Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
23 agosto 2009 7 23 /08 /agosto /2009 11:18

Le basi del terrore dei popoli

o le maglie di una rete che imprigiona l’umanità

 




di JULES DUFOUR

 

 


Il controllo delle attività umane, economiche, sociali e politiche mondiali è assicurato sempre più dagli Stati Uniti d’America (USA) la cui volontà di dominio si esprime in una strategia di interventi diretti ed indiretti continui per orientare le norme degli affari mondiali in funzione dei loro interessi. Il Rapporto Globale 2000, pubblicato nel 1980, presentava lo stato del mondo evidenziando le minacce che avrebbero potuto pesare su questi interessi. Venti anni più tardi, gli Statunitensi, per giustificare, nel contesto della loro sicurezza, gli interventi compiuti ad ogni latitudine, costruiscono la più grande montatura che si possa immaginare: “una guerra mondiale contro il terrorismo” ovvero, in altri termini, una guerra contro quelli/e che osano non voler diventare i loro schiavi.


I quattro elementi maggiori della strategia di conquista e di dominio del mondo da parte degli Statunitensi sono:

1) controllo dell’economia mondiale e dei mercati finanziari;

2) saccheggio di tutte le risorse naturali (materie prime e risorse energetiche) nevralgiche per la crescita delle loro ricchezze e del loro potere attraverso le attività delle corporazioni multinazionali;

3) controllo dei 191 governi membri dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ed infine

4) la conquista, l’occupazione e la sorveglianza di questi elementi grazie ad una rete di basi o di installazioni militari che coprono l’intero Pianeta (continenti, oceani e spazio extra-atmosferico). Si tratta di un Impero di cui è ben difficile determinare la giusta ampiezza.


È tuttavia possibile descriverne la configurazione globale a partire dalle informazioni rese pubbliche nei rapporti annuali presentati al Congresso statunitense sulle spese militari nazionali e la rete delle basi militari dislocate all’estero ed anche in una serie di analisi della configurazione di questo insieme in numerose regioni del mondo.

Questo articolo ha per obiettivo di presentare un breve prospetto della rete mondiale delle basi militari possedute o controllate dagli Statunitensi, gli effettivi, le aree della divisione spaziale di queste installazioni, i costi annui del loro impiego, gli elementi da esse sorvegliati ed i progetti attuali di espansione di questa rete.

Esamineremo, in una seconda parte, il movimento mondiale di resistenza popolare a questi progetti. Analizzeremo, in un altro articolo, le reti di altre potenze nucleari come quelle del Regno Unito, della Francia e della Russia.


I. Le basi militari.

Le basi militari sono i luoghi di addestramento, di preparazione e di stoccaggio degli equipaggiamenti di guerra degli eserciti nazionali nel mondo. Sono poco conosciute, perché visitarle è di fatto proibito per il grande pubblico. Benché esse presentino numerose configurazioni secondo le specifiche funzioni che sono chiamate a svolgere, possono essere classificate in quattro grandi categorie: le basi aeree (Air Force), foto 1 e 2, le basi terrestri (Army), le basi navali (Navy) e le basi di comunicazioni e di sorveglianza (Spy).


Diego_Garcia_%28satellite%29.jpg
Foto 1. Base aerea di Diego Garcia situata nell’Oceano Indiano.

diego-garcia-ims7.jpg
Foto 2. Diego Garcia. Vista di due B-52 e di sei Kc-135.


II. Più di 1000 basi o installazioni militari

La maggior parte delle fonti di informazioni su questa questione (soprattutto C. Johnson, il Comitato di Sorveglianza della Nato, l’International Network for the Abolition of Foreign Military Bases, ecc.) rivelano che gli Statunitensi posseggono o occupano tra 700 e 800 basi militari nel mondo.

Concepita da Hugh d’Andrade e realizzata da Bob Wing, la carta 1 intitolata: “U.S. Military Troops and Bases around the World”, The Costs of ‘Permanent War’, pubblicata nel 2002, permette di costatare la presenza di militari statunitensi in 156 paesi, della loro presenza su basi statunitensi in 63 paesi, di basi recentemente costruite (dopo l’11 settembre 2001) in sette paesi ed un totale di 255.065 effettivi militari. Questa presenza che si traduce in un totale di 845.441 installazioni diverse copre, nei fatti, dei terreni per una superficie di 30 milioni di acri. Secondo Gelman, basandosi sui dati ufficiali del Pentagono del 2005, gli USA possiederebbero 737 basi all’estero. Con quelle del territorio metropolitano e dei loro propri territori, le basi coprirebbero una superficie totale di 2.202.735 ettari, cosa che farebbe del Pentagono uno dei più grandi proprietari terrieri del pianeta (Gelman, J., 2007).


military.jpg
Mappa 1. I militari statunitensi nel mondo. I costi della ‘guerra continua’ e alcuni dati comparativi


I dati di Peace Pledge Information 2003, indicano che tra il 2001 e il 2003 la rete statunitense comprendeva 730 installazioni e basi in più di 50 paesi e si appoggiava su di un personale militare americano in dozzine di altri paesi (mappa 2). Altre fonti menzionano che gli USA possedevano nel 2004 più di 750 basi suddivise in 130 paesi su tutti i continenti. Un grande numero di esse erano situate su isole. Secondo C. Johnson, l’Impero americano ne possiederebbe o affitterebbe più di 1000 in totale all’estero (Johnson, 2007). In breve, le basi e le truppe statunitensi occupano e controllano la quasi totalità degli spazi terrestri e marini del pianeta. Alcuni paesi sembrano ancora sfuggir loro come la Siria, l’Iran, la Corea del Nord, Cuba ed il Venezuela, una situazione che un Impero, si può esserne certi, non potrà tollerare troppo a lungo.


usbases200103.jpg
Mappa 2. Le basi militari statunitensi nel mondo (2001-2003)


La mappa della Rete mondiale NO BASES (mappa 3) mostra quanto segue:

- Basi operative situate nel nord America, in alcuni paesi latino-americani, in Europa Occidentale, nel Medio Oriente, in Asia centrale, in Indonesia, nelle Filippine ed in Giappone.
- Basi disattivate
- Nuovi basi selezionate
- Basi di spionaggio
- Basi di spionaggio satellitare
- Paesi con basi statunitensi
- Basi la cui acquisizione è in negoziazione
- I paesi senza basi americane



La superficie terrestre è strutturata in un vasto campo di battaglia

Queste basi o installazioni militari di diversa natura sono suddivise su di una griglia di comandi divisi in cinque unità spaziali e quattro unità speciali (Unified Combattant Commands, Mappa 4)


unifiedmap_sm.jpgMappa 4. Il mondo ed i territori sotto la responsabilità di un comando o struttura di comando.
Ogni unità è posta sotto il comando di un generale. La superficie terrestre è dunque caratterizzata come un vasto campo di battaglia che può essere pattugliato o sorvegliato costantemente a partire da queste basi.

I territori sotto comando sono (abbiamo conservato i loro nomi in inglese) il Northern Command (Peterson Air Force Base, Colorado); il Pacific Command (Honolulu, Hawaii); il Southern Command (Miami, Florida, mappa 5); il Central Command (MacDill Air Force Base, Florida); l’European Command (Stuttgard-Vaihingen, Germania); il Joint Forces Command (Norfolk, Virginia): lo Special Operations Command (MacDill Air Force Base, Florida); il Transportation Command (Scott Air Force Base, Illinois) e lo Strategic Command (Offtut Air Force Base, Nebraska).


mapabases.gifMappa 5. Il Southern Command


La NATO, in quanto alleanza militare ed ormai anche politica, possiede la sua rete di basi, 30 in totale, situate prevalentemente in Europa occidentale: Whiteman negli USA; Faurfors, Lakenheath e Mildenhall nel Regno Unito; Eindoven in Ollanda; Brüggen, Geilenkirchen, Landsberg, Ramstein, Spangdahlem, Rhein-Main in Germania; Istres e Avord in Francia; Morón de la Frontera e Rota in Spagna; Brescia, Vicenza, Piacenza, Aviano, Istrana, Trapani, Ancona, Pratica di Mare, Amendola, Sigonella, Gioia del Colle, Grazzanise e Brindisi in Italia; Tirana in Albania; Incirlik in Turchia; Eskan Village in Arabia saudita e Ali al Salem in Kuwait.

III. Un personale militare ad ogni latitudine

Secondo i dati della libera enciclopedia Wikipedia (dati del febbraio 2007), il sistema della difesa statunitense metropolitana (si stimano a 6000 il totale delle installazioni militari negli stessi USA) e mondiale fa capo ad un personale di 1.400.000 persone di cui 1.168.195 negli Stati Uniti e nei loro territori oltremare. Secondo la stessa fonte essi ne impiegano 325.000 all’estero di cui 800 in Africa, 97.000 in Asia (escludendo il Medio Oriente e l’Asia centrale), 40.258 in Corea del Sud, 40.045 in Giappone, 491 nella base di Diego Garcia nell’oceano Indiano, 100 nelle Filippine, 196 a Singapore, 113 in Tailandia, 200 in Australia e 16.601 su navi da guerra.

In Europa, si conta ancora la presenza di 116.000 militari statunitensi di cui 75.603 in Germania. In Asia centrale, circa 1.000 militari sono di stanza nella base aerea di Ganci (Manas) in Kirghizistan e 38 si trovano a Kritasanasi, in Georgia, la cui missione è di assicurare l’addestramento dei soldati georgiani. In Medio Oriente, si contano 6.000 militari di cui 3.432 nel Qatar e 1.496 nel Barhein. In Occidente, fuori dagli USA e dai loro territori, se ne ritrovano 700 a Guantanamo, 413in Honduras e 147 in Canada.


La mappa 3 presenta il personale in carica secondo una graduatoria di sette grandi insiemi. Il numero totale del personale della Difesa limitato agli Stati Uniti stessi e nei loro territori è di 1.139.034 militari. Nelle altre regioni dell’emisfero occidentale se ne contano 1.825, in Europa 114.660, in Africa subsahariana 682, in Africa del Nord, in Medio Oriente ed in Asia del Sud 4.274 e nell’Est asiatico, nell’ex-URSS 143 e nel Pacifico 89.846.

 
IV. I costi di utilizzo di questa rete mondiale

Le spese militari degli USA sono passate da 404 a 626 miliardi di dollari, valore equivalente del dollaro del 2007 (dati del Center for Arms Control and Non-Proliferation di Washington) tra il 2001 e il 2007 e dovrebbero superare i 640 miliardi nel 2008 (figura 1 e http://www.armscontrolcenter.org/archives/002244.php ). Esse corrispondevano nel 2006 al 3,7% del PIL e a 935,64$ pro capite.


us-spending-1998-2008.pngFigura 1. Le spese militari degli USA dal 1998.


Secondo i dati della mappa 1 (The Costs of “Permanent War and By the Numbers”) il bilancio della Difesa proposto nel 2003 di 396 miliardi di dollari ha raggiunto nei fatti i 417.4 miliardi e corrispondeva già ad un aumento di quasi il 73% in rapporto a quello del 2000 che ammontava a 289 miliardi e più della metà del bilancio discrezionario degli Stati Uniti. Dal 2003 queste spese vengono ad aggiungersi a quelle della guerra di occupazione dell’Iraq che raggiunge oggi (fine marzo 2007) un totale accumulato di 413 miliardi di dollari secondo il National Priorities Project.

Le stime dei bisogni del bilancio della Difesa che sono stati presentati nel marzo 2006 nel Libro verde della Difesa

Amy Goldstein del Washington Post, nel quadro di un articolo sui fatti salienti del bilancio nazionale del 2007 intitolato 2007 Budget Favors Defense, scriveva a questo proposito: “nell’insieme, il bilancio dell’anno fiscale 2007 avrà come effetto di attuare i cambiamenti che l’Amministrazione si era riproposta di apportare nel corso degli ultimi cinque anni, ossia di aumentare le capacità militari e di difesa contro le minacce terroriste sul suolo degli Stati Uniti restringendo le spese in numerosi settori di attività come quelli dell’educazione e del trasporto ferroviario.”


V. Delle basi per il controllo delle risorse energetiche fossili

Gli Usa hanno intrapreso, dopo gli eventi del 11 settembre 2001, una guerra globale contro il terrorismo, prima in Afghanistan e successivamente in Iraq e accanendosi contro i paesi che non obbediscono fedelmente all’ordine che essi vogliono imporre all’insieme dell’umanità e particolarmente l’Iran, la Corea del Nord, la Siria ed il Venezuela. Essi sorvegliano da vicino i governi che non sono necessariamente favorevoli all’espansione della loro influenza sulle risorse dei loro territori. Essi sono particolarmente preoccupati dai movimenti di resistenza ai loro interventi nell’America del Sud, cosa che ha portato il presidente Bush ad effettuare re­centemente una visita lampo in numerosi paesi come il Brasile, l’Uruguay, la Colombia, il Guatemala ed il Messico « Per promuovere la democrazia ed il commercio», ma soprattutto per tentare di neutralizzare questi movimenti e di edificare un contrappeso suffi­ciente per frenarne l’espansione.

La stessa cosa vale anche per l’Asia centrale. Secondo Iraklis Tsavdaridis, Segretario del Consiglio mondia­le della Pace (WPC), la presenza delle basi militari degli USA non deve essere percepita come al servizio di un obiettivo puramente militare. Le basi sono lì per promuovere gli interessi economici e politici del ca­pitalismo degli Stati Uniti. Per esempio, le imprese ed il governo statunitense hanno già manifestato un vivo interesse per costruire un corridoio di sicurezza per il petrolio ed il gas naturale del bacino del mar Caspio in Asia centrale passando attraverso l’Afghanistan, il Pakistan ed il mar Arabo (mappa 6). Questa regione non conterrebbe che il 6% delle riserve di petrolio conosciute ed il 40% delle riserve di gas. La guerra di occupazione dell’Afghanistan e la costruzione delle basi militari degli USA in Asia centrale sono considerate come un’occasione propizia per fare di questo oleodotto una realtà.

Gli USA sono in guerra in Afghanistan ed in Iraq per questa ragione fondamentale e vogliono perseguire queste operazioni sino al raggiungimento del loro obiettivo. Secondo i dati dell’Enciclopedia libera Wikipedia, le truppe statunitensi impiegate in questo paese hanno in totale quasi 190.000 militari. L’Operazione Enduring Freedom in Iraq soltanto è condotta da quasi 200.000 effettivi includendo i 26.000 soldati degli altri paesi partecipanti alla “missione”. Ventimila potrebbero congiungersi agli altri contingenti i prossimi mesi. In Afghanistan, si conta la presenza di 25.000 militari in totale (mappa 6 e 7).






VI. Delle basi militari per il controllo delle risorse rinnovabili strategiche

Secondo la lista redatta dall’enciclopedia libera Wikipedia, le basi statunitensi all’estero, eredità della Guerra fredda, erano situate principalmente in Europa occidentale di cui 26 in Germania, 8 in Gran Bretagna e 8 in Italia. A queste basi si potevano aggiungere 9 installazioni in Giappone.

Nel corso degli ultimi anni e adesso, nel contesto della guerra contro “il terrore”, gli USA hanno iniziato la costruzione di 14 nuovi basi attorno al Golfo persiano, un piano di costruzione o di rafforzamento di 20 basi (106 installazioni in totale) in Iraq per una spesa totale di 1.100 miliardi di dollari in questo solo paese (Varea, 2007) e l’utilizzo di una decina di basi in Asia centrale.

Hanno anche intrapreso o proseguito dei negoziati con diversi paesi per installare, acquisire, ingrandire o affittare altre basi e, in particolare, con il Marocco, l’Algeria, la Repubblica del Mali, il Ghana (Ghana WEB. 2006), il Brasile, l’Australia (Nicholson, B., 2007), la Polonia, la Repubblica Ceca (Traynor, I., 2007), l’Uzbekistan, il Tagikistan, il Kirghizistan, l’Italia (Jucca, L., 2007) e la Francia con un accordo per installarsi a Gibuti (Manfredi, E., 2007). Tutti questi provvedimenti si inseriscono nella prospettiva di approntare una serie di basi in un corridoio est/ovest tra la Colombia, il Maghreb, il Vicino Oriente, l’Asia centrale sino alle Filippine che gli Statunitensi hanno chiamato “arco di instabilità” (Johnson, C., 2004) così come di assicurare un accesso facile e permanente alle risorse idriche e biologiche di grande valore come quelle del bacino amazzonico (Delgado Jara, D., 2006 e Mappe 9 e 10).



VII. I movimenti di resistenza

Analogamente all’opposizione tradizionale organizzata e condotta dalle organizzazioni pacifiste e anti-guerra nel mondo nel corso degli ultimi 40 anni, la ridefinizione della rete delle basi militari statunitensi imposte da un reimpiego delle forze armate in funzione della localizzazione delle risorse strategiche tradizionali e delle risorse rinnovabili di grande valore suscita numerose manifestazioni di opposizione e di resistenza. Lo si è potuto osservare recentemente in Spagna, in Equador, in Italia, in Paraguay, in Uzbekistan, in Bulgaria e in diversi altri paesi. Queste manifestazioni si sono aggiunte ai movimenti di resistenza di lunga data sviluppati in Corea del Sud, Porto Rico, Guam, nelle Filippine, Cuba, Europa, Giappone ed altrove.

Un movimento mondiale di resistenza alla presenza di basi militari all’estero è nato e si è sviluppato nel corso degli ultimi anni. Si tratta di NO BASES o della Rete internazionale per l’abolizione delle basi militari straniere.

Questa rete ha come obiettivo di proseguire il processo di disarmo e di smilitarizzazione del pianeta e soprattutto lo smantellamento delle basi militari straniere. Raggruppa le organizzazioni che promuovono la pace istituita dalla democrazia partecipativa e la giustizia sociale. La rete No Bases organizza delle campagne di educazione e di sensibilizzazione del pubblico mobilitando, in questo senso, le forze vive della società civile. Si occupa anche dei lavori di riutilizzo dei siti militari abbandonati come è il caso, in particolare, dell’Europa occidentale.

Sino al 2004, queste campagne hanno avuto innanzitutto una portata locale e nazionale. La Rete ha intenzione oramai di estendersi su scala globale, perché come sottolinea la Rete stessa: “È molto importante sviluppare dei legami più forti e più stretti tra le campagne avente un impatto locale e quelle che mobilitano un paese intero o quelle che possono avere una portata mondiale. I gruppi locali attraverso il mondo possono ispirarsi e trarre dei benefici condividendo informazioni, esperienze e strategie”.

La Rete aggiunge: “Il fatto di prendere coscienza che non si è soli nella lotta contro le basi straniere è un fattore che rafforza e motiva gli attori. Le attività e campagne la cui coordinazione è mondiale permettono di fare conoscere anticipatamente la portata e l’importanza della resistenza alla presenza militare straniera nel mondo. Nella congiuntura attuale in cui si assiste ad un processo più intenso di militarizzazione e di ricorso alla forza nel mondo si prova un bisogno urgente e pressante di stabilire e di rafforzare la rete internazionale dei militanti, delle organizzazioni e dei movimenti che portano un’attenzione particolare alla presenza militare straniera e che lavorano al rafforzamento di un sistema di giustizia e di pace”.

Per la Rete, le guerre in Afghanistan ed in Iraq, la militarizzazione e la sorveglianza accresciuta dei governi e delle attività della società civile ad opera degli Stati Uniti costituiscono un momento favorevole al rafforzamento dei movimenti di resistenza: “Durante un incontro internazionale contro la guerra, tenutosi a Giacarta, nel maggio del 2003, qualche settimana prima dell’inizio dell’invasione dell’Iraq, una campagna globale contro le basi militari è stata proposta come un’azione a priori per i movimenti globali antiguerra, di giustizia e di solidarietà”.

Da allora, questa campagna è cresciuta di ampiezza. E’ stata stabilita una lista di indirizzi (nousbases@lists.riseup.net e nousbases-info@lists.riseup.net); essa permette la diffusione delle esperienze dei membri del movimento e scambi di informazioni e di discussioni. Questa lista è formata ora da 300 persone e organizzazioni di 48 paesi.

Un sito Internet permette anche di informare adeguatamente l’insieme dei membri della Rete. Numerose rubriche forniscono un’informazione preziosa sulle attività che si svolgono un po’ ovunque nel mondo.

La Rete è sempre più attiva e pratica, e partecipa, così, ai Forum sociali continentali o mondiali ed organizza conferenze e incontri. Ha partecipato al Forum sociale europeo a Parigi nel 2003 e a Londra nel 2004, al Forum sociale delle Americhe in Equador nel 2004 ed a quello del Mediterraneo in Spagna nel 2005. Uno dei raduni maggiori è stato tenuto a Mumbai, in India, nel 2004 nel quadro del Forum sociale mondiale. Più di 125 partecipanti provenienti da 34 paesi hanno posto le fondamenta di una campagna globale coordinata. Sono state stabilite alcune priorità d’azione come quella di fissare un dato giorno per una Azione globale tendente a sottolineare le sfide concernenti la presenza delle basi militari all’estero. Infine, è importante menzionare che la Rete ha tenuto quattro sedute di discussioni al Forum sociale di Porto Alegre nel 2005 di cui una sul finanziamento delle attività della Rete.

Conviene ricordare che la Rete si iscrive decisamente nel movimento pacifista globale. Ha permesso di far comprendere maggiormente a questo movimento l’importanza della problematica della presenza delle basi militari all’estero e che è importante che gli organismi di giustizia e di pace le prestino una maggiore attenzione.

La pertinenza del dibattito concernente la presenza di basi militari all’estero non è più da dimostrare. Le funzioni attribuite alla base di Guantanamo che sfuggono al controllo del diritto internazionale, le sfide attorno ai progetti di espansione della potenza militare degli USA nel Medio Oriente ed in Asia centrale, la vivace opposizione popolare alle mire ed agli scopi statunitensi nella regione andina in Sud America (mappa 11) come quella che si osserva in Giappone attorno alle basi di Henoko e di Okinawa, ecc., sono una sfida ed esigono un’azione globale concertata contro questa occupazione implicita nel concetto di “Permanent War”.



La conferenza internazionale di Quito e di Manta, Equador, marzo 2007

Una conferenza mondiale di rete per l’abolizione delle basi militari straniere, ha avuto luogo a Quito e a Manta, Equador, dal 5 al 9 marzo 2007. La conferenza ha avuto l’obiettivo di sottolineare gli impatti politici, sociali, ambientali ed economici delle basi militari straniere e di far conoscere i principi dei movimenti anti-basi e costruire formalmente la rete, le sue strategie e piani di azione.

Gli obiettivi principali della conferenza sono stati:

- Analisi del ruolo delle basi militari straniere e di altre forme di presenza militare nella strategia di dominio globale ed i suoi impatti sulla popolazione e l’ambiente;
- Condivisione delle esperienze di solidarietà con le lotte di resistenza contro le basi militari straniere nel mondo;
- Raggiungimento di un consenso sugli obiettivi, sui piani di azione, di coordinamento, di comunicazione e di presa di decisione per una rete globale per l’abolizione di tutte le basi militari straniere e di altre forme di presenza militare;
- Accordo sulle lotte e sui piani di azione globali che rafforzino le lotte delle persone nel paese ed assicurino il loro coordinamento su scala internazionale.

CONCLUSIONI

Questo articolo ha permesso di constatare quanto sia considerevole l’influenza della potenza militare degli Stati Uniti nel mondo e come essa non faccia che aumentare. Gli Statunitensi considerano la superficie terrestre come un terreno da conquistare, da occupare e da sfruttare. La divisione del mondo in unità di combattimento e di comando illustra molto bene questa realtà. In questo contesto, ci sembra che l’umanità si trovi controllata cioè legata a delle catene le cui maglie sono costituite dalle basi militari.

Il processo di re-impiego delle installazioni militari in corso deve essere analizzato in modo meticoloso se si vogliono comprendere le strategie di intervento di Washington in tutte le regioni del mondo. Questo processo è condotto sotto il governo della forza, della violenza armata, dell’intervento attraverso degli accordi di “cooperazione” le cui velleità di conquista sono incessantemente affermate nella progettazione delle pratiche del commercio e degli scambi. Lo sviluppo economico è assicurato dalla militarizzazione e dal controllo dei governi e le società e le risorse immense vengono sacrificate per permettere questo controllo nella maggior parte delle regioni dotate di ricchezze strategiche per consolidare le basi dell’Impero.

L’edificazione della Rete internazionale per l’abolizione delle basi militari straniere si rivela un mezzo straordinario per lottare contro il processo di militarizzazione del Pianeta. Questa rete è indispensabile ed il suo sviluppo non potrà farsi senza un’adesione o un impegno di tutti i popoli del mondo. Sarà estremamente difficile mobilitarli, ma i legami creati da questa rete saranno favorevoli per le lotte concertate su scala mondiale.

Concludendo, conviene rivedere i termini della Dichiarazione finale della 2a Conferenza internazionale contro le basi militari straniere tenutasi a L’Avana nel novembre del 2005, dichiarazione formulata dai delegati di 22 paesi. Quest’ultima racchiude le sfide maggiori concernenti l’avvenire dell’umanità e costituisce un Appello alla solidarietà internazionale per il disarmo e la pace.

Jules Dufour, Ph. D., è presidente dell’Associazione canadese per le Nazioni Unite (A.C.N.U.)/ sezione Saguenay-Lac-Saint-Jean, membro del Circolo universale degli Ambasciatori di Pace, membro del Consiglio nazionale dello Sviluppo & Pace.


RIFERIMENTI

COMITÉ DE SURVEILLANCE OTAN. 2005. Las bases militares : un aspecto de la estrategia global de la OTAN. Intervencion del Comité Surveillance Otan en la Conferencia Internacional realizada en La Habana 7-11.11.2005. 9 pages.

DELGADO JARA, Diego. 2006. Bases de Manta, Plan Colombia y dominio de la Amazonia. Militarizacion de la Hegemonia de EE. UU. En América latina. 17 pages.

EQUIPO DE COMUNICACIÓN CONFERENCIA NO BASES. 2007. La gente del mundo no quiere bases militares extranjeras.

GELMAN, J. 2007. Terratenientes. Rebelion. 26 de Febrero de 2007,http://www.rebelion.org/noticia.php?id-47353

Ghana to host US Military Base? February 26, 2006.

JOHNSON, C.,America's Empire of Bases.January2004.

JOHNSON, C.America’s Empire of Bases. Janvier 2004 .

JOHNSON, C. 2005. The Sorrows of Empire. Militarism, Secrecy, and the End of the Republic. Henry Holt, April 2005, Paperback. 389 pages.

JOHNSON, C., 2007.. 737 U.S. Military Bases = Global Empire.February 19, 2007

JUCCA, L., 2007.Italians protest over U.S. base expansion. Sat Feb 17, 2007.

MANFREDI, E. 2007. Djibouti : Hôtel Corne d’Afrique, grande base américaine. Le GRAND SOIR.info. Édition du 23 mars 2007.

NEW INTERNATIONALIST. 2004. The Bases of Resistance, December 2004, Issue 374.

NICHOLSON, B. 2007. Secret New Us Spy base to Get Green Light. February 15, 2007.

TRAYNOR, I. 2007. US EXPANDS, Builds New Military Bases in Europe.The Guardian, anuary 22, 2007.

TSAVDARIDIS, I., 2005. Military Bases around the world and in Europe – the role of the USA and NATO. Novembre 2005. Stop USA / STOP United States of Agression.

VAREA, C., Las bases Militares de EEUU en Iraq. 4 mai 2006. Nodo50.


SITI INTERNET


An Internet Guide to United States Military Bases Around the World :
http://www.libsci.sc.edu/bob/class/clis734/webguides/milbase.htm

APPEL A UN RASSEMBLEMENT INTERNATIONAL en Mars 2007,Équateur, Pour l’abolition de toutes les bases militaires

Bases y Ejercicios Militares de EE.UU. El Comando Sur.

BUILDING A GLOBAL ANTI-MILITARY BASES MOVEMENT

Campana. Un mundo sin bases militares . Asemblea de Organizaciones y Movimientos contra la guerra, la OTAN y el Neoliberalismo (Madrid), Nodo50.

Challenges to the US Empire, http://www.globalpolicy.org/empire/challenges/challengesindex.htm.

Washington veut installer une base militaire en Algérie. Le Quotidien d'Oran, 20 juillet 2003.

Empire? http://www.globalpolicy.org/empire/index.htm

International Conference against Foreign Military Bases. Final Declaration.

[Fsmed-general] for all that are against foreign military bases:
http://www.grups.pangea.org/pipermail/fsmed-general/Week-of-Mon-20060206/001002.html

FUENTES DE AGUA EN AMÉRICA LATINA:
http://www.visionesalternativas.com/militarizacion/mapas/mapahegem.htm

Abdulhafeth Khrisat, Impérialisme américain et politique militaire, ,Université Mu’tah

Interview with Chalmers Johnson, Part 1. An Empire of More Than 725 Military Bases.

Liste des bases militaires américaines dans le monde.

Major Military Bases World-Wide,
http://www.globalsecurity.org/military/facility/sites.htm

Military Bases Around The World, http://www.fsmitha.com/com/bases.htm

Military Bases around the world and in Europe - the role of the USA and NATO , Iraklis Tsavdaridis, Secretary of the World Peace Council (WPC) 8th November 2005, From the Greek Committee for International Detente and Peace (EEDYE), Presented on November 8, 2005 at the International Conference on Foreign Military Bases in Havana/Cuba organized by MOVPAZ :
http://stopusa.be/campaigns/texte.php?section=FABN&langue=3&id=24157

Military of the United States : http://en.wikipedia.org/wiki/United_States_armed_forces

MOVIMIENTOS SOCIALES DE RESISTENCIA EN AMÉRICA LATINA

No a la instalacion de una base de la OTAN en Zaragoza :
http://www.ecologistasenaccion.org/article.php3?id_article=6261

OTAN – Le grand jeu des bases militaires en terre européenne :
http://www.mondialisation.ca/index.php?context=viewArticle&code=DIN20060509&articleId=2414

Protestas contra bases militares de EEUU en Espana :
http://spanish.peopledaily.com.cn/spanish/200104/02/sp20010402_46341.html

RIQUEZA DE LA BIODIVERSIDAD EN AMÉRICA LATINA

US Military Troops and Bases Around the World :
http://www.globalpolicy.org/empire/intervention/2003/0710imperialmap.htm

U.S. Military Troops and Bases Around the World/united for peace & justice:
http://www.unitedforpeace.org/article.php?id=884

US Military Expansion and Intervention :
http://www.globalpolicy.org/empire/intervention/index.htm

YACIMIENTOS PETROLEROS EN AMÉRICA LATINA :
http://www.visionesalternativas.com/militarizacion/mapas/mapapetrol.htm




Jules Dufour

Fonte: http://www.mondialisation.ca

Post originale datato 10 aprile 2007


[Traduzione di Ario Libert]


LINK al post originale:
Le réseau mondial des bases militaires US


Repost 0
9 agosto 2009 7 09 /08 /agosto /2009 17:48






DALLA BARBARIE COLONIALE
ALLA POLITICA NAZISTA DI STERMINIO


di   ROSA AMELIA PLUMELLE-URIBE


L'autrice di La Férocité blanche, [La ferocia bianca], Albin Michel, 2001, sviluppa un'argomentazione originale e pertinente per la quale Césaire aveva dispiegato molto interesse nel suo Discours sur le colonialisme (Discorso sul colonialismo): il legame tra le politiche di sterminio coloniale, l'imbarbarimento delle società europee e il trauma di ritorno del nazismo su queste medesime società. Afrikara pubblica il testo di una relazione di questa militante di origini africane, presentata il 15 giugno a Berlino nel quadro del Forum del Dialogo organizzato dalla sezione europea della Fondation Afric Avenir.


Siamo qui riuniti per analizzare insieme il legame storico che, come un filo conduttore, porta dalla barbarie coloniale alla politica nazista di sterminio. Si tratta di uno sforzo volto a rilevare almeno la maggior parte dei fattori che, in modo diretto o indiretto, avrebbero favorito lo sviluppo politico e l'espansione ideologica di un'opera di disumanizzazione come la barbarie nazista in Germania ed al di là delle sue frontiere.


Questo contributo è utile per ogni percorso che volesse por fine ad ogni forma di discriminazione basata sull'identità delle vittime o l'identità dei carnefici, selezionando il crimine che bisogna condannare. Questa gerarchizzazione dei crimini e dunque della loro condanna rimane l'ostacolo maggiore nella lotta alla prevenzione dei crimini contro l'umanità tra cui il crimine di genocidio.


Schiavismo e traffico di schiavi


Conviene precisare immediatamente che le guerre di conquista ed i crimini legati al dominio coloniale, così come la riduzione di esseri umani in schiavitù, erano già una realtà nei tempi antichi. Ad esempio, quando il dominio dei Musulmani arabi si estese verso l'Europa, il commercio di esseri umani era un'attività millenaria tra gli Europei. Il regno dell'Islam in Spagna, dal 711 al 1492, ha semplicemente dinamicizzato la tratta di schiavi intraeuropea [1] facendo del continente un importante fornitore di schiavi, donne e uomini, spediti verso i paesi dell'Islam.


I prigionieri, soprattutto slavi, alimentavano il commercio di uomini tra Venezia e l'impero arabo-muslumano del sud Mediterraneo. È così che nelle lingue occidentali la parola schiavo o slavo si sostituiscono al latino servus, per designare i lavoratori privi di libertà. Detto diversamente, per molti secoli, dei Cristiani europei vendevano altri Europei a dei commercianti ebrei specializzati nella fabbricazione di eunuchi [2], una merce considerata molto pregiata e molto richiesta nei paesi dell'impero musulmano.


Ricercatori e specialisti dello schiavismo in Europa durante il Medioevo, hanno visto nel sistema di asservimento inaugurato in America dal dominio coloniale un legame di continuità con le istituzioni schiavistiche dell'Europa. Jacques Heers sostiene che "È merito incontestabile di Charles Verlinden, su questo punto un autentico pioniere, di aver evidenziato che la conquista e lo sfruttamento coloniale delle Americhe si erano largamente ispirate a certe esperienze molto recenti nel Mediterraneo e si iscriveva in linea diretta in una continuità ininterrotta di precedenti medievali" [3].


Ho tuttavia scelto di affrontare questa analisi a partire dal 1492, l'anno dell'arrivo degli Europei nel continente americano. Ed ho compiuto questa scelta perché, malgrado quanto detto, la distruzione dei popoli indigeni d'America, l'instaurazione del dominio coloniale ed il sistema di disumanizzazione dei Neri in questo continente non avevano precedenti nella storia. E soprattutto perché il prolungamento di questa esperienza per più di tre secoli ha ampiamente condizionato la sistematizzazione teorica delle disuguaglianze, compresa la disuguaglianza razziale, le cui conseguenze restano attuali.


Il primo genocidio dei tempi moderni


inquisition_nativeamerican.jpg

Gli storici del XX secolo, lavorando sulla conquista dell'America, sono giunti a mettersi più o meno d'accordo nello stimare il numero di abitanti del continente americano alla vigilia dell'invasione. È stato dunque sostenuto che alla vigilia del 1500, circa 80 milioni di persone abitavano il continente americano. Queste cifre sono state comparate a quelle ottenute cinquanta anni più tardi a partire dai censimenti spagnoli [4].


Ne risulta che verso il 1550, degli 80 milioni di Indigeni non ne restavano che 10 milioni. Cioè, in termini relativi una distruzione dell'ordine del 90% della popolazione. Una vera ecatombe perché in termini assoluti si tratta di una diminuzione di 70 milioni di esseri umani. E, per di più, è importante sapere che in anni recenti alcuni storici sudamericani sono giunti alla conclusione che in realtà, alla vigilia della conquista vi erano in America più di 100 milioni di abitanti. Da un punto di vista europeo, queste stime sono inaccettabili, ovviamente! Se ciò fosse vero, saremmo di fronte ad una diminuzione di 90 milioni di esseri umani.


Ma, al di là del numero di Indigeni sterminati, il comportamento collettivamente adottato dai conquistatori cristiani ha avuto delle conseguenze perduranti. Ad esempio, la giustificazione a posteriori di questo genocidio ha condizionato l'evoluzione culturale, ideologica e politica della supremazia bianca nei confronti di altri popoli non Europei, e infine all'interno stesso d'Europa.


La situazione di impunità di cui beneficiavano i conquistadores doveva, fatalmente, favorire la rapida apparizione di pratiche molto inquietanti. Come la criminale abitudine di nutrire i cani con gli indigeni e a volte con dei lattanti strappati alla loro madre e gettati in pasto a cani affamati. O la tendenza a divertirsi bruciando vivi degli Indigeni gettati in roghi accesi per farli ardere [5]. Questo disastro fu la prima conseguenza diretta di quella che i manuali di storia continuano a chiamare "la scoperta dell'America".


La soluzione africana


Dopo aver svuotato il continente americano della sua popolazione, le potenze occidentali nascenti hanno fatto dell'Africa nera la fornitrice di schiavi per l'America. Questa impresa ha disgregato l'economia dei paesi africani e svuotato il continente di una parte della sua popolazione, la più gigantesca deportazione di esseri umani che la storia dell'umanità abbia conosciuto. Conviene ricordare la situazione dei paesi africani nel momento in cui sono avvicinati dagli Europei.


È un fatto che, anche se il modo di produzione in Africa non era fondamentalmente schiavista, le società conoscevano alcune forme di asservimento. Come abbiamo già detto, durante il Medioevo, la schiavitù così come la vendita di esseri umani, era una pratica molto diffusa e l'Africa non è stata un'eccezione. Dopo il 7° secolo, l'Africa nera, così come l'Europa dopo l'8° secolo, rifornisce di schiavi i paesi dell'impero arabo-musulmano.


Sembrerebbe che, all'epoca, la dimensione e le modalità del traffico di schiavi non sarebbero state incompatibili con la crescita dell'economia nei paesi interessati da questo commercio di esseri umani. È d'altronde solitamente ammesso che è durante il regno dell'islam in Spagna che l'Europa ha cominciato ad uscire dalle tenebre del Medioevo. Per quel che riguarda l'Africa, noteremo che nel 15° secolo, malgrado l'emorragia effettuata dalla tratta negriera arabo-musulmana, i paesi di questo continente usufruiscono di un buon livello di benessere sociale.


Lo spopolamento del continente così come la miseria e l'indigenza dei suoi abitanti malati ed affamati, descritti dai viaggiatori che si recarono in Africa nera durante il 19° secolo, contrastano con i paesi densamente popolati, l'economia prospera, l'agricoltura rigogliosa, l'artigianato diversificato, il commercio intenso e, soprattutto, con il livello di benessere sociale descritto dai viaggiatori, geografi e navigatori sbarcati in Africa nera tra l'8° ed il 17° secolo, e di cui conosciamo ora le testimonianze grazie alle diverse ricerche, tra cui quelle di Diop Maes [6].


Tra il 16° ed il 19° secolo, le guerre e le razzie a catena, provocate dai negrieri per procurarsi i prigionieri, hanno portato alla distruzione pressoché irreversibile dell'economia, del tessuto sociale e della demografia dei popoli africani. La somma delle tratte arabe ed europee, attraverso l'impiego di armi da fuoco, il suo carattere imponente, cioè industriale, della tratta negriera transatlantica in costante crescita, ha causato in tre secoli devastazioni che il continente non aveva mai conosciuto sino a quel momento. Questo nuovo disastro fu la seconda conseguenza della colonizzazione dell'America.


Un evento disumanizzante


Nel quadro del dominio coloniale sul continente americano, i sopravvissuti indigeni, spogliati delle loro terre furono respinti e sistemati in riserve. Allo stesso tempo, milioni di donne, bambini e uomini Africani strappati da casa loro e trasportati in America, furono sistematicamente espulsi dalla specie umana e ridotti alla categoria di beni mobili o subumani. L'inferiorità razziale dei non Bianchi, e sua sorella gemella, la superiorità della razza bianca, furono inserite nella legge, consacrate dal cristianesimo e rafforzate dai fatti.


Le potenze coloniali, Spagna, Portogallo, Francia, Inghilterra, Olanda, legiferavano per dotarsi del quadro giuridico all'interno del quale la disumanizzazione dei Neri divenne legale. Di conseguenza, ogni metropoli aveva un arsenale giuridico per regolamentare la sua politica genocida nell'universo concentrazionario dell'America. A questo proposito, la codificazione più compiuta sarà il codice nero francese [7]. Promulgato nel 1685, questa mostruosità giuridica è restata in vigore sino al 1848 anno della seconda abolizione della schiavitù nelle colonie francesi.


È significativo che, almeno durante i secoli 16° e 17°, per quanto ne sappiamo, non vi fu una sola voce autorizzata a denunciare e condannare l'espulsione legale dei Neri fuori dalla specie umana. Anche nel 18° secolo, che era pur sempre il secolo dei Lumi, nessuno di quei grandi filosofi ha, formalmente, richiesto alle autorità competenti la soppressione immediata, reale, senza indugi, delle leggi che regolavano questi crimini [8].



Un'ideologia unanimemente condivisa


Si ha l'abitudine di ignorare che grazie alla razzializzazione dello schiavismo nell'universo concentrazionario dell'America, la superiorità della razza bianca e l'inferiorità dei Neri sono diventate un assioma profondamente radicato nella cultura occidentale. Bisogna sapere che questa eredità deleteria del dominio coloniale europeo combinata agli effetti nefasti della mania dei Lumi di ordinare tutto, gerarchizzare, classificare, ha stimolato l'emergere di una cultura più o meno favorevole allo sterminio dei gruppi considerarti inferiori.


Tra il 15° ed il 19° secolo, tutta la produzione letteraria e scientifica concernente i popoli indigeni d'America mirava a giustificare il loro sterminio passato e futuro. Dopo tre lunghi secoli di barbarie coloniale sotto controllo cristiano, uno dei princìpi convalidati dai cattolici spagnoli è la certezza che uccidere degli indiani non è un peccato [9]. Questa coscienza fu rafforzata dai protestanti anglofobi, convinti che un buon Indiano è quello morto. Così, tutta la letteratura concernente la bestializzazione dei Neri nell'universo concentrazionario dell'America era una vera propaganda in favore della tratta negriera e dello schiavismo dei Neri presentati come un progresso della civiltà.


Quando ebbe luogo, finalmente, lo smantellamento dell'universo concentrazionario dell'America, il cambiamento provocato con l'abolizione dello schiavismo ebbe una portata assai limitata. Innanzitutto, perché l'essenziale delle strutture e dei rapporti sociali ed economici posti in essere dalla barbarie istituzionalizzata erano rimaste quasi immutate. Ed anche perché il trionfo del pensiero scientifico sulla fede religiosa ha dato alla razza dei padroni ed ai valori della civiltà occidentale una credibilità di cui la religione non beneficiava più presso gli spiriti più illuminati. Oramai la colonizzazione e gli atti di barbarie che gli sono consustanziali, per esempio lo sterminio di gruppi considerati inferiori, si compiranno avendo a supporto un discorso scientifico.


Una cultura di sterminio


Sarebbe utile uno studio rigoroso concernente il ruolo degli uomini di scienza occidentali nello sviluppo della cultura di sterminio che ha prevalso nel 19° secolo ed all'inizio del 20° secolo nei paesi colonizzatori. Malgrado il suo rapporto stretto con la nostra analisi, questo non è il soggetto centrale di questa relazione. Ma possiamo almeno evidenziare alcune piste per coloro che volessero riprendere il soggetto ed informarsi ulteriormente. Alla metà del 19° secolo, le Associazioni scientifiche più prestigiose sembrano essere state la Geographical Society e la Anthropological Society a Londra ed anche la Société de Géologie di Parigi. Il 19 gennaio 1864, ebbe luogo una tavola rotonda organizzata dalla Anthropological Society sulla Estinzione delle razze inferiori. Vi si trattò del diritto delle razze superiori a colonizzare gli spazi territoriali considerati vitali per i loro interessi.


Nel Journal of the Anthropological Society of London, vol. 165, 1864, venne pubblicato un resoconto dei dibattiti della Conferenza. Si trattava di sapere se in tutti i casi di colonizzazione sarebbe stato inevitabile l'estinzione delle razze inferiori o se sarebbe stato possibile che esse potessero coesistere con le razze superiori senza essere eliminate [10]. All'epoca, l'Inghilterra aveva già compiuto, oltre a genocidio degli Indigeni in America del Nord, quello degli Aborigeni d'Australia tra cui i Tasmani.

In Francia, Albert Sarrault, tenendo dei discorsi agli studenti della École coloniale, affermava: 'sarebbe puerile opporre alle imprese europee di colonizzazione un preteso diritto di occupazione […] che renderebbe perenne in mani incapaci il vano possesso di ricchezze senza impiego [11]. Da parte sua, il sociologo francese Georges Vacher de Lapouge sosteneva che non vi era nulla di più normale che la riduzione in schiavitù delle razze inferiori e perorava per una sola razza superiore, livellata attraverso la selezione.


Scienziati reticenti


Porremo in evidenza come la maggior parte degli antropologi tedeschi, pur se convinti della propria superiorità razziale, non condividevano con i loro colleghi britannici, nordamericani e francesi, la convinzione che le razze inferiori dovessero necessariamente sparire a contatto con la civiltà. Il professor Théodore Waitz, ad esempio, sviluppa tra il 1859-1862 un lavoro per contestare le fondamenta delle teorie propagate dai suoi colleghi occidentali, impegnati nella giustificazione scientifica degli stermini commessi dai loro paesi.


In seguito, il suo allievo Gorge Gerland compirà nel 1868 uno studio sullo sterminio delle razze inferiori. Egli denuncerà la violenza fisica esercitata dai colonizzatori come fattore di sterminio più tangibile, affermando che non esiste nessuna legge naturale per cui i popoli primitivi debbano sparire affinché la civiltà progredisca. Le argomentazioni di questo uomo di scienza tedesco per il diritto alla vita delle razze dette inferiori è un fatto rarissimo in questo periodo storico.


Nel 1891 il professore tedesco Friedrich Ratzel pubblica il suo libro Anthropogéographie (Antropogeografia) e nel decimo capitolo intitolato Il declino dei popoli di culture inferiori a contatto con la civiltà, esprime la sua ostilità concernente la distruzione dei popoli indigeni: 'È diventata una regola deplorevole che dei popoli debolmente progrediti muoiano a contatto con dei popoli altamente civilizzati. Ciò si applica alla vasta maggioranza degli Australiani, dei Polinesiani, degli Asiatici del Nord, degli Americani del Nord e di numerosi popoli dell'Africa del Sud e dell'America del Sud. (…) Gli Indigeni sono uccisi, cacciati, proletarizzati e si distrugge la loro organizzazione sociale. Le caratteristiche principali della politica dei Bianchi è l'uso della violenza dei forti sui deboli. Lo scopo è di impadronirsi delle loro terre. Questo fenomeno ha assunto la forma più intensa nell'America del Nord. Bianchi assetati di terre si ammassano tra popolazioni indiane deboli e parzialmente disintegrate [12]'. Sarebbe stato l'ultimo discorso in cui il professor Ratzel avrebbe espresso un punto di vista così poco favorevole all'estinzione dei popoli inferiori.


Un'evoluzione sfortunata


Le antiche potenze negriere riunite a Berlino nel 1884-85 ufficializzano la spartizione dell'Africa. La Germania si assicurò il controllo del sud-ovest africano, cioè la Namibia, e gli attuali territori della Tanzania, del Burundi e del Ruanda, oltre che il controllo sul Togo ed il Camerun.


L'ingresso della Germania nell'impresa coloniale segna una differenza notevole tra il discorso degli scienziati tedeschi prima degli anni 1890 e quello che saranno fatti dopo il 1890 sullo stesso soggetto: lo sterminio delle razze inferiori o il loro asservimento seguendo i bisogni dei conquistadores ed il progresso della civiltà. In effetti, nel 1897 il professor Ratzel pubblica Geografia politica in cui parteggia in tutto e per tutto per lo sterminio delle razze inferiori. Afferma che un popolo in sviluppo che ha bisogno di maggior terre deve conquistarle. '[le terre], attraverso la morte e lo spostamento dei loro abitanti, sono trasformate in terre disabitate [13].


Il dominio economico combinato a metodi razzisti ha fatto sorgere la supremazia bianca cristiana. La sua ideologia egemonica regna indivisa sul pianeta e conosce tutto il suo splendore tra la seconda metà del 19° secolo e la prima metà del 20° secolo. Anche negli antichi paesi colonizzati, lo sterminio delle razze inferiori aveva valore di politica ufficiale.


Un'ideologia trionfante


La maggior parte dei paesi d'America sono diventati indipendenti durante il 19° secolo. Le classi dirigenti di questi paesi si credono bianche perché sono scaturite da avventurieri europei che spesso violentavano le donne indigene. Arrivati al potere in seguito alle guerre di indipendenza, queste elite si sono sempre identificate con il loro antenato bianco. Di fatto, esse adottarono i metodi di sterminio degli Indigeni ereditati dalla colonizzazione. Nell'aprile 1834, le autorità dell'Argentina, da poco paese indipendente, scatenarono la 'Campaña del Deserto' (Campagna del Deserto), il cui scopo era lo sterminio dei sopravvissuti Indigeni che occupano la Pampa. Diretta da Juan Manuel de Rosas, diventato Presidente dell'Argentina a partire dal 1835, questa campagna fu coordinata con il governo del Cile. Il primo governo costituzionale dell'Uruguay, diretto da Fructuoso Rivera, si è anch'esso unito alla Campagna che doveva trasformare queste terre in spazi disabitati.


Malgrado l'estrema violenza della 'Campagna', non tutti gli indigeni sono morti, a gran danno del presidente Rosas secondo cui gli Indiani si riproducevano come insetti. Per rimediare a questo scacco, nel 1878, per iniziativa del Ministro della Guerra Julio Argentino Roca, il Congresso Nazionale argentino vota e approva la legge 'de expansion de las fronteras hasta el Rio Negro' (espansione delle frontiere). È il punto di partenza della seconda 'Campagna del Deserto' che deve definitivamente svuotare la Pampa dalla sua popolazione indigena per fare avanzare la civiltà.


Uno spazio vitale antelitteram


La 'Campagna' ha luogo nel momento in cui gli Indigeni superstiti sono braccati in tutto il continente. Nel nord America sono massacrati e respinti allo scopo di liberare uno spazio diventato vitale per l'installazione di famiglie civilizzate, cioè bianche. In Argentina, l'obiettivo ambito della 'Campagna' era lo stesso: sostituzione della popolazione locale con una popolazione civilizzata in grado di garantire l'effettiva incorporazione della Pampa e della Patagonia alla nazione dello Stato Argentino.

Alcuni decenni più tardi, Henrich Himmler difenderà lo stesso principio di sostituzione delle popolazioni quando affermava: 'il solo mezzo per risolvere il problema sociale è, per un gruppo, di uccidere gli altri ed impadronirsi del loro paese [14]. Ma per il momento, questo accadeva in America e a detrimento delle popolazioni non-Europee. Il ministro Roca, che è all'origine della seconda 'Campagna del Deserto', ha anche vinto le elezioni nel 1880 ed è diventato Presidente dell'Argentina.


Naturalmente, alcune voci si levarono per criticare la barbarie delle atrocità commesse durante la Campagna. Ma, nell'insieme, l'inferiorità delle vittime non era contestata ed il governo di Julio Roca detto "conquistador del Deserto" fu percepito come il fondatore dell'Argentina moderna. Nella storia di questo paese va preso in considerazione soprattutto che è durante la Presidenza di Roca che il paese avanzava verso la separazione tra Chiesa e Stato, il matrimonio civile, il registro delle nascite e l'educazione laica. Una delle più grandi città della Patagonia porta il nome di Roca.


Non molto tempo fa, lo storico Felix Luna affermava molto seriamente: 'Roca ha incarnato il progresso, ha integrato l'Argentina nel mondo: mi sono sforzato a capire cosa implicava sterminare alcune centinaia di indiani per poter governare. Bisogna considerare il contesto dell'epoca in cui si viveva un'atmosfera darwinista che favoriva la sopravvivenza del più forte e la superiorità della razza bianca (…) Con degli errori, degli abusi, con un costo, Roca fece l'Argentina di cui godiamo oggi: i parchi, gli edifici, il palazzo delle Opere Sanitarie, quella dei Tribunali, la Casa del Governo [15].


Sterminabili perché inferiori


Si noterà che dopo il primo genocidio dei tempi moderni, commesso dai cristiani in America a partire dal 1492, la situazione dei popoli non Europei in generale e dei Neri in particolare si trova regolata dalle esigenze della supremazia bianca. Nell'universo concentrazionario d'America, il Nero espulso dalla specie umana in quanto subumano o bene mobile non fu mai reintegrato o reinserito nella sua umanità. Ed i sopravvissuti indigeni erano massacrati in massa per rendere abitabili le loro terre.


In Africa, il popolo congolese, durante l'amministrazione di quel carnefice che fu Re Leopoldo II, fu sottomesso a delle forme di asservimento che causarono la distruzione della metà della popolazione passata da 20 a 10 milioni di abitanti [16]. In questo stesso continente, anche la Germania, come altri prima di essa, applicherà i buoni principi della colonizzazione. Tra il 1904 ed il 1906, cioè nello spazio di due anni, i Tedeschi sterminarono i tre quarti del popolo Herero. Senza contare i morti dei Nama, Baster, Ottentotti, ecc [17].


Nel quadro del dominio coloniale tedesco in Namibia, il professor Eugen Fischer andò a studiare nel 1908 presso i Baster, situati a Rehoboth 'il problema della bastardizzazione presso l'essere umano'. Le raccomandazioni del ricercatore sono ineccepibili. Leggiamo nel suo trattato a proposito dei meticci: 'che si garantiscano dunque il preciso grado di protezione che è loro necessario in quanto razza inferiore alla nostra, nulla di più, e unicamente fin quando ci sono utili, altrimenti svolga il suo corso la libera concorrenza, e cioè, secondo me, che spariscano [18].


Questo lavoro in cui il professor Fischer credeva di aver dimostrato scientificamente l'inferiorità dei Neri, diede gloria al suo autore, il cui prestigio giunse al di là delle frontiere del paese. Anni più tardi, allorché nel 1933 Adolph Hitler giunse al potere in Germania, del tutto naturalmente, il professor Fischer porrà al servizio della politica razziale del nuovo Stato il prestigio e l'autorità che gli conferivano la sua condizione di scienziato di fama mondiale. Nei fatti, questo fu l'atteggiamento dell'establishment scientifico nell'insieme [19].



children%20in%20yellow%20stars.jpg

Il pericolo di essere classificati inferiori


È un fatto veridico che, alla fine del 19° secolo e durante i primi decenni del 20° secolo, lo sterminio di esseri inferiori o la programmazione della loro sparizione era una realtà che non sollevava grandi ondate di solidarietà nei riguardi delle vittime. È per questo che i dirigenti nazisti si impegnarono nel convincere i Tedeschi che gli Ebrei, così come gli Slavi ed altri gruppi, erano differenti e di conseguenza inferiori.


È in questo contesto così favorevole allo sterminio degli inferiori che i consiglieri scientifici del piano quadriennale incaricato di pianificare l'economia della Germania nazista spinsero la logica dell'annientamento ancor più lontano dei loro predecessori e in una combinazione tanto terribile quanto sinistra tra i fattori ideologici e le motivazioni utilitarie, programmando lo sterminio di 30 milioni di esseri umani.


Nel loro saggio Gli architetti dello sterminio, Susanne Heim e Götz Aly evidenziano che i pianificatori dell'economia, scelti non in funzione della loro militanza politica ma per la loro competenza professionale, fondavano la loro documentazione su considerazioni puramente economiche e geopolitiche senza il minimo riferimento all'ideologia razziale. Riproducono anche il resoconto di una riunione durante la quale i consiglieri dell'economia applicarono in presenza di Goebbels il loro piano di approvvigionamento alimentare.


Quest'ultimo annotò nel suo diario il 2 maggio 1941: 'La guerra non può proseguire a meno che la Russia fornisca dei viveri a tutte le forze armate tedesche durante il terzo anno della guerra. Milioni di persone moriranno certamente di fame se i viveri che ci sono necessari saranno distolti al paese [20]. In effetti questo piano doveva fare morire circa 30 milioni di Slavi in un primo tempo, ma questo doveva assicurare l'approvvigionamento dei viveri per un anno ed in più rendere disabitate delle terre in cui delle famiglie tedesche si sarebbero trasferite.


Una tradizione sinistra


Così Hermann Göring, il cui padre fu il primo governatore tedesco in Namibia, poteva dire nel 1941 al suo omologo ministro italiano degli Affari esteri, il conte Ciano: 'Quest'anno, da 20 a 30 milioni di persone moriranno di fame in Russia. Forse è per il meglio, perché certe nazioni devono essere decimate [21]. Coloro che, in un'associazione estrema dell'ideologia razzista e la motivazione utilitaria, programmavano lo sterminio di 30 milioni di Slavi, potevano programmare senza preoccupazioni lo sterminio di un altro gruppo considerato anch'esso inferiore, nel caso specifico quello degli Ebrei.


Non è per caso che il Professor Wolfang Abel 'Incaricato dall'alto comando delle forze armate di realizzare degli studi antropologici su dei prigionieri di guerra sovietici, propose tra altre opinioni la liquidazione del popolo russo [22]. Il Professor Abel fu allievo del Professor Fischer prima di diventare il suo assistente. Insieme formarono i primi esperti scientifici incaricati di selezionare coloro che, colpevoli di non essere Ariani dovevano essere sterminati ad Auschwitz o altrove [23].


In quanto ai Sovietici: 'Al 1° febbraio 1942, su 3,3 milioni di soldati dell'Armata rossa fatti prigionieri, 2 milioni erano già morti nei campi tedeschi e nel corso dei trasporti, cioè il 60%. Se non si considerano le prime tre settimane di guerra, nel corso delle quali i primi prigionieri poterono attingere alle loro riserve corporee, questa cifra corrisponde ad un tasso di mortalità di 10.000 uomini al giorno [24].


La tragedia degli uni ed il profitto degli altri


La grande maggioranza dei Tedeschi, felice di ritrovarsi dalla parte giusta, accettò il fatto compiuto, e cioè l'esclusione dei non Ariani, e ne trasse tutto il beneficio possibile. Va da sé che all'epoca la solidarietà nei confronti dei gruppi considerati inferiori non faceva affatto tendenza nella cultura dominante. Molti secoli di bombardamento ideologico per giustificare lo schiacciamento dei popoli colonizzati e asserviti non avevano certo favorito l'umanità di coloro che ne traevano profitto [25].


Come bene afferma Aly: 'Il governo nazista suscitò il sogno di una macchina popolare: introdusse il concetto di vacanze, praticamente sconosciuto sino ad allora, raddoppiò il numero dei giorni di ferie e si mise a sviluppare il turismo di massa che ci è oggi molto familiare (…). Così, l'esonero fiscale degli aumenti per il lavoro notturno, le domeniche ed i giorni festivi accordati per la vittoria sulla Francia, fu considerato, sino alla sua recente messa in causa, come una conquista sociale (…). Hitler ha risparmiato gli Ariani medi a discapito del minimo vitale di altre categorie [26].


Il denaro rubato agli Ebrei d'Europa ed ai paesi durante l'occupazione tedesca è servito al governo nazista per finanziare la sua politica sociale mirante a migliorare il livello di vita della popolazione ariana. Si capisce che dopo la guerra tanti Tedeschi potevano ammettere in privato di aver vissuto il periodo più prospero della loro vita durante il governo nazista, compresa la guerra…


Conclusione


Il dominio coloniale su altri popoli ha sempre fornito le condizioni indispensabili per la creazione di sistemi di asservimento e disumanizzazione freddamente regolati. Fu il caso nell'universo concentrazionario d'America, in cui le potenze coloniali hanno inventato un sistema giuridico all'interno del quale, la bestializzazione dei Neri in quanto Neri era compiuta in tutta legalità. Nel XIX secolo, la colonizzazione britannica in Australia ha rinnovato il genocidio compiuto in America del Nord.


In Africa, i popoli congolesi hanno sofferto il loro Adolf Hitler incarnato dal Re dei Belgi che, non soddisfatto di far morire metà della popolazione, faceva tagliare le mani a coloro che cercavano di fuggire i lavori forzati [27]. In Namibia, la Germania coloniale ha compiuto il suo primo genocidio e potrei continuare a lungo, ma posso anche fermarmi. Vi è abbastanza materiale per comprendere che l'impresa nazista di disumanizzazione si iscrive in un filone di continuità, segnato senza interruzione dalla barbarie coloniale.


Alla fine della guerra, le potenze coloniali vittoriose hanno decretato che il nazismo era incomprensibile ed orribile perché dietro alle sue atrocità non vi era alcuna razionalità economica. Poiché la motivazione utilitaria era sempre stata usata per garantire le imprese di disumanizzazione condotte contro altri popoli non Europei, bisognava assolutamente che l'impresa nazista di disumanizzazione fosse sprovvista di ogni motivazione utilitaria. Da qui questo approccio riduzionista che ha storicamente isolato il nazismo e focalizzato l'attenzione sulle atrocità commesse dai nazisti astraendo dai fattori senza i quali, tutti lo dovrebbero sapere, questo disastro spaventoso non avrebbe mai raggiunto la sproporzione che conosciamo.



Rosa Amelia Plummelle-Uribe





NOTE


[1] A questo proposito, vedere Charles Verlinden, L’esclavage dans l’Europe médiévale [Lo schiavismo nell'Europa medievale], Tomo 1: Péninsule Ibérique [Penisola Iberica], France 1955 ; Tomo 2: Italie, Colonies italiennes du Levant latin, Empire Byzantin [Italia, Colonie Italiane del Levante latino, Impero Bizantino], 1977.



[2] Verlinden, L'esclavage dans l’Europe médiévale, Tome 2, soprattutto il capitolo II, "La Tratta veneziana e l atratta ebraica", p. 115 e seguenti e anche nel capitolo III "La tratta degli eunuchi", p. 981 e seguenti.


[3] Jacques Heers, Esclaves et domestiques au Moyen Âge dans le monde méditerranéen [Schiavi e domestici durante il Medioevo nel mondo mediterraneo], Parigi, 1981, p. 12.


[4] Su questo soggetto, vedere Tzvetan Todorov, La conquête de l’Amérique. La question de l’autre [Tr. It., La conquista della America. Il problema dell'altro, Einaudi, Torino, 1984], Parigi, 1982.



 

5   Voir Bartolomé de Las Casas, Brevísima relación de la destrucción de las Indias, Buenos Aires, 1966 et aussi Historia de las Indias, México, Fondo de Cultura Económica, 1951.

6  Le lecteur consultera profitablement l’œuvre pionnière de Louise Marie Diop Maes, Afrique Noire Démographie Sol et Histoire, Paris, 1996. 

7  Louis Sala-Molins, Le code noir ou le calvaire de Canaan, Paris, 1987.

8  Louis Sala-Molins, Les Misères des Lumières. Sous la Raison, l’outrage, Paris, 1992

9  En 1972, en Colombie, un groupe de paysans analphabètes a dû répondre devant le tribunal pour le massacre, avec préméditation, de dix huit Indigènes hommes, femmes et enfants confondus. Les accusés ont été acquittés par un jury populaire car ils ne savaient pas que tuer des Indiens était un pêché et encore moins un délit. Voir à ce sujet Rosa Amelia Plumelle-Uribe, La férocité blanche Des non-Blancs aux non-Aryens Génocides occultés de 1492 à nos jours, Paris, 2001. 

10  Sven Lindqvist, Exterminez toutes ces brutes. L’odysée d’un homme au cœur de la nuit et les origines du génocide européen, Paris, 1999.

11  Aimé Césaire, Discours sur le colonialisme, Paris, 1955.

12  Lindqvist, op. cit., p. 189-190.

13  Ibid, p. 192.

14  Götz Aly et Susanne Heim, Les architectes de l’extermination Auschwitz et la logique de l’anéantissement [Gli architetti dello sterminio, Auschwitz e la logica dell'annientamento], Paris, 2006, p. 25-26 

15  Consulter Diana Lenton, La cuestion de los Indios y el ge,ocidio en los tiempos de Roca : sus repercusiones en la prensa y la politica, SAAP- Sociedad Argentina de Análisis Politico www.saap.org.ar/esp/page  Voir aussi Osvaldo Bayer, le journal argentin Página/12, Sábado, 22 de octubre 2005.

16  Adam Hochschild, Les fantômes du roi Léopold II. Un holocauste oublié, Paris, 1998.

17  Ingol Diener, Apartheid ! La cassure, Paris, 1986.

18  Benno Muller-Hill, Science nazie, science de mort, Paris, 1989, p. 194. 

19  Consulter Muller-Hill

20  Aly et Heim, op. cit., p. 271-272.

21  Ibid, p. 267.

22  Ibid, p. 289.

23  Muller-Hill, op. cit.

24  Götz Aly, Comment Hitler a acheté les Allemands [Come Hitler ha comprato i tedeschi], Paris, 2005, p. 172.

25  Voir Plumelle-Uribe, op. cit. 

26 Götz Aly, Op. cit., p. 9, 28.

27  Hochschild, op. cit.




Post originale datato 10.09.2006



[Traduzione di MASSIMO CARDELLINI]


LINK al post originale:
De la barbarie coloniale à la politique nazie d'extermination







Repost 0
2 agosto 2009 7 02 /08 /agosto /2009 15:00
Il vero ruolo dei missionari durante l’epoca coloniale






di Jean-Philippe Omotunde


Superbo saggio, questo tratto dal sempre eccellente e militante sito AFRICAMAAT, magnificamente gestito da storici e filosofi africani di orientamento afrocentrista, tutti degli autentici ricercatori di verità e di cui pubblicheremo molti saggi.
Ne è autore Jean-Philippe Omotunde, afrocaraibico originario della Guadalupe, ricercatore storico e cofondatore del sito Africamaat, autore di molti testi nelle edizioni Menébuc.

La denuncia delle vere motivazioni del colonialismo, (altro che missione civilizzatrice dell'uomo bianco ed evangelizzazione...), furono denunciate da molti scrittori, filosofi, attivisti politici ed artisti di satira politica di orientamento antimilitarista e libertario. Il socialismo ufficiale condannava a parole però fingeva di non vedere, anzi, nel suo piccolo approvava la missione civilizzatrice ufficiale della penetrazione dell'Occidente ovunque l'economia di mercato non esistesse, ricche di manodopere gratuita o quasi, mercati di sbocco dei propri prodotti, zone di rifornimento delle materie prime e sostegno attraverso lo sviluppo dell'industria pesante propagandata dal militarismo che abbisognava di armi potenti e flotte da guerra costruite da grandi monopoli nazionali. [Tavola tratta dalla celebre rivista di satira della Belle Epoque L'Assiette au Buerre, n° 177, 20 agosto 1904, disegno di François Kupka].



I missionari hanno veramente evangelizzato i Neri o semplicemente servito gli interessi delle potenze coloniali?


Per farci un'idea del ruolo dei missionari dell'epoca coloniale, analizziamo la dichiarazione fatta nel 1920 dal Signor Juless Renquin, Ministro delle colonie del Belgio nel Congo Belga [1].


Essa fu la sua allocuzione di benvenuto ai missionari giunti in Africa a questa data.




"Reverendi padri e cari compatrioti, Siate i benvenuti nella nostra seconda patria, il Congo-Belga.

 

Il compito che siete invitati a compiere è molto delicato e richiede molto tatto. Sacerdori, venite sicuramente per evangelizzare ma questa evangelizzazione deve ispirarsi al nostro grande principio: innanzitutto per gli interessi della metropoli (il Belgio).

 

Lo scopo essenziale della vostra missione non è dunque affatto quello di insegnare ai neri a conoscere Dio. Essi lo conoscono già. Essi parlano e si sottomettono a un Nzambe o un Nvindi-Mukulu e altro ancora. Sanno che uccidere, rubare, calunniare, ingiuriare è cosa malvagia.

 

Abbiate il coraggio di confessarvelo, non dovete dunque loro insegnare ciò che essi già sanno. Il vostro ruolo consiste essenzialmente, a facilitare il compito agli amministratori ed agli industriali. Ciò significa che interpreterete il Vangelo in modo da meglio servire i nostri interessi in questa parte del mondo.






Le potenze coloniali europee creano i lager in Sudafrica

Tavola tratta da: L'Assiette au Beurre, n° 47, 28 febbraio 1902, disegno di Steinlen.








CATECHISMO COLONIALE


Per fare ciò, veglierete tra l'altro a:


. Disinteressare i nostri selvaggi dalle ricchezze materiali di cui abbonda il sottosuolo, per evitare che interessandovisi, non ci facciano una concorrenza mortale e sognino un giorno a cacciarci via. La vostra conoscenza del Vangelo vi permetterà di trovare facilmente dei testi che raccomandano e fanno amare la povertà. Per esempio: "Beati sono i poveri, perché loro è il regno dei cieli" e "È più difficile per un ricco entrare in cielo che per un cammello nella cruna di un ago". Farete dunque ogni cosa affinché questi neri abbiano paura di arricchirsi per meritare il cielo.


. contenerli per evitare che essi si rivoltino. Gli amministratori così come gli industriali si vedranno obbligati di tanto in tanto, per farsi temere, di ricorrere alla violenza (ingiuriare, picchiare). I Neri non dovrebbero rispondere rispondere o nutrire sentimenti di vendetta. Per questo bisogna che insegniate loro di sopportare ogni cosa. Commenterete e li inviterete a seguire l'esempio di tutti i santi che hanno porto l'altra guancia, che hanno perdonato le offese, che hanno ricevuto senza trasalire sputi ed insulti.


. Allontanarli e far loro disprezzare tutto quel che potrebbe dar loro il coraggio di affrontarci. Penso a questo proposito soprattutto ai loro numerosi feticci di guerra che essi pretendono li rendano invulnerabili. Dato che i vecchi non intenderanno mai abbandonarli, poiché presto essi spariranno, la vostra azione deve vertere essenzialmente sui giovani.


. Insistere particularmente sulla sottomissione e l'obbedienza cieca. Questa virtù si pratica meglio quando c'è assenza di spirito critico. Dunque evitate di sviluppare lo spirito critico nelle vostre scuole. Imparate loro a credere e non a ragionare. Istituite per essi un sistema di confessione che farà di voi dei buon detective per denunciare ogni nero avente una presa di coscienza e che rivendicasse l'indipendenza nazionale.

. Insegnate loro una dottrina di cui non metterete voi stessi in pratica i principi. E se vi chiederanno perché vi comportate contrariamente a quanto predicate, rispondete loro che "voi neri, seguite quanto noi vi diciamo e non qual che facciamo". E se vi risponderanno facendovi notare che una fede senza pratica è una fede morta, arrabbiatevi e rispondete: "beati coloro che credono senza protestare".










































 

 

A destra disegno di Gustave Henri Jossot, da: L'Assiette au Beurre, n° 102, 14 marzo 1903. A sinistra disegno di Auguste Willette, da: L'Assiette au Buerre, n° 90, 20 dicembre 1902. I metodi civilizzatori sono ben evidenziati dai disegni tratti dalla rivista antiautoritaria francese della Belle Epoque, sia in questi sopra di natura realistica che in quelli di stile simbolico di Steinlen qui riportati.




. Dite loro che le loro statuette sono opera di Satana. Confiscatele e riempiteci i nostri musei (...). Fate dimenticare ai neri i loro antenati.


. Non offrite mai una sedia ad un nero che viene a farvi visita (...). Non invitatelo mai a pranzo anche se vi uccide un pollo ogni volta che andate da lui. Non date loro mai del "lei" ad un nero, perché si crederebbe eguale ad un bianco.


. Considerate tutti i neri come dei bambini (...), esigete che vi chiamino tutti "padre" (...). Sono questi , Cari compatrioti, alcuni dei principi che applicherete senza fallo. Ne troverete molti altri in libri e testi che vi saranno consegnati alla fine di questa seduta. Il Re attribuisce molta importanza alla vostra missione. Così ha deciso di fare di tutto per facilitarvela. Godrete della più grande protezione degli amministratori. Avrete dei fondi per le vostre opere evangeliche ed i vostri spostamenti".


È tutto chiaro!




Le potenze coloniali massacrano e schiavizzano  (tra l'altro) le popolazioni africane.

Da: L'Assiette au Beurre, n° 47, 28 febbraio 1902, disegno di Steinlen.





Jean-Philippe Omotunde




Riferimenti bibliografici:


[1] Avenir colonial Belge, numero del 30 octobre 1921 Bruxelles.





[Traduzione e integrazione iconografica di [Ario Libert].


LINK al post originale:

Le véritable rôle des missionnaires à l’époque coloniale

Repost 0
30 luglio 2009 4 30 /07 /luglio /2009 00:17



Le piramidi sono fatte di calcestruzzo?


Le pietre delle piramidi sono sintetiche e costruite con stampi



 

di Joseph Davidovits

Le piramidi di Giza hanno più di 5 milioni di blocchi di pietra calcarea, sino ad ora considerate pietre TAGLIATE, nuove prove mostrano che esse SONO STATE MODELLATE DENTRO DEGLI STAMPI con un calcestruzzo di calcare.


Questo sito Web (dell'Institut Géopolimerique), spiega come gli antichi Egiziani hanno costruito le piramidi utilizzando delle pietre artificiali che sembrano esattamente delle rocce naturali.

I blocchi di calcare sono stati modellati sul posto utilizzando una tecnologia avanzata che è andata perduta lasciandoci così un mistero nascosto all'interno delle pietre delle piramidi da migliaia di anni. Questa teoria getta sicuramente nuova luce su ciò che si è veramente verificato in Egitto durante questo periodo remoto.

Il fondo scientifico, includente le analisi, le formule, la fabbricazione delle pietre sono rivelate nel libro recentemente stampato
Geopolymer Chemistry & Applications in diversi capitoli, ad esempio i capitoli 5, 11, 13, 17 e 20. L'ultimo libro destinato al grande pubblico in francese di Joseph Davidovits est La nouvelle histoire des Pyramides, [Tr. it.: Il calcestruzzo dei faraoni, Profondo Rosso Edizioni, Roma, 2004].

Ministro e architetto del faraone Zoser:

Imhotep mentre costruisce una pietra.





Il grande sacerdote Imhotep ha inventato la formula chimica 5.000 anni fa.


Ideatore e costruttore della PRIMA PIRAMIDE della storia, la piramide a gradini di Saqqara…

Uno scienziaro francese ha risolto  l'enigma delle piramidi.



Il professore Davidovits mentre sta esaminando un blocco di calcare.


Il Professore JOSEPH DAVIDOVITS RISCOPRE ARI-KAT, L’ANTICA TECNOLOGIA DEGLI EGIZIANI.

Una riproduzione di dodici tonnellate di calcare di piramidi è stata eseguita all'INSTITUT GEOPOLYMERE a Saint-Quentin, Francia.



Tagliare la pietra è impossibile

Ricreazione in 3D delle pietre tagliate e trasportate utilizzando delle rampe.


Generazioni di studenti del mondo intero sono stati invitati ad immaginare delle immense squadre di lavoratori egiziani mentre tagliano delle pietre, le trasportano verso la piramide e le sollevano sino a quando ognuna sia stata posta nella sua esatta posizione. Ma come ciò è stato realizzabile?


La grande piramide di Cheope è composta di circa 2,5 milioni di blocchi, la maggior parte pesanti due tonnellate e potrebbero essere state trasportate da almeno sessanta uomini. Ma alcune pesano sino a 70 tonnellate e non si trovano alla base della piramide, ma all'incirca quaranta metri più in alto. Poiché gli antichi Egiziani non avevano ancora la ruota, avrebbero avuto bisogno di più di 2.000 uomini per trasportare ogni blocco.


Come avrebbe potuto essere eretta questa piramide nei 20 anni di regno del faraone Cheope? Per compiere questo compito almeno 400 blocchi al giorno avrebbero dovuto essere posti sin dal primo giorno dell'ascesa al trono del faraone.


Le centinaia di migliaia di uomini avrebbero lavorato simultaneamente- spalla a spalla- nello spazio di un semplice quartiere di una città moderna. Però ciò non è fattibile. In tali circostanze, gli uomini non avrebbero potuto muoversi. Come avrebbero potuto, gli antichi egiziani tagliare queste pietre che erano estremamente dure soltanto con il più primitivo degli strumenti? Tutt'al più, avrebbero potuto utilizzare delle seghe di rame e il rame è un metallo così tenero, incapace di tagliare i duri blocchi di calcare con cui sono state costruite le prime piramidi.


Come era possibile trasportare le grandi pietre quando la ruota non era stata ancora inventata e non c'era nessuna puleggia per sollevarle verso l'alto?


Se le pietre erano tagliate, come la maggior parte delle persone lo credono, dove sono i frammenti di pietre rotte, i residui? Il calcare si spezza facilmente. Tagliare 5 milioni di tonnellate di blocchi di calcare dovrebbe aver prodotto milioni di residui e frammenti rotti. Tuttavia, nessuna traccia è stata mai trovata.


Come ha potuto, una civiltà senza metalli duri, tagliare milioni di blocchi della grande piramide, con decine di lunghezze differenti e calcolate con precisione, allo scopo di piazzarli secondo uno schema in tutta la struttura per eliminare la formazione di giunture verticali?


Queste giunture tra i blocchi adiacenti, come hanno potuto essere realizzate con una tale perfezion? Le giunture tra milioni di blocchi hanno verticalmente e orizzontalmente appena più di 2 milimetri di larghezza. Come sono stati tagliati e livellati senza macchine dotate di motore elettrico o di trapani a punta di diamante?


La risposta è stata infine trovata e contraddice totalmente le teorie del taglio. Le piramidi sono state costruite sul posto. Abbastanza curiosamente, questa spiegazione era sempre stata lì, in attesa di essere csoperta, grazie all'esame di queste pietre misteriose con le quali le piramidi sono state costruite.





Dagli anni 80, Joseph Davidovits dimostra che le piramidi ed i templi dell'Antico Impero egiziano furono costruiti in calcare agglomerato e non con blocchi di calcare tagliato e trasportato dalle cave. Questo tipo di calcestruzzo, con conchiglie fossilizzate, sarebbero state così costruite o compattate in stampi. Gli operai egiziani hanno estratto il materiale nelle cave di calcare relativamente tenero, poi l'hanno disgregato con l'acqua, mischiato questa pasta di calcare con della calce e degli ingredienti come l'argilla caolinitica, il limo ed il sale natron egiziano (carbonato di sodio) formando dei tecto-alumino-silicati (geosintesi). Il fando di calcare (includente le conchiglie fossili) fu trasportato in ceste poi versato, piggiato o compattato in stampi (fatti di legno, pietra, argilla o mattoni) posti sull'area delle piramidi.


Questo calcare ri-agglomerato, unito in situ attraverso reazione geopolimerica (chiamata cemento geopolimerico), indurisce in blocchi di grande ressitenza. Nel 1979, al 2° Congresso Internazionale degli Egittologi a Grenoble in Francia, Joseph Davidovits presentò due conferenze. Una espose l'ipotesi che i blocchi di piramide sono stati costruiti come calcestruzzo invece di essere tagliati. Una tale teoria era molto imbarazzante in rapporto alla teoria classica con le sue centinaia di migliaia di operai partecipanti a questo sforzo gigantesco. La seconda conferenze ha sottolineato che dei vasi in pietra, costruiti 5.000 anni fa da artigiano egiziani, sono stati fatti in pietra dura sintetica (fatti a mano).


La ricerca di Joseph Davidovits fu accanitamente combattuta da alcuni esperti (egittologi e geologi) che non esitarono a pubblicare gli attacchi abitualmente lanciati contro ogni nuova teoria. La teoria fu pubblicata negli USA nel 1898 sotto il titolo "The Pyramids: an enigma solved" [Le piramidi: un enigma risolto], Hippocrene Books, New York (4 edizioni), poi da Dorset, New YOrk. Nel 1998, Joseph Davidovits riprese il suo lavoro di ricerca archeologica e presentò dei nuovi risultati editi ai Congressi Geopolimeri. (vedere i dettagli in Le Applications en archéologie aux Congrès). Ma pubblicò anche in Francia nuove edizioni di suoi libri dal 2003, vedere il sito di Joseph Davidovits.


La teoria tradizionale del taglio e del trasporto genera numerosi interrogativi che restano senza risposta. Gli esperti non possono che effettuare delle supposizioni. E gli egittologi ammettono che il problema non è stato risolto dal loro punto di vista.


Esistono numerose teorie sulla costruzione e si continua ad inventarne altre. Sono tutte basate sul taglio ed il trasporto della pietra naturale in blocchi e nessuna  risolve i problemi posti. Per contro, la teoria dell'agglomerazione attraverso stampi o compattamento apporta istantaneamente le soluzioni alla maggioranza dei problemi di logistica, così come per tanti altri.





Imhotep l’Alchimista



IL SOMMO SACERDOTE IMHOTEP INVENTÒ LA FORMULA CHIMICA 5000 ANNI FA
Ideatore e costruttore della PRIMA PIRAMIDE della storia
la piramide a gradini di Saqqara



Rappresentazione in 3D del sommo sacerdote ed alchimista Imhotep


Imhotep ha ideato e costruito la prima piramide della storia umana, la piramide a gradini di Saqqara, la prima manifestazione della conoscenza più elevata nell'Egitto antico.


Egli faceva parte di un'organizzazione chiusa di sacerdoti chiamati scuola dei misteri "dell'occhio di Horus", i custodi esclusivi della conoscenza nell'Egitto antico.


Imhotep. il cui nome significa "il saggio che viene in pace", occupa un posto particolare nella storia. Era venerato in Egitto da tre millenni- cioè, da quando era in vita durante il regno del Re Djoser sino alle conquiste greche e romane in Egitto. Suo padre era l'architetto reale Kanofer, sua madre Khredonkh, una nobile ereditaria. Molto giovane, Imhotep ricevette il sacerdozio e cominciò a vivere nel tempio di Annu sulle rive del Nilo- un centro della scienza e della religione, con una grande biblioteva. Là imhotep apprese come leggere e scrivere nella lingua simbolica dei geroglifici.






Imhotep mentre costruisce un blocco di calcare.


Imhotep lasciò dei piani di ideazione dei templi che venivano costruiti migliaia di anni dopo la sua morte, come indicato dagli ieroglifici di numerosi templi. Era geometra, dottore in medicina, inventore del Caduceo, l'attuale simbolo dei medici. La leggenda riporta che Imhotep divise i cieli in settori di 30°, conosciuti oggi come le zone dello zodiaco, per osservare i movimenti delle stelle e delle costellazioni.


Un sacerdote-scienziato come Imhotep, che riusciva a fare vasi di pietra, beneficio di uno statuto speciale, poiché la sua conoscenza gli permise di dare la forma alle pietre e la pietra per gli Egiziani era il simbolo dell'eternità. Dopo la sua morte, è stato divinizzato dagli Egiziani che lo hanno identificato con Thoth, la divinità dal volto di Ibis, dio della saggezza. Gli gnostici l'hanno chiamato Ermete Trismegisto, tre volte grande, fondatore e origine della loro sapienza esoterica.




Davidovits, il chimico.

Il professore JOSEPH DAVIDOVITS, RISCOPRE L'ANTICA

TECNOLOGIA EGIZIANA: ARI-KAT

Una riproduzione di blocchi di quattro tonnellate di pietra calcarea di piramide
sono state costruite all’Institut Géopolymère di Saint Quentin in Francia



Il Professore Davidovits esamina dei blocchi di calcare nel suo laboratorio




All'Istituto Geoplolimeri di Saint-Quentin vicino a Parigi, il Prof. Joseph Davidovits ricerca dei cementi antichi, dei nuovi calcestruzzi, nuove ceramiche e leganti per l'industria high tech. È celebre per la sua ricerca della chimica i su istudio principale sono i geopolimeri- un polimero minerale inorganico a base di molecole geologiche di silicio e di alluminio.


Durante tutta la sua lunga carriera professionale, il professore Davidovits ha insegnato in università degli Stati Uniti, ha pubblicato tre importanti studi sulle piramidi e fatto brevettare un certo numero di prodotti originali che utilizzavano dei processi sofisticati nella fabbricazione del cemento, ceramiche e leganti. Nel 1998, è stato innalzato al grado di "Chevalier de l'Ordre National du Mérite" [Cavaliere dell'Ordine Nazionale al Merito] in Francia e a riconoscimento della sua ricerca e dei suoi numerosi brevetti in un ramo innovatyore della chimica conosciuta con il nome di geopolimerizzazione. Infine, è membro dell'Associazione Internazionale degli Egittologi ed ha regolarmemente presentato i suoi lavori archeologici durante i congressi internazionali di egittologia dal 1979.


Il professor Davidovirs crea dei nuovi composti minerali e rocciosi copiando e accelerando i processi naturali. È autore di "La nouvelle histoire des Pyramides", Parigi, 2004 82a edizione 2006), "Ils ont bâti les Pyramides", Parigi 2002 e "The pyramids: an enigma solved", New York, 1988 (vedere  La Nouvelle Histoire des Pyramides ).





Il Professore Davidovits miscela gli ingredienti per costruire un blocco di pietra nel suo laboratorio.



Si è interessato specialmente alle piramidi egiziane e propone un nuovo approccio- l'approccio di un chimico- per l'interpretazione dei geroglifici, che è combinata con la ricerca avanzata nella struttura e composizione dei blocchi di pietra e dei cementi utilizzati per la costruzione delle piramidi.


Di conseguenza, e dopo lunghe sperimentazioni nella fabbricazione e modellatura della pietra, ha presentato una teoria affascinante sul modo in cui queste gigantesche montagneartificiali sono state costruite.


dans la fabrication et moulage de la pierre, il a présenté une théorie fascinante sur la façon dont ces montagnes géantes artificielles ont été construites.

Joseph Davidovits






[Traduzione di Ario Libert]




Link al post originale:

Les pyramides sont-elles faites en béton?



Link interno al presente blog di argomento pertinente:

Incontro con la Venere di Dolni Vestonice




Link ad alcuni filmati illustranti la tecnica dell'ari kat:

Construire les pyramides d'Egypte (in francese).

How the pyramids where built in Egypt (versione inglese del filmato precedente).

Bricks made at low temperature, low energy, low cost  (conferenza del prof. Davidovits in inglese illustrante i processi geochimici per ottenere i geopolimeri)

Repost 0
28 luglio 2009 2 28 /07 /luglio /2009 10:32

 

All'origine del genocidio amerindiano: colonialismo e industrializzazione

Lo sterminio degli Indiani dell'America del Nord è stata effettuata metodicamente su un periodo lungo, incontrando una resistenza disperata degli Indiani delle Pianure, i Sioux. Qual è la parte dell'industrializzazione, della demografia, dell'espansionismo dei coloni americani sulla disfatta degli Indiani delle Pianure? Un esempio storico tragico dei "benefici della civiltà".

A l’Origine du Génocide amérindien : colonialisme et industrialisation


All'origine del genocidio amerindiano: colonialismo e industrializzazione


Lo sterminio degli Indiani del Nord America è avvenuto in modo sistematico in un lungo arco di tempo incontrando una resistenza disperata da parte degli Sioux. gli Indiani delle Pianure, le cui rivolte contro i coloni nel Minnesota nel 1862 condotte dai capi Sioux Piccolo Corvo, Shakopee e Voce Rossa del Mezzo e chiamati "Massacri del Minnesota" terminarono nel 1890 con la sconfitta finale degli Sioux a "Wounded Knee" nel sud Dakota.

La battaglia di Wounded Knee è stata l'ultimo capitolo di una lunga lotta degli amerindi contro il governo coloniale statunitense per preservare una parte delle loro terre ancestrali ed il loro modo di vita tribale.

Qual è la parte dell'industrializzazione e della superiorità in numero dei coloni americani sulla sconfitta degli Indiani delle Pianure?

Nel 1865, il capo Shakopee, uno dei capi dei sollevamenti del Minnesota è stato impiccato a Fort Snelling. Gli Indiani delle Pianure avevano sin dall'inizio adottato un atteggiamento difensivo contrariamente a quel che vorrebbe farci credere tutta quella propaganda sapientemente orchestrata dall'industria cinematografica hollywoodiana. Essi erano costantemente minacciati dall'installazione di nuove colonie e dallal loro espansione. La ferrovia costituiva allora il simbolo di questo espansionismo verso ovest, dell'industrializzazione sfrenata e delle loro conseguenze economiche, quel che il mondo "civilizzato" ha chiamato il "progresso" e la "civiltà".

Una delle città chiave nella rivolta indiana del 1862 nel Minnesota, è stata New Ulm, una comunità fondata ed abitata soprattutto da tedeschi. La popolazione era in crescente e rapido aumento. Nel 1862, New Ulm contava 900 abitanti. Gli Indiani delle Pianure non potevano contrastare l'immigrazione e la colonizzazione. Degli immigranti europei arrivavano quotidianamente e gli Indiani delle Pianure, stavano perdendo la battaglia demografica. Così si stima a circa 2.5 milioni il numero degli indiani nel Nord America all'inizio del XIX secolo. Nel 1860, non erano più che 350.000 e nel 1890 la popolazione indiana era stata ridotta a 250.000 persone.

Il capo indiano Piccolo Corvo
Questa enorme riduzione della demografia indiana si spiega con l'interazione nefasta dei coloni bianchi. Questi Coloni hanno portato con sé diverse malattie come il colera, l'influenza, il vaiolo ed altre malattie contre le quali gli Indiani delle Pianure non avevano alcune immunità. Le epidemie hanno devastato queste popolazioni indiane per tutto il XIX secolo soprattutto negli anni tra il 1850 ed il 1860. I combattimenti contro le truppe USA ed i coloni hanno egualmente contribuito a decimare queste popolazioni così come le guerre intertribali soprattutto quando le tribù dell'est sono state trasferite nelle riserve su terre già occupate da altre tribù.

L'intrusione della "civiltà" occidentale e dell'economia di mercato hanno anch'esse contribuito a distruggere la cultura e gli stili di vita degli Indiani delle Pianure. Quest'economia ha distrutto il modo tradizionale di sostentamento caccia/raccolta. Sterminate mandrie di bufali sono state distrutte da cacciatori "clandestini" incoraggiati dall'esercito americano poiché ciò privava gli indiani del nutrimento e di conseguenza indeboliva il nemico. Si valuta in circa 15 milioni il numero di bufali uccisi la cui sparizione era quasi compiuta verso il 1880. La distruzione del patrimonio bovino indiano è stato l'elemento primario nella distruzione di una delle principali fonti di nutrimento degli Indiani delle Pianure e nella degradazione dei loro modi di vita.

Il processo di "detenzione nelle riserve" ha infine completato il processo di distruzione della società indiana e della sua popolazione nel corso di un lento processo, una morte lenta genocidiaria. Il sistema delle riserve ha isolato gli Indiani, distrutto le loro culture, i loro modi di vita e di sostentamento. Benché alcuni aspetti delle riserve pretendevano "preservare" i modo di sussistenza degli indiani come la distribuzione di lotti di terra, questi metodi si sono rivelati completamente inefficaci in materia di sfruttamento agricolo. Il sistema delle riserve costituiva di fatto una ghettizzazione su vasta scala nel senso primitivo della parola ghetto così come era concepito dagli Italiani per racchiudere ed isolare gli ebrei a Venezia: una zona in cui vive un gruppo etnico separato dalla comunità nazionale, un gruppo escluso dalla vita corrente della nazione.

Questo sistema di riserve ha creato un lento processo di sterminio etnico.

Per combattere i coloni e il governo USA ed il suo esercito, gli Indiani delle Pianure avevano bisogno di risorse e di persone. Benché la popolazione fu lentamente decimata, le risorse non mancavano soprattutto dopo le scoperte del 1861 di filoni d'oro che provocarono la celebre "corsa all'oro". Questi filoni erano situati sul territorio di una riserva Cheyenne, la riserva di Sand Creek. All'inizio, le relazioni tra i coloni ricercatori e gli Indiani erano amichevoli. Ma, poiché arrivavano sempre più ricercatori , essi cominciarono ad impadronirsi di terre riservate dal Trattato di Fort Laramie agli Cheyenne ed agli Arrapao. Questo Trattato dava anche diritto ai coloni USA di attraversare queste terre. I coloni approfittarono di questo diritto per impadronirsi semplicemente delle terre. Misero mano su terre destinate all'agricoltura, per la costruzione di fattorie e di abitazioni per la popolazione indiana. Dei villaggi e di abitazioni per l apopolazione indiana. Dei villaggi e città di coloni bianchi cercatori d'oro sono apparsi velocemente su queste terre diventate molto ambite, seguirono degli scontri. Il primo ebbe luogo l'11 aprile del 1864. Un proprietario di ranch il colono bianco Ripley accus gli Indiani di aver rubato le sue greggi il che portò ad uno scontro tra Indiani e coloni. Furono i primi scontri di quel che sarà la guerra di Sand Creek. Questa guerra è conosciuta per via del massacro del colonnello John Chivington di molte centinaia di civili indiani, uomini, donne e bambini. I loro corpi furono mutilati e privati dello scalpo.

Il criminale USA John Chivington.
La "battaglia di Sand Creek" fu in effetti un vero massacro fatto di attrocità. Nel novembre del 1864, 800 soldati del Colorado hanno attaccato un villaggio indiano a Sand Creek. Gli uomini del villaggio erano andati a caccia, erano rimasti soltanto le donne, i bambini e le persone anziane. Il capo Cheyenne Black Kettle ha innalzato la bandiera bianca in cima  al suo teepee per mostrare che si arrendevano ed anche la bandiera americana. I soldati del colonnello Chivington hanno circondato il villaggio armati sino ai denti con tonnellate di munizioni a loro disposizione. Hanno cominciato a sparare sul villaggio senza difesa poi hanno attaccato le donne, i bambini ed i vecchi con la sciabola ed il pugnale.

Il vice presidente della tribù nord degli Cheyenne a Lame Deer, Montana, Steve Brady ricorda questi terribili avvenimenti: "Pezzi di corpi e di scalpi tagliati dai soldati sono stati esibiti in mezzo ad una folla esultante per le strade di Denver. Degli ufficiali di Fort Lyon avevano detto a Chivington che il villaggio di Sand Creek era pacifico, ma non fece nulla. I miei bisnonni si sono svegliati ai colpi dei fucili e dei cavalli al galoppo nel campo. Il mio bisnonno  materno si è impadronito di un cavallo benché ferito alla spalla e dopo aver preso sua moglie è fuggito cantando un canto di morte 'Solo le pietre vivranno in eterno', un canto che cantiamo da sempre sino ad oggi".

Il suo bisnonno paterno, Black Kettle è andato alla ricerca di sua moglie incinta del suo primo figlio. L'Ha ritrovata in un bagno di sangue ma è sopravvissuta al massacro. Il villaggio intero è stato distrutto. Vi erano pile di corpi bruciati. Dei cani sono stati visti mangiare dei cadaveri.

Il colonnello americano John Chivington vero adoratore di questo massacro, ha allestito uno scenario teatrale a Denver nel corso del quale raccontava gli avvenimenti di questo massacro ed ha pubblicamente esibito 100 scalpi di indiani, comprendenti quelli delle parti intime di donne indiane. Alcuni di questi resti macabri possono essere visti in certi musei tra cui quello di Denver.


Il capo indiano Black Kettle



La battaglia di Sand Greek mostra il carattere reale di queste "battaglie" celebrate dai coloni USA e dalla loro armada cinematografica hollywoodiana. La maggior parte erano dei veri massacri di popolazioni senza difesa, ma tutto questo è stato dissimulato e non fa parte del curriculum scolastico americano mentre la Shoah è insegnata.

 
Le battaglie condotte dagli Indiani delle Pianure erano principalmente dei combattimenti difensivi, una semplice questione di sopravvivenza. Non erano "guerre" o "scontri militari" secondo il senso corrente di questi termini e come vorrebbe farlo credere la storiografia coloniale USA. La rivolta del Minnesota ha avuto inizio perché il governo USA aveva violato i suoi impegni commerciali non versando i fondi annui dovuti e non approviggionando gli Indiani. La rivolta del 1862 ha cominciato quando gli Indiani sono penetrati in un edificio di stoccaggio e si sono impadroniti dei sacchi di farina immgazzinativi, In breve questa rivolta è stata causata dalla fane. Le "battaglie" condotte dal governo USA miravano principalmente alla distruzione delle riserve di cibo degli Indiani, delle campagne condotte l'inverno contro i villaggi colpendo i civili. Queste "battaglie" non miravano alla sconfitta degli Indiani delle Pianure ma allo sradicamento delle popolazioni civili su base etniche. Gli Indiani vivendo nelle riserve economicamente povere in cui erano alla mercè del governo USA, che poteva agire agire con essi come meglio gli pareva soprattutto grazie alla sua superiorità demograficamente schiacciante, l'immigrazione forniva una riserva senza fine di coloni.

Gli Indiani delle Pianure hanno condotto una lotta disperata contro la colonizzazione di europei venuti ad installarsi sulle loro terre. Non era una guerra ma semplicemente un genocidio che era stato avviato nel 1850. L'industrializzazione ha dato ai coloni il vantaggio tecnologico per dominare militarmente, ma ha anche contribuito alla colonizzazione stessa, le espropriazioni, gli spostamenti di popolazioni indiane per lo sfruttamento delle ricchezze naturali e l'espansionismo yankee. La ferrovia ha permesso la colonizzazione di un vasto territorio a detrimento delle popolazioni indiane autoctone di cui costituiva il terreno di caccia, la fonte del nutrimento. La sola vera ricchezza degli Indiani delle Pianure erano le loro terre che il governo USA ed i suoi coloni bramavano e di cui si sono impadroniti a prezzo di massacri e di un genocidio sistematico nei confronti di un'intera popolazione. La tragica storia degli amerindiani è un esempio dei "benefici della civiltà" sfortunatamente in corso di ripetersi altrove, in Palestina, e che bisogna ad ogni costo combattere e fermare.


Non dimenticate: gli Stati Uniti sono stati costruiti su un genocidio, quello degli amerindiani.


Fonte delle informazioni: Ralph K. Andrist The Long Death: The Last Days of the Plains IndiansI edizione 1964, riedito nel 2001 dalla Casa editrice Universitaria dell'Oklahoma.
 
Post originale datato Domenica 10 Settembre 2006.



[Traduzione e cura iconografica di Ario Libert]



APPENDICE:

 

Brani tratti dal seguente link in lingua italiana ed altamente raccomandabile:  Il massacro di Sand Creek


All'alba del 29 novembre 1864, il colonnello Chivington fece circondare l'accampamento, nonostante gli accordi presi e anche se nel mezzo del villaggio sventolava la bandiera americana, comandò l'attacco contro una popolazione inerme che quasi niente fece per reagire. (...) Gli uomini vennero scalpati e orrendamente mutilati, i bambini usati per un macabro tiro al bersaglio, le donne oltraggiate, mutilate e scalpate. (...) In nessun modo si riuscì legalmente a rendere giustizia ai pellerossa.

Sembrava una carneficina indiscriminata di uomini, donne e bambini. Vi erano circa trenta o quaranta squaws che si erano messe al riparo in un anfratto; mandarono fuori una bambina di sei anni con una bandiera bianca attaccata a un bastoncino; riuscì a fare solo pochi passi e cadde fulminata da una fucilata. Tutte le squaws rifugiatesi in quell'anfratto furono poi uccise, come anche quattro o cinque indiani che si trovavano fuori. Le squaws non opposero resistenza. Tutti i morti che vidi erano scotennati. Scorsi una squaw sventrata con un feto, credo, accanto. Il capitano Soule mi confermò la cosa. Vidi il corpo di Antilope Bianca privo degli organi sessuali e udii un soldato dire che voleva farne una borsa per il tabacco. Vidi un squaws i cui organi genitali erano stati tagliati... Vidi una bambina di circa cinque anni che si era nascosta nella sabbia; due soldati la scoprirono, estrassero le pistole e le spararono e poi la tirarono fuori dalla sabbia trascinandola per un braccio. Vidi un certo numero di neonati uccisi con le loro madri. "
Testimonianza di Robert Bent, che si trovava a cavallo con il colonnello Chivington

Tornato sul campo di battaglia il giorno dopo non vidi un solo corpo di uomo, donna o bambino a cui non fosse stato tolto lo scalpo, e in molti casi i cadaveri erano mutilati in modo orrendo: organi sessuali tagliati, ecc. a uomini, donne e bambini; udii un uomo dire che aveva tagliato gli organi sessuali di una donna e li aveva appesi a un bastoncino; sentii un altro dire che aveva tagliato le dita di un indiano per impossessarsi degli anelli che aveva sulla mano; per quanto io ne sappia John M. Chivington era a conoscenza di tutte le atrocità che furono commesse e non mi risulta che egli abbia fatto nulla per impedirle.
Testimonianza del tenente James Connor

Quando cessò la sparatoria erano morti 105 donne e bambini indiani e 28 uomini. Nel suo rapporto ufficiale, Chivington parlò di quattro o cinquecento guerrieri uccisi. Egli aveva perso 9 uomini, e aveva avuto 38 feriti; molti erano vittime del fuoco disordinato dei soldati che si sparavano addosso l'un l'altro.

Quando scese la notte i sopravvissuti strisciarono fuori dalle buche. Faceva molto freddo e il sangue si era congelato sulle loro ferite, ma non osarono accendere i fuochi. L'unico pensiero che avevano in mente era di fuggire a est verso lo Smoky Hill e cercare di raggiungere i loro guerrieri. (...) Per 80 chilometri sopportarono il gelo dei venti, la fame e i dolori delle ferite, ma alla fine raggiunsero il campo di caccia.

Come la notizia del massacro di Sand Creek si sparse nelle pianure, i Cheyenne, gli Arapaho e i Sioux mandarono staffette avanti e indietro con messaggi che invitavano tutti gli indiani a unirsi in una guerra di vendetta contro i bianchi assassini.

Nel 1865, le testimonianze della strage portarono il Congresso ad aprire un'inchiesta. Ma i colpevoli non furono mai puniti, la strage non venne mai ufficialmente condannata. L'episodio innescò dodici anni di Guerre Indiane sfociate poi nella uccisione di George Custer a Little Big Horn.


Sul luogo della strage, avvenuta il 29 novembre 1864 lungo un torrente del Colorado, sarà posta una lapide per ricordare i Cheyenne e Arapaho, in gran parte donne e bambini, massacrati da un migliaio di "giacche blu" del colonnello John Chivington.

Sulle prime Chivington fu acclamato e riconosciuto come un eroe per la "battaglia" di Sand Creek, ma presto iniziarono a circolare le voci secondo le quali si era trattato di un vero e proprio sterminio, che i soldati erano per lo più ubriachi e che la gran massa degli uccisi era composta di donne e bambini. Queste voci sembrarono trovar conferma quando Chivington arrestò sei dei suoi uomini accusandoli di codardia in battaglia. Senonché tra i sei vi era anche il capitano Silas Soule, un amico di Chivington che aveva combattuto con lui al Glorietta Pass, e che ora parlava apertamente di "carneficina", sostenendo di non essere codardo, ma di aver volutamente rifiutato di partecipare al gioco al massacro voluto da Chivington contro un gruppo di indiani amici e indifesi. Per questo, subito dopo il loro arresto il Segretario alla Guerra ordinò l'immediato rilascio dei sei e il Congresso avviò un'indagine formale sui fatti di Sand Creek. Purtroppo Soule non poté testimoniare in quanto, una settimana dopo il rilascio, fu ucciso a Denver, colpito alle spalle con una revolverata.

LINK al post originale:

LINK a tematiche pertinenti al tema trattato:

C'era una volta l'isola di Creta

 

Repost 0
12 luglio 2009 7 12 /07 /luglio /2009 20:26

 

Importantissimo anche se breve saggio, opera di una brillante mente, Joseph Davidovits, un ricercatore scientifico che si occupa però anche con estrema competenza di ricerche archeologiche, con sommo danno dell'egittologia ufficiale. Ci occuperemo a lungo di questo autore, soprattutto in relazione alle conseguenze implicite contenute nelle sue ricerche chimico mineralogiche che illuminano la mentalità arciaca in generale ed aiutano i ricercatori indipendenti ad impostare su basi nuove quanto concrete, la disciplina nota come alchimia.
A Joseph Davidovits si deve la risoluzione della costruzione non soltanto delle piramidi egiziane ma anche di manufatti e costruzioni sinora giudicate come estremamente problematiche e, dalla scienza storica ed archeologica, nemmeno prese in considerazione nei loro aspetti tecnico costruttivi.

Per fortuna la storia, pur di monopolio di uno strato sacerdotale chiuso e dogmatico, conosce numerosi ficcanaso della levatura di Davidovits, le cui felici intrusioni hanno costituito gli unici elementi di progresso in un campo stagnante o al limite egemonizzato da solerti formiche raccoglitrici o ragni tessitori compulsivi, benvengano le api alla Davidovits.






Incontro con la Venere di Dolni Vestonice, una ceramica geopolimera antica di 25.000 anni.



Brno, capitale della Moravia, Repubblica Ceca, il 17 giugno 2006.

 

Organizzata nel quadro dei miei incontri con le istituzioni scientifiche  della Repubblica Ceca, questa visita al Museo di Antropologia di Brno dovrebbe segnare una data nei miei studi sulle conoscenze tecnologiche degli uomini preistorici. Il Dottor Martin Oliva, paleontologo, mi presenta la collezione di oggetti paleolitici in osso incisi scoperti in Moravia, soprattutto a Dolni Vestonice. Poi, in presenza della giornalista del grande quotidiano locale e di un fotografo dell'Agenzia di Stampa Ceca, il Dottor Oliva estrae dalla scatola la regina della sua collezione, la Venere. Avevo ancora nella mente l'immagine della Venere in calcare giallo esposta al Museo di Vienna, Austria, per essere troppo sorpreso da quest'ultima. Essa non fu lavorata nella pietra tenera, ma costruita in terracotta. Ero dunque in presenza della più antica ceramica realizzata dall'Homo Sapiens 25.000 anni fa.

 

 

Venere di Dolni Vestonice, 25000 anni

 
Venere di Dolni Vestonice

 

 

 


 

 

 

 


 

il-dr.-Martin-Oliva--paleontologo-e-Joseph-Davidovits.jpg
Il dottor Martin Oliva, paleontologo, a sinistra, e Joseph Davidovits mentre esaminano la Venere

 


 


 


 

Ci insegnano che la ceramica in terracotta non fu inventata che durante il Neolitico, 15.000 anni più tardi. E tuttavia, ero in presenza di un oggetto ottenuto con l'arte del fuoco, in un epoca in cui, logicamente, gli uomini preistorici non padroneggiavano questa tecnica. Come tutte le altre Veneri paleolitiche, non misurava che 11 centimetri di altezza. È di colore bruno-nero, tonalità che mi ricordò immediatamente il nostro studio sulle ceramiche etrusche (vedere più in basso). Sapevo dunque come erano state prodotte: con un fuoco all'aria aperta, ad una temperatura di 300-400°C al massimo,  ma con un argilla contenente gli ingredienti chimici naturali, dei sali aolubili alcalini che permettevano una reazione geopolimera, che io chiamavo nel mio gergo tecnico, il L.T.G.S. (in inglese Low Temperature Geopolymeric Setting, vedere sul sito dell'Istituto Geopolimero, la rubrica concernente questa tecnica del LTGS).


 

Per ottenere questa terra, bisogna che l'argilla contenga naturalmente del sale natron, il carbonato di sodio CO3Na2. Si incontra questo tipo di argilla molto frequentemente nei paesi del Medio Oriente. Doveva dunque essere presente nella regione di Dolni Vestonice, a meno che non sia stato fatto uso di sale Kali, il carbonato di potassio CO3K2,


 


 

che si trova nelle ceneri di certe piante, come la felce. Poi, bisogna aggiungere della calce, proveniente verosimilmente da cenere di legno (come la quercia). Grazie a questi ingredienti, l'argilla sarà "cotta" a 300°C, con un semplice fuoco all'aperto, con pezzetti di legno o di erbe secche. È una tecnologia estremamente semplice, ma che non funzione che con questo tipo di argilla e di ingredienti chimici naturali. Si ottiene una terracotta solida, di colore bruno. Il contatto con il fumo di fuoco di legna produrrà le ombre nere, per deposito di carbone nei pori della terracotta.


 

La tecnica è spiegata in una pubblicazione sicentifica che ho presentato con mio figlio Frédéric alla seconda Conferenza  Internazionale sui Geopolimeri, nel 1999. Vedere sul sito dell'Istituto Geopolimero sulla creazione di ceramica bruno-nera nella Preistoria e nell'Antichità

 

 


 

 

Joseph DAVIDOVITS 


 

[Traduzione di Ario Libert] 

 

 

 

LINK al saggio originale: 

Rencontre avec la venus de Dolni Vestonice vieille de 25000 ans

 


 

Repost 0
11 luglio 2009 6 11 /07 /luglio /2009 15:11

Gli Egiziani erano neri come il "carbone"


 

È quanto ci dice un vecchio dizionario di lingua greca.

 

 

 

 

 

 

Etilé René-Louis Parfait



HOTEP!


In uno dei nostri articoli intitolato Noirceur des Egyptiens anciens: "la messe est dite" [Nerezza degli antichi Egiziani: la messa è finita] abbiamo evidenziato attraverso quale meccanismo i falsificatori della nostra storia avevano fatto evolvere il vero senso della parola greca "Melas" che significa Nero, verso una traduzione erronea: Bruno [1]. L'abbiamo detto all'epoca (secondo quanto detto già da ricercatori africani, soprattutto Cheikh Anta Diop e poi Théophile Obenga, Aboubacry Moussa Lam, Babacar Sall, Mubabonge Bololo) che lo scopo ideologico razzista era di nascondere la melanità (nerezza) degli antichi Egiziani. Abbiamo detto anche che: "Mélas", parola impiegata dai Greci per il colore degli Egiziani, è il termine greco più forte per dire "nero" come sosteneva il grande ricercatore senegalese Cheikh Anta Diop.

 

Esempi:


 

 Κελαινός , kélainos ("il sangue nero" Iliade, I , 303)


 ’ερεμνός , eremnos ("un vortice tenebroso" Iliade, XII, 375)


 αίθων, aithôn ("un toro fulvo" Iliade, XVI, 488)


 μέλας , mélas ("Il nero vascello", Iliade, I, 300), [2]



Di conseguenza, abbiamo segnalato che:


le Éditions PALEO avevano editato l'ultima traduzione del celebre libro di Erodoto (2005). E la traduzione era equivalente a quella di Cheikh Anta Diop: "...i Colchidi sono di razza egiziana... innanzitutto, perché hanno la pelle nera ed i capelli crespi..."


Affondiamo il chiodo!

 


ATTO I

 

Se leggiamo i dizionari Francese-Greco di oggi (per esempio quello di L. Feuillet, 23° edizione), constatiamo che il termine "Nero" è tradotto  con "Melas", "Melaina", "Melan". L'autore aggiunge "Che è del colore opposto al bianco" a pagina 297. Se andiamo alla parola "Bruno", troviamo "Phaios" e non la parola "Melas".

 


Ma dove sta la mistificazione?

 


ATTO 2

 

La risposta ci è data dal dizionario di Fred. Dübnerche risale all'anno 1860!

 

 

Si tratta del Lexique Français-Grec Dübner all'uso delle classi elementari, redatto sul piano del Lexique Français-Latin estratto dal grand dictionnaire de M. L. Quicherat da Fred. Dübner. [3]

 

Cosa leggiamo come traduzione della parola "Nero"?:

Che è del colore del carbone, dell'ebano, ecc., "Melas", Melaina", "Melan" (pagina 339).

 

Ora i dizionari moderni, che possediamo, restano evasivi su questo termine "nero" e non precisano alla parola Melas: "Che è del colore del carbone"!!! Perché è stato ridotto il campo lessicale della parola "melas".



Melas

Melaina


Melan

ATTO III


In questo stesso lessico datante al 1860, alla parola Nero (pagina 339) figura la parola  Negro.

 

Ora questa parola "Negro" rinvia alla parolo Etiope (pagina 338).

 

 

CONCLUSIONE

 

 

C'è qui dunque un diretto legame tra "Melas", "Nero carbone", "Negro" ed "Etiope" (evidenziamo qui che si tratta di Etiope antico di cui più precisamente del popolo della valle del Nilo).

 

Ora è il termine "Melas" che è impiegato per gli Egiziani antichi in tutti gli scritti del greco antico!!!

 

(Vedere i nostri articoli su questo sito nella rubrica "Antiquité Africaine").

 

Come sostenuto dal grande Egittologo Cheikh Anta Diop, gli Egiziani antichi erano neri "carbone" [4].

 

Note: Grazie al Signor Christian Schummer per la consultazione dell'antico Lessico.

 

 

 

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 



Riferimenti bibliografici:

 

 

[1] Cfr. Il libro delle Edizioni Gallimard, FOLIO Classique (Hérodote, l’Enquête [Le Storie], Libri I-IV): il testo a pagina 213, dice precisamente "pelle bruna" ma la nota 131 rinvia a pagina 503, che cosa leggiamo qui?: "L'esistenza di una piccola comunità di Neri è stata effettivamente notata vicino a Soukhoum; sarebbero i sopravvissuti degli antichi Colchidi che erano forse (sic) di origine africana...".

 

 

[2] Vedere Engelberg Mveng, Les source grecques de l'histoire négro-africaine, Présence africaine, 1972, pagina 85.

 

[3] Librairie Hachette; imprimerie Henry Maillet.

 

 

[4] Cheikh Anta Diop ha dimostrato a proposito dei Greci che: "Tutti questi testimoni oculari affermarono formalmente che  gli Egiziani erano dei Neri".

 

 

 

 

LINK:

Les Egyptiens etaient Noirs "charbon"

 

Repost 0
5 luglio 2009 7 05 /07 /luglio /2009 18:11



Presentando questo breve quanto interessantissimo saggio sulla civiltà della Creta minoica, intendiamo in realtà iniziare un lento processo di revisione della profonda storia umana, cioè rivalorizzare sul piano interpretativo quella parte della storia chiamata preistoria.

Anche se in inea di principio, cioè teorico, il termine preistoria è inteso tra gli esponenti più progrediti della ricerca storica, archeologica e antropologica, come privo di connotazione negativa se non spreggiativa, la grande massa della gente comune e dei pochi che possiedono rudimenti di una cultura che potrebbe porli in grado di capire discorsi di ristrutturazione radicale del sapere umano da pesanti inquinamenti ideologici, rimane totalmente all'oscuro dei formidabili progressi conseguiti dalal ricerca sulla preistoria.

Siamo cioè in presenza di un vero e proprio rovesciamento, sia a livello dei valori sia in quello interpretativo, dell'immagine di una preistoria vista come stadio all'interno di uno processo di progressione dal semplice al complesso in tutti i campi da quello dell'intero scibile umano a quello delle istituzioni sociali alla tecnologia, alla scienza ed alla religione.

Ne emerge una scienza della preistoria totalmente innovativa in grado addirittura di criticare l'intera storia umana, quella cioè caratterizzata dal sorgere dello Stato, delle classi sociali, delle guerre, della violenza generalizzata in tutti i rapporti quotidiani, da tutta cioè la negatività che da numerosi millenni, almeno sei, cioè dal 4.000/4.500 a.C. caratterizza tutta la storia umana più nota, quella soprattutto che si avvale di documentiazione scritta.

La prospettiva evoluzionistica, caratterizzata dai parametri del progresso in ogni campo viene così abbattuta e rivela il suo grugno puramente ideologico a cui tutte le forme ideologiche hanno concorso a dare ovviamente il loro sostegno, dalla religione alle dottrine giuridiche, economiche e filosofiche.

Ciò che più infastidisce e sconvolge gli ideologi del presente storico è il fatto che queste culture furono in grado di prosperare ed evolversi, loro sì realmente, per millenni, non conoscendo guerre, strutturazioni sociali, gerarchie burocratiche, apparati di repressione polizieschi e di aggressione militari. Tutto ciò che da secoli l'umanità progredita e quella sofferente si augurano e che è solitamente definita come utopia.

La preistoria è la sede quindi di questa utopia concreta, storicamente esistita,  una serie di culture pacifiche, egualitarie nei rapporti tra i sessi e le più diverse comunità umane, priva di violenza tra individui e comunità altre, basate sul soddisfacimento di tutti i bisogni da quelli materiali a quelli sociali e culturali, una diffusione quindi del benessere orizzontale sotto la benedizione della grande dea madre.




Isola bastione della non-violenza sino al 1500 a. C., quando seguì l’emergere delle “civiltà” e del culto della violenza.

Quando si dice Creta, si pensa subito al Minotauro, a re Minosse, al Grande Labirinto. Ma Creta ha molto più da offrirci di questi stereotipi ingannevoli. Creta sino a 1500 anni prima dell’era comune [a.C.], data in cui è stata invasa dai kurgan, orde barbariche, è stata un modello di società organizzata sulla non-violenza, una democrazia egualitaria che aveva sviluppato una tecnologia avanzata per fini pacifici.

Creta società opulenta, modello della società egualitaria di cooperazione.

La società cretese, opulenta, ha sviluppato una civiltà molto evoluta. Questo si è tradotto in pratica nell’organizzazione di città e villaggi ben pianificati composti di imponenti edifici, palazzi, di aree agricole, forniti di reti di distribuzione di acqua ed irrigazione, fognature, fontane e collegate da vie di comunicazione di cui molte pavimentate. In campo culturale, troviamo una letteratura abbondante (in 4 differenti scritture) e produzioni artistiche che gli storici descrivono come raffinate, celebranti la vita, molto ispirate.

Ma questo non basta a farne una civiltà non-violenta. Uno dei tratti essenziali della società cretese è di avere, in un’epoca così remota, saputo sviluppare un modello di società egualitaria. I cretesi erano persone benestanti, ma la cosa più notevole era la ripartizione piuttosto equa delle ricchezze, poiché le ricerche archeologiche hanno evidenziato poca differenza nei tenori di vita. Anche quando i poteri politici sono stati centralizzati, ciò è stato fatto senza gerarchizzazioni né autocrazia e il governo insediato lo fu sotto una forma democratica ben prima che i greci non si appropriassero della parola democrazia. Gli uomini e le donne vi partecipavano paritariamente, soprattutto per quel che concerneva le cerimonie religiose.

Creta una società che ha sviluppato una notevole tecnologia utilizzata a fini pacifici.

Creta ha creato una tecnologia di qualità utilizzando il bronzo, ma non l’ha utilizzata per produrre armi. I cretesi si sono serviti di questa tecnologia per migliorare le loro condizioni di vita, abbellire il loro ambiente, costruire magnifici edifici circondati da giardini molto elaborati. Le poche armi fabbricate, poco sofisticate, lo furono per servire sulle navi mercantili e per difesa contro gli attacchi dei pirati in alto mare. La costa cretese non era fortificata rendendola così vulnerabile agli attacchi dei barbari.

I progressi tecnologici, con lo sviluppo della specializzazione, non hanno avuto effetto sul funzionamento collaborativo ed egualitario della società. I beni e le ricchezze accumulate lo erano a beneficio ed al servizio di tutti ed i poteri che tali progressi conferiscono si sono tradotti con una maggiore consapevolezza delle responsabilità di fronte alla collettività. Questi poteri erano integrati al culto della vita ed in nessun caso potevano servire a togliere la vita con un qualunque atto di violenza.

Questo modo di vita pacifico ed egualitario che l’isola di Creta aveva saputo preservare sino al 1500 prima dell’era comune, si trovava in completa opposizione con quanto si era sviluppato dappertutto altrove dal 4300 a. C. con l’invasione delle orde barbare, i Kurgan [1], che saccheggiavano, violentavano, uccidevano. Benché queste orde nomadi fossero di culture diverse, quel che avevano in comune era il modo di funzionamento societario basato sul dominio, una struttura sociale in cui la gerarchia e l’autoritarismo erano la norma. Creta, ultimo bastione di una società non violenta, egualitaria e cooperativistica, a lungo protetta dalla sua insularità, finì con il soccombere.

L’emergere delle “civiltà” e del culto della violenza


Bruscamente, con il passaggio di numerosi di questi popoli pacifici sotto il dominio di queste orde barbariche, la tecnologia sarà utilizzata per sviluppare il potere di distruzione; togliere la vita diventa la norma. I Kurgan uccidono gli uomini, si impadroniscono delle donne che diventano loro concubine e schiave e dei bambini ridotti anch’essi in schiavitù. D’ora in poi le loro sepolture mortuarie si riempiono di armi e di corpi sacrificati di donne e bambini. Da un punto di vista morale e culturale le società si impoveriscono, ne testimoniano i resti di vasellame e sculture, identiche e qualitativamente inferiori. Le donne sono sessualmente ed economicamente asservite, violentarle e violentare le giovani, sacrificare i loro figli, distruggere città intere, mostrare la propria potenza e la propria ricchezza asservendole diventa pratica corrente, con in più l’aura della religione. È su questo terreno che si sono sviluppate le “civiltà” antiche e le religioni “civilizzatrici” ebraico-cristiana. Le donne sono bandite dalle cerimonie religiose, che diventano appannaggio esclusivo degli uomini, in quanto le leggi religiose che governano oramai le società sono state concepite esclusivamente dagli uomini. Le persone non sono più trattate egualmente né in vita né in morte, le più deboli sono sfruttate, la brutalità, le punizioni sono correntemente praticate. L’ideologia dominatrice e manipolatrice celebrante il potere dello sfruttamento, la guerra, la distruzione era nato.


Cultura di violenza, istinto di morte, istinto di vita, cultura della non violenza

Dalla prevalenza di società basate sulla cooperazione, sulla celebrazione della vita, dove le persone lavoravano insieme per soddisfare i propri bisogni, si è passati a società dominatrici in cui le persone soddisfano i loro bisogni prendendoli dagli altri, al bisogno sotto la minaccia, attraverso atti di violenza, seminando ovunque morte. Quel che è stato scritto sulla storia dell’umanità, le riflessioni filosofiche, si sono principalmente sviluppate su questo a priori del dominio attraverso la violenza come elemento “naturale” della natura umana, questo “istinto “ di morte.

Quindi, costantemente, lungo il corso dei secoli sino ai nostri giorni, delle donne e degli uomini hanno voluto reinventare il mondo, assumendo su di sé e sotto forme differenti, questo bisogno di creare pacificamente i legami sociali, in relazione con un sentimento molto forte di appartenenza ad una collettività umana, percependo l’umano come una identità comune da preservare attraverso la non violenza. Allora, è questo una lontana eco di un modo di vivere scomparso o la nostalgia di un passato tribale o ancora una di quelle utopie avanguardiste ogni volta recuperata da una dinamica attivata dall’interesse? E perché non semplicemente una manifestazione persistente di un “istinto” di vita che le capacità di autodistruzione dell’essere umana, su scala individuale o collettiva, non hanno sino ad oggi potuto rimuovere?

La vita, la sofferenza, la gioia, l’estetica, la qualità della vita, le relazioni con l’ambiente naturale, sono delle ricchezze umane non misurabili, non calcolabili, non brevettabili, patrimonio comune dell’umanità che i nostri antenati hanno cercato a modo loro di preservare sperando ogni volta di superare il presente. A noi continuare.


Note:


[1] Con il termine Kurgan, vengono indicate l’insieme delle culture preistoriche eurasiatiche che seppellivano i morti socialmente ritenuti importanti in tumuli funerari spesso di grandi dimensioni, chiamati kurgan, da cui il nome traslato poi al popolo che li costruiva. I più antichi kurgan comparvero nel Caucaso e nella steppa ucraina per poi propagarsi nell’Europa orientale e centro-settentrionale. La celeberrima archeologa ucraina Marija Gimbutas, di cui Riane Eisler può essere considerata allieva, ha associato la cultura Kurgan ai proto-indoeuropei, il cui punto di propagazione è stato identificato con le culture kurgan a nord del mar Nero. (N. d. T.)




Bibliografia

Eisler, Riane (1987). The Chalice and the Blade: Our history, our future. San Francisco: Harper Collins, (tr.it., Il calice e la spada, Pratiche editrice, Parma, 1996, ora ristampato da Frassinelli.
Eisler, Riane, Il piacere è sacro, tr. it., di Sacred Pleasure,
Frassinelli, 1996.

Testi pertinenti all'argomento:

Marija Gimbutas, Il linguaggio della dea, [The Language of the Goddess, 1989], Venexia, Roma, 2008.
Marija Gimbutas, Le dee viventi, [The Living Goddess, 1999], Medusa, Milano, 2005.
Gimbutas, Eisler, Campbell, I nomi della dea, [In all Her Names, 1991], Ubaldini, Roma, 1992.
Pepe Rodríguez, Dio è nato donna, [Dios nació mujer, 1999], Editori Riuniti, Roma, 2000.




[Traduzione di Ario Libert]


Post originale datato: 3 Novembre 2004.

http://www.planetenonviolence.org


Linkografia (a cura del traduttore)

Per un inquadramento globale della storia della Creta gilanica, si può consultare questo interessante link in cui illustrazioni e fotografie aiutano nella compressione della tematica: La  Dea Madre a Creta

Per notizie essenziali sulla ricercatrice Riane Eisler i cui studi sono riassunti nella traduzione di questo articolo: Riane EISLER

Per notizie essenziali sulla ricercatrice Marija Gimbutas di cui Riane Eisler è la più importante divulgatrice e prosecutrice la sintetica voce in Wikipedia: Maria_Gimbutas

Un importante saggio del 1995 di Riane Eisler è consultabile a questo link: http://isd.olografix.org/faq/faq_uomo-donna.htm

Un interessante saggio sulle ricadute concettuali del rapporto società egualitaria ed ambiente al seguente link: http://www.estovest.net/ecosofia/anticofuturo.html
Repost 0
Published by MAX - in Gilania
scrivi un commento
4 luglio 2009 6 04 /07 /luglio /2009 08:21

 

Presentiamo, anzi ripresentiamo per il nostro blog STORIA SOPPRESSA, uno scritto importantissimo, che traducemmo anni fa per il sito di controinformazione ComeDonChisciotte. Il saggio è tratto da Africamaat, un sito afrocentrista in lingua francese che si rifa a scritti di storici e filosofi africani praticanti la disinformazione a livello storiografico in relazione alla storia del loro continente e del loro ethnos.

Riconosciamo che se a volte la loro enfasi sulla centralità dell'Africa nel ruolo di civilizzatrice del mondo preistorico e antico può risultare un po' fastidioso, dobbiamo anche e soprattutto ammettere che questo atteggiamento di fondo, (che è comunque assolutamente privo di razzismo, un razzismo che se ci fosse sarebbe questa volta un razzismo alla rovescia: dell'oppresso verso l'oppressore, del debole verso il forte), è volto unicamente a ristabilire autentiche verità storiche in relazione sia allo svolgimento di fatti storici quanto soprattutto dell'interpretazione storica.

Si tratta insomma di una vera e propria rivoluzione storica che poggia sul contributo di storici affermati del recente passato e contemporanei e che trova riscontro, come avremo modo di dimostrare in post futuri, in studi storici di ricercatori occidentali degli ultimi due secoli e mezzo, e persino di grandi figure del passato remoto greco e latino.

I post di Africamaat sono quindi improntati alla divulgazione di questi studi revisionistici (che "brutta" parola) e rinviano tutti a testi di storici accademici africani operanti in Francia o in Africa. Allo stesso tempo l'afrocentrismo è anche un movimento politico culturale di riappropriazione della propria storia da parte degli africani da se stessi e per se stessi lungi dalle menzogne a scopo ideologico della cultura "civilizzatrice" occidentale e cioè bianca, cristiana, capitalistica, rurocentrista, razzista e universalmente oppressiva attraversa la sua longa mano imperialistica.

La lezione da apprendere da Africamaat è quindi che dalla realtà storica odierna originatasi dalle trasformazioni epocali avvenute in Occidente dall'età comunale passando attraverso il Rinascimento, le esplorazioni, anzi conquiste geografiche europee, e le varie rivoluzioni industriali con la loro infinita sequela di orrori, ci rimettiamo tutti, indipendentemente dal colore dell anostra pelle e dai credo ideologici che ci pongono, noi oppressi, l'uno contro l'altro, unicamente a profitto e vantaggio del dominio dell'uomo sull'uomo (dove quando scriviamo uomo intendiamo ovviamente includere anche il genere umano femminile, anche la lingua risente di condizionamenti ideologici).

Il presenta articolo in realtà non è che l'unione di due post del sito africamaat di cui alleghiamo in fondo i relativi link per chi volesse leggerli nella lingua originale.


 Cheihk Anta Diop (1923-1986), la più importante figura di studioso afrocentrista, a cui dedicheremo molto spazio in STORIA SOPPRESSA. Ricercatore storico, ma anche fisico e antropologo, tradusse la teoria della relatività nella sua lingua natia senegalese. Il suo più grande apporto storico fu la negazione della tesi eurocentrica della assoluta mancanza di rilevanza per la storia da parte delle popolazioni africane. Diop seppe approfittare della sua lunga permanenza in Europa e soprattutto in Francia dove fervevano gli studi storici rinnovati dall'apporto delle scienza umane e sociali portati avanti dagli esponenti della Scuola delle Annales, per arricchire i suoi studi storico-antropologici sull'Africa con gli apporti della lingusitica, dell'economia, della sociologia e soprattutto dell'egittologia che gli permisero di abbattere definitivamente i luoghi comuni creati dalla cultura accademica degli ultimi due secoli, i cui assunti sono mirabilmente evidenziati dalla antologia presente in questo breve saggio di giudizi più o meno categorici delle migliori menti occidentali.




FONTE: AFRICAMAAT


Il sito africamaat.com ha per vocazione la divulgazione della storia scientifica del continente africano e la valorizzazione delle scoperte e invenzioni effettuate da personalità di ascendenza africana nel mondo.

Divulgare la storia africana: Perché?

Il nostro metodo è essenzialmente rivolto a dimostrare che è profondamente arbitrario escludere sistematicamente l’Africa nera dalla storiografia universale quando si tratta di scienze (matematica, geometria, architettura, astronomia…), di invenzioni (scrittura e tecnica della scrittura, navigazione, medicina, agricoltura…), di riflessioni umane (filosofia, spiritualità…) e soprattutto della nascita della civiltà (Nubia, Egitto).

1- Divulgare e continuare le ricerche iniziate dal professor C. A. Diop [nella foto sopra]

Il nostro asse di ricerca resta fedele alla linea direttrice tracciata dal ricercatore umanista Cheick Anta Diop, fondatore della scuola africana di egittologia che, appoggiandosi fedelmente sulle testimonianze degli antichi (Greci, Semiti, Africani…), il miglioramento dei metodi di datazione ed i risultati degli scavi archeologici, ha brillantemente mandato in frantumi le tesi storiografiche fantasiose sostenute dalla maggioranza dei ricercatori occidentali relativi all’origine dell’uomo, al popolamento dei continenti, senza dimenticare l’origine africana degli abitanti dell’Egitto antico.

A questo titolo, le sue principali raccomandazioni sono le seguenti:

Il ricercatore africano dovrebbe essere armato, in partenza, almeno di una certezza legittima: dovrebbe essere a priori convinto del fatto che la sua cultura non è una creazione spontanea e non può essere che la continuazione di una cultura anteriore la cui determinazione deve essere oggetto delle sue ricerche. Poco importa che questo strato sia immenso o modesto. Quel che è importante per la scienza, per il progresso dell’umanità, per lo sviluppo e la crescita della coscienza dei popoli africani, è il riconoscimento della continuità storico-culturale (…). L’Egitto e l’Africa nera appartengono allo stesso universo culturale: la cultura africana attuale affonda le sue radici nel limo della valle del Nilo“.

Le condizioni di un vero dialogo non esistono ancora nel campo così delicato delle scienze umane, tra l’Africa e l’Europa perché gli interessi materiali premono sul minimo umanesimo. Nell’attesa, gli specialisti africani devono prendere delle misure conservative. Si tratta di essere idonei a scoprire una verità scientifica con i propri mezzi disinteressandosi delle approvazioni altrui, di sapere conservare la propria autonomia intellettuale sin quando gli ideologi che si rivestono con il mantello della scienza, si rendano conto che l’era della menzogna, della disonestà intellettuale è definitivamente scomparsa, che una pagina nella storia dei rapporti tra i popoli è stata voltata“.


2 – Riconoscere le ragioni della falsificazione sistematica della storia africana

Per giustificare la tratta negriera e l’aggressione europea contro l’Africa, i pensatori dei “Lumi” hanno intensificato gli sforzi per sminuire l’immagine e la storia delle persone di ascendenza africana. Da allora, tutta la storiografia occidentale è rimasta prigioniera di queste idee.

Bisogna vedervi la ricerca della giustificazione del colonialismo e del neocolonialismo attuale? Certamente!

A titolo di esempio, possiamo citare:



GEORGES CUVIER


Lo zoologo Georges Cuvier [1]:

La razza negra è confinata verso il mezzogiorno del globo, il suo colore è nero, i suoi capelli crespi, il suo cranio compresso ed il suo naso schiacciato, il suo muso prominente e le sue grosse labbra la ravvicinano manifestamente alle scimmie: le popolazioni che la compongono sono sempre restate barbare (…) la più degradata delle razze umane, le cui forme più si avvicinano alla rozzezza e la cui intelligenza non si è mai elevata al punto di giungere ad un governo regolare“.



GEORGES BUFFON


Bisogna notare che il biologo Georges Buffon insistette dichiarando che secondo lui, l’uomo bianco incarna per eccellenza la natura umana e le altre razze non sarebbero che il prodotto di una degenerazione. [2]



MONTESQUIEU


Montesquieu [3]: “Non si può concepire l’idea che Dio, che è un essere saggio, abbia messo un’anima, soprattutto un’anima buona, in un corpo del tutto nero (…). È impossibile supporre che quella gente siano degli uomini, cominceremmo a credere che non siamo noi stessi cristiani”. Montesquieu, grande azionista della Compagnia delle Indie specializzata nella deportazione forzata di schiavi africani verso le Americhe, resta l’adepto del “Se volete sapere se le mie azioni sono in sintonia con le mie idee, date un’occhiata al mio conto in banca”. (vedere l’articolo su Montesquieu).



DAVID HUME


L’economista inglese David Hume (1711-1776) [4]

Sospetto i Negri e in generale le altre specie umane di essere naturalmente inferiori alla razza bianca. Non vi sono mai state nazioni civilizzate di un altro colore che il colore bianco. Né individuo celebre per le sue azioni o per la sua capacità di riflessione… Non vi sono tra di loro né manifatture, né arti, né scienze. Senza fare menzione delle nostre colonie, vi sono dei Negri schiavi dispersi attraverso l’Europa, non è mai stato scoperto tra di loro il minimo segno di intelligenza”.



F. HEGEL


Friedrich Hegel (1770-1831) [5]

Gli Africani, in compenso, non sono ancora approdati a questo riconoscimento dell’universale. La loro natura è il ripiegamento su se stessi. Quel che noi chiamiamo Religione, Stato, realtà esistente in sé e per sé, valevole assolutamente, tutto ciò non esiste ancora per essi. Le abbondanti relazioni dei missionari pongono questo fatto fuori di ogni dubbio (…). Quel che caratterizza in effetti i Negri, è appunto che la loro coscienza non è giunta alla contemplazione di una qualsiasi solida oggettività, come ad esempio Dio, la legge, a cui possa aderire la volontà dell’uomo e attraverso cui possa giungere all’intuizione della sua propria essenza”. Così secondo il nostro autore, l’Africa è semplicemente “un mondo antistorico non sviluppato, totalmente prigioniero dello spirito naturale ed il cui posto si trova ancora sulla soglia della storia universale”.

E per creare uno pseudo legame di causa ed effetto tra la temperatura del clima tropicale e la pseudo assenza di intelligenza tra i Neri, aggiunge:

Il gelo che raggruppa i Lapponi o il calore torrido dell’Africa sono delle forze troppo potenti in rapporto all’uomo perché lo spirito possa muoversi liberamente tra di loro e giungere alla ricchezza necessaria alla realizzazione di una forma sviluppata di vita (…). La zona calda e la zona fredda non sono dunque il teatro della storia universale”.



EMMANUEL KANT


Emmanuel Kant [6]

I Negri d’Africa non hanno ricevuto dalla natura nessun sentimento che si elevi al di sopra della stupidità (…). I Neri (…) sono così chiacchieroni che bisogna separarli e disperderli a colpi di bastone”.



ERNEST RENAN


Ernest Renan [7]

La natura ha fatto una razza di operai, è la razza cinese (…) una razza di lavoratori della terra, è il negro (…), una razza di padroni e di soldati, è la razza europea”.

Conclusione:

È principalmente questa deviazione razzista e ideologica che è all’origine della falsificazione del passato africano e del razzismo attuale nei confronti dei Neri. Così, questi sono percepiti nelle società occidentali come degli individui dal passato torbido, senza valore storico particolare e senza avvenire al di fuori di ogni tutela occidentale.

Ne risulta una profonda alienazione delle persone di ascendenza africana che finiscono con il lasciarsi impregnare da queste idee negative e svalutanti e ad accettare con grande facilità tutele spirituali, ideologiche ed economiche che sono loro estranee.

Per smascherare del tutto le false procedure della storiografia occidentale nei confronti dell’Africa, conviene infine demistificare e denunciare gli effetti perversi dell’eurocentricità che attribuisce il titolo di Universalità soltanto alle sole esperienze umane europee a scapito della verità storica il che nasconde nel profondo un pronunciato disprezzo per l’umanità non europea.

Conviene dunque alle anime di buona volontà di ogni origine, edificare una umanità più umana, fraterna e solidale, rispettosa della personalità e della storia di ognuno, senza dimenticare gli apporti degli uni e degli altri alla civiltà universale!

Note:

[1] Cfr. Georges Cuvier, Recherches sur les ossements fossiles, [Ricerche sui giacimenti ossiferi fossili], Volume 1, Parigi, Deterville, 1812.
[2] Cfr. Buffon, Histoire naturelle de l’Homme, “De la dégénération des animaux”, [Storia naturale dell’uomo, “Della degenerazione degli animali”], Parigi, 1766, tomo XIV, pp. 311-374.
[3] Cfr. L’Esprit des Lois, [Lo spirito delle leggi], 1748.
[4] Cfr. David Hume, Sur les caractères nationaux, [Sui caratteri nazionali], volume III, 1854.
[5] Cfr. La raison dans l’histoire, [La ragione nella storia], Parigi, Plon, 1965.
[6] Cfr. E. Kant, Essai sur les maladies de la tête, observation sur le sentiment du beau et du sublime, [Saggio sulle malattie mentali, Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime], ed. Flammarion, 1990.
[7] Cfr. Discours, Qu’est ce qu’une nation?, [Discorsi, Che cos’è una nazione? ]




Link al post originale:
Notre vocation








IL NOSTRO SITO PORTA IL NOME DI UNA DEA: VERITA' E GIUSTIZIA



di René-Louis Parfait Etilé


("Il nostro sito Africamaat porta il nome di una Dea di Kemet. Africamaat è il nome del nostro sito web ma anche il nome del nostro Istituto. Maât, è la dea che lo simbolizza, è la Vérità-Giustizia, cioè l’ordine cosmico deificato").

Lo spirito dell’Egitto antico è di volta in volta una forte incitazione alla saggezza ed alla virtù. Il problema della morte e della vita lo dimostra con evidenza. Gli Antichi egiziani affermavano l’esistenza di un Ordine superiore, vivo ed eterno: Maât, ossia la Verità-Giustizia, cioè l’ordine cosmico deificato.



Una forma grafica di "Maât"


Sin da allora, la vita interiore, il suo approfondimento, la sua perfezione, sarà l’esercizio stesso dell’intelligenza. Da cui una serie di "regole" da osservare per meritare l’eternità e vivere per sempre la vita degli dei in compagnia dei beati. Da questo fatto, la morte è dominata e trascesa in nome della vita. La morale è il cammino che conduce dritto alla vita eterna. Il defunto che merita l’eternità si confonde con l’ordine cosmico grazie alla purezza corporea e alla purezza morale: il santo nome di Osiride, capo del regno dei Benedetti, è ricevuto tra i defunti solo in condizioni di assoluta purezza.


Il cuore del defunto non deve pesare di più della piuma "Maât".


A Kemet (l’Egitto antico), la Dea Maât è la personificazione della Verità, della giustizia, dell’equilibrio cosmico, della legge, dell’ordine, della regola, dell’esattezza, del diritto, della sincerità, delle norme, della rettitudine, dell’integrità e della virtù.

Maât è creata da Amon-Ra (dio androgino); è sua figlia. Amon-Ra si nutre respirando Maât, sua figlia, l’aria luminosa. Gli dei vivono del nutrimento di Amon-Ra. Il loro nutrimento è composto di pane di Amon-Ra. Dunque, Amon-Ra vive di Maât.

Ecco cosa dicono i testi:

"Munisciti di Maât, autore di quanto esiste, creatore di quanto è… Sorgi con Maât, vivi di Maât, unisci le tue membra a Maât… Tua figlia Maât è davanti la barca solare… Esisti perché Maât esiste, e reciprocamente… è l’Unica e sei tu che l’hai creata".

Maât dà la sua anima al Dio e Amon-Ra dà la sua anima a Maât, perché Amon-Ra è la fonte di ogni felicità. La piuma che porta Maât è simbolo della luce, della Giustizia e della Verità.

Maât simbolizza il Vero ed il Giusto di modo che è spesso raffigurata doppia. Maât è il principio dell’armonia universale nell’ordine fisico e nell’ordine morale, comportarsi secondo Maât è conformarsi al comandamento divino; è l’avversario del male e della falsità (Isefet).

Dunque, la strada della Giustizia e della Verità può essere considerata come il simbolo della buona direzione che l’uomo deve prendere nel corso della vita.

I testi dicono anche che:

"L’occhio di Horus è la luce emessa dal sole che produce la realtà Maât".
Dopo la pesatura del cuore, l’anima del defunto "diventata" Maât, cioè pura e veritiera, si comporta come la dea e beneficia delle sue stesse qualità che divinizzano.

Ma "dire la Maât" non significa soltanto "dire la verità". Non più che "fare la Maât" non significa soltanto "esercitare la Giustizia".

Fare o compiere la Maât vuol dire "agire per colui che agisce", "agire in modo solidale".

Il saggio dice: "Colui che ascolta, è colui che capisce quanto è detto, ma colui che ama ascoltare, è lui che fa quanto è detto".

Maât è opposta all’Avidità; l’Avidità è l’egoismo. Maât si definisce come altruismo, carità, formazione di un “io sociale” nel'interno della persona.

"Fare" e "dire" la Maât, è dare del pane all’affamato, degli indumenti a l’uomo nudo e non parlarne male.

Ma, Maât, è anche enumerare tutto quello che non si è fatto bene.



La dea Maât


TRADUZIONE:

Maât figlia di Ra, Padrona della Verità-Giustizia, Padrona della Terra del Regno dei Morti

PRONUNCIA
Maât sat Râ, Hénout maât, Héryt-tèp Ta n(yt) Iougérèt



Maât nella Casa d’eternità di Nefertari


TRADUZIONE

Parole da dire da Maât, figlia di Ra:
Proteggere con le mie due ali la Grande sposa reale Nefertari amata da Mut (dea), onesta di voce.


PRONUNCIA
Djed-médou in Maât, Sat Râ :
Khoui (ny) djénéhouy.i Hémèt nésou Ourèt Néférèt-Iry mérèt n Mout, maât-Khérou.


Faraone porta Maât


Vedete dunque come l'abbiamo posto in alto, scegliendo «Africamaat» come nome del nostro Istituto e del nostro sito Web (africamaat.com).



[Traduzione di Ario Libert]



LINK al post originale::
Notre site porte le nom d'une déesse de Kemet




LINK a tematiche pertinenti al tema trattato:
Genocidio degli Herero e campi di concentramento tedeschi
Rosa Amelia Plumelle-Uribe. Dalla barbarie coloniale alla politica nazista di sterminio
Il vero ruolo dei missionari durante l'epoca coloniale
Etilé René-Louis Parfait, Gli egiziani erano neri come il carbone

Repost 0
13 marzo 2009 5 13 /03 /marzo /2009 19:46



Soppressione storica. Una questione metodologica e teorica.




  

 

 


Le tematiche che verranno affrontate nel presente blog, che, come recita il titolo, riguardano prevalentemente i processi di soppressione nella scienza storica, consisteranno nel trattare argomenti spesso molto familiari a volte invece insoliti sino ad un grado estremo se non, addirittura, esagerato.

 

Tengo ovviamente a precisare che tali normalità e atipicità sono appunto soltanto apparenti in quanto il livello su cui intendo agire è quello più squisitamente ermeneutico, cioè della interpretazione di eventi, processi, saperi, e singole personalità, secondo angolazioni del tutto alternative rispetto alle vulgate ortodosse stabilite dall'establishment.

 

Un tale atteggiamento di assoluta opposizione non intende essere affatto fine a se stesso ma inserirsi al contrario in quella che ritengo siano dei filoni di opposizione tradizionali esistenti già da secoli, se non da millenni, e la cui esistenza effettiva o estintasi o più probabilmente modificatasi nel corso del tempo, spiega moltissime difficoltà in cui la ricerca storica ortodossa si imbatte o fa precipitare coloro che fidandosi del suo apparente rigore scientifico, inizialmente finiscono con l’impantanarvisi e spesso annegare in docili quanto insipidi catechismi di storia.


Quest’ultima conseguenza è essenzialmente quello che potremmo definire la conseguenza più immediata del cosiddetto curriculum occulto del sistema di produzione e riproduzione scientifico e teorico ufficiale nel suo processo di formazione di una ortodossia metodologica e interpretativa, ottenuto primariamente attraverso i processi educativi erogati attraverso le istituzione a ciò preposte.

Tale spirito critico che anima me quanto soprattutto i ricercatori storici alternativi o revisionisti, come li ha giustamente definiti Ian Lawton nel suo importatissimo Le antiche civiltà antidiluviane, termine che considero interessante anche se rischia di risultare scabroso a causa di una sedimentazione semantica che in anni recenti si è venuta a formare in alcuni campi di indagine storica, soprattutto nelle ricerche storiche concernenti la realtà storica dei campi di sterminio nazisti e che sinora non ha condotto fondamentalmente ancora a nulla di risolutivo.




Comunque sia, al di là delle difficoltà terminologiche che in una impostazione di studi del tipo che intendo effettuare si ripresenterà inevitabilmente molto spesso, ritengo che una sistematizzazione a carattere storico e teorico della tradizione storica alternativa sia necessaria per ulteriori progressi, dal momento che tale orientamento della ricerca contribuisce ad un tempo ad acutizzare la coscienza autenticamente critica di quanto è stato sinora conseguito da un filone realmente alternativo rispetto all’ortodossia proprio basandosi sui suoi risultati più notevoli da cui i ricercatori eterodossi sanno così abilmente mettere in risalto aporie e contraddizioni con il sommo imbarrazzo dei custodi del sapere sacralizzato, religioso o laico che esso sia.


Eviteremo totalmente gli pseudoricercatori e le loro pseudoricerche sensazionalistiche. Il primo criterio sarà sempre ed unicamente il rigore documentario, l'aggiornamento bibliografico, il rigore argomentativo.


Gli studi di questo genere non mancano, tutt'altro. Lo spirito critico se non alberga totalmente nelle accademie, non difetta certo fuori di esse, anche se oneste opere di ricerca storica sono state elaborate da studiosi universitari che per questo hanno dovuto pagare a caro prezzo, molto spesso, il loro essersi discostati dalla etta via. Se gli eretici, fuori dalle accademie non mancano, essi, pur non abbondando al loro interno, non per questo non esistono.

 

E' grazie a questi ricercatori, endoeretici ed esoeretici, che le opere di critica ai dogmi storiografici nel corso del tempo e con modalità peculiari alle loro epoche, hanno potuto essere elaborate. Malgrado la congiura del silenzio, arma che il sistema ha portato ad eccellenti livelli di raffinatezza, molte di esse sono cadute nell'oblio o sono andate perse forse per sempre. Spesso, invece, lo strumento più efficace è stato quello dell'interpretazione capziosa, che falsificando il senso ed il valore di un'opera o di un evento, ne vanificano o annullano la portata. Documenteremo anche, e soprattutto questo, in questo blog, il materiale non manca e la volontà pure.


[Le immagini presenti in questa home page non sono casuali in rapporto al discorso sviluppato].

 

 

 

 

ARIO LIBERT

 

 

 

LINK significativi:
 

Afrikara

 

Africamaat

 

Institut Géopolymère 

 

The Palestinian Holocaust Museum
 



Repost 0
Published by MAX - in Home Page
scrivi un commento

Presentazione

  • : STORIA SOPPRESSA. Blog di storiografia e critica ideologica libertaria
  • STORIA  SOPPRESSA. Blog di storiografia e critica ideologica libertaria
  • : Blog di controinformazione storico-critica dei processi teorico-politici connessi alla cancellazione di culture, civiltà, eventi, saperi e personalità ritenuti non degni di considerazione da parte dell'establishment.
  • Contatti

Profilo

  • Ario Libert
  • Amante e ricercatore della verità storica e sociale
  • Amante e ricercatore della verità storica e sociale

Testo Libero

Link