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28 dicembre 2011 3 28 /12 /dicembre /2011 10:45

 Di Tempi Remoti

 

 

Una rara immagine del grande storico della scienza italoamericano Giorgio de Santillana (1902-1974), autore dell'opera capitale Il mulino di Amleto (1969). Uno dei più illustri ricercatori soppressi del XX secolo.



Uno scritto fondamentale di Giorgio de Santillana


La rottura di Giorgio de Santillana con i paradigmi della storia della scienza accademica è rilevabile in modo evidente sin dal Prologo che egli scrisse per la sua celebre opera del 1961 The Origins of Scientific Thought. Per chi conosca già de Santillana soltanto come autore di Il mulino di Amleto (1969) o per i saggi raccolti in Italia dalla Adelphi sotto il titolo di Fato antico fato moderno, sappiamo che esso costituirà una formidabile sorpresa in quanto porrà in grado i suoi estimatori ad avere una maggiore e ancor più precisa conoscenza del grande  ricercatore  eterodosso del M.I.T. Le sue concezioni furono cioè non il portato di una illuminazione improvvisa quanto il frutto di una lunga riflessione di cui il testo che presentiamo è una magistrale testimonianza. Otto anni prima della pubblicazione della sua opera maggiore de Santillana ha già individuato e formalizzato in modo sorprendente il quadro concettuale ed interpretativo che egli userà poi in modo estremamente proficuo in Il mulino di Amleto.

Vorremmo soprattutto attirare l'attenzione del lettore sulla lunga serie di nomi di ricercatori  riportata a pagina 15 e che la tradizione accademica ai tempi di de Santillana aveva condannato all'oblio per aver pensato l'impensabile e cioè l'esistenza di culture estremamente progredite al di là dei tempi storici e la cui eredità nel campo delle conoscenze era andata a tutto vantaggio di quelle successive a noi più note dell'India, della Cina, del Messico, della Mesopotamia e dell'antico Egitto, nomi che non dicono assolutamente nulla e che, contrariamente alle aspettative di de Santillana non sono stati riabilitati. 

Altrettanto impressionante il brano che segue poche righe dopo e che indica mirabilmente i limiti dati alle interpretazioni da parte di accademici puramente imbevuti di pregiudizi ideologici positivistici e privi di una formazione scientifica. La nota n° 2 che riporta una esemplificazione di questa critica di de Santillana alla casta accademica è un rarissimo esempio di finezza ironica, una micidiale bacchettata sulle dita ai parrucconi cattedratici, che in Il mulino di Amleto diventerà un diluvio di bastonate micidiali a cui i diretti interessati si sottrarranno con la loro tipica arma da vigliacchi: il silenzio, in termini simbolici una vera e propria fuga.

 

Il testo proposto occupa le pagine che da 11 a 25 della prima edizione italiana dell'opera del 1966 edita dalla casa editrice Sansoni con il titolo Le origini del pensiero scientifico. Tra parentesi tonde vengono indicate le pagine di questa edizione, nelle parentesi quadrate le note di de Santillana. La traduzione è di Giulio De Angelis.


Prossimamente proporremo altri testi sia brevi sia antologici da opere più vaste di Giorgio de Santillana all'unico scopo di valorizzare questa grande personalità della ricerca storia del pensiero "scientifico" rapportato alle ere arcaiche della cultura umana, il che ne fa più che uno storico della scienza e basta quanto un vero e proprio antropologo culturale come minimo, un ricercatore della storia delle mentalità, un comparativista delle forme di pensiero religiose, mitologiche e letterarie più arcaiche. In poche parole, un terreno di ricerca su cui tutte le elite intellettuali di ogni cultura esistita si sono interrogate, strappando a fatica rarissimi e minuscoli brandelli di verità, spesso andati perduti e recuperati nelle epoche successive da altri ricercatori di aree di provenienza completamente estranee e culture religiose e scientifiche estremamente diverse. Un lavoro che malgrado continui da millenni non ha ancora dato tutti i suoi frutti e soprattutto la parola fine, ma a cui figure come de Santillana e numerosissime altre che tratterremo in Storia Soppressa hanno dato contribuiti assolutamente determinanti.

  

  

  

Pur non essendo un libro che possa dirsi scientifico, la Bibbia inizia con una teoria circa le origini del mondo. Le cosmogonie, ogni qual volta si presentino, sono un tentativo di dare risposta a certe gravi domande. Agli ebrei si deve forse perdonare una fondamentale mancanza di interesse per la materia di cui le cose sono fatte, contentandosi essi che le cose restassero come erano. Li preoccupava una questione più seria e cioè: perché la condizione umana è infelice? Lo si deve forse ad una "ingiustizia" iniziale da parte di Qualcuno? Ed ecco la risposta della Genesi: l'uomo si è giocato la sua condizione originaria col prendere coscienza della propria personalità singola (questo è l'Albero della Conoscenza) e viene tagliato fuori dalla comunità incosciente dei viventi. Solo lui è responsabile della conquista della propria individualità, con tutto ciò che essa comporta, e Dio- come direbbe Platone- è innocente. La Bibbia afferma inoltre che la forza del mondo resta uguale a se stessa attraverso il tempo, mentre noi e tutto il resto periamo, "poiché il Signore Iddio tutto permane in eterno". Quella forza avrebbe potuto benissimo essere immaginata altrimenti, come in altre religioni; ad esempio un creatore che nel portare alla luce il mondo, rinuncia alla propria identità lasciando alla natura solo un insieme di comportamenti superstiti, come il Prajapati vedico; oppure un reggitore condannato ad un fallimento finale per cui il mondo ripiomberà nel caos, come è predetto nella mitologia nordica.

Questi sono esempi di risposte serie a domande serie. In realtà, in tempi recenti non si sono avute risposte più significative su questi punti. Quindi, se è giusto cominciare sempre (11) dal principio, si dovrà ammettere che l'autore della Genesi ha preso la mira giusta.

La storia della Caduta o del Peccato Originale, con le sue varie versioni nel pensiero degli antichi, rivela presso quei pensatori dimenticati una forte perplessità ed incertezza. Persiste l'idea, ed è poi la radice delle più tarde filosofie gnostiche, che la natura, quale la conosciamo, è crudele ed iniqua mentre non dovrebbe essere tale. Quando il mondo fu creato, "il leone e l'agnello giacevano l'uno a fianco dell'altro". Col "prendere conoscenza", noi abbiamo spezzato quell'armonia inconscia: adesso gli animali si comportano come fiere, e ce ne accorgiamo bene. Ci siamo quindi sovraccaricati di dure proibizioni, tabù sessuali e via di seguito; ma per quanto li osserviamo rigorosamente e cerchiamo di rigar dritto, siamo sempre disperatamente in colpa. I primitivi ritengono che uccidere la preda sia una necessità sinistra e penosa, tuttavia sono costretti a farlo e allora praticano riti espiatori, intesi a placare le vittime. La situazione dell'uomo resta, propriamente parlando, uno sviluppo di contraddizioni. Il desiderio di una redenzione totale, del lavacro nel sangue dell'agnello, è qualcosa di vivo nel profondo dell'anima umana.

Su un altro piano, è la vita nel suo complesso che presenta un'ambiguità ineliminabile. In un racconto indiano si cerca di spiegare la differenza tra organico ed inorganico. Un masso e una zucca, una volta si misero a litigare a proposito dei rispettivi meriti. Il masso finì per saltare sulla zucca e schiacciarla, sperando di dimostrare così la sua tesi. Ma di colpo, i germogli della zucca presero a fiorire. Il prezzo della vita è la morte e viceversa. Questo apologo non pone un problema, non porta ad alcun risultato, ma come mito è di per sé persuasivo. Riconcilia l'uomo col fato [1] (12).

Una spiegazione di questo genere non è certamente scientifica; essa non implica né teorie né definizioni, tuttavia è sempre un genere di conoscenza: la conoscenza mistica, e cioè un tentativo di spiegar qualcosa, narrando un racconto che dovrebbe presentarla nella luce di una verità essenziale. La storia della Genesi è un mito di questo tipo. La condizione originaria dell'uomo sembra "dirci" qualcosa, contenere in sé un racconto.

Ecco che il racconto si svolge. E chi ascolta arriva ad "intendere". Seguirà poi il racconto della Redenzione che vien messo in scena tra noi con un rituale che gli conferisca il potere di salvare. E da quel punto la spiegazione non ha più ragion d'essere. Le religioni rivelate tendono a lasciare gli avvenimenti alla mercé della volontà arbitraria di un ente supremo ed all'apice di questa tendenza troviamo l'Islam che definisce le leggi di natura "abitudini di Allah".

Ma oltre al graduale maturare di queste concezioni strettamente religiose, che sono, per così dire, l'ordito della nostra civiltà, c'è un altro filone di pensiero alle cui origini dobbiamo risalire per quanto ci è possibile poiché esso costituisce la trama che ci interessa.

Non sappiamo quasi niente del pensiero, vuoi religioso vuoi scientifico, degli uomini dell'Età della Pietra. Ma dobbiamo indubbiamente a quegli ingegnosi tecnologi i princìpi fondamentali del trattamento della materia e dell'energia: suscitar il fuoco nel focolare, scoprire il principio della leva per lo scaglialancia, sfruttare la tensione e la torsione per far sfrecciare il dardo nell'aria, chiudere la trappola con uno scatto, fissare la scure al manico. Poiché le prime cose son sempre le più difficili, guardiamoci bene dal ritenere queste conquiste qualcosa di naturale. Ancora meno ovvie sono le conquiste della rivoluzione neolitica e dell'Età del Bronzo: la semina del grano, la fonditura, la tessitura, l'arte del vasaio, e tutti i mestieri. E neppure è facile capire come venne agli uomini l'idea di elevare piramidi a gradini quadrangolari che fungevano da abitazione ai loro dèi. Solo culture altamente sviluppate possono esser state capaci di compiere imprese del genere. Gli umanisti e i filologi che si occupano di storia possono ben considerarle conquiste rudimentali, gli ovvi inizi di una società ancora legata alla terra. A costoro potremmo opporre ciò che aveva da dire Galileo, che di queste cose se ne intendeva: "E parmi che (13) molto ragionevolmente l'antichità annumerasse tra gli Dei i primi inventori dell'arti nobili, già che noi veggiamo il comune de l'ingegni umani esser di tanta poca curiosità... L'applicarsi a grandi invenzioni, mosso da piccolissimi principii, e giudicar sotto una prima e puerile apparenza potersi contenere arti maravigliose, non è da ingegni dozzinali, ma son concetti e pensieri di spiriti sopraumani".

Dunque, niente di molto "primitivo" in tutto ciò. Un tempo gli studiosi davano per scontata l'identità del nostro passato con i "selvaggi" contemporanei che si attengono ostinatamente dalla produzione del cibo e quindi sono stati schedati sotto la voce "Età Paleolitica". Il "primitivo" degli studiosi ottocenteschi era semplicemente "pre-logico", un fanciullo che raccontava a se stesso storie ingenue, che noi ascoltiamo con divertita condiscendenza. La scala del Progresso partiva di lì. Ma in quei decenni dell'Ottocento si fecero anche delle grandi scoperte. Sir James Frazer nel suo Ramo d'oro rivelò l'antichissima diffusione mondiale di credenze, operazioni magiche, e riti di fertilità che con ogni probabilità precedevano la civiltà a noi nota e dimostrò che essi sono la profonda infrastruttura universale delle nostre culture storiche, ancor vivi ed operanti ai giorno nostri. I filologi classici rabbrividirono al vedere quella Grecia unica al mondo che essi avevano vagheggiato, perdere i propri contorni contro uno sfondo barbarico; gli antropologi, al contrario esultarono.

Un uniforme passato senza tempo, nel quale non accadeva molto al di fuori dei riti stagionali e in cui le civiltà rappresentavano uno sviluppo occasionale ed inesplicato; tale il quadro che fece cadere nell'oblio, specie in America, il pensiero storico, al quale si sostituì l'antropologia sociale che pretendeva ad un'obbiettività scientifica. Poi arrivò Freud. Dove non erano in vista altro che culti della fertilità, tabù sessuali e orde primitive, quale tentazione più forte che interpretare i sentimenti del passato nei termini del nostro subcosciente, mistero familiare e terribile? Ogni cosa venne soffocata dalla mala pianta di una psicanalisi dilettantesca.

 

Se ci siamo districati da questa situazione poco promettente, lo dobbiamo agli etnologi e agli studiosi della preistoria, che cercarono di produrre prove concrete e non ricorsero alle generalizzazioni psicologiche. A Leo Frobenius e alla scuola storica tedesca siamo debitori della teoria dei "circoli culturali" (14) che introdusse nuovamente la prospettiva storica dentro a quel quadro piatto. Grazie agli studi moderni nel campo della preistoria, e in particolare a von Heine-Geldern e a Baumann, il concetto convenzionale di progresso è stato letteralmente capovolto- e sempre grazie a loro sarà resa presto giustizia ai risultati conseguiti da W. H. R. Rivers e dalla scuola britannica dei diffusionisti. Il punto è questo: quelle che ci appaiono condizioni "primitive" sono, con pochissime eccezioni (come i Boscimani e alcune tribù australiane aborigene) solo ciò che è rimasto di antiche civiltà altamente sviluppate; quello che sembrava essere uno stadio di superstizione universale e costante da cui si sarebbe sviluppato il pensiero, non è altro che il comune denominatore nel quale versano le civiltà in decadenza. Nel corso delle nostre ricerche non scopriamo un terreno vergine, bensì aree che un tempo furono coltivate e sono tuttora piene di antichi semi. L'immagine che se ne ricava non è più quella di uno stato stabile ma di un disegno in continuo movimento, di una trasmissione e di uno scambio continui che dall'Età Neolitica arrivano a noi attraverso i millenni. Non poteva essere altrimenti, se ci vogliamo spiegare la complessa realtà che ci hanno dato la Cina e Babilonia, la Grecia, il Messico, l'Egitto e l'India.

 

Una volta ricreata la possibilità di una storia universale delle civiltà, si è aperta la strada a promettenti riscoperte ed a nuove avventure: non solo possiamo sfruttare efficacemente i lavori di grandi studiosi dell'Ottocento come Boeckh, Ideler, Brugsch, e di alcuni loro precursori settecenteschi come Charles Dupuis, ma siamo in grado di capire, come la quantità di dati nuovi apportati da Thureau-Dangin, Kugler, Boll e Seler possano essere interpretati e valutati in modo ragionevole solo qualora si inseriscano in questa "antiquata" ma riscoperta cornice storica. In tal modo le opere di L. de Saussure e di Laufer, di Eisler e di Gundel, dopo una debita revisione critica, danno ora frutti al di là di ogni previsione. È da sperare che i lavori in corso di Werner e von Dechend faranno ancor più luce in questa impresa di vastissima portata.

 

Come si poterono reperire cose tanto nuove in testi tanto antichi già ben noti? In ogni epoca, la scienza implica un linguaggio tecnico che non si può capire se neppure lo si riconosce. Nessuno può interpretare laddove cessa di capire, né si possono tradurre termini tecnici da una lingua straniera non (15) familiare se non si ha dimestichezza coi termini corrispondenti nella propria. È un principio elementare. La grande maggioranza degli antichi testi mitologici del Vicino Oriente e dei territori ad esso collegati sono, nel migliore dei casi, oscuri ed ambigui, spesso stranamente incongrui. I più sottili metodi filologici in mano a studiosi di valore permetteranno di ricavare solo una materia infantile da questi testi, se si parte dal preconcetto di reperire qualcosa del genere. Le indicazioni tecniche che per degli scienziati sarebbero chiarissime o passano inavvertite o vengono tradotte erroneamente. Come si possono identificare i periodi planetari se non si sono mai conosciuti e si è spezzata quella linea di tradizione millenaria che considera l'astronomia un'Arte Regale? [2] Dovremmo tener sempre presente che ogni traduzione è una mera funzione dell'impegno del traduttore. Se nel suo modo di pensare egli è sotto l'influsso dello schema psicanalitico esso lo porterà più o meno coscientemente ad accettare qualsiasi discorso a vanvera come se fosse una dottrina "sacra", e a tradurre di conseguenza. È fonte di meraviglia vedere quanto la maggior parte dei lettori sembri felice di farsi propinare dichiarazioni pazzoidi, senza mai chiedersi, ad esempio, come diavolo le piramidi arri(16)varono ad essere costruite ad onta della strana forma mentis dalla quale erano afflitti i loro costruttori.

 

È l'osservazione dei moti celesti che ha stimolato l'uomo a ricercare gli invarianti impersonali che si celano dietro gli avvenimenti. Tutto sommato è questo il significato della scienza. Costellazioni e pianeti erano già noti ai Sumeri, la cui storia documentata inizia intorno al 3000 a. C. Le tavolette cuneiformi di babilonia ci conservano quei nomi, ma si ha ragione di credere che essi fossero ereditati da predecessori ignoti. Per quanto riguarda i nomi egiziani delle costellazioni, dai più antichi elenchi di esssi è evidente che già allora non erano più capiti nel loro significato originario [3]. Quindi, possiamo ben dire che quello che ci sembrava un punto di partenza è solo una fase della linea di pensiero che si estende indietro nelle oscure regioni delle origini predinastiche, ovunque. Ma la straordinaria ricchezza di riti, racconti e tradizioni che si ritrovano, più o meno uniformemente in tutto il mondo, in certe zone dell'Africa, della Cina, della Polinesia e del Messico, ci fa pensare ad un'epoca di grandi migrazioni ed anche ad un centro di diffusione in qualche parte del Medio Oriente (lo potremmo chiamare il Proto Mediterraneo, con Henry Field) in quei remoti millenni per i quali gli scavi archeologici ci forniscono solo incerte testimonianze. In effetti, solo ora si comincia a capire che il vasto vasto materiale protostorico di miti e di leggende di dei e di eroi che fondano città, introducono la civiltà, intraprendono grandi viaggi, partono per una "Caccia al Sole", può essere decifrato in quanto linguaggio tecnico di tuttora ignoti astronomi arcaici, ai quali dobbiamo anche la denominazione delle costellazioni. È certo da supporre un'intenzione cosciente e non una semplice fantasia svagata, in chi ha tratto un ordine  di immagini dalla confusione delle stelle. Qualcuno in epoche precedenti alla storia deve aver tracciato quelle figure per ragioni a lui chiare e con tale autorità che esse si sono ripetute irrevocabilmente, sostanzialmente le stesse dal Messico (17) all'Africa e alla Polinesia- e sono rimaste nostro patrimonio a tutt'oggi. E questo processo è databile in un qualche anno tra il 4.000 e il 6.000 a. C., appartenendo alla tarda rivoluzione neolitica.

 

Alla luce di questa teoria, molte storie apparentemente assurde cominciano a prendere un senso. Gli alunni delle scuole di catechismo si devono esser domandati come può aver fatti Sansone ad uccidere mille filistei con una mascella d'asino. Orbene, quella "mascella" è in cielo. Era il nome che i Babilonesi davano alle Iadi, che si trovavano nel segno del Toro e si chiamavano appunto "Mascella del Toro" [4]. Nel poema epico babilonese della creazione, di data antecedente a Sansone, Marduk usa la costellazione come se fosse la "Mascella del tapiro" ed è messa in rapporto con il gran dio Hunracán, l'uragano, a cui non c'è bisogno di insegnare ad uccidere migliaia di persone. Nel nostro cielo Sansone diventa Orione, il forte cacciatore, altrimenti detto NImrod. Egli rimane tale anche in Cina sotto il nome di "Tsan Signore della Guerra" maestro della caccia autunnale, ma qui al posto delle Iadi troviamo una rete per acchiappare uccelli. In Cambogia, Orione è diventato una trappola per le tigri; a Borneo, non essendovi tigri, sono subentrati i porci; e in Polinesia, dove non si trova nessuna specie di caccia grossa, Orione si trasforma in un enorme paretaio per uccelli. È il paretaio che Maui, l'Eroe-Creatore, usava per catturare l'uccello-sole; una volta catturato, cominciava a picchiarlo. E con che cosa? La mascella di Muri Ranga Vhenua, sua venerata nonna.

 

Ci sarebbe molto, molto da aggiungere a proposito di Orione-Sansone, ferito al tallone e accecato (come Krishna, come Wotan in veste di "cacciatore selvaggio", e non meno importante, Talos, l'automa di bronzo costruito da Efesto), che fa girare la macina delle stelle come Helge il danese o l'Amleto dell'antico Nord (l'originario potente personaggio che più tardi doveva trasformarsi nel mite e gentile principe) e fa (18) crollare le colonne del cielo sui suoi nemici come Whakatau l'eroe dei Maori, e compie molte altre gesta degne di Sansone, come l'Amlethos-Kyros del patrimonio leggendario persiano; ma basti dire che nello schema astronomico originario troviamo la ragione delle variazioni di cui si arricchisce la costellazione singola: Orione non è il cacciatore, ma piuttosto le spoglie del cacciatore e l'attrezzatura cosmica del pianeta che per un certo tempo si impadronisce delle sue vesti in quanto paranatellonta e in tal modo gli dà vita e sguardo; lasciato a se stesso il poveretto è cieco.


Possiamo dunque capire come tanti miti, all'apparenza fantastici ed arbitrari, un tardo rampollo dei quali è la storia degli Argonauti greci, potessero fornire un complesso terminologico di motivi immaginifici, una specie di cifrario di cui ora si comincia ad avere la chiave. Esso doveva mettere coloro che lo conoscevano in grado di: 1. stabilire senza possibilità di equivoci la posizione di determinati pianeti rispetto alla terra e nel firmamento e la loro posizione reciproca; 2. di presentare quelle poche cognizioni che allora si avevano circa la struttura dell'universo, sotto forma di storie che narravano "come il mondo è cominciato". Il cifrario era estremamente difficile, poiché gli eroi, cioè le stelle mobili, si muovevano attraverso le costellazioni in un modo che gli uomini riuscivano a descrivere solo dando loro una sconcertante varietà di nomi, attributi e travestimenti a seconda della posizione. Solo le tavolette astrologiche babilonesi molto più recenti permisero di fare qualche progresso nello sdipanare l'aggrovigliata matassa; perché esse adoperavano ancora il linguaggio di quei miti, mentre i testi astronomici del tempo (intorno al 500 a. C. e oltre) presentano già una notazione esatta. È a questo punto che divergono le strade della scienza e della pseudo-scienza, come i documenti ci permettono di stabilire con certezza. Mentre l'astrologia seguitava e tuttora seguita a pompare la stessa acqua sempre più torbida nei suoi vecchi canali tortuosi senza tener conto dei fatti nuovi (l'equinozio primaverile dell'astrologia "sta" ancora nell'Ariete, come nel 2000 a. C.), l'astronomia scoprì un approccio più diretto e più breve: il nuovo linguaggio tecnico.


Ma l'economia porta sempre con sé qualche inconveniente; nel caso specifico, essa fece perdere al quadro ogni prospettiva. Le tecniche matematiche possono, a volte, andare a detri(19)mento del pensiero. Dicendo questo non si vogliono sottovalutare i brillanti risultati ottenuti dai Babilonesi nel calcolo. Ma i Babilonesi non si limitarono a liberarsi di un linguaggio antiquato: il passaggio dal linguaggio mitico a quello matematico corrisponde a un cambiamento basilare di contenuti del pensiero. L'astronomia protostorica, arcaica, fissava la sua attenzione sui periodi di congiunzione dei pianeti. Essi servivano a determinare i vari tipi dei "grandi anni" di ricorrenza cosmica, tutti riferiti ad un dato tempo zero. E qui ha anche inizio l'aggiustamento del calendario dei cicli del sole e della luna, all'interno dei cicli maggiori. La localizzazione di un pianeta non implicava semplicemente la sua posizione nello zodiaco e riguardo al sole; per fissare  quella sarebbe bastato, as esempio, far risalire l'eroe in groppa ad un leone, inserendo contemporaneamente il tempo della sua cavalcata all'interno dell'anno solare per mezzo di qualsiasi motivo stagionale; ad esempio, il suonare le conchiglie marine da parte del Capricorno, che significava il solstizio d'inverno. Ma la localizzazione doveva essere inequivocabilmente determinata in riferimento ad un complesso sistema di proporzioni temporali, stabilendo le posizioni e "l'età" degli altri pianeti. Il che significava dover tessere intorno agli eroi trame di drammi tali da permettere di coprire spazi di tempo relativamente lunghi sotto forma di molte "generazioni"; e significava, inoltre, dover usare un termine tecnico per ogni tipo di congiunzione, come facevano i cinesi: "Quando Giove incontrava Venere, era un 'combattimento', ma quando ad incontrarla era Marte, si trattava di una 'fusione'". Un altro termine metallurgico, "tempra", veniva applicato alle congiunzioni di Marte con Mercurio, mentre, come ci insegna Needham, la tecnica delle irrigazioni forniva l'espressione "canali bloccati". Questa terminologia derivava dalla consueta fusione dell'astrologia con l'alchimia.



 de-Santillana--precessione.JPGFig. 1. - Equatore ed Eclittica sulla Sfera Celeste. Lo spettatore sulla terra vede ruotare i cieli in 24 ore intorno all'asse dei Poli Nord-Sud. Il sole, la luna e i pianeti hanno i loro moti lungo l'eclittica che è inclinata di 23° 1/2 rispetto all'equatore. Le stelle fisse lungo l'eclittica prendono il nome di Zodiaco e sono suddivise in dodici costellazioni. I due cerchi, equatore ed eclittica si incontrano nei punti equinoziali. Ai solstiszi sono al massimo di distanza reciproca. L'inclinazione dell'Eclittica dà una oscillazione verso l'alto e verso il basso al percorso del sole a secondo delle stagioni: esso è nel punto più alto al solstizio d'estate, nel punto più basso in quello d'inverno. Pertanto, a chi si trovi sulla terra, sembrerà che il sole descriva nel cielo, nel corso dell'anno, una spirale verso l'alto e verso il basso tra le due latitudini solstiziali (Tropici); e altrettanto, naturalmente, la luna e i pianeti. Visualizzare i cerchi separati dell'equatore e dell'eclittica nel cielo fu un'impresa che denota di per sé il raggiungimento di un considerevole grado di astrazione. (20)






Vediamo per esempio di centrare, raccontando delle avventure, la "situazione" celeste nel 56° anno di quel "grande anno", detreminato dalla congiunzione di Giove e di Saturno quasi allo stesso punto dello zodiaco, che copre 60 anni (esattamente 59,5779). Dovremo considerare il significato di questo anno riguardo ad ognuno dei "personaggi" in gioco: Saturno sta arrivando al termine della sua seconda rivoluzione siderale, Giove ne ha già completate 4 1/2, mentre Venere è (21) passata attraverso 35 rivoluzioni sinodiche- il termine indica il periodo compreso tra due successive congiunzioni con il sole- pari a 91 rivoluzioni siderali, e Marte parte per il suo 26° viaggio sinodico (30° siderale) intorno al mondo; né il risolvitore di enigmi deve dimenticare in quale posizione zodiacale i personaggi in gioco si trovano a quel punto. Più essi erano, meglio era, perché questo riduceva al massimo il margine di incertezza. La varietà dei nomi dati ad ogni pianeta e la molteplicità di motivi mitici concomitanti furono resi necessari dalla quasi incalcolabile complessità delle relazioni da esprimere. Tutto ciò doveva essere determinato senza coordinate, probabilmente senza l'aiuto della scrittura, in un'unica visione sinottica, e narrato a memoria sotto forma di leggende. Il colossale sforzo intellettuale e il grado di astrazione che questo processo implicò sono degni dei più grandi teorici moderni. Dobbiamo presumere che in ogni età ci sono ingegni quali un Archimede, un Keplero, un Newton. Nei millenni più remoti, così come l'altro ieri, quegli ingegni furono condizionati dal contesto della loro epoca nel modo di esprimersi.

 

Quanto al modo di espressione di cui ci occupiamo, esso ebbe anche la sua utilità. Le norme di navigazione per i marinai polinesiani nel Pacifico presero la forma di una sequenza ben articolata di racconti imperniati su eroi ben noti, ed essa rimase un segreto del mestiere. Un vero peccato per noi! Questo metodo funzionava in base allal supposizione che il navigatore conoscesse i gruppi di stelle che passavano allo Zenit di ogni isola che rientrava nell'"itinerario" di viaggi intrapresi regolarmente- ed egli li conosceva effettivamente. Un certo eroe popolare, essendo partito per una certa destinazione, come ci narra Grimble dalle Isola Gilbert, "si imbatté in una vecchia seduta sulla porta della sua casa (Pleiadi), alla quale egli fece qualche scherzetto, il che la costrinse a scappar via verso ovest (cioè, declinare verso il suo tramonto). In seguito egli incontrò un uomo che veniva da oriente su di una canoa (cioè, egli si orientava sulla stella Aldebaran nella costellazione del Toro, che è a forma di V come la sezione di una canoa). S'intratenne a chiaccherare con lui, finché la vecchia, che prima era scappata, cadde nel mare (le Pleiadi tramontarono); essa fece un rumore così spaventoso che l'eroe del racconto fuggì verso oriente e si rifugiò presso due vecchi lebbrosi (i Gemelli). E via di questo passo, finché il racconto non ha fatto passare davanti ai nostri occhi tutta la serie di stelle, in base alle quali un'inbarcazione veloce viene guidata verso una determinata terra" (22).


Il pensiero che si cela dietro a queste costruzioni dei tempi remoti è sempre elevato, anche se assume forme strane. La teoria di "come il mondo è cominciato" sembra implicare la frattura di un'armonia, una specie di "peccato originale" cosmogonico a causa del quale la circonferenza dell'eclittica (con lo zodiaco) si inclinò di un angolo rispetto all'equatore. In tutto il mondo ci sono storie di questo tenore: le Potenze litigarono tra loro- lotta degli Asura e dei Deva nella tradizione indiaqna, o combattimento tra Kung Kung e Ciuan Hsü per l'Impero del Mezzo- o la sfida lanciata dai Titani agli Olimpi. Le ben note storie del Titano Tantalo e di Licaone che danno in pasto agli dei la carne dei propri figli portano con sé una maledizione: gli dei "rovesciano la tavola" inorriditi, il sole si ritrae, ne segue una tragedia. La guerra dei Titani contro l'Olimpo in Grecia ha strane analogie in tutte le mitologie. Ad esempio, la caduta di Satana e la caduta degli dei aztechi scaraventati dall'alto del cielo perché avevano colto i fiori proibiti; essi furono immessi in un "percorso più basso" su nuove strade e cercarono poi continuamente di riconquistare le alte posizioni di un tempo costruendo torri e "assi" del mondo inclinati da una parte. In ognuno di questi casi c'è sempre una frattura o un'inclinazione o uno sghembarsi di montagne o di colonne e di livelli, per via dei quali "il sentiero del sole recedette" oppure "il cielo si inclinò verso nord-ovest" e "il sole e la luna si spostarono". C'è sempre implicita l'immagine della "lacerazione" di un'unità che si fraziona in vari cicli di mutamento incessante, ed essa è strettamente legata alla separazione di due poli nel cielo, all'alterna vicenda della morte e della rinascita stagionali, alla ricerca di un paradiso perduto. "Prima che arrivasse il Nemico era sempre mezzogiorno", come si esprime il Bundahishn persiano. Quella caduta originale venne considerata la causa della fatale polarità in tutte le cose, dell'eternità e della deperibilità, del potere e della decadenza, dell'oscurità e della luce, dell'elemento maschile e di quello femminile. Come conseguenza, abbiamo il tema dei grandi cicli universali, nei quali le configurazioni celesti tornano al loro posto e il mondo dovrebbe ricominciare ex novo. Sulle rovine di questa grande costruzione arcaica mondiale si era già posata la polvere dei secoli quando i Greci entrarono in scena. Tuttavia qualcosa di (23) essa sopravviveva nei riti tradizionali, nei miti e nelle fiabe che nessuno più capiva. Presa alla lettera, essa fu il lievito dei culti sanguinari con cui si propiziava la fertilità, basati sulla fede in un'oscura forza universale di natura ambivalente, fonte al contempo del bene e del male, datrice di vita e di morte. I suoi motivi originali riscoperti riecheggiarono, conservati quasi integralmente, nel pensiero assai più tardo dei pitagorici e di Platone.

 

Ma sono frammenti di un complesso ormai perduto, che sollecitano la curiosità più di quanto non la soddisfino. Fanno pensare a quei "paesaggi pieni di nebbia" nei quali eccellono i pittori cinesi, in cui affiora qua una roccia, là un tetto o la cima di un albero e il resto è affidato alla fantasia di chi guarda. Anche quando il cifrario avrà ceduto tutte le sue chiavi e le tecniche ci saranno note, non potremo sperare di farci un concetto esatto del pensiero di questi nostri remoti antenati, perduto com'esso è dietro ai suoi simboli.

 

Qual è il significato del numero 432.000, un famoso multiplo universale ricorrente in tanti contesti mitici e ciclici, che è poi il numero di sillabe del Rig-Veda? Chi era l'originario Rip van Winkle, costretto a guardare il tremendo gioco di bocce che i potenti giocavano nel cielo facendo rotolare dei globi- gioco nel quale mille anni equivalevano ad un giorno, così che quando Rip si svegliò trovo il manico della sua ascia tornato in polvere? Perché il dio messicano Tezcatlipoca trivellò il fuoco in cielo nell'anno ciclico 2-acatl, cioè "2 canne", così chiamato per via di quella stessa "canna" nella quale Prometeo nascose il fuoco rubato al cielo, mentre la parola sumerica per canne è gi, "bruciare" e Gibil è il dio del Fuoco? Qual è il vero enigma della Sfinge? Perché il diluvio universale recedette quando il Capricorno soffiò nella conchiglia marina del soslstizio d'inverno? Perché nell'antico scandinavo il potere regale era sempre definito "licenza dell'Orsa Maggiore"? Che idea si celava dietro gli stivali delle sette leghe dell'Orco e nella favola di Biancaneve? Perché è sempre il terzo figlio, il sempliciotto, che conquista la principessa con l'aiuto degli animali? Certe allusioni sono chiare. Vi sono migliaia dio indizi nel gigantesco gioco di pazienza i cui frammenti attendono di essere ricomposti (24).

 

Abbiamo intitolato Prologo questo capitolo, perché il suo argomento non rientra nell'ambito della storia vera e propria della scienza. Pochissimi degli specialisti che hanno indagato in modo così penetrante le origini della matematica sono disposti ad avventurarsi in zone nelle quali i dati numerici diventano incerti e dove le testimonianze forniscono elementi da essi ritenuti fragili o evanescenti come l'impronta appena accennata delle felci nei fossili. Ma a nostro modo di vedere è beneche il lettore prenda conoscenza di quelli che sono orizzonti nuovi. Ci sembra che Keplero avesse capito il ruolo della scienza nella cultura meglio di tanti moderni, quando scrisse: "I modi in cui gli uomini giunsero alla conoscenza delle cose celesti mi sembrano quasi tanto meravigliosi quanto la natura stessa di quelle cose".

 

Questo per quanto riguarda il cielo, e il destino dell'uomo. Ma la natura? Quando ha inizio la scienza, nel senso che noi diamo a questa parola? Perfino la matematica babilonese, con tutte le sue tecniche prodigiose e il suo equivalente delle serie di Fourier, non affronta la natura, e neppure le idee. Dobbiamo fare un salto attraverso ampi periodi di tempo e raggiungere quella breve e magica epoca (dal 600 al 300 a. C.) in cui fiorisce la Grecia (25).

 

 

 

 

 

Giorgio de Santillana

 


 

 

 

 

[A cura di Ario Libert]


  


NOTE 

[1] Galileo avrebbe accettato questa forma di persuasione, che contiene in sé un'ampia visone della natura. Nei Massimi Sistemi, egli mostra da par suo come il pensiero che si vuole filosofico sia intessuto di miti deteriori, perché nascondono un arretrare inconscio di fronte alla realtà: "Questi [aristotelici] che esaltano tanto l'incorruttibilità e l'inalterabilità degli astri credo che si riduchino a dir queste cose, per il desiderio grande di campare assai, e per il terrore che hanno della morte: e non considerano che, quando gli uomini fossero immortali, a loro non toccava di venire al mondo. Questi meriterebbero d'incontrare in un capo di Medusa che gli tramutasse in statue di diaspro o di diamante, per diventar più perfetti che sono. E forse anco una tal metamorfosi non sarebbe, se non con qualche lor vantaggio; ché meglio credo io che sia il non discorrere, che discorrere a rovescio".

[2] Prendiamo un esempio semplice: in un'opera peraltro ottima ed autorevole sull'Egitto troveremo che il Sole, Amun Ra, è rappresentato dalla tradizione come il primo re dell'Egitto, il che dimostra che la civiltà egizia era solare, come tutte le civiltà essenzialmente agricole. Ma altrove l'autore deve ammettere l'esistenza di un dio-re ancor più antico e cioè Ptah, Signore di Menfi, capitale originaria del "regno unito" (Alto e Basso Egitto). Siamo così costretti a concludere- insieme all'autore- che Ptah fosse un'altra versione del dio solare. Ma un Ostracon demotico, la cui testimonianza ha il suo peso, afferma chiaramente che la stella di Ra è Kronos, cioè Saturno. Siamo quindi indotti a supporre che il Sole si fosse sovrapposto al ruolo originario di Saturno; tanto più che l etavolette cuneiformi astronomiche chiamano Saturno col nome del Sole, Sciamash, e che vi sono motivi sufficienti per ritenere che il Sole dei Greci sia Kronos ogni volta che di essosi parla come "Helios il Titano". Ciò è irrilevante, dicono i filologi ferrati: si tratta solo di un Ostracon tardo e il buon metodo filologico ci insegna a non tener conto di tutte le testimonianze tarde. Tutto bene, ma essi avrebbero potuto tener conto del fatto che Ptah, fin dagli inizi, porta il titolo di "Signore del Cielo Trentennale", cioè del periodo di Saturno. Basterebbe questo a dimostrare che, antico o recente, l'ostracon dice il vero. Se non che cinquant'anni fa un grande egittologo, il Breasted, scrisse come cosa già nota che il culto stellare aveva preceduto il culto solare. Lo si dimenticò. Sempre tutto da rifare. Un semplice controllo avrebbe poi dimostrato a quegli studiosi che l'affermazione dell'ostracon è esplicitamente confermata da Igino, Astronomica, 42, e da Diodoro, 2.30.3. E questo lo avrebbe poi portato a scoprire molti altri notevoli rapporti che sono stati sistematicamente trascurati: ad esempio in Cina (che fu certamente un altro stato agricolo) Saturno era la Stella Imperiale.

[3] Quando la scrittura apparve per la prima volta nella storia sotto forma di caratteri cuneiformi in Mesopotamia (Uruk IV, verso la fine del IV millennio a. C.) il sistema di misurazione che è alla base di tutti i sistemi metrici del mondo antico e della Cina era già stato formulato e consolidato. Esso era collegato con le misurazioni cosmiche. Questo sistema è ancora usato ai giorni nostri. La libbra pre-sumerica è esattamente la libbra inglese avoirdupois con l'approssimazione di un grain, cioè di un centesimo di grammo. La precisione strumentale nelle misurazioni angolari sembra avesse raggiunto 3'.

[4] Iadi è il nome greco che significa semplicemente "umide". Ma si legge anche: "Dio fendette la mascella in un punto dov'era incavata e ne sprizzò dell'acqua, e quando Sansone ne ebbe bevuta gli tornò la forza e si rianimò".
 
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