degli anni 90 del secolo scorso. La denuncia delle atrocità italiane fu enunciata a diverse riprese dal colonnello Geddafi, come nel discorso del 7 ottobre 1975 che celebravano l'espulsione degli Italiani, e in cui ricordò i massacri commessi dagli invasori nel villaggio di Al Agheïla: "Ciò che l'Italia ha commesso nella località di Al Aghjeïla rappresenta oggi una lezione storica per l'umanità ed un tragico esempio di aggressione e di barbarie. Ciò riflette l'arroganza dei forti quando aggrediscono i popoli poveri e deboli". E Del Boca commenta: "Muammar Geddafi non esagerava".

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Guerra nel deserto libico

 

I Balcani furono l'ultima regione ad avere a che fare alle imprese delle conquiste italiane. Vi furono impegnati non meno di 650.000 uomini durante la Seconda Guerra mondiale. L'indagine di Del Boca riguarda tuttavia la sola Slovenia, più precisamente la provincia di Ljubljana. Le popolazioni slave erano considerate dal potere italiano appena un grado al di sopra di quelle africane. E, non appena le rivolte esplosero, la repressione fu immediata ed inesorabile, come testimoniano i rapporti presentati alla commissione dei crimini di guerra dell'ONU a Londra, e, recentemente, il lavoro imparziale di una commissione di 14 storici italiani e sloveni sul periodo nero che va dall'autunno 1943 all'estate 1945

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Mussolini.gifNe emerge che, sin dall'inizio,iniziò la pulizia etnica di molte decine di migliaia di Sloveni, a colpi di esecuzioni massicce di ostaggi e di prigionieri. Sistematici furono i saccheggi e l'incendio di migliaia di case, senza pietà la caccia ai partigiani ed i rastrellamenti. Per un semplice sospetto, dei capi villaggio furono gettati con una pietra al collo nel lago Tana. In un primo tempo, alla fine dell'era fascista (1940-43) venne intrapresa la deportazione verso i campi di concentramento di 35.000 persone, cioè la decima parte della popolazione della provincia di Ljubljana. Nel solo campo di Arbe (Rab, sulla costa dalmata), più di 4.500 persone morirono di fame. Dall'autunno 1943 all'estate del 1945, ossia durante il periodo della repubblica fascista di Salò, i 14 storici citati stimano che vi furono 30.000 deportati supplementari. Basta, anche, dare la parola a tali capi militari: per un Robotti, fu un "genocidio culturale", per Graziotti, una "pulizia etnica". Secondo gli specialisti dell'universo concentrazionario fascista, Carlo Spartaco Capogreco, ogni detenuto non disponeva che da 900 a 1000 calorie al giorno: condizioni simili a quelle di Buchenwald, forse anche peggiori. Il trauma sloveno, fatalmente, sfocia nell'estate 1945 ad un ritorno alla violenza: le vendette crudeli, gli orrori dei massacri e gli affogamenti furono legioni. Eppure, per molto tempo ebbe corso in Italia l'idea dell'innocenza degli Italiani, ad esempio la favola secondo la quale gli Sloveni, ben contenti di trovare  un rifugio per sfuggire ai cattivi comunisti. E ancora, non si sa tutto: per quel che riguarda gli interventi italiani nei Balcani così come in Africa, Del Boca non ha studiato che una parte dei fatti. Numerosi altri aspettano, in assenza di documenti, di essere esposti.

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I cadaveri di Mussolini e Clara Petacci appesi a Milano nell'aprile del 1945

 

Brutalità coloniali e regolamenti di conto italo-libici

 

Dopo la guerra, l'Italia repubblicana non rispose alle domande della commissione dei crimini di guerra dell'ONU. Il presidente del consiglio democristiano Alcide De Gasperi, salutato in Europa come l'incarnazione di un'Italia nuova, e futuro presidente della CECA, non fu mai importunato per aver puntato i piedi. Il capo dello stato maggiore fascista, Mario Roatta, conservò per un certo periodo la sua carica dopo la caduta di Mussolini. I criminali di guerra italiani furono coperti e protetti, addirittura riacquistarono una nuova fedina pulita a colpi di numerose amnistie. L'Italia non si rivolve veramente a chiedere dei conti ai criminali nazisti per paura che ciò non si rivolga contro i suoi criminali.

Ma con ciò siamo già nella storia italo-italiana, quella delle lotte fratricide che costellarono la storia dell'Italia del Risorgimento e l'Unità, ma che si svolsero in alternanza con gli oscuri episodi coloniali: lo storico deve evidenziare che, in questi 160 anni di storia, le fasi di violenza coloniali assunsero, per gli Italiani, la via delle violenze interne. Al di là dell'alternanza, vi fu correlazione: le brutalità coloniali furono infatti strutturalmente legate ai regolamenti di conti italo-italiani.

Non vi era bisogno, alla metà del XIX secolo, di andare in Africa per trovare la miseria, il disprezzo e l'ingiustizia sociale, addirittura la letargia e l'analfabetismo di massa. I giudizi svalorizzanti sugli italiani emessi da viaggiatori europei - da Montesquieu a René Bazin, passando per Arthur Young, Stendhal, e anche un appassionato dell'Italia come Goethe, - lo stanno ad indicare. Essi sono corroborati da numerose osservazioni critiche parallele fatte dagli stessi Italiani, da Beccaria a Pisacane, passando attraverso le teste del Risorgimento come Mazzini e Gioberti, senza dimenticare quanto ha scritto Leopardi nella sua opera maggiore Lo Zibaldone. Erano denunciate la soffocante pesantezza clericale, il latifondismo, la miseria, l'analfabetismo, le malattie dei poveri: nella vetrina sviluppata d'oggi, la Lombardia, la pellagra malattia dei mangiatori di mais - era un flagello generalizzato. Dell'età di appena quattro anni, all'indomani della liberazione, l'autore di queste righe, durante delle vacanze trascorse nel territorio brianzolo paterno, scoprì in alcuni villaggi del Piemonte che esistevano ancora dei bambini che non avevano calzature - un ricordo d'infanzia indelebile. I parenti italiani che vivevano dall'altro lato del Monginevro, erano più o meno considerati come dei cugini sfortunati.

È nota la massima: l'unità politica è fatta, non resta che da "fare gli Italiani", degli Italiani che, nel 1860, non erano che al 2% a saper parlare l'italiano. Fu sotto il segno della fierezza nazionale da acquisire che venen intrapresa l'educazione, nazionale nel vero senso del termine. Il libro che fu considerato come l'edificazione patriottica del Tour de la France par deux enfants, fu Cuore, dell'ufficiale Edmondo De Amicis. Le sane virtù che vi sono celebrate - l'onestà, la dirittura, il cameratismo, la fierezza... - non possono far dimenticare che Cuore era sottinteso da un moralismo militare di cui il fascismo fu poco dopo una messa in pratica corroborante, magniloquente e brutale, come testimoniano l'organizzazione del sabato fascista e la celebrazione permanente del modello dell'Italiano-soldato.

 

Ideologia compensatoria

 

L'educazione nazionale post-unitaria ebbe come alimento sempre più grandi spese militari e come sfondo un'inesorabile sfilza di sconfitte militari. In somma, l'ideale Italiano, era spesso la vittoria sperata, ma la realtà, era spesso la frustazione davanti alla sua non realizzazione. Eppure, l'Italiano nuovo del fascismo doveva volare di vittoria in vittoria. Queste vittorie, sui teatri delle operazioni esterne, erano, anche, inconsciamente destinate a proiettare su dei terzi inferiorizzati tutta una serie di insufficienze, di risentimenti e di violenze sui generis. Destinato a installare l'ideologia compensatoria di inferiorità risentite e di contenziosi interni mal cicvatrizzati, fu così prodotto il famoso mito dell'"Italiano buono". Italiani, brava gente: in questa asserzione, si intrecciavano sentimento d'inferiorità e pretesa di superiorità. In realtà, l'unità italiana fu realizzata per mezzo di una conquista militare sanguinaria che traumatizzò un popolo sofferente di debolezza della sua identità nazionale, e in cui esistevano cittadini, des sudditi - senza, naturalmente, contare i motivi di scontento.

La "guerra contro il brigantaggio" ricopre la realtà di una conquista militare sanguinaria, quella del regno di Napoli dopo la caduta dei Borboni, congiuntamente da parte delle truppe di Garibaldi dal Sud e da parte dell'esercitò piemontese dal Nord; ma è risaputo che Garibaldi scomparve presto dalla scena meridionale quando, nel 1863, la cifra delle truppe piemontesi raggiungeva i 116.000 soldati. Per Del Boca, fu "una guerra senza regole e senza onore", una "guerra di tipo coloniale": a Napoli, il generale Enrico Cialdini, affermò: Qui, è l'Afr4ica, non è l'Italia. I beduini, in confronto a questi cafoni sono latte e miele". Se si deve credere a Gramsci, osservatore acuto della realtà dell'unità italiana, i meridionali [erano] biologicamente degli esseri inferiori, dei semi-barbari o dei barbari del tutto".

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Il generale Enrico Cialdini ed il suo stato-maggiore (verso il 1863?)

 

La guerra contro i "briganti"

 

A colpi di distruzioni di villaggi, di massacri, di esecuzioni di massa, di messe in scena macabre destinate a colpire con il terrore le persone, fu condotta una guerra ineguale contro una rivolta popolare di contadini senza terra, comodamente trattati come "briganti" disprezzati, che furono raggiunti dai soldati dell'esercito dei Borboni che avevano trovato rifugio in Vaticano. Contro di loro, sul terreno, germogliò brutalmente ciò che sarebbe andato tra poco a costituire, socialmente e politicamente, il potere dominante in Italia: l'alleanza del capitalismo del Nord e dei latifondisti del Sud.

Nell'agosto del 1861, il parossismo della repressione fu senza dubbio raggiunto con la distruzione dei due villaggi di Pontelandolfo e di Casalduni – nel beneventano. Con l'incendio e il massacro, vi furono molte centinaia di morti, tra cui numerose persone bruciate vive.

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14 agosto 1861, massacro di Pontelandolfo

 

Una legge eccezionale, la legge Pica, diferi le persone arrestate su semplice presunzione ai tribunali militari e li inviò ai plotoni di esecuzione. Vi furono almeno 10.000 rivoltosi uccisi, dei quali più della metà dovettero essere fucilati; ciò senza contare i 20.000 morti dell'esercito borbonico sconfitto, senza contare i 10.000 deportati, sopratutto al sinistro, e glaciale bagno alpino di Fenestrelle, in val Chisone - luogo dei Giochi Olimpici d'inverno del 2006 -, in cui moritono come mosche, di freddo, di fame, di malattie.

Questi "briganti" non erano certo sempre stinchi di santo, ma essi lottavano contro l'invasore rivoltandosi al contempo contro la loro miseria. La repressione dell'insurrezione conobbe il suo parossismo nel 1861 ma durò in alcune zone sino al 1865, addirittura in modo sporadico sino al 1870.

 

La guerra del 1915-1918

 

cadorn1In conclusione, la storia santa nazionale, ufficiale, italiana ha costruito a questo proposito la leggenda degli "Italiani buoni", venuti a liberare i loro fratelli del Sud contro i "briganti": allo stesso modo, ulteriormente, i buoni Italiani furono ritenuti di andare a liberare gli Africani dalla loro schiavitù: era un mito analogo che era servito ai Francesi a legittimare la conquista dell'Algeria. Nei fatti, la verità giace "nei buchi della memoria collettiva" (Gramsci), nell'infangamento da parte dei vincitori dei "vinti del Risorgimento" (Gigi di Fiore). E non si capirebbero le ondate massicce consecutive di partenze dal Mezzogiorno per l'America se non le si ponesse in relazione con il trauma subito dallo schiacciamento della rivolta, la miseria e la disperazione.

049kokoAltro episodio, poco noto in Francia, di una frattura Italo-italiana: la guerra del 1915-1918, impresa sotto gli auspici della guerra patriottica quando era appurato che il popolo italiano non voleva la guerra. Alla direzione delle operazioni, dotato di poteri senza equivalenti, in nessuno degli altri Stati belligeranti, il generalissimo piemontese Luigi Cadorna, freddo, insensibile, senza pietà. Responsabile, per i suoi errori e la sua profonda incuria militare, della spaventosa situazione dell'esercito italiano, Cadorna seppe opportunamente fare diversione, soprattutto designando come capro espiatorio il generale Antonio Miani per i disastri libici del 1914-1915.

Sul fronte, furono i numerosi ricorsi ai plotoni d'esecuzione e alle decimazioni - in proporzione del numero dei soldati impegnati, l'alto comando italiano fu in Europa il campione delle esecuzioni sommarie. L'odio per Cadorna fu condiviso da tutti i soldati italiani. Il padre dell'autore di queste righe gli ha trasmesso una canzone proveniente dalla memoria famigliare: "Il general Cadorna mangia le buon bistecche / Ma il povero soldato mangia castagne secche". Secondo un testimone citato da Del Boca, «Cadorna: lui era il nostro vero nemico. Non gli Austriaci". Dei civili sloveni furono fucilati in gran numero sul fronte dell'Isonzo. Vi fu l'inferno di Gorizia "Ô Gorizia, tu sei maledetta!» e gli incredibili orrori dell'Isonzo, ad esempio la teleferica della morte che sgomberava il fronte, che trasportava cadaveri e feriti mutilati - dall'alto al basso - in cambio di rifornimenti - dal basso in altro.

Delle prigioni per soldati come mezzo di ritorsione di ogni genere, da fucilate sommarie a decimazioni, il colmo dell'orrore fu raggiunto durante il disastro di Caporetto nell'autunno del 1917, in seguito al quale, Cadorna fu sostituito dal generale napoletano Armando Diaz. E' lui che avrebbe condotto l'esercito italiano alle vittorie delle tre battagliue del Piave e a quella finale di Vittorio Veneto. Alla fine del 1917, vi erano 600.000 soldati italiani prigionieri, nell'impero autriaco soprattutto, di cui 100.000 morirono di malattia, e soprattutto di fame: a differenza degli altri Stati europeiche fecero un punto d'onore aiutare i loro prigionieri, lo Stato italiano, cedendo alle direttive di Cadorna, rifiutò loro il minimo aiuto, allo scopo di dissuaderli di costituirsi prigionieri. Per Del Boca, il governo itqaliano fece anche il possibile per "sabotare l'opera della Croce rossa e gli aiuti alle famiglie".

badoglioDurante la II guerra mondiale, 600.000 soldati italiani erano stati inviati nei campi di concentrazione nazisti - soltanto 15.000 avevano aderito alla repubblica fascista di Salò. Quest'ultima passò i suoi 600 giorni di vita, in una violenza estrema, a combattere la Resistenza. In un tale clima, vi furono anche, è vero, degli scontri sanguinosi tra partigiani di fedi politiche diverse - tra i tanti soprattutto il massacro di 19 resistenti e di una donna nel febbraio del 1945 a Porzùs, in Friuli.

La stessa Liberazione comportò la sua quaota di rappresaglie: vi furono dalle 10.000 alle 30.000 vittime dell'epurazione. In Emilia Romagna, soprattutto, in risposta agli assassinii fascisti, vi furono dei proprietari terrieri e dei sacerdoti liquidati. Aggiungiamo infine che, per la Resistenza, gli alleati furono visti come un freno alla liberazione totale. Frustrati, i resistenti videro a centinaia dei criminali di guerra infine scarcerati e graziati, a cominciare da Roatta, Badoglio e Graziani,  se furono interessati dalla giustizia, non fu per il loro ruolo nelle guerre del fascismo, ma per la loro lunga compromissione politica con il fascismo.

Da cui delle rimozioni e dei risentimenti che furono la tela di sfondo della Repubblica e annunciarono molte delle lotte politiche successive, molte delle violenze sepolte furono votate a esplodere con il ritorno aggressivo dei neo-fascisti e le estreme sinistre violento degli anni 70 e 80 del XX secolo. Si è visto che il fascismo aveva trovato la sua clientela tra gli ex combattentisti del fronte dell'Isozo: il nazionalismo prefascista dell'Italia spinse alla guerra, e senza la guerra, al contempo orrore per gli Italiani, e strumento di misura della loro fierezza secondo l'ideologia nazionalista, il fascismo non si sarebbe instaurato.

9788860730381g

Oltre il fascismo, l'epilogo finale, furono il boom del miracolo economico centrato sul triangolo industriale e la costruzione del regime repubblicano. Ma questa evoluzione non fu senza contracolpi. Vi fu la crisi del 1964, in cui il regime sfuggì per poco a un colpo di Stato militare. Tra le violenze neofasciste come l'attentato di Bologna e le violenze dell'estrema sinistra degli anni di piombo - l'omicidio di Aldo Moro soprattutto -, vi furono, dal 1969 al 1987, 491 morti e 1181 feriti.

Altro periodo di grande malessere: la scoperta della loggia P2, la liquidazione dei simboli della lotta anti-mafia (Carlo-Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino) e il soprassalto dei giudici che conducevano l'operazione "mani pulite". Vi si innestò l'ascesa di Berlusconi, poi il suo avventò al potere, non senza recupero, sia di neo-fascisti dal nuovo look che della grottesca Lega Nord antimeridionalista, con sempre con argomento un anticomunismo tanto più compulsivo in quanto la guerra fredda non esisteva più, e che non è più oramai che un argomento retorico adatto ad essere usato come spauracchio di fronte agli elettori. Pe Del Boca, questa fine (provvisoria) della storia può riassumersi con la formula così belle che potrebbe essere berlusconiana: Tutti ricchi, tutti felici, tutti anticomunisti!".

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2 agosto 1980, attentato alla stazione di Bologna

 

Proiezione di violenze versi terzi innocenti inferiorizzati

In totale, le conquiste coloniali italiane, gli orrori, il razzismo e la discriminazione alle quali esse diedero luogo, furono certo in parte il prodotto di un capitalismo espansionista (si pensi all'installazione ad Assab nel 1870 della compagnia di navigazione Rubbatino), ma esse furono anche la proiezione su dei terzi innocenti inferiorizzati di violenze, di traumi e di frustrazioni che costituiscono il retroscena della storia italo-italiana. Questo genere di constatazione è forse, plausibilmente, valido per altri casi di colonialismo e di conquiste coloniali. Resta il fatto che fu in opera nella penisola un vero colonialismo anti-meridionale, e una crudele guerra di conquista di tipo coloniale nella realizzazione di ciò che i manbuali chiamano piamente "l'Unità italiana".

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Ces derniers ignorent, communément, l’italien, et ne connaissent souvent de l’Italie que les images stéréotypées construites ordinairement au gré de leurs divagations touristiques : celles-là même qui sont conformes à l’idéologie  nationaliste italienne ordinaire, soucieuse de célébrer une Italie de cartes postales peuplé d’Italiens idéalisés.

Si può a giusto titolo rendere omaggio al genio italiano costruendo una storia delle sue grandi figure di cui alcune tappe potrebbero essere, in ordine alfabetico: Beccaria, Bernini, Bramante, Calvino, Caravaggio,  Carducci, Dante, De Chirico, Eco, Giotto, Gramsci, Lorenzo il Magnifico, Leopardi, Machiavelli, Manzoni, Modigliani, Moravia, Pavese, Pirandello, Sciascia, Vico, Vinci, ecc. Ma la storia delle grandi figure non può bastare allo storico. Quest'ultimo non può compiacersi né nel panegirico né nella stigmatizzazione. Il mito dell'"Italiano buono", che è stato costruito  su una vera negazione della realtà storica, ha avuto a lungo la vita dura nelle mentalità, nel discorso politico, nei media, per non parlare dei manuali scolastici, sino agli inizi del XXI secolo.

A contrario di tali derive ideologiche, il libro di Del Boca lascia pensare che, come i Tedeschi, come per tutti i popoli della Terra, gli Italiani sono, anche, degli uomini, semplicemente degli uomini.

 

Gilbert Meynier

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Copertina di quaderno di scuola, 1936-1937. L'Africa politica prima della Prima Guerra mondiale

 

 

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habelalibia

 

 

ghiralibia

Filatelia della Repubblica araba libica (1980-82), che illustrano avvenimenti del 1911, 1915, 1917 e 1929.

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28 gennaio 2012 6 28 /01 /gennaio /2012 07:00

Doppio gioco

 


I buoni affari del padronato USA con il III Reich


 
 

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di Vladimir Simonov*
Mentre la polemica prosegue tra vecchi alleati sui loro rispettivi ruoli nella Seconda Guerra mondiale, Vladimir Simonov oppone la duplicità degli anglosassoni rispetto all'impegno senza difetto dei Sovietici. Egli evoca il doppio gioco degli Stati Uniti sino alla fine del conflitto: da una parte l'azione eroica dei suoi soldati contro la Wehrmacht, dall'altra il commercio segreto del suo grande padronato con il III Reich. Un punto di vista che rimane cortese, perché evita di menzionare il ruolo di Prescott Bush, ma che traduce l'esasperazione dei Russi davanti alla riscrittura della Storia alla quale si dedica la nuova potenza dominante.

 

Aveva il profilo di una ritratto su una moneta romana. Il naso fiero di un patrizio, rughe armoniose su un viso ascetico e stanco. Albert Kotzebue, nel 1945 tenente al 273° reggimento della 69a divisione di fanteria della Prima armata statunitense, invecchiava in bellezza. Il che gli faceva sentire più intensamente le gioie della vita. Quando avevo fatto la sua conoscenza a Chicago verso la metà degli anni 80, il colonnello in pensione Kotzebue compiva studi di diritto e duri esami universitari lo aspettavano la settimana seguente.  Aveva appuntamento con la morte due anni dopo, ma solo Dio ne era al corrente. 

Ma all'epoca Kotzebue era impegnato e generoso. Mi aveva offerto per ricordo un facsimile del numero dello Star and Stripes con il testo storico, canonico anche, che il corrispondente di guerra Andy Rooney aveva dettato per radio. Lo leggiamo con gli occhi delle persone affaticate per la luminosità degli schermi dei computer. E molto spesso è tramite Internet che sapiamo che il 60° anniversario della Grande Vittoria si avvicina.
  

Un foglio di carta giallina, un po' più densa del solito. Con un titolo che occupa tutta la larghezza: Gli Yankees incontrano i rossi. Le armate americana e russa si sono incontrate a 75 miglia a sud di Berlino, separando la Germania in due e riempiendo l'ultimo spazio esistente tra i fronti orientale ed occidentale. L'incontro annunciato ieri simultaneamente a Washington, Mosca e Londra ha avuto luogo mercoledì alle 16 e 40 a Torgau, sull'Elba... La migliore descrizione dei soldati russi è questa: somigliano come due gicce d'acqua agli americani... Si è invasi da un sentimento di gioia irresistibile, si apre un nuovo mondo immenso ...".

 

Questo slancio di allegria, Kotzebue lo aveva vissuto. Questo incontro, l'aveva visto con i suoi propri occhi. Il tenente comandava un distaccamento di soldati statunitensi che avevano stretto la mano dei loro omologhi sovietici sull'Elba.
simonov02.jpgI suoi uomini erano stati i primi? Come per la bandiera rossa piantata sul Reichstag, la storia dell'incontro sull'Elba è aureolata di miti. Sia quel che sia, si dice che il distaccamento di Albert Kotzebue aveva preceduto di quattro ore e mezzo quello del tenente 
Wiliam Robertson, che anch'egli era avanzato in direzione dei Sovietici, Per Kotzebue, ciò non aveva alcuna importanza. La guerra non è uno sport, mi aveva detto. Ed a Chicago mi aveva raccontato come si era svolto.

  

All'alba, lo stato-maggiore del battaglione aveva dato l'ordine a Kotzebue di inviare una pattuglia verso l'Elba per vedere se i Sovietici erano lì. Truppe sovietiche avanzanti verso la Germania hitleriana durante la Seconda Guerra mondiale. È l'Armata Rossa che fece il maggior sforzo di guerra permettendo la liberazione dell'Europa dal nazismo.

 

Con 28 uomini a bordo di sette jeep, si era aperto con difficoltà una strada attraverso una folla di rifugiati e di disertori tedeschi travestitisi alla meglio. L'Elba si trovava ad una ventina di miglia, eppure non la raggiunsero che verso le 11 e 30 del mattino.

 

Dall'altro lato del fiume si intravedevano dei profili kaki che indossavano i copricapi caratteristici dell'Armata Rossa. Quest'immagine, Kotzebue la conserverà sempre nella sua memoria. Gli Americani lanciarono in cielo due bengala verdi per rassicurare gli alleati. I Sovietici si mostrarono diffidenti. Erano già stati beffati dai Tedeschi che si erano fatti passare per yankee. Dopo diversi scambi di opinioni e di segnali i Sovietici fecero segno di raggiungerli.

 

Ma come attraversare? Non in jeep! Accompagnato da sei uomini, Kotzebue ispezionò la riva e fini con il trovare due barche. Le catene che le fissavano furono spezzate a colpi di calcio dei fucili.

 

Durante tutta la notte, la Luna assitette a grandi mangiate a base di toast: beviamo alla salute di Stalin, alla salute di Roosevelt, all'Armata Rossa, alla fine della guerra... Al mattino una fisarmonica e dell echitarre apparvero. I Sovietici cantavano già Suoni River mentre gli statunitensi intonavano Katiucha...

 

A Chicago avevo chiesto a Kotzebue se all'epoca aveva preso coscienza del carattere storico del momento. Aveva risposto muovendo la testa: "Certo. La formula era semplice: Una guerra terribile, in cui l'umanità intera era stata trascinata era terminata. La nostra fraternità con un altro popolo, con i Russi, si era rivelata più forte del male. Sono credente, per me ci sarà sempre in ciò il trionfo biblico della luce sulle tenebre...".

  

In quel mercoledì 25 aprile 1945, sull'Elba, Kotzebue ed il tenente Gordeïev -il solo nome russo di cui si ricordava- crearono la storia moderna. Lo stesso giorno, a San Francisco, si apriva una conferenza internazionale che doveva far nascere l'Organizzazione della Nazioni Unite, la cui missione era di mettere ordine urgentemente nel mondo del dopoguerra.

  

simonov03.jpgNel suo ufficio al New York Times, il giornalista e futuro storico Charles Higham iniziava l'opera della sua vita, e cioè uno studio considerato come eretico all'epoca e che così è rimasta occhi secondo alcuni. Questo studio doveva infine approdare al libro di grande risonanza Trading with the Enemy (Commercio con il nemico) [1].

 

 Questo libro aveva un sottotitolo il cui senso molto probabilmente sarebbe sfuggito a Albert Kotzebue. E se lo avesse capito, non avrebbe creduto e mandato il suo autore all’inferno. Eccolo questo sottotitolo: An Exposé of the Nazi-American Money Plot 1933-1949 (Rivelazione del complotto finanziario nazi-americano nel periodo 1939-1949).

 

Molte cose infatti erano da denunciare. I fatti scoperti da Higham nei documenti declassificati provenienti dagli Archivi aazionali degli Stati Uniti e da altre fonti rivelano che durante la guerra, quei pilastri del business americano come la Standard Oil of New Jersey; la Chase Manhattan Bank; la Texas Company, l'International Telephon and Telegraph Corporation, Ford, Sterling Products, ecc., avevano collaborato con il Reich hitleriano. 

 

Questa collaborazione, dimostrata con prove concrete dall’autore di Trading with Enemy, non aveva suscitato nessuna condanna da parte dell’amministrazione degli Stati Uniti durante gli anni della guerra, soprattutto da parte del segretario per il Commercio, Jesse Jones; del segretario alle Finanze, Henry Morgenthau e degli alti funzionari del Dipartimento di Stato. 

 

Si trattava di una formula di guerra completamente diversa e molto più complessa. Non aveva assolutamente nulla in comune con l'ingenua euforia del povero Albert Kozebue. La storia, non è la Bibbia. La luce non sempre trionfa sulle tenebre. Esaminiamo alcuni aspetti di queste transazioni con il nemico con gli occhi di un soldato della Seconda Guerra mondiale.

 

Quando Albert Kotzebue e la sua Prima armata avanzavano verso l’Elba incontro ai Sovietici e mentre gli Statunitensi in America e i Britannici sulle isole britanniche facevano la coda alle stazioni di rifornimento della benzina, la Standard Oil of New Jersey inviava del petrolio attraverso la Svizzera neutra per riempire i serbatoi dei blindati hitleriani [2].

 

Quando i soldati degli eserciti alleati avanzavano verso l'Elba, erano spesso attaccati da bombardieri con la croce uncinata nera dotati di motori provenienti dalle fabbriche della Ford impiantate nell’Europa occupata [3].


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Truppe sovietiche e statunitensi che sfilano insieme sulle rovine del III° Reich (Foto: RIA Novosti)

Per tutta la durata della guerra le fabbriche delle società statunitensi, soprattutto quelle di Possy, nelle vicinanze di Parigi, hanno costruito dei motori per aerei, camion e automobili. Per la Germania nazista e con il consenso dei proprietari statunitensi, evidentemente. "All’inizio di quest’anno ci siamo impegnati a fare tutto il necessario per la vittoria finale", affermava il giornale dell'azienda Ford in Germania [4].

Quando i soldati avanzavano verso l’Elba, Walter Scellenberg, il capo del SD, il servizio di controspionaggio della Gestapo, era alla stessa epoca uno dei direttori dell'International Telephon and Telegraph Corporation (ITT) statunitense. L’autore di Trading with the Enemy ha stabilito che durante la guerra il proprietario dell’ITT, Sostenes Behn, si era recato da New York a Madrid e a Berna per progettare i mezzi da organizzare per ottimizzare i sistemi di comunicazione dell’esercito tedesco [5].

Nel mese di maggio 1944, quando i soldati avanzavano in direzione dell’Elba, il presidente della Banca dei Regolamenti Internazionali (BIR) controllata dai nazisti, Thomas McKittrick, si era recato negli uffici di Bâle, in Svizzera, per presiedere l’assemblea annuale del Consiglio d’Amministrazione [6], la quarta dall’inizio della guerra. C
on l’emissario hitleriano Emil Puhl aveva parlato d’un avvenimento di massima importanza  e cioè l’arrivo nelle casseforti della BIR di lingotti d’oro da 20 Kg per un totale di 378 milioni di dollari.

Questo oro era stato rubato nelle banche dei paesi occupati. Charles Higham scrive che si trattava anche di oro proveniente da oggetti- montature di occhiali, leghe, portasigarette, corone dentarie dei deportati - che erano stati rifusi nei sottosuoli della Reichsbank.

Nel marzo del 1943, un uomo del congresso [7] aveva proposto una risoluzione richiedendo una inchiesta sulle operazioni della BIR. Egli s’interrogava sulle "ragioni per le quali un cittadino americano, che assumeva la presidenza di una banca, era utilizzato per promuovere gli interessi e gli obiettivi delle potenze dell’Asse" [8]. Il Congresso degli Stati Uniti non aveva nemmeno ritenuto valido esaminare la risoluzione.

Queste sono solo una parte delle numerose storie documentate contenute nel libro-inchiesta Trading with the Enemy. Esse sono tutte eloquenti le une più delle altre. Per fortuna l’opera di Charles Higham è stata stampata dopo la scomparsa di Albert Kotzebue.
Si ripensa involontariamente a tutto ciò quando si sentono oggi delle persone, all’estero e anche in Russia, affermare con compassione: quanto deve essere stato difficile per gli alleati occidentali rassegnarsi ad allearsi con quel diabolico di Stalin! E per gli Stati Uniti, quanto deve essere stato difficile disobbedire ai propri principi di democrazia prestando assistenza al regime dispotico dei soviet, nell’ambito della famosa legge del Affitti-Prestiti alla Russia.
Penso che Mosca, molto ben informata dai suoi servizi d’informazione sulle frequentazioni delle elite bancarie e industriali degli Stati Uniti con Hitler, provasse anch'essa altrettanti dubbi d’ordine morale.
Tuttavia, alla vigilia dell'anniversario della Grande Vittoria comune, non è opportuno calcolare in percentuali quale degli alleati ha peccato di più [9].
In ultima analisi, i veri vincitori sono il sovietico Gordeey e lo statunitense Kotzebue che si incontrarono sull’Elba circa sessant’anni fa.
 
Vladimir Simonov
Analista politico per RIA-Novosti

 

 

NOTE

 

[1] Trading with the Enemy. An Exposé of the Nazi-American Money Plot 1933-1949 di Charles Higham, Delacorte Press, New York.

 
[2] Exxon-Mobil, fornitore ufficiale del l'Impero, di Arthur Lepic, Voltaire, 26 agosto 2004.

 

[3] nel corso dei bombardamenti massicci, l'US Air Force ha distrutto la quasi totalità dell'apparato industriale dell'Asse, ad eccezione delle industrie appartenenti agli Stati Uniti. N.d.R.


[4] At the begining of this year we vowed to give our best and utmost for final victory, in: "Unshakable faithfulness to our Führer", citato da Higham p. 156.


[5] Leggere anche The Sovereign State. The Secret History of ITT di Anthony Sampson, Hodder and Soughton ediz., 1973.

 
[6] Segnaliamo all’attenzione dei nostri lettori, secondo i documenti prodotti da Higham, su una ventina d'amministratori della BIR, si evidenziano il Belga Alexandre Galopin e i francesi Yves Breart de Boisanger, il barone Georges Brincard e il marchese Louis de Vogüe. Per la parte francese riguardante questo affare, ci si documenterà con Industriels et banquiers sous l'Occupation. La Collaboration économique avec le Reich et Vichy, scritto da Annie Lacroix-Riz, con il commento di Jean Ziegler, Armand Colin editore, 1999.


[7] Si tratta di Jerry Voorhris, rappresentante della California. Una proposta simile fu depositata l'anno successivo, ancora senza successo, da parte di John M. Coffee, rappresentante dello Stato di Washington.


[8] The reasons why an American retains the position as president of this Bank being used to further the designs and purpose of Axis powers, citato da Higham a p. 11.


[9] L'autore qui evita di sviluppare il ruolo economico e finanziario di Prescott Bush (il nonno dell’attuale presidente George W. Bush). Vedi Les Bush et Auschwitz di Thom Saint-Pierre, Voltaire, 3 giugno 2003. N.d.R.

 



LINK al post originale:
Les bonnes affaires du patronat US avec le Reich

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3 gennaio 2011 1 03 /01 /gennaio /2011 09:00

 

26 febbraio 1885 la Conferenza di Berlino

 

 

 

Conferenza-di-Berlino--Bismarck.jpg

 

 

Lo smembramento del continente nero da parte dell'Occidente

 

 

di Pierre Prêche

 

 

 

Bismarck.jpgPassata inavvertita in Europa e raramente evocata dai politici occidentali, la Conferenza di Berlino tenutasi tra il 1884 ed il 1885 è stata l'architettura di uno squartamento in buona e dovuta forma del continente nero. Il suo atto finale fu firmato da 13 paesi europei e dagli Stati Uniti. Grazie alla mediazione dell'Organizzazione dell'Unità Africana che poggiava sul sacrosanto dogma dell'intangibilità delle frontiere ereditate dalla colonizzazione, dunque di Berlino, è tutta la configurazione geopolitica dell'Africa che sembra esser stata congelata più di un secolo per quest'atto unilaterale dell'Occidente.

 

Cecil-Rhodes-da-Punch.jpgCiò che riunisce per tre mesi di conciliaboli e di negoziati 14 paesi occidentali tra cui la Germani potente ospite, la Francia, l'Inghilterra, la Spagna, il Portogallo, il Belgio, la Russia, la Svezia, la Norvegia, i Paesi Bassi, il Lussemburgo... e gli Stati Uniti, tra il 15 novembre 1884 ed il 26 febbraio 1885 a Berlino e su iniziativa del cancelliere tedesco Bismarck, è la necessità di porre fine o almeno gestire le rivalità tra nazioni europee anelanti le ricchezze umane e naturali africane.

 

spartizione-dell-Africa.jpgPrincipalmente, doveva scaturire da questa conferenza storica e fondatrice di un'Africa coloniale, ritagliata e suddivisa tra Occidentali in base ai loro interessi e rapporti di forza, un insieme di regole che dovevano reggere l'occupazione delle terre africane, delle coste dell'entroterra, secondo delle codificazioni reciprocamente vantaggiose alle nazioni conquistatrici, preservando l'interesse comune, l'incommensurabile giacimento africano.

 

Leopoldo-II--re-del-Belgio.jpgLa Francia saprà così riservarsi il vasto insieme dell'Africa detta occidentale e francofona più globalmente, conducendo dei negoziati con i suoi rivali, di fronte ad una Germania che sbirciava da oltre l'Alsazia-Lorena che più tardi le sfuggirà. L'Inghilterra prefigurava il suo fantasma coloniale di giungere a squadra le punte del continente africano, la famosa linea il Cairo (Egitto)- il Capo (Sudafrica). Grande trionfatore della conferenza, il sovrano del Belgio otteneva l'enorme e molto ambito territorio del Congo, a titolo personale, tuttavia. Un territorio molte volte più vasto del suo natale Belgio, ufficialmente chiamato Stato indipendente del Congo, e di cui il sovrano designato non era altri che Leopoldo II in persona, e re del Belgio!

 

papa-Alessandro-VI.jpgIl contesto societario europeo dell'epoca era del tutto simile a quello degli anni 2000, piché l'opinione pubblica generale, poco, male e contro informata, non sembrava essere un attore pertinente in decisioni che impegnavano a lungo termine i destini delle nazioni, delle risorse europee e soprattutto delle milioni di anime africane ripartite su dei territori più estesi della stessa Europa. Tuttavia l'attuazione delle politiche coloniali stava per far appello agli spiriti i più brillanti, sicofanti dell'opera civilizzatrice e della superiorità della razza bianca. In Francia il repubblicano Jules Ferry, lo scrittore ed uomo politico Victor Hugo, l'eminente pensatore Ernest Renan per non dire che quest'ultimi non rappresentano che un campione dell'elite colonialista sostenitrice di un'Africa schiava dell'Europa. I diritti dell'uomo, diceva Ferry, non erano stati scritti per i neri d'Africa. Un consenso che radunava molto le politiche e ideologie di ogni genere e di ogni estremismo, tanto che vi fu in Francia un partito coloniale molto influente.

 

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Quest'applicazione egemonica europea manifestata da un testo, una codificazione, La Conferenza di Berlino, non faceva che riprodurre un modello già sperimentato di dominio coloniale schiavista, poiché nel 1494 il trattato di Tordesillas consacrava la divisione delle terre del pianeta da parte della chiesa cattolica rappresentata da papa Alessandro VI, tra le superpotenze dell'epoca, il Portogallo e la Spagna. La ricerca dello sfruttamento e dell'asservimento più puro, perfetto, razionalizzato anche nella messa a punto nel 1685 dal Codice Nero che gestiva caso per caso la vita degli Africani schiavizzati nelle colonie.


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La Conferenza di Berlino segnava un arbitraggio nella mutazione o passaggio in continuità da un modo di violenza schiavistica ad una regolamentazione colonialistica altrettanto violenta malgrado le disposizioni dell'atto finale in favore della protezione e del benessere delle popolazioni dette indigene. Macabra continuità poiché essa gettava dei ponti tra delle pratiche negriere clandestine e la schiavitù quasi totale nelle colonie lusofone soprattutto, ed ogni genere di crimini contro l'umanità nei territori del Congo tra i tanti esempi, in cui i militari al soldo di Leopoldo II dovevano giustificare dell'efficacità dell'uso delle loro armi da fuoco presentando delle braccia tagliate delle loro vittime secondo il principio: una pallottola, una mano!

 

Come per numerosi trattati europei ed occidentali, la violazione degli scritti era la regola che comandavano i profitti immediati del terreno. Le disposizioni relative all alibertà religiosa non si applicavano che alle religioni non africane, e la neutralità dei territori africani non fu mai che lettera morta poiché questi territori servirono da base di reclutamento delle forze opposte alla Germania, che all afine di due conflitti modiali di cui i vincitori la giudicarono responsabile, perse i suoi possedimenti incamerati dalle altre potenze europee eppure da poco private della libertà. Il debito di sangue ai soldati africani senza i quali la Francia non avrebbe potuto sbarazzarsi della Germani anazista non impedì a questo nobile paese di commettere indicibili crimini contro l'umanità verso popolazioni che avevano dato le loro vite, le loro risorse materiali affinché la Francia ritrovasse la sua indipendenza...

 

Tutto si svolge come un continuum di atrocità dalla tratta negriera alla mondializzazione predatrice degli anni 2000 passando per Berlino, conferenza e spirito vampiro delle relazioni dell'Africa  con se stessa, del continente nero con il resto del mondo. Come se ci fosse stato un secolo e mezzo di movimento bloccato all'interno dei quartieri della servitù, più danneggiato l'uno rispetto all'altro, dipartimenti confusi e variegato del declino della civiltà. Il possesso storico dell'Africa contemporanea legato alla riproduzione delle sue regressioni farebbe quasi pensare che in ogni unità di povertà continentale ci sia un po' di Berlino.

 

Pierre Prêche

 

 

 

 

[Traduzione di Ario Libert]





 


 

 



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26 février 1885 la Conférence de Berlin: L’Équarrissage du continent noir par l’Occident 

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8 gennaio 2010 5 08 /01 /gennaio /2010 15:41

 



La storia dell'Italia nazionalista e colonialista


A proposito di un grande libro: Italiani, brava gente? di Angelo Del Boca



di Gilbert MEYNIER

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Il recente libro di Angelo Del Boca si presenta come una sintesi di tutti i lavori anteriori del primo storico della colonizzazione italiana ad aver fatto opera critica- e sganciata dalle imprese del nazionalismo e/o dal fascismo. È anche la massima espressione della sua lunga lotta per la storia contro le personalità e le forze politiche che avevano interesse a contrastarlo. Ma Del Boca non si limita alla storia dell'Italia oltremare: in correlazione con l'avventura coloniale italiana, egli tratta anche di aspetti  quasi del tutto ignorati in Francia, del Risorgimento e della storia dell'unità, ma anche della prima guerra mondiale degli Italiani e del fascismo- quest'ultimo nelle sue metamorfosi coloniali, ma non soltanto, affondava le sue origini in tutto il substrato ideologico e politico anteriore del nazionalismo italiano; per affrontare in seguito la caduta del fascismo, i tenebrosi giorni della Repubblica fascista di Salò e alcuni episodi movimentati del regime repubblicano, tra cui quello degli "anni di piombo" è il più conosciuto; e approdare infine alla sintesi di molti parametri anteriori sotto il segno della berlusconiana trionfante legge del mercato.


 

Niente manicheismo


 

A dir il vero, l'itinerario di Del Boca, anche se l'essenziale della sua opera tratta della colonizzazione italiana, non si limita alla storia. Nato nel 1925 a Novara, figlio di una famiglia di albergatori della val d'Ossola, nel Nord del Piemonte, fu nella resistenza sin da adolescente e giovane partigiano, soprattutto nella regione di Piacenza, prima di diventare giornalista. Fu soprattutto giornalista alla Gazzetta del Popolo e grande reporter in Algeria, poi in Africa ed in Medio Oriente. Intervistò Mitterand durante il suo viaggio in Algeria all'indomani del 1° novembre 1954. Inviato speciale, fu il primo giornalista a percorrere il massiccio montuoso dell'Aurès da parte a parte alla fine dell'anno. La sua testimonianza, superbamente tradotta da Georges Arnaud, apparve con il titolo "Un inviato speciale nell'Aurès" in Les Temps Modernes un anno dopo. Fu uno dei primi ad aver pubblicato sulla "sporca guerra" del 1954-1962.


Non fu che in seguito che, sulla via tracciata dal suo mestiere di giornalista- fu redattore in capo di Il Giorno dal 1968 al 1981,- divenne storico a tempo pieno e professore alla facoltà di Scienze politiche di Torino. Fu per due decenni presidente dell'Istituto storico della Resistenza e dell'epoca contemporanea di Piacenza e direttore della rivista Studi Piacentini, prima di fondare nel 2005 I Sentieri della ricerca, rivista di storia contemporanea, in cui lavora un gruppo di storici italiani e stranieri.


italianiInAfricaOrientaleDobbiamo a Del Boca decine di volumi, da cui emergono soprattutto Gli Italiani in Africa orientale (4 vol., 1976-1984), Gli Italiani in Libia (2 vol., 1986-1988), Le Guerre coloniali del fascismo (1991), più di recente un libro di ricordi Un testimonio scomodo (2000), ma senza dimenticare il più piccolo, ma famoso I Gas di Mussolini (1996),nel quale egli provò, appoggiandosi su documenti incontestabili, che la guerra di conquista dell'Etiopia del fascismo era stata condotta barbaramente, soprattutto con il ricorso ai bombardamenti aerei sistematici con i gas asfissianti. Questo libro provocò contro di lui la levata di scudi di tutti i benpensanti che insistono a vedere negli Italiani nient'altro che brava gente, sensibili, pacifici, umani, civilizzati e irrimediabilmente vaccinati contro il razzismo. Come vedremo, la realtà fu molto diversa.


Tutto questo anche se Del Boca non cade mai nel manicheismo, anche se l'Italia può infatti onorarsi, anche, di aver avuto alcuni dei suoi figli che hanno denunciato e combattuto le ignominie perpetrate in suo nome: come i militanti politici, Turati e Gramsci, per non citarne che due, ma anche tutti quegli ufficiali indignati per la sporca necessità che era loro prescritta, che combatterono il sistema di violenza in cui si muovevano e testimoniarono per eliminarlo. Il libro termina su una nota di speranza che saluta il professionismo di pace dei soldati italiani inviati in missione dall'ONU, sino a quei Balcani anche, terreno di tanti terribili avvenimenti dei loro predecessori fascisti e che rende omaggio all'abnegazione di quei corpi di volontari italiani, di cui l'impegno e le azioni umanitarie (ambulanze, aiuto ai bisognosi, ai malati ed agli andicappati, recupero scolastico, sostegno agli emigrati) formano il felice contropiede delle brutali volgarità del sistema edificato sotto l'impulso del Cavaliere.

 

 

 

Una storia degna del nome della colonizzazione e del colonialismo italiani


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La vera storia dell'impresa coloniale italiana alla quale si è dedicato da più di tre decenni Del Boca contrasta con quella ancora largamente prodotta nella seconda metà del XX secolo, proveniente da storici per la maggior parte nazionalisti/colonialisti, quando non erano di simpatie e provenienza fasciste. da questo punto di vista, è con una sfasatura di quasi due generazioni in rapporto alle opere pionieristiche di un Charles-André Julien in Francia, ad esempio, che si scrive ora una storia degna di questo nome della colonizzazione e del colonialismo italiani. E, nel cammino tracciato da Del Boca, c'è tutta una costellazione di storici più giovani, come Giorgio Rochat o Nicola Labanca.


Si prenda ad esempio, dopo lo sbarco nella baia di Assab nel 1870 e l'ibstallazione in Somalia, la conquista dell'Eritrea interna, impresa seguita successivamente allo sbarco di Massua nel 1885, al momento dello scramble for Africa. Vi fu condotta una guerra coloniale tipica, con le sue considerazioni normative sulle razze inferiori, con i suoi massacri di massa, la sua giustizia rapida e le sue esecuzioni sommarie che non contribuì poco ad annientare il massacro di una colonna italiana a Dogali, all'inizio del 1887. Su questo territorio di 200.000 abitanti, furono aperti non meno di sette penitenziari di tende e capanne. Il più grande, quello di Nocra, sulle isole Dahalak,contenevano sin dal 1882 un migliaio di detenuti. In questo "inferno di Nocra", i prigionieri morivano di insolazione, di sete, di fame.




 

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Inoltre, una convenzione italo-britannica era stata firmata per venire a capo della tratta degli schiavi. Nei fatti, nulla fu fatto contro lo schiavismo se non vi fu anche un certo aggravamento, coperto da una buona coscienza civilizzatrice. Per un testimone, l'esploratore Robecchi, era certo che gli Italiani mantenevano, almeno lo schiavismo, quando non lo sviluppavano. Eppure, si insegno a lungo nelle scuole italiane che gli Italiani si erano fatto carico del sacro dovere di estirpare lo schiavismo. E l'Eritrea servì da quadro maggiore alla costruzione nazionale del mito dell'"Italiano buono", di cui, in situ, il capitano-esploratore Vittorio Bottego fu l'antitesi e la negazione. Massacratore e devastatore senza vergogna, fu a lungo  riverito in Italia come un eroe.


Un caso più puntuale è costituito dall'intervento italiano, a fianco di altri contingenti europei, in Cina, contro i Boxer (che i Cinesi chiamano "la guerra dei pugni di giustizia"). Nelle zone che furono loro attribuite, i raddrizzatori di torti italiani fecero regnare un ordine brutale. Compirono la caccia al Cinese, massacrarono senza contare, incendiarono e saccheggiarono i villaggi, l'incendio del villaggio di Tu Liu è rimasto a lungo nella memoria; ciò contro l'ideologia nazionale italiana che sosteneva il mito secondo il quale, in Cina, gli Italiani non avevano partecipato ai massacri. Per Del Boca, "la sola differenza con i soldati degli altri contingenti era che quest'ultimi non avevano il problema di dover apparire come brava gente".


La mitologia espansionistica della Quarta riva


14gScalarini.jpgSappiamo che la politica di espansione in Africa conobbe un colpo d'arresto dopo la disfatta di Adua nel 1896, contro l'esercito etiope, e che pose fine al lungo ministero del siciliano, nazionalista di sinistra ed imperialista, Francesco Crispi. Ma i pruriti di conquista non fecero che intensificarsi presso i nazionalisti. Tutta una mitologia espansionista si mise a celebrare la Quarta sponda, (quella della Sirte, dopo le tre dell'Adriatico, dell'Ionio e del Tirreno), da Enrico Corradini a Giuseppe Bevione, e l'ora di Tripoli che stava a designare un a nuova eldorado libica. D'Annunzio compose le Canzoni delle gesta d'oltremare. Tutta una corrente spinse ad innalzarsi al livello dei grandi Europei che avevano ingiustamente disprezzato l'Italia: fu La Grande Proletaria si è mossa, di Giovanni Pascoli. Delle frazioni del movimento operaio si convertirono ad un imperialismo coloniale che permetteva di collocare dei proletari italiani su territori vergini.


Tuttavia, il presidente del consiglio del 1911, il piemontese Giovanni Giolitti, era a priori uno dei meno disposti a lanciarsi in avventure coloniali. Fece, tuttavia delle esortazioni, con accenti degni di un Corradini. Il fatto è che, per Giolitti, la conquista della Tripolitania costituiva un diversivo per dei problemi molto interni e per delle ambizioni europee frustrate- quella dell'irredentismo e quella dei Balcani. E, da Tripoli, il console Carlo Galli non assicurava che, per liberarsi dell'oppressione turca, i Libici avrebbero accolto con gioia gli Italiani?


 

Libici deportati


primopiano_filippo_turatiInfatti, sin dall'arrivo dei conquistatori, la rivolta divampò. Nell'oasi di Charat Chat, il 23 ottobre 1911, fece 500 morti italiani. Per rappresaglia, secondo le fonti, da 1000 a 4000 Libici furono uccisi. Si instaurò allora dappertutto sin da allora la legge delle esecuzioni sommarie e dei massacri, la regola delle deportazioni, e a Tripoli, lo spettacolo del patibolo della piazza del Pane. Prima della fine del 1911, si ebbero 4000 deportazioni, tra le quali alle isole Tremiti, nel mar Adriatico. Quasi il 20% dei deportati morirono nei tre mesi seguenti il loro internamento nei campi di concentrazione. Su circa 600 deportati alle isole Tremiti, 198- cioè un terzo- morì nel giro di otto mesi, tra cui numerose donne e bambini. Dappertutto risuonarono tra le persone nazionaliste italiane degli elogi dall'intonazione pre-fascista. Mentre si spegneva contro il grande Sanûsiyy la conquista della Cirenaica, Filippo Turati, in un discorso celebre, denunciò alla camera l'orrore delle esecuzioni sommarie: "Mi domando se siamo in Italia e se il Governo sa che un certo Cesare Beccaria sia nato in Italia".


scalarini-aereo.jpgLa conquista non era per ora destinata a progredire: il 28 novembre 1914, fu il colpo di mano degli insorti che distrusse la guarnigione di Gara Sebha. Fu l'inizio di ciò che la storia coloniale classica ha chiamato "la grande rivolta araba". Malgrado combattimenti sanguinosi, in cui le perdite italiane furono, tra i morti ed i prigionieri, quasi di 5000 uomini, malgrado una repressione sanguinosa che fece senza dubbio ancor più vittime, in alcuni mesi, gli Italiani finirono con il perdere Tripoli e qualche posto. Per giungere all'occupazione integrale della Quarta Sponda, "ci vorranno, in 17 anni, l'annientamento nel combattimento e nei campi di concentrazione di un ottavo della popolazione libica". Di fatto, la resistenza libica durò sino al 1932. Ma, sin dal 1915, il tenente colonello Gherardo Pàntano scriveva: "Ci vendichiamo sugli Arabi per i nostri errori, le nostre ritirate, le sconfitte subite qua e là [...], ci consoliamo per le umiliazioni subite umiliando i deboli, i disarmati". Già, Pàntano aveva afferrato uno degli esiti più determinanti della violenza coloniale: la proiezione su terzi innocenti delle proprie violenze e dei propri traumi.


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Su di un piano personale, quello del potere contrariato, non è qui l'origine della violenza che scatenò il governatore De Vecchi contro i focolai ribelli del nord della Somalia? Mussolini, allora portaparola dei vecchi combattenti ed ispiratore degli arditi, aveva come intimo nel serraglio fascista originario, Cesare Maria de Vecchi, uno dei quadrumviri della Marcia su Roma. Disgraziato, relegato come un piccolo proconsole in Somalia, si vendicò sui Somali con brutalità sanguinaria. Per rispondere, nel 1926, alla rivolta condotta dal capo Mohammed Nour, procedette alla mobilitazione repressiva dei coloni italiani come truppa d'urto fascista, di cui una delle realizzazioni fu l'esecuzione di una vera carneficina nella moschea di El Haji, uno dei capolavori della ferocità coloniale. Con, per il futuro delle popolazioni, i campi ed il lavoro forzato (lo schiavismo bianco) e lo scatenamento di carestia provocate ad arte. Dopo la sua partenza dalla Somalia nel 1928, rimase celebre con il nome di "carnefice dei Somali". Nel 1932, in un paese che contava appena 60.000 supplementari perirono vittime di una carestia deliberatamente organizzata.




Graziani_RodolfoLa Somalia ebbe De Vecchi, la Libia ebbe Volpi, Badoglio e soprattutto Graziani. Del Boca ha intitolato il capitolo che tratta della riconquista fascista della Libia: "Solouch comme Auschwitz", anche se quello che scrive somiglia a Buchenwald o Mautauhausen. Rodolfo Graziani, vero ufficiale fascista, che fu governatore generale di Cirenaica, aveva cominciato la sua carriera libica come braccio destro militare del conte Volpi, governatore di Tripolitania. Detentore di una pseudo immensa cultura di cui si prevaleva, colui che si autoproclamava il "moderno Scipione l'Africano" procedette negli anni venti alla riconquista della Tripolitania, del Jabal Nefusa, di Tarhuna, passando per il Garian, benché egli fu, a Tagrift, all'inizio del 1928, molto vicino dall'essere accerchiato e sconfitto dagli insorti. La rivolta della Tripolitania essendo divampata sin dal 1929, egli fu incaricato di venirne a capo. Ci riuscì nel giro di un anno, con mezzi relativamente importanti, a colpi di bombardamenti massicci, di massacri spietati, seguiti da esodi di popolazioni. La riconquista del Fezzan fu intrapresa. La sua capitale, Murzuk, cadde nel 1931 prima che la regione venisse schiacciata sotto un diluvio di bombe.

Il vecchio capo di stato maggiore Pietro Badoglio era stato nominato governatore di Libia nel 1928- vi rimase sino al 1933. Fu sotto i suoi ordini che Graziani, governatore di Cirenaica, fu incaricato della sua conquista. Vi trovò come avversario l'alta figura di Omar al-Mukhtar che, malgrado la sua età avanzata, fu l'anima della resistenza- il che non impedì Graziani, nelle sue memorie di svalorizzare questo grande resistente come un vecchio fanatico. Sotto le sue direttive, furono organizzati dei raggruppamenti di popolazione- un anticipazione della guerra di riconquista coloniale francese in Algeria cinque lustri più tardi- e di deportazioni di massa.


Di nuovo delle deportazioni


Omar-al-Mukhtar-arrestato-dai-fascisti--a-sinistra-Graziani.jpgBadoglio aveva dato ordine di deportare 100.000 persone- e di fatto, quasi 100.000 furono deportati, ossia la metà della popolazione della Cirenaica: una statistica ci informa che, nel 1931, vi erano 78313 detenuti in sette campi di concentramento e 12448 in alcuni campi minori, in tutto 90716. Vi fu in quattro anni diminuzione del 30% della popolazione della Cirenaica, ciò a colpi di bombardamenti e di fucilazioni di massa della popolazione civile- gli ordini erano di non fare prigionieri-, di deportazione in enormi campi in cui la mortalità fu in totale del 40%. Altre realizzazioni lasciano presagire i metodi francesi in Algeria a partire dal 1957, tranne l'elettricità: l'edificazione di uno sbarramento elettrificato di 270 km lungo la frontiera orientale della Libia.


Impiccagione-di-Omar-al-Mukhtar.jpgOmar al-Mukhtar fu infine catturato nel settembre del 1931. Dopo un interrogatorio condotto da Graziani in persona, il 16 settembre, fu impiccato pubblicamente davanti ad una folla ammassata di 20.000 persone. Il film Il leone del deserto, che descrive l'azione del resistente libico, del cineasta siro-americano Mustafa Akkad, uscì sugli schermi nel 1979. Fu vietato in Italia- così come La battaglia di Algeri di Pontecorvo lo era stato in precedenza in Francia. Ancora oggi, la proiezione di Il leone del deserto non è tollerata, se non clandestinamente in qualche cine club.



500 000 soldati italiani in Etiopia


Rimaneva, ossessivamente, per il fascismo, una rivincita da prendere: in Etiopia, quella di Adua. Mussolini compì di fatto la vendetta non lesinando sui mezzi umani (vi furono sino a 500.000 soldati italiani in Etiopia, sotto il comando di Badoglio) e materiali, soprattutto procedendo a bombardamenti aerei sistematici con gas asfissianti che facevano cadere "una pioggia di iprite".


benito_mussoliniAlla conquista Mussolini rinunciò provvisoriamente negli anni venti, il tempo di riconquistare la Libia e ricorrendo a degli espedienti ingannevoli come il trattato di amicizia del 1928 con il Negus. Sappiamo che fu l'incidente di frontiera, prefabbricato dai servizi italiani, di Oual Oual, alla fine del 1934, che servì da pretesto all'invasione dell'Etiopia nell'ottobre del 1935. Al risentimento prolungato contro una spartizione della torta coloniale che aveva escluso l'Italia, si aggiungeva il culto della forza armata così pesante nei fascisti: ci voleva una nuova guerra, capace di provare "l'Italiano nuovo"- tema ricorrente dell'immaginario fascista.

 


Tra i quattro testimoni che hanno lasciato delle memorie della loro esperienza etiopica citati da Del Boca, vi fu un figlio di Mussolini, Vittorio (suo fratello Bruno era anche lui soldato, così come il genero Ciano Galeazzo, "il conte Ciano"), Alessandro Pavolini, il gerarca toscano fascista ossessionato dalla "caccia all'Abissino", Giuseppe Bottai, di un'altra del tutto diversa ampiezza di vedute di quest'ultimo, infine il futuro principe del giornalismo italiano della seconda metà del XX secolo, Indro Montanelli, che fu redattore al Corriere della Sera e fu il fondatore di Il Giornale. Tutti hanno in comune, nei loro rispettivi testi, di esaltare la geurra e di disprezzare l'avversario così come tre quarti di secolo prima facevano nei confronti dei Napoletani e dei Meridionali in generale, gli ufficiali piemontesi partiti alla conquista del regno di Napoli. Tutti tacevano le distruzioni massicce, gli esodi di popolazioni, i massacri e gli stermini per mezzo di bombe a gas C 500 T, concepite per esplodere a 250 metri dal suolo allo scopo di far precipitare l'iprite.


I gas di Mussolini


9788835958598gInoltre, nell'esercito italiano, erano presenti dei Libici, musulmani che proiettarono la loro vendetta su delle vittime che gli Italiani avevano loro presentato come dei cristiani responsabili delle sventure del loro popolo. Nel maggio del 1936, a Badoglio succedette Graziani, nominato viceré d'Etiopia. L'ampiezza dei massacri commessi dai Libici era tale che, per frenarli un po', Graziani offrì un premio di 1000 lire per ogni patriota etiope fatto prigioniero.


L'Etiopia era un affare che il duce aveva personalmente preso in mano ed è lui in persona che aveva dato l'ordine crudele dei bombardamenti chimici. Negli scritti dei quattro testimoni fascisti citati sopra, come si è già detto, silenzio sui gas. Nella seconda metà del XX secolo, coronato dalla sua aura di grande giornalista, Indro Montanelli diresse il coro dei negazionisti italiani, sollevatisi, in un'aspra polemica, contro le asserzioni del suo confratello giornalista ed avversario Angelo Del Boca. Non è che nel 1996- anno dell'apparizione di I gas di Mussolini- che, incalzato dalla valanga di prove fornite, Montanelli dovette infine riconoscere pubblicamente, 60 anni dopo i fatti: "I documenti mi danno torto".


MussoliniIncalzato nel farla finita, Mussolini ordinò a Graziani: "Tutti i ribelli fatti prigionieri devono essere passati per le armi"; e, "per farla finita con i ribelli, come nel caso di Ancober, utilizzare il gas". Migliaia di villaggi etiopi furono distrutti con il fuoco, i resistenti sterminati, i capi etiopi sistematicamente fucilati, con l'ordine speciale di fucilare specialmente l'elite dei giovani, in particolare quei diplomati usciti da scuole ed università francesi. A questo prezzo, nel marzo 1937, l'impero Etiope era interamente occupato. Ma la resistenza etiope non non disarmò. Il 19 febbraio, ad Addis Abeba, un attentato fu organizzato contro Graziani, fece sette morti e 50 feriti, ma il "viceré" scampò. Fu soprattutto accusato Semeon Adefres, che apparteneva a quell'elite etiope presa particolarmente di mira. Arrestato, fu torturato a morte. Il suo corpo riposa oggi nella chiesa San Pietro e Paolo di Addis Abeba. Dal 19 al 21 febbraio, in tre giorni, Addis Abeba fu preda di una selvaggia repressione, a colpi di massacri alla cieca, di esecuzioni sommarie e di incendi di quartieri interi inondati di benzina. La chiesa San Giorgio fu incendiata. Il bilancio secondo le fonti: da un minimo di 1400 morti ad un massimo di 30 mila.


Le deportazioni e le esecuzioni sommarie furono vastissime. Dal 19 febbraio al 3 agosto, Graziani stesso contabilizzò in Etiopia 1918 esecuzioni sommarie, ossia più di dieci al giorno. Ma, da febbraio a maggio soltanto, secondo la testimonianza del colonnello dei carabinieri Azolino Hazon, ve ne sarebbero state 2509, cioè 25 al giorno, di persone generalmente arrestate senza alcuna prova, a seguito di retate. Un bersaglio particolarmente preso di mira fu il clero cristiano-copto. La grande città conventuale di Debra Libanos fu sospettata di essere legata con gli insorti. Fu dato ordine di sterminarne gli occupanti. Ufficialmente, vi furono 320 monaci e 442 fedeli fucilati, ma il totale si elevò più verosimilmente da 1400 a 2000 vittime. Nell'agosto del 1937, una grande rivolta si scatenò nel Lasta, organizzata da un vecchio governatore del Negus, Hailu Kebedde. Fu repressa spietatamente. Hailu Kebedde fu decapitato e la sua testa esposta sulla piazza dei mercati di Socota, poi do Quoram.


Graziani fu allora sostituito da Amedeo di Savoia, duca d'Aosta, che era, è vero, un personaggio di un altro spessore; Graziani di cui lo storico può fare senza esitazione, con De Vecchi e Badoglio, il degno equivalente desi Bugeaud, Saint Arnaud e Pélissier della conquista dell'Algeria. Il che non impedisce, ancora oggi, che egli sia venerato al pari di un santo nel suo villaggio natio di Filettino, nel Lazio.



sottomissione
Copertina di quaderno di scuola nell'Italia degli anni Trenta




[Traduzione di Ario Libert]



LINK al post originale:

L’histoire de l’Italie entre national et colonial


 


LINK a video sulla conquista della Libia:

La guerra in Libia (dal TG 1)

Colonialismo in Libia



LINK pertinenti all'argomento:

I Crimini dell'imperialismo italiano in Etiopia (1935/1937)

Italian War Crimes

Guerra chimica in Etiopia

Crimini di guerra italiani in Grecia, 1943

Esaltazione del colonialismo buono che risolve la miseria

Italiani brava gente?

 

 

 

 

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9 agosto 2009 7 09 /08 /agosto /2009 17:48






DALLA BARBARIE COLONIALE
ALLA POLITICA NAZISTA DI STERMINIO


di   ROSA AMELIA PLUMELLE-URIBE


L'autrice di La Férocité blanche, [La ferocia bianca], Albin Michel, 2001, sviluppa un'argomentazione originale e pertinente per la quale Césaire aveva dispiegato molto interesse nel suo Discours sur le colonialisme (Discorso sul colonialismo): il legame tra le politiche di sterminio coloniale, l'imbarbarimento delle società europee e il trauma di ritorno del nazismo su queste medesime società. Afrikara pubblica il testo di una relazione di questa militante di origini africane, presentata il 15 giugno a Berlino nel quadro del Forum del Dialogo organizzato dalla sezione europea della Fondation Afric Avenir.


Siamo qui riuniti per analizzare insieme il legame storico che, come un filo conduttore, porta dalla barbarie coloniale alla politica nazista di sterminio. Si tratta di uno sforzo volto a rilevare almeno la maggior parte dei fattori che, in modo diretto o indiretto, avrebbero favorito lo sviluppo politico e l'espansione ideologica di un'opera di disumanizzazione come la barbarie nazista in Germania ed al di là delle sue frontiere.


Questo contributo è utile per ogni percorso che volesse por fine ad ogni forma di discriminazione basata sull'identità delle vittime o l'identità dei carnefici, selezionando il crimine che bisogna condannare. Questa gerarchizzazione dei crimini e dunque della loro condanna rimane l'ostacolo maggiore nella lotta alla prevenzione dei crimini contro l'umanità tra cui il crimine di genocidio.


Schiavismo e traffico di schiavi


Conviene precisare immediatamente che le guerre di conquista ed i crimini legati al dominio coloniale, così come la riduzione di esseri umani in schiavitù, erano già una realtà nei tempi antichi. Ad esempio, quando il dominio dei Musulmani arabi si estese verso l'Europa, il commercio di esseri umani era un'attività millenaria tra gli Europei. Il regno dell'Islam in Spagna, dal 711 al 1492, ha semplicemente dinamicizzato la tratta di schiavi intraeuropea [1] facendo del continente un importante fornitore di schiavi, donne e uomini, spediti verso i paesi dell'Islam.


I prigionieri, soprattutto slavi, alimentavano il commercio di uomini tra Venezia e l'impero arabo-muslumano del sud Mediterraneo. È così che nelle lingue occidentali la parola schiavo o slavo si sostituiscono al latino servus, per designare i lavoratori privi di libertà. Detto diversamente, per molti secoli, dei Cristiani europei vendevano altri Europei a dei commercianti ebrei specializzati nella fabbricazione di eunuchi [2], una merce considerata molto pregiata e molto richiesta nei paesi dell'impero musulmano.


Ricercatori e specialisti dello schiavismo in Europa durante il Medioevo, hanno visto nel sistema di asservimento inaugurato in America dal dominio coloniale un legame di continuità con le istituzioni schiavistiche dell'Europa. Jacques Heers sostiene che "È merito incontestabile di Charles Verlinden, su questo punto un autentico pioniere, di aver evidenziato che la conquista e lo sfruttamento coloniale delle Americhe si erano largamente ispirate a certe esperienze molto recenti nel Mediterraneo e si iscriveva in linea diretta in una continuità ininterrotta di precedenti medievali" [3].


Ho tuttavia scelto di affrontare questa analisi a partire dal 1492, l'anno dell'arrivo degli Europei nel continente americano. Ed ho compiuto questa scelta perché, malgrado quanto detto, la distruzione dei popoli indigeni d'America, l'instaurazione del dominio coloniale ed il sistema di disumanizzazione dei Neri in questo continente non avevano precedenti nella storia. E soprattutto perché il prolungamento di questa esperienza per più di tre secoli ha ampiamente condizionato la sistematizzazione teorica delle disuguaglianze, compresa la disuguaglianza razziale, le cui conseguenze restano attuali.


Il primo genocidio dei tempi moderni


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Gli storici del XX secolo, lavorando sulla conquista dell'America, sono giunti a mettersi più o meno d'accordo nello stimare il numero di abitanti del continente americano alla vigilia dell'invasione. È stato dunque sostenuto che alla vigilia del 1500, circa 80 milioni di persone abitavano il continente americano. Queste cifre sono state comparate a quelle ottenute cinquanta anni più tardi a partire dai censimenti spagnoli [4].


Ne risulta che verso il 1550, degli 80 milioni di Indigeni non ne restavano che 10 milioni. Cioè, in termini relativi una distruzione dell'ordine del 90% della popolazione. Una vera ecatombe perché in termini assoluti si tratta di una diminuzione di 70 milioni di esseri umani. E, per di più, è importante sapere che in anni recenti alcuni storici sudamericani sono giunti alla conclusione che in realtà, alla vigilia della conquista vi erano in America più di 100 milioni di abitanti. Da un punto di vista europeo, queste stime sono inaccettabili, ovviamente! Se ciò fosse vero, saremmo di fronte ad una diminuzione di 90 milioni di esseri umani.


Ma, al di là del numero di Indigeni sterminati, il comportamento collettivamente adottato dai conquistatori cristiani ha avuto delle conseguenze perduranti. Ad esempio, la giustificazione a posteriori di questo genocidio ha condizionato l'evoluzione culturale, ideologica e politica della supremazia bianca nei confronti di altri popoli non Europei, e infine all'interno stesso d'Europa.


La situazione di impunità di cui beneficiavano i conquistadores doveva, fatalmente, favorire la rapida apparizione di pratiche molto inquietanti. Come la criminale abitudine di nutrire i cani con gli indigeni e a volte con dei lattanti strappati alla loro madre e gettati in pasto a cani affamati. O la tendenza a divertirsi bruciando vivi degli Indigeni gettati in roghi accesi per farli ardere [5]. Questo disastro fu la prima conseguenza diretta di quella che i manuali di storia continuano a chiamare "la scoperta dell'America".


La soluzione africana


Dopo aver svuotato il continente americano della sua popolazione, le potenze occidentali nascenti hanno fatto dell'Africa nera la fornitrice di schiavi per l'America. Questa impresa ha disgregato l'economia dei paesi africani e svuotato il continente di una parte della sua popolazione, la più gigantesca deportazione di esseri umani che la storia dell'umanità abbia conosciuto. Conviene ricordare la situazione dei paesi africani nel momento in cui sono avvicinati dagli Europei.


È un fatto che, anche se il modo di produzione in Africa non era fondamentalmente schiavista, le società conoscevano alcune forme di asservimento. Come abbiamo già detto, durante il Medioevo, la schiavitù così come la vendita di esseri umani, era una pratica molto diffusa e l'Africa non è stata un'eccezione. Dopo il 7° secolo, l'Africa nera, così come l'Europa dopo l'8° secolo, rifornisce di schiavi i paesi dell'impero arabo-musulmano.


Sembrerebbe che, all'epoca, la dimensione e le modalità del traffico di schiavi non sarebbero state incompatibili con la crescita dell'economia nei paesi interessati da questo commercio di esseri umani. È d'altronde solitamente ammesso che è durante il regno dell'islam in Spagna che l'Europa ha cominciato ad uscire dalle tenebre del Medioevo. Per quel che riguarda l'Africa, noteremo che nel 15° secolo, malgrado l'emorragia effettuata dalla tratta negriera arabo-musulmana, i paesi di questo continente usufruiscono di un buon livello di benessere sociale.


Lo spopolamento del continente così come la miseria e l'indigenza dei suoi abitanti malati ed affamati, descritti dai viaggiatori che si recarono in Africa nera durante il 19° secolo, contrastano con i paesi densamente popolati, l'economia prospera, l'agricoltura rigogliosa, l'artigianato diversificato, il commercio intenso e, soprattutto, con il livello di benessere sociale descritto dai viaggiatori, geografi e navigatori sbarcati in Africa nera tra l'8° ed il 17° secolo, e di cui conosciamo ora le testimonianze grazie alle diverse ricerche, tra cui quelle di Diop Maes [6].


Tra il 16° ed il 19° secolo, le guerre e le razzie a catena, provocate dai negrieri per procurarsi i prigionieri, hanno portato alla distruzione pressoché irreversibile dell'economia, del tessuto sociale e della demografia dei popoli africani. La somma delle tratte arabe ed europee, attraverso l'impiego di armi da fuoco, il suo carattere imponente, cioè industriale, della tratta negriera transatlantica in costante crescita, ha causato in tre secoli devastazioni che il continente non aveva mai conosciuto sino a quel momento. Questo nuovo disastro fu la seconda conseguenza della colonizzazione dell'America.


Un evento disumanizzante


Nel quadro del dominio coloniale sul continente americano, i sopravvissuti indigeni, spogliati delle loro terre furono respinti e sistemati in riserve. Allo stesso tempo, milioni di donne, bambini e uomini Africani strappati da casa loro e trasportati in America, furono sistematicamente espulsi dalla specie umana e ridotti alla categoria di beni mobili o subumani. L'inferiorità razziale dei non Bianchi, e sua sorella gemella, la superiorità della razza bianca, furono inserite nella legge, consacrate dal cristianesimo e rafforzate dai fatti.


Le potenze coloniali, Spagna, Portogallo, Francia, Inghilterra, Olanda, legiferavano per dotarsi del quadro giuridico all'interno del quale la disumanizzazione dei Neri divenne legale. Di conseguenza, ogni metropoli aveva un arsenale giuridico per regolamentare la sua politica genocida nell'universo concentrazionario dell'America. A questo proposito, la codificazione più compiuta sarà il codice nero francese [7]. Promulgato nel 1685, questa mostruosità giuridica è restata in vigore sino al 1848 anno della seconda abolizione della schiavitù nelle colonie francesi.


È significativo che, almeno durante i secoli 16° e 17°, per quanto ne sappiamo, non vi fu una sola voce autorizzata a denunciare e condannare l'espulsione legale dei Neri fuori dalla specie umana. Anche nel 18° secolo, che era pur sempre il secolo dei Lumi, nessuno di quei grandi filosofi ha, formalmente, richiesto alle autorità competenti la soppressione immediata, reale, senza indugi, delle leggi che regolavano questi crimini [8].



Un'ideologia unanimemente condivisa


Si ha l'abitudine di ignorare che grazie alla razzializzazione dello schiavismo nell'universo concentrazionario dell'America, la superiorità della razza bianca e l'inferiorità dei Neri sono diventate un assioma profondamente radicato nella cultura occidentale. Bisogna sapere che questa eredità deleteria del dominio coloniale europeo combinata agli effetti nefasti della mania dei Lumi di ordinare tutto, gerarchizzare, classificare, ha stimolato l'emergere di una cultura più o meno favorevole allo sterminio dei gruppi considerarti inferiori.


Tra il 15° ed il 19° secolo, tutta la produzione letteraria e scientifica concernente i popoli indigeni d'America mirava a giustificare il loro sterminio passato e futuro. Dopo tre lunghi secoli di barbarie coloniale sotto controllo cristiano, uno dei princìpi convalidati dai cattolici spagnoli è la certezza che uccidere degli indiani non è un peccato [9]. Questa coscienza fu rafforzata dai protestanti anglofobi, convinti che un buon Indiano è quello morto. Così, tutta la letteratura concernente la bestializzazione dei Neri nell'universo concentrazionario dell'America era una vera propaganda in favore della tratta negriera e dello schiavismo dei Neri presentati come un progresso della civiltà.


Quando ebbe luogo, finalmente, lo smantellamento dell'universo concentrazionario dell'America, il cambiamento provocato con l'abolizione dello schiavismo ebbe una portata assai limitata. Innanzitutto, perché l'essenziale delle strutture e dei rapporti sociali ed economici posti in essere dalla barbarie istituzionalizzata erano rimaste quasi immutate. Ed anche perché il trionfo del pensiero scientifico sulla fede religiosa ha dato alla razza dei padroni ed ai valori della civiltà occidentale una credibilità di cui la religione non beneficiava più presso gli spiriti più illuminati. Oramai la colonizzazione e gli atti di barbarie che gli sono consustanziali, per esempio lo sterminio di gruppi considerati inferiori, si compiranno avendo a supporto un discorso scientifico.


Una cultura di sterminio


Sarebbe utile uno studio rigoroso concernente il ruolo degli uomini di scienza occidentali nello sviluppo della cultura di sterminio che ha prevalso nel 19° secolo ed all'inizio del 20° secolo nei paesi colonizzatori. Malgrado il suo rapporto stretto con la nostra analisi, questo non è il soggetto centrale di questa relazione. Ma possiamo almeno evidenziare alcune piste per coloro che volessero riprendere il soggetto ed informarsi ulteriormente. Alla metà del 19° secolo, le Associazioni scientifiche più prestigiose sembrano essere state la Geographical Society e la Anthropological Society a Londra ed anche la Société de Géologie di Parigi. Il 19 gennaio 1864, ebbe luogo una tavola rotonda organizzata dalla Anthropological Society sulla Estinzione delle razze inferiori. Vi si trattò del diritto delle razze superiori a colonizzare gli spazi territoriali considerati vitali per i loro interessi.


Nel Journal of the Anthropological Society of London, vol. 165, 1864, venne pubblicato un resoconto dei dibattiti della Conferenza. Si trattava di sapere se in tutti i casi di colonizzazione sarebbe stato inevitabile l'estinzione delle razze inferiori o se sarebbe stato possibile che esse potessero coesistere con le razze superiori senza essere eliminate [10]. All'epoca, l'Inghilterra aveva già compiuto, oltre a genocidio degli Indigeni in America del Nord, quello degli Aborigeni d'Australia tra cui i Tasmani.

In Francia, Albert Sarrault, tenendo dei discorsi agli studenti della École coloniale, affermava: 'sarebbe puerile opporre alle imprese europee di colonizzazione un preteso diritto di occupazione […] che renderebbe perenne in mani incapaci il vano possesso di ricchezze senza impiego [11]. Da parte sua, il sociologo francese Georges Vacher de Lapouge sosteneva che non vi era nulla di più normale che la riduzione in schiavitù delle razze inferiori e perorava per una sola razza superiore, livellata attraverso la selezione.


Scienziati reticenti


Porremo in evidenza come la maggior parte degli antropologi tedeschi, pur se convinti della propria superiorità razziale, non condividevano con i loro colleghi britannici, nordamericani e francesi, la convinzione che le razze inferiori dovessero necessariamente sparire a contatto con la civiltà. Il professor Théodore Waitz, ad esempio, sviluppa tra il 1859-1862 un lavoro per contestare le fondamenta delle teorie propagate dai suoi colleghi occidentali, impegnati nella giustificazione scientifica degli stermini commessi dai loro paesi.


In seguito, il suo allievo Gorge Gerland compirà nel 1868 uno studio sullo sterminio delle razze inferiori. Egli denuncerà la violenza fisica esercitata dai colonizzatori come fattore di sterminio più tangibile, affermando che non esiste nessuna legge naturale per cui i popoli primitivi debbano sparire affinché la civiltà progredisca. Le argomentazioni di questo uomo di scienza tedesco per il diritto alla vita delle razze dette inferiori è un fatto rarissimo in questo periodo storico.


Nel 1891 il professore tedesco Friedrich Ratzel pubblica il suo libro Anthropogéographie (Antropogeografia) e nel decimo capitolo intitolato Il declino dei popoli di culture inferiori a contatto con la civiltà, esprime la sua ostilità concernente la distruzione dei popoli indigeni: 'È diventata una regola deplorevole che dei popoli debolmente progrediti muoiano a contatto con dei popoli altamente civilizzati. Ciò si applica alla vasta maggioranza degli Australiani, dei Polinesiani, degli Asiatici del Nord, degli Americani del Nord e di numerosi popoli dell'Africa del Sud e dell'America del Sud. (…) Gli Indigeni sono uccisi, cacciati, proletarizzati e si distrugge la loro organizzazione sociale. Le caratteristiche principali della politica dei Bianchi è l'uso della violenza dei forti sui deboli. Lo scopo è di impadronirsi delle loro terre. Questo fenomeno ha assunto la forma più intensa nell'America del Nord. Bianchi assetati di terre si ammassano tra popolazioni indiane deboli e parzialmente disintegrate [12]'. Sarebbe stato l'ultimo discorso in cui il professor Ratzel avrebbe espresso un punto di vista così poco favorevole all'estinzione dei popoli inferiori.


Un'evoluzione sfortunata


Le antiche potenze negriere riunite a Berlino nel 1884-85 ufficializzano la spartizione dell'Africa. La Germania si assicurò il controllo del sud-ovest africano, cioè la Namibia, e gli attuali territori della Tanzania, del Burundi e del Ruanda, oltre che il controllo sul Togo ed il Camerun.


L'ingresso della Germania nell'impresa coloniale segna una differenza notevole tra il discorso degli scienziati tedeschi prima degli anni 1890 e quello che saranno fatti dopo il 1890 sullo stesso soggetto: lo sterminio delle razze inferiori o il loro asservimento seguendo i bisogni dei conquistadores ed il progresso della civiltà. In effetti, nel 1897 il professor Ratzel pubblica Geografia politica in cui parteggia in tutto e per tutto per lo sterminio delle razze inferiori. Afferma che un popolo in sviluppo che ha bisogno di maggior terre deve conquistarle. '[le terre], attraverso la morte e lo spostamento dei loro abitanti, sono trasformate in terre disabitate [13].


Il dominio economico combinato a metodi razzisti ha fatto sorgere la supremazia bianca cristiana. La sua ideologia egemonica regna indivisa sul pianeta e conosce tutto il suo splendore tra la seconda metà del 19° secolo e la prima metà del 20° secolo. Anche negli antichi paesi colonizzati, lo sterminio delle razze inferiori aveva valore di politica ufficiale.


Un'ideologia trionfante


La maggior parte dei paesi d'America sono diventati indipendenti durante il 19° secolo. Le classi dirigenti di questi paesi si credono bianche perché sono scaturite da avventurieri europei che spesso violentavano le donne indigene. Arrivati al potere in seguito alle guerre di indipendenza, queste elite si sono sempre identificate con il loro antenato bianco. Di fatto, esse adottarono i metodi di sterminio degli Indigeni ereditati dalla colonizzazione. Nell'aprile 1834, le autorità dell'Argentina, da poco paese indipendente, scatenarono la 'Campaña del Deserto' (Campagna del Deserto), il cui scopo era lo sterminio dei sopravvissuti Indigeni che occupano la Pampa. Diretta da Juan Manuel de Rosas, diventato Presidente dell'Argentina a partire dal 1835, questa campagna fu coordinata con il governo del Cile. Il primo governo costituzionale dell'Uruguay, diretto da Fructuoso Rivera, si è anch'esso unito alla Campagna che doveva trasformare queste terre in spazi disabitati.


Malgrado l'estrema violenza della 'Campagna', non tutti gli indigeni sono morti, a gran danno del presidente Rosas secondo cui gli Indiani si riproducevano come insetti. Per rimediare a questo scacco, nel 1878, per iniziativa del Ministro della Guerra Julio Argentino Roca, il Congresso Nazionale argentino vota e approva la legge 'de expansion de las fronteras hasta el Rio Negro' (espansione delle frontiere). È il punto di partenza della seconda 'Campagna del Deserto' che deve definitivamente svuotare la Pampa dalla sua popolazione indigena per fare avanzare la civiltà.


Uno spazio vitale antelitteram


La 'Campagna' ha luogo nel momento in cui gli Indigeni superstiti sono braccati in tutto il continente. Nel nord America sono massacrati e respinti allo scopo di liberare uno spazio diventato vitale per l'installazione di famiglie civilizzate, cioè bianche. In Argentina, l'obiettivo ambito della 'Campagna' era lo stesso: sostituzione della popolazione locale con una popolazione civilizzata in grado di garantire l'effettiva incorporazione della Pampa e della Patagonia alla nazione dello Stato Argentino.

Alcuni decenni più tardi, Henrich Himmler difenderà lo stesso principio di sostituzione delle popolazioni quando affermava: 'il solo mezzo per risolvere il problema sociale è, per un gruppo, di uccidere gli altri ed impadronirsi del loro paese [14]. Ma per il momento, questo accadeva in America e a detrimento delle popolazioni non-Europee. Il ministro Roca, che è all'origine della seconda 'Campagna del Deserto', ha anche vinto le elezioni nel 1880 ed è diventato Presidente dell'Argentina.


Naturalmente, alcune voci si levarono per criticare la barbarie delle atrocità commesse durante la Campagna. Ma, nell'insieme, l'inferiorità delle vittime non era contestata ed il governo di Julio Roca detto "conquistador del Deserto" fu percepito come il fondatore dell'Argentina moderna. Nella storia di questo paese va preso in considerazione soprattutto che è durante la Presidenza di Roca che il paese avanzava verso la separazione tra Chiesa e Stato, il matrimonio civile, il registro delle nascite e l'educazione laica. Una delle più grandi città della Patagonia porta il nome di Roca.


Non molto tempo fa, lo storico Felix Luna affermava molto seriamente: 'Roca ha incarnato il progresso, ha integrato l'Argentina nel mondo: mi sono sforzato a capire cosa implicava sterminare alcune centinaia di indiani per poter governare. Bisogna considerare il contesto dell'epoca in cui si viveva un'atmosfera darwinista che favoriva la sopravvivenza del più forte e la superiorità della razza bianca (…) Con degli errori, degli abusi, con un costo, Roca fece l'Argentina di cui godiamo oggi: i parchi, gli edifici, il palazzo delle Opere Sanitarie, quella dei Tribunali, la Casa del Governo [15].


Sterminabili perché inferiori


Si noterà che dopo il primo genocidio dei tempi moderni, commesso dai cristiani in America a partire dal 1492, la situazione dei popoli non Europei in generale e dei Neri in particolare si trova regolata dalle esigenze della supremazia bianca. Nell'universo concentrazionario d'America, il Nero espulso dalla specie umana in quanto subumano o bene mobile non fu mai reintegrato o reinserito nella sua umanità. Ed i sopravvissuti indigeni erano massacrati in massa per rendere abitabili le loro terre.


In Africa, il popolo congolese, durante l'amministrazione di quel carnefice che fu Re Leopoldo II, fu sottomesso a delle forme di asservimento che causarono la distruzione della metà della popolazione passata da 20 a 10 milioni di abitanti [16]. In questo stesso continente, anche la Germania, come altri prima di essa, applicherà i buoni principi della colonizzazione. Tra il 1904 ed il 1906, cioè nello spazio di due anni, i Tedeschi sterminarono i tre quarti del popolo Herero. Senza contare i morti dei Nama, Baster, Ottentotti, ecc [17].


Nel quadro del dominio coloniale tedesco in Namibia, il professor Eugen Fischer andò a studiare nel 1908 presso i Baster, situati a Rehoboth 'il problema della bastardizzazione presso l'essere umano'. Le raccomandazioni del ricercatore sono ineccepibili. Leggiamo nel suo trattato a proposito dei meticci: 'che si garantiscano dunque il preciso grado di protezione che è loro necessario in quanto razza inferiore alla nostra, nulla di più, e unicamente fin quando ci sono utili, altrimenti svolga il suo corso la libera concorrenza, e cioè, secondo me, che spariscano [18].


Questo lavoro in cui il professor Fischer credeva di aver dimostrato scientificamente l'inferiorità dei Neri, diede gloria al suo autore, il cui prestigio giunse al di là delle frontiere del paese. Anni più tardi, allorché nel 1933 Adolph Hitler giunse al potere in Germania, del tutto naturalmente, il professor Fischer porrà al servizio della politica razziale del nuovo Stato il prestigio e l'autorità che gli conferivano la sua condizione di scienziato di fama mondiale. Nei fatti, questo fu l'atteggiamento dell'establishment scientifico nell'insieme [19].



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Il pericolo di essere classificati inferiori


È un fatto veridico che, alla fine del 19° secolo e durante i primi decenni del 20° secolo, lo sterminio di esseri inferiori o la programmazione della loro sparizione era una realtà che non sollevava grandi ondate di solidarietà nei riguardi delle vittime. È per questo che i dirigenti nazisti si impegnarono nel convincere i Tedeschi che gli Ebrei, così come gli Slavi ed altri gruppi, erano differenti e di conseguenza inferiori.


È in questo contesto così favorevole allo sterminio degli inferiori che i consiglieri scientifici del piano quadriennale incaricato di pianificare l'economia della Germania nazista spinsero la logica dell'annientamento ancor più lontano dei loro predecessori e in una combinazione tanto terribile quanto sinistra tra i fattori ideologici e le motivazioni utilitarie, programmando lo sterminio di 30 milioni di esseri umani.


Nel loro saggio Gli architetti dello sterminio, Susanne Heim e Götz Aly evidenziano che i pianificatori dell'economia, scelti non in funzione della loro militanza politica ma per la loro competenza professionale, fondavano la loro documentazione su considerazioni puramente economiche e geopolitiche senza il minimo riferimento all'ideologia razziale. Riproducono anche il resoconto di una riunione durante la quale i consiglieri dell'economia applicarono in presenza di Goebbels il loro piano di approvvigionamento alimentare.


Quest'ultimo annotò nel suo diario il 2 maggio 1941: 'La guerra non può proseguire a meno che la Russia fornisca dei viveri a tutte le forze armate tedesche durante il terzo anno della guerra. Milioni di persone moriranno certamente di fame se i viveri che ci sono necessari saranno distolti al paese [20]. In effetti questo piano doveva fare morire circa 30 milioni di Slavi in un primo tempo, ma questo doveva assicurare l'approvvigionamento dei viveri per un anno ed in più rendere disabitate delle terre in cui delle famiglie tedesche si sarebbero trasferite.


Una tradizione sinistra


Così Hermann Göring, il cui padre fu il primo governatore tedesco in Namibia, poteva dire nel 1941 al suo omologo ministro italiano degli Affari esteri, il conte Ciano: 'Quest'anno, da 20 a 30 milioni di persone moriranno di fame in Russia. Forse è per il meglio, perché certe nazioni devono essere decimate [21]. Coloro che, in un'associazione estrema dell'ideologia razzista e la motivazione utilitaria, programmavano lo sterminio di 30 milioni di Slavi, potevano programmare senza preoccupazioni lo sterminio di un altro gruppo considerato anch'esso inferiore, nel caso specifico quello degli Ebrei.


Non è per caso che il Professor Wolfang Abel 'Incaricato dall'alto comando delle forze armate di realizzare degli studi antropologici su dei prigionieri di guerra sovietici, propose tra altre opinioni la liquidazione del popolo russo [22]. Il Professor Abel fu allievo del Professor Fischer prima di diventare il suo assistente. Insieme formarono i primi esperti scientifici incaricati di selezionare coloro che, colpevoli di non essere Ariani dovevano essere sterminati ad Auschwitz o altrove [23].


In quanto ai Sovietici: 'Al 1° febbraio 1942, su 3,3 milioni di soldati dell'Armata rossa fatti prigionieri, 2 milioni erano già morti nei campi tedeschi e nel corso dei trasporti, cioè il 60%. Se non si considerano le prime tre settimane di guerra, nel corso delle quali i primi prigionieri poterono attingere alle loro riserve corporee, questa cifra corrisponde ad un tasso di mortalità di 10.000 uomini al giorno [24].


La tragedia degli uni ed il profitto degli altri


La grande maggioranza dei Tedeschi, felice di ritrovarsi dalla parte giusta, accettò il fatto compiuto, e cioè l'esclusione dei non Ariani, e ne trasse tutto il beneficio possibile. Va da sé che all'epoca la solidarietà nei confronti dei gruppi considerati inferiori non faceva affatto tendenza nella cultura dominante. Molti secoli di bombardamento ideologico per giustificare lo schiacciamento dei popoli colonizzati e asserviti non avevano certo favorito l'umanità di coloro che ne traevano profitto [25].


Come bene afferma Aly: 'Il governo nazista suscitò il sogno di una macchina popolare: introdusse il concetto di vacanze, praticamente sconosciuto sino ad allora, raddoppiò il numero dei giorni di ferie e si mise a sviluppare il turismo di massa che ci è oggi molto familiare (…). Così, l'esonero fiscale degli aumenti per il lavoro notturno, le domeniche ed i giorni festivi accordati per la vittoria sulla Francia, fu considerato, sino alla sua recente messa in causa, come una conquista sociale (…). Hitler ha risparmiato gli Ariani medi a discapito del minimo vitale di altre categorie [26].


Il denaro rubato agli Ebrei d'Europa ed ai paesi durante l'occupazione tedesca è servito al governo nazista per finanziare la sua politica sociale mirante a migliorare il livello di vita della popolazione ariana. Si capisce che dopo la guerra tanti Tedeschi potevano ammettere in privato di aver vissuto il periodo più prospero della loro vita durante il governo nazista, compresa la guerra…


Conclusione


Il dominio coloniale su altri popoli ha sempre fornito le condizioni indispensabili per la creazione di sistemi di asservimento e disumanizzazione freddamente regolati. Fu il caso nell'universo concentrazionario d'America, in cui le potenze coloniali hanno inventato un sistema giuridico all'interno del quale, la bestializzazione dei Neri in quanto Neri era compiuta in tutta legalità. Nel XIX secolo, la colonizzazione britannica in Australia ha rinnovato il genocidio compiuto in America del Nord.


In Africa, i popoli congolesi hanno sofferto il loro Adolf Hitler incarnato dal Re dei Belgi che, non soddisfatto di far morire metà della popolazione, faceva tagliare le mani a coloro che cercavano di fuggire i lavori forzati [27]. In Namibia, la Germania coloniale ha compiuto il suo primo genocidio e potrei continuare a lungo, ma posso anche fermarmi. Vi è abbastanza materiale per comprendere che l'impresa nazista di disumanizzazione si iscrive in un filone di continuità, segnato senza interruzione dalla barbarie coloniale.


Alla fine della guerra, le potenze coloniali vittoriose hanno decretato che il nazismo era incomprensibile ed orribile perché dietro alle sue atrocità non vi era alcuna razionalità economica. Poiché la motivazione utilitaria era sempre stata usata per garantire le imprese di disumanizzazione condotte contro altri popoli non Europei, bisognava assolutamente che l'impresa nazista di disumanizzazione fosse sprovvista di ogni motivazione utilitaria. Da qui questo approccio riduzionista che ha storicamente isolato il nazismo e focalizzato l'attenzione sulle atrocità commesse dai nazisti astraendo dai fattori senza i quali, tutti lo dovrebbero sapere, questo disastro spaventoso non avrebbe mai raggiunto la sproporzione che conosciamo.



Rosa Amelia Plummelle-Uribe





NOTE


[1] A questo proposito, vedere Charles Verlinden, L’esclavage dans l’Europe médiévale [Lo schiavismo nell'Europa medievale], Tomo 1: Péninsule Ibérique [Penisola Iberica], France 1955 ; Tomo 2: Italie, Colonies italiennes du Levant latin, Empire Byzantin [Italia, Colonie Italiane del Levante latino, Impero Bizantino], 1977.



[2] Verlinden, L'esclavage dans l’Europe médiévale, Tome 2, soprattutto il capitolo II, "La Tratta veneziana e l atratta ebraica", p. 115 e seguenti e anche nel capitolo III "La tratta degli eunuchi", p. 981 e seguenti.


[3] Jacques Heers, Esclaves et domestiques au Moyen Âge dans le monde méditerranéen [Schiavi e domestici durante il Medioevo nel mondo mediterraneo], Parigi, 1981, p. 12.


[4] Su questo soggetto, vedere Tzvetan Todorov, La conquête de l’Amérique. La question de l’autre [Tr. It., La conquista della America. Il problema dell'altro, Einaudi, Torino, 1984], Parigi, 1982.



 

5   Voir Bartolomé de Las Casas, Brevísima relación de la destrucción de las Indias, Buenos Aires, 1966 et aussi Historia de las Indias, México, Fondo de Cultura Económica, 1951.

6  Le lecteur consultera profitablement l’œuvre pionnière de Louise Marie Diop Maes, Afrique Noire Démographie Sol et Histoire, Paris, 1996. 

7  Louis Sala-Molins, Le code noir ou le calvaire de Canaan, Paris, 1987.

8  Louis Sala-Molins, Les Misères des Lumières. Sous la Raison, l’outrage, Paris, 1992

9  En 1972, en Colombie, un groupe de paysans analphabètes a dû répondre devant le tribunal pour le massacre, avec préméditation, de dix huit Indigènes hommes, femmes et enfants confondus. Les accusés ont été acquittés par un jury populaire car ils ne savaient pas que tuer des Indiens était un pêché et encore moins un délit. Voir à ce sujet Rosa Amelia Plumelle-Uribe, La férocité blanche Des non-Blancs aux non-Aryens Génocides occultés de 1492 à nos jours, Paris, 2001. 

10  Sven Lindqvist, Exterminez toutes ces brutes. L’odysée d’un homme au cœur de la nuit et les origines du génocide européen, Paris, 1999.

11  Aimé Césaire, Discours sur le colonialisme, Paris, 1955.

12  Lindqvist, op. cit., p. 189-190.

13  Ibid, p. 192.

14  Götz Aly et Susanne Heim, Les architectes de l’extermination Auschwitz et la logique de l’anéantissement [Gli architetti dello sterminio, Auschwitz e la logica dell'annientamento], Paris, 2006, p. 25-26 

15  Consulter Diana Lenton, La cuestion de los Indios y el ge,ocidio en los tiempos de Roca : sus repercusiones en la prensa y la politica, SAAP- Sociedad Argentina de Análisis Politico www.saap.org.ar/esp/page  Voir aussi Osvaldo Bayer, le journal argentin Página/12, Sábado, 22 de octubre 2005.

16  Adam Hochschild, Les fantômes du roi Léopold II. Un holocauste oublié, Paris, 1998.

17  Ingol Diener, Apartheid ! La cassure, Paris, 1986.

18  Benno Muller-Hill, Science nazie, science de mort, Paris, 1989, p. 194. 

19  Consulter Muller-Hill

20  Aly et Heim, op. cit., p. 271-272.

21  Ibid, p. 267.

22  Ibid, p. 289.

23  Muller-Hill, op. cit.

24  Götz Aly, Comment Hitler a acheté les Allemands [Come Hitler ha comprato i tedeschi], Paris, 2005, p. 172.

25  Voir Plumelle-Uribe, op. cit. 

26 Götz Aly, Op. cit., p. 9, 28.

27  Hochschild, op. cit.




Post originale datato 10.09.2006



[Traduzione di MASSIMO CARDELLINI]


LINK al post originale:
De la barbarie coloniale à la politique nazie d'extermination







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