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28 luglio 2009 2 28 /07 /luglio /2009 10:32

 

All'origine del genocidio amerindiano: colonialismo e industrializzazione

Lo sterminio degli Indiani dell'America del Nord è stata effettuata metodicamente su un periodo lungo, incontrando una resistenza disperata degli Indiani delle Pianure, i Sioux. Qual è la parte dell'industrializzazione, della demografia, dell'espansionismo dei coloni americani sulla disfatta degli Indiani delle Pianure? Un esempio storico tragico dei "benefici della civiltà".

A l’Origine du Génocide amérindien : colonialisme et industrialisation


All'origine del genocidio amerindiano: colonialismo e industrializzazione


Lo sterminio degli Indiani del Nord America è avvenuto in modo sistematico in un lungo arco di tempo incontrando una resistenza disperata da parte degli Sioux. gli Indiani delle Pianure, le cui rivolte contro i coloni nel Minnesota nel 1862 condotte dai capi Sioux Piccolo Corvo, Shakopee e Voce Rossa del Mezzo e chiamati "Massacri del Minnesota" terminarono nel 1890 con la sconfitta finale degli Sioux a "Wounded Knee" nel sud Dakota.

La battaglia di Wounded Knee è stata l'ultimo capitolo di una lunga lotta degli amerindi contro il governo coloniale statunitense per preservare una parte delle loro terre ancestrali ed il loro modo di vita tribale.

Qual è la parte dell'industrializzazione e della superiorità in numero dei coloni americani sulla sconfitta degli Indiani delle Pianure?

Nel 1865, il capo Shakopee, uno dei capi dei sollevamenti del Minnesota è stato impiccato a Fort Snelling. Gli Indiani delle Pianure avevano sin dall'inizio adottato un atteggiamento difensivo contrariamente a quel che vorrebbe farci credere tutta quella propaganda sapientemente orchestrata dall'industria cinematografica hollywoodiana. Essi erano costantemente minacciati dall'installazione di nuove colonie e dallal loro espansione. La ferrovia costituiva allora il simbolo di questo espansionismo verso ovest, dell'industrializzazione sfrenata e delle loro conseguenze economiche, quel che il mondo "civilizzato" ha chiamato il "progresso" e la "civiltà".

Una delle città chiave nella rivolta indiana del 1862 nel Minnesota, è stata New Ulm, una comunità fondata ed abitata soprattutto da tedeschi. La popolazione era in crescente e rapido aumento. Nel 1862, New Ulm contava 900 abitanti. Gli Indiani delle Pianure non potevano contrastare l'immigrazione e la colonizzazione. Degli immigranti europei arrivavano quotidianamente e gli Indiani delle Pianure, stavano perdendo la battaglia demografica. Così si stima a circa 2.5 milioni il numero degli indiani nel Nord America all'inizio del XIX secolo. Nel 1860, non erano più che 350.000 e nel 1890 la popolazione indiana era stata ridotta a 250.000 persone.

Il capo indiano Piccolo Corvo
Questa enorme riduzione della demografia indiana si spiega con l'interazione nefasta dei coloni bianchi. Questi Coloni hanno portato con sé diverse malattie come il colera, l'influenza, il vaiolo ed altre malattie contre le quali gli Indiani delle Pianure non avevano alcune immunità. Le epidemie hanno devastato queste popolazioni indiane per tutto il XIX secolo soprattutto negli anni tra il 1850 ed il 1860. I combattimenti contro le truppe USA ed i coloni hanno egualmente contribuito a decimare queste popolazioni così come le guerre intertribali soprattutto quando le tribù dell'est sono state trasferite nelle riserve su terre già occupate da altre tribù.

L'intrusione della "civiltà" occidentale e dell'economia di mercato hanno anch'esse contribuito a distruggere la cultura e gli stili di vita degli Indiani delle Pianure. Quest'economia ha distrutto il modo tradizionale di sostentamento caccia/raccolta. Sterminate mandrie di bufali sono state distrutte da cacciatori "clandestini" incoraggiati dall'esercito americano poiché ciò privava gli indiani del nutrimento e di conseguenza indeboliva il nemico. Si valuta in circa 15 milioni il numero di bufali uccisi la cui sparizione era quasi compiuta verso il 1880. La distruzione del patrimonio bovino indiano è stato l'elemento primario nella distruzione di una delle principali fonti di nutrimento degli Indiani delle Pianure e nella degradazione dei loro modi di vita.

Il processo di "detenzione nelle riserve" ha infine completato il processo di distruzione della società indiana e della sua popolazione nel corso di un lento processo, una morte lenta genocidiaria. Il sistema delle riserve ha isolato gli Indiani, distrutto le loro culture, i loro modi di vita e di sostentamento. Benché alcuni aspetti delle riserve pretendevano "preservare" i modo di sussistenza degli indiani come la distribuzione di lotti di terra, questi metodi si sono rivelati completamente inefficaci in materia di sfruttamento agricolo. Il sistema delle riserve costituiva di fatto una ghettizzazione su vasta scala nel senso primitivo della parola ghetto così come era concepito dagli Italiani per racchiudere ed isolare gli ebrei a Venezia: una zona in cui vive un gruppo etnico separato dalla comunità nazionale, un gruppo escluso dalla vita corrente della nazione.

Questo sistema di riserve ha creato un lento processo di sterminio etnico.

Per combattere i coloni e il governo USA ed il suo esercito, gli Indiani delle Pianure avevano bisogno di risorse e di persone. Benché la popolazione fu lentamente decimata, le risorse non mancavano soprattutto dopo le scoperte del 1861 di filoni d'oro che provocarono la celebre "corsa all'oro". Questi filoni erano situati sul territorio di una riserva Cheyenne, la riserva di Sand Creek. All'inizio, le relazioni tra i coloni ricercatori e gli Indiani erano amichevoli. Ma, poiché arrivavano sempre più ricercatori , essi cominciarono ad impadronirsi di terre riservate dal Trattato di Fort Laramie agli Cheyenne ed agli Arrapao. Questo Trattato dava anche diritto ai coloni USA di attraversare queste terre. I coloni approfittarono di questo diritto per impadronirsi semplicemente delle terre. Misero mano su terre destinate all'agricoltura, per la costruzione di fattorie e di abitazioni per la popolazione indiana. Dei villaggi e di abitazioni per l apopolazione indiana. Dei villaggi e città di coloni bianchi cercatori d'oro sono apparsi velocemente su queste terre diventate molto ambite, seguirono degli scontri. Il primo ebbe luogo l'11 aprile del 1864. Un proprietario di ranch il colono bianco Ripley accus gli Indiani di aver rubato le sue greggi il che portò ad uno scontro tra Indiani e coloni. Furono i primi scontri di quel che sarà la guerra di Sand Creek. Questa guerra è conosciuta per via del massacro del colonnello John Chivington di molte centinaia di civili indiani, uomini, donne e bambini. I loro corpi furono mutilati e privati dello scalpo.

Il criminale USA John Chivington.
La "battaglia di Sand Creek" fu in effetti un vero massacro fatto di attrocità. Nel novembre del 1864, 800 soldati del Colorado hanno attaccato un villaggio indiano a Sand Creek. Gli uomini del villaggio erano andati a caccia, erano rimasti soltanto le donne, i bambini e le persone anziane. Il capo Cheyenne Black Kettle ha innalzato la bandiera bianca in cima  al suo teepee per mostrare che si arrendevano ed anche la bandiera americana. I soldati del colonnello Chivington hanno circondato il villaggio armati sino ai denti con tonnellate di munizioni a loro disposizione. Hanno cominciato a sparare sul villaggio senza difesa poi hanno attaccato le donne, i bambini ed i vecchi con la sciabola ed il pugnale.

Il vice presidente della tribù nord degli Cheyenne a Lame Deer, Montana, Steve Brady ricorda questi terribili avvenimenti: "Pezzi di corpi e di scalpi tagliati dai soldati sono stati esibiti in mezzo ad una folla esultante per le strade di Denver. Degli ufficiali di Fort Lyon avevano detto a Chivington che il villaggio di Sand Creek era pacifico, ma non fece nulla. I miei bisnonni si sono svegliati ai colpi dei fucili e dei cavalli al galoppo nel campo. Il mio bisnonno  materno si è impadronito di un cavallo benché ferito alla spalla e dopo aver preso sua moglie è fuggito cantando un canto di morte 'Solo le pietre vivranno in eterno', un canto che cantiamo da sempre sino ad oggi".

Il suo bisnonno paterno, Black Kettle è andato alla ricerca di sua moglie incinta del suo primo figlio. L'Ha ritrovata in un bagno di sangue ma è sopravvissuta al massacro. Il villaggio intero è stato distrutto. Vi erano pile di corpi bruciati. Dei cani sono stati visti mangiare dei cadaveri.

Il colonnello americano John Chivington vero adoratore di questo massacro, ha allestito uno scenario teatrale a Denver nel corso del quale raccontava gli avvenimenti di questo massacro ed ha pubblicamente esibito 100 scalpi di indiani, comprendenti quelli delle parti intime di donne indiane. Alcuni di questi resti macabri possono essere visti in certi musei tra cui quello di Denver.


Il capo indiano Black Kettle



La battaglia di Sand Greek mostra il carattere reale di queste "battaglie" celebrate dai coloni USA e dalla loro armada cinematografica hollywoodiana. La maggior parte erano dei veri massacri di popolazioni senza difesa, ma tutto questo è stato dissimulato e non fa parte del curriculum scolastico americano mentre la Shoah è insegnata.

 
Le battaglie condotte dagli Indiani delle Pianure erano principalmente dei combattimenti difensivi, una semplice questione di sopravvivenza. Non erano "guerre" o "scontri militari" secondo il senso corrente di questi termini e come vorrebbe farlo credere la storiografia coloniale USA. La rivolta del Minnesota ha avuto inizio perché il governo USA aveva violato i suoi impegni commerciali non versando i fondi annui dovuti e non approviggionando gli Indiani. La rivolta del 1862 ha cominciato quando gli Indiani sono penetrati in un edificio di stoccaggio e si sono impadroniti dei sacchi di farina immgazzinativi, In breve questa rivolta è stata causata dalla fane. Le "battaglie" condotte dal governo USA miravano principalmente alla distruzione delle riserve di cibo degli Indiani, delle campagne condotte l'inverno contro i villaggi colpendo i civili. Queste "battaglie" non miravano alla sconfitta degli Indiani delle Pianure ma allo sradicamento delle popolazioni civili su base etniche. Gli Indiani vivendo nelle riserve economicamente povere in cui erano alla mercè del governo USA, che poteva agire agire con essi come meglio gli pareva soprattutto grazie alla sua superiorità demograficamente schiacciante, l'immigrazione forniva una riserva senza fine di coloni.

Gli Indiani delle Pianure hanno condotto una lotta disperata contro la colonizzazione di europei venuti ad installarsi sulle loro terre. Non era una guerra ma semplicemente un genocidio che era stato avviato nel 1850. L'industrializzazione ha dato ai coloni il vantaggio tecnologico per dominare militarmente, ma ha anche contribuito alla colonizzazione stessa, le espropriazioni, gli spostamenti di popolazioni indiane per lo sfruttamento delle ricchezze naturali e l'espansionismo yankee. La ferrovia ha permesso la colonizzazione di un vasto territorio a detrimento delle popolazioni indiane autoctone di cui costituiva il terreno di caccia, la fonte del nutrimento. La sola vera ricchezza degli Indiani delle Pianure erano le loro terre che il governo USA ed i suoi coloni bramavano e di cui si sono impadroniti a prezzo di massacri e di un genocidio sistematico nei confronti di un'intera popolazione. La tragica storia degli amerindiani è un esempio dei "benefici della civiltà" sfortunatamente in corso di ripetersi altrove, in Palestina, e che bisogna ad ogni costo combattere e fermare.


Non dimenticate: gli Stati Uniti sono stati costruiti su un genocidio, quello degli amerindiani.


Fonte delle informazioni: Ralph K. Andrist The Long Death: The Last Days of the Plains IndiansI edizione 1964, riedito nel 2001 dalla Casa editrice Universitaria dell'Oklahoma.
 
Post originale datato Domenica 10 Settembre 2006.



[Traduzione e cura iconografica di Ario Libert]



APPENDICE:

 

Brani tratti dal seguente link in lingua italiana ed altamente raccomandabile:  Il massacro di Sand Creek


All'alba del 29 novembre 1864, il colonnello Chivington fece circondare l'accampamento, nonostante gli accordi presi e anche se nel mezzo del villaggio sventolava la bandiera americana, comandò l'attacco contro una popolazione inerme che quasi niente fece per reagire. (...) Gli uomini vennero scalpati e orrendamente mutilati, i bambini usati per un macabro tiro al bersaglio, le donne oltraggiate, mutilate e scalpate. (...) In nessun modo si riuscì legalmente a rendere giustizia ai pellerossa.

Sembrava una carneficina indiscriminata di uomini, donne e bambini. Vi erano circa trenta o quaranta squaws che si erano messe al riparo in un anfratto; mandarono fuori una bambina di sei anni con una bandiera bianca attaccata a un bastoncino; riuscì a fare solo pochi passi e cadde fulminata da una fucilata. Tutte le squaws rifugiatesi in quell'anfratto furono poi uccise, come anche quattro o cinque indiani che si trovavano fuori. Le squaws non opposero resistenza. Tutti i morti che vidi erano scotennati. Scorsi una squaw sventrata con un feto, credo, accanto. Il capitano Soule mi confermò la cosa. Vidi il corpo di Antilope Bianca privo degli organi sessuali e udii un soldato dire che voleva farne una borsa per il tabacco. Vidi un squaws i cui organi genitali erano stati tagliati... Vidi una bambina di circa cinque anni che si era nascosta nella sabbia; due soldati la scoprirono, estrassero le pistole e le spararono e poi la tirarono fuori dalla sabbia trascinandola per un braccio. Vidi un certo numero di neonati uccisi con le loro madri. "
Testimonianza di Robert Bent, che si trovava a cavallo con il colonnello Chivington

Tornato sul campo di battaglia il giorno dopo non vidi un solo corpo di uomo, donna o bambino a cui non fosse stato tolto lo scalpo, e in molti casi i cadaveri erano mutilati in modo orrendo: organi sessuali tagliati, ecc. a uomini, donne e bambini; udii un uomo dire che aveva tagliato gli organi sessuali di una donna e li aveva appesi a un bastoncino; sentii un altro dire che aveva tagliato le dita di un indiano per impossessarsi degli anelli che aveva sulla mano; per quanto io ne sappia John M. Chivington era a conoscenza di tutte le atrocità che furono commesse e non mi risulta che egli abbia fatto nulla per impedirle.
Testimonianza del tenente James Connor

Quando cessò la sparatoria erano morti 105 donne e bambini indiani e 28 uomini. Nel suo rapporto ufficiale, Chivington parlò di quattro o cinquecento guerrieri uccisi. Egli aveva perso 9 uomini, e aveva avuto 38 feriti; molti erano vittime del fuoco disordinato dei soldati che si sparavano addosso l'un l'altro.

Quando scese la notte i sopravvissuti strisciarono fuori dalle buche. Faceva molto freddo e il sangue si era congelato sulle loro ferite, ma non osarono accendere i fuochi. L'unico pensiero che avevano in mente era di fuggire a est verso lo Smoky Hill e cercare di raggiungere i loro guerrieri. (...) Per 80 chilometri sopportarono il gelo dei venti, la fame e i dolori delle ferite, ma alla fine raggiunsero il campo di caccia.

Come la notizia del massacro di Sand Creek si sparse nelle pianure, i Cheyenne, gli Arapaho e i Sioux mandarono staffette avanti e indietro con messaggi che invitavano tutti gli indiani a unirsi in una guerra di vendetta contro i bianchi assassini.

Nel 1865, le testimonianze della strage portarono il Congresso ad aprire un'inchiesta. Ma i colpevoli non furono mai puniti, la strage non venne mai ufficialmente condannata. L'episodio innescò dodici anni di Guerre Indiane sfociate poi nella uccisione di George Custer a Little Big Horn.


Sul luogo della strage, avvenuta il 29 novembre 1864 lungo un torrente del Colorado, sarà posta una lapide per ricordare i Cheyenne e Arapaho, in gran parte donne e bambini, massacrati da un migliaio di "giacche blu" del colonnello John Chivington.

Sulle prime Chivington fu acclamato e riconosciuto come un eroe per la "battaglia" di Sand Creek, ma presto iniziarono a circolare le voci secondo le quali si era trattato di un vero e proprio sterminio, che i soldati erano per lo più ubriachi e che la gran massa degli uccisi era composta di donne e bambini. Queste voci sembrarono trovar conferma quando Chivington arrestò sei dei suoi uomini accusandoli di codardia in battaglia. Senonché tra i sei vi era anche il capitano Silas Soule, un amico di Chivington che aveva combattuto con lui al Glorietta Pass, e che ora parlava apertamente di "carneficina", sostenendo di non essere codardo, ma di aver volutamente rifiutato di partecipare al gioco al massacro voluto da Chivington contro un gruppo di indiani amici e indifesi. Per questo, subito dopo il loro arresto il Segretario alla Guerra ordinò l'immediato rilascio dei sei e il Congresso avviò un'indagine formale sui fatti di Sand Creek. Purtroppo Soule non poté testimoniare in quanto, una settimana dopo il rilascio, fu ucciso a Denver, colpito alle spalle con una revolverata.

LINK al post originale:

LINK a tematiche pertinenti al tema trattato:

C'era una volta l'isola di Creta

 

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12 luglio 2009 7 12 /07 /luglio /2009 20:26

 

Importantissimo anche se breve saggio, opera di una brillante mente, Joseph Davidovits, un ricercatore scientifico che si occupa però anche con estrema competenza di ricerche archeologiche, con sommo danno dell'egittologia ufficiale. Ci occuperemo a lungo di questo autore, soprattutto in relazione alle conseguenze implicite contenute nelle sue ricerche chimico mineralogiche che illuminano la mentalità arciaca in generale ed aiutano i ricercatori indipendenti ad impostare su basi nuove quanto concrete, la disciplina nota come alchimia.
A Joseph Davidovits si deve la risoluzione della costruzione non soltanto delle piramidi egiziane ma anche di manufatti e costruzioni sinora giudicate come estremamente problematiche e, dalla scienza storica ed archeologica, nemmeno prese in considerazione nei loro aspetti tecnico costruttivi.

Per fortuna la storia, pur di monopolio di uno strato sacerdotale chiuso e dogmatico, conosce numerosi ficcanaso della levatura di Davidovits, le cui felici intrusioni hanno costituito gli unici elementi di progresso in un campo stagnante o al limite egemonizzato da solerti formiche raccoglitrici o ragni tessitori compulsivi, benvengano le api alla Davidovits.






Incontro con la Venere di Dolni Vestonice, una ceramica geopolimera antica di 25.000 anni.



Brno, capitale della Moravia, Repubblica Ceca, il 17 giugno 2006.

 

Organizzata nel quadro dei miei incontri con le istituzioni scientifiche  della Repubblica Ceca, questa visita al Museo di Antropologia di Brno dovrebbe segnare una data nei miei studi sulle conoscenze tecnologiche degli uomini preistorici. Il Dottor Martin Oliva, paleontologo, mi presenta la collezione di oggetti paleolitici in osso incisi scoperti in Moravia, soprattutto a Dolni Vestonice. Poi, in presenza della giornalista del grande quotidiano locale e di un fotografo dell'Agenzia di Stampa Ceca, il Dottor Oliva estrae dalla scatola la regina della sua collezione, la Venere. Avevo ancora nella mente l'immagine della Venere in calcare giallo esposta al Museo di Vienna, Austria, per essere troppo sorpreso da quest'ultima. Essa non fu lavorata nella pietra tenera, ma costruita in terracotta. Ero dunque in presenza della più antica ceramica realizzata dall'Homo Sapiens 25.000 anni fa.

 

 

Venere di Dolni Vestonice, 25000 anni

 
Venere di Dolni Vestonice

 

 

 


 

 

 

 


 

il-dr.-Martin-Oliva--paleontologo-e-Joseph-Davidovits.jpg
Il dottor Martin Oliva, paleontologo, a sinistra, e Joseph Davidovits mentre esaminano la Venere

 


 


 


 

Ci insegnano che la ceramica in terracotta non fu inventata che durante il Neolitico, 15.000 anni più tardi. E tuttavia, ero in presenza di un oggetto ottenuto con l'arte del fuoco, in un epoca in cui, logicamente, gli uomini preistorici non padroneggiavano questa tecnica. Come tutte le altre Veneri paleolitiche, non misurava che 11 centimetri di altezza. È di colore bruno-nero, tonalità che mi ricordò immediatamente il nostro studio sulle ceramiche etrusche (vedere più in basso). Sapevo dunque come erano state prodotte: con un fuoco all'aria aperta, ad una temperatura di 300-400°C al massimo,  ma con un argilla contenente gli ingredienti chimici naturali, dei sali aolubili alcalini che permettevano una reazione geopolimera, che io chiamavo nel mio gergo tecnico, il L.T.G.S. (in inglese Low Temperature Geopolymeric Setting, vedere sul sito dell'Istituto Geopolimero, la rubrica concernente questa tecnica del LTGS).


 

Per ottenere questa terra, bisogna che l'argilla contenga naturalmente del sale natron, il carbonato di sodio CO3Na2. Si incontra questo tipo di argilla molto frequentemente nei paesi del Medio Oriente. Doveva dunque essere presente nella regione di Dolni Vestonice, a meno che non sia stato fatto uso di sale Kali, il carbonato di potassio CO3K2,


 


 

che si trova nelle ceneri di certe piante, come la felce. Poi, bisogna aggiungere della calce, proveniente verosimilmente da cenere di legno (come la quercia). Grazie a questi ingredienti, l'argilla sarà "cotta" a 300°C, con un semplice fuoco all'aperto, con pezzetti di legno o di erbe secche. È una tecnologia estremamente semplice, ma che non funzione che con questo tipo di argilla e di ingredienti chimici naturali. Si ottiene una terracotta solida, di colore bruno. Il contatto con il fumo di fuoco di legna produrrà le ombre nere, per deposito di carbone nei pori della terracotta.


 

La tecnica è spiegata in una pubblicazione sicentifica che ho presentato con mio figlio Frédéric alla seconda Conferenza  Internazionale sui Geopolimeri, nel 1999. Vedere sul sito dell'Istituto Geopolimero sulla creazione di ceramica bruno-nera nella Preistoria e nell'Antichità

 

 


 

 

Joseph DAVIDOVITS 


 

[Traduzione di Ario Libert] 

 

 

 

LINK al saggio originale: 

Rencontre avec la venus de Dolni Vestonice vieille de 25000 ans

 


 

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11 luglio 2009 6 11 /07 /luglio /2009 15:11

Gli Egiziani erano neri come il "carbone"


 

È quanto ci dice un vecchio dizionario di lingua greca.

 

 

 

 

 

 

Etilé René-Louis Parfait



HOTEP!


In uno dei nostri articoli intitolato Noirceur des Egyptiens anciens: "la messe est dite" [Nerezza degli antichi Egiziani: la messa è finita] abbiamo evidenziato attraverso quale meccanismo i falsificatori della nostra storia avevano fatto evolvere il vero senso della parola greca "Melas" che significa Nero, verso una traduzione erronea: Bruno [1]. L'abbiamo detto all'epoca (secondo quanto detto già da ricercatori africani, soprattutto Cheikh Anta Diop e poi Théophile Obenga, Aboubacry Moussa Lam, Babacar Sall, Mubabonge Bololo) che lo scopo ideologico razzista era di nascondere la melanità (nerezza) degli antichi Egiziani. Abbiamo detto anche che: "Mélas", parola impiegata dai Greci per il colore degli Egiziani, è il termine greco più forte per dire "nero" come sosteneva il grande ricercatore senegalese Cheikh Anta Diop.

 

Esempi:


 

 Κελαινός , kélainos ("il sangue nero" Iliade, I , 303)


 ’ερεμνός , eremnos ("un vortice tenebroso" Iliade, XII, 375)


 αίθων, aithôn ("un toro fulvo" Iliade, XVI, 488)


 μέλας , mélas ("Il nero vascello", Iliade, I, 300), [2]



Di conseguenza, abbiamo segnalato che:


le Éditions PALEO avevano editato l'ultima traduzione del celebre libro di Erodoto (2005). E la traduzione era equivalente a quella di Cheikh Anta Diop: "...i Colchidi sono di razza egiziana... innanzitutto, perché hanno la pelle nera ed i capelli crespi..."


Affondiamo il chiodo!

 


ATTO I

 

Se leggiamo i dizionari Francese-Greco di oggi (per esempio quello di L. Feuillet, 23° edizione), constatiamo che il termine "Nero" è tradotto  con "Melas", "Melaina", "Melan". L'autore aggiunge "Che è del colore opposto al bianco" a pagina 297. Se andiamo alla parola "Bruno", troviamo "Phaios" e non la parola "Melas".

 


Ma dove sta la mistificazione?

 


ATTO 2

 

La risposta ci è data dal dizionario di Fred. Dübnerche risale all'anno 1860!

 

 

Si tratta del Lexique Français-Grec Dübner all'uso delle classi elementari, redatto sul piano del Lexique Français-Latin estratto dal grand dictionnaire de M. L. Quicherat da Fred. Dübner. [3]

 

Cosa leggiamo come traduzione della parola "Nero"?:

Che è del colore del carbone, dell'ebano, ecc., "Melas", Melaina", "Melan" (pagina 339).

 

Ora i dizionari moderni, che possediamo, restano evasivi su questo termine "nero" e non precisano alla parola Melas: "Che è del colore del carbone"!!! Perché è stato ridotto il campo lessicale della parola "melas".



Melas

Melaina


Melan

ATTO III


In questo stesso lessico datante al 1860, alla parola Nero (pagina 339) figura la parola  Negro.

 

Ora questa parola "Negro" rinvia alla parolo Etiope (pagina 338).

 

 

CONCLUSIONE

 

 

C'è qui dunque un diretto legame tra "Melas", "Nero carbone", "Negro" ed "Etiope" (evidenziamo qui che si tratta di Etiope antico di cui più precisamente del popolo della valle del Nilo).

 

Ora è il termine "Melas" che è impiegato per gli Egiziani antichi in tutti gli scritti del greco antico!!!

 

(Vedere i nostri articoli su questo sito nella rubrica "Antiquité Africaine").

 

Come sostenuto dal grande Egittologo Cheikh Anta Diop, gli Egiziani antichi erano neri "carbone" [4].

 

Note: Grazie al Signor Christian Schummer per la consultazione dell'antico Lessico.

 

 

 

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 



Riferimenti bibliografici:

 

 

[1] Cfr. Il libro delle Edizioni Gallimard, FOLIO Classique (Hérodote, l’Enquête [Le Storie], Libri I-IV): il testo a pagina 213, dice precisamente "pelle bruna" ma la nota 131 rinvia a pagina 503, che cosa leggiamo qui?: "L'esistenza di una piccola comunità di Neri è stata effettivamente notata vicino a Soukhoum; sarebbero i sopravvissuti degli antichi Colchidi che erano forse (sic) di origine africana...".

 

 

[2] Vedere Engelberg Mveng, Les source grecques de l'histoire négro-africaine, Présence africaine, 1972, pagina 85.

 

[3] Librairie Hachette; imprimerie Henry Maillet.

 

 

[4] Cheikh Anta Diop ha dimostrato a proposito dei Greci che: "Tutti questi testimoni oculari affermarono formalmente che  gli Egiziani erano dei Neri".

 

 

 

 

LINK:

Les Egyptiens etaient Noirs "charbon"

 

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5 luglio 2009 7 05 /07 /luglio /2009 18:11



Presentando questo breve quanto interessantissimo saggio sulla civiltà della Creta minoica, intendiamo in realtà iniziare un lento processo di revisione della profonda storia umana, cioè rivalorizzare sul piano interpretativo quella parte della storia chiamata preistoria.

Anche se in inea di principio, cioè teorico, il termine preistoria è inteso tra gli esponenti più progrediti della ricerca storica, archeologica e antropologica, come privo di connotazione negativa se non spreggiativa, la grande massa della gente comune e dei pochi che possiedono rudimenti di una cultura che potrebbe porli in grado di capire discorsi di ristrutturazione radicale del sapere umano da pesanti inquinamenti ideologici, rimane totalmente all'oscuro dei formidabili progressi conseguiti dalal ricerca sulla preistoria.

Siamo cioè in presenza di un vero e proprio rovesciamento, sia a livello dei valori sia in quello interpretativo, dell'immagine di una preistoria vista come stadio all'interno di uno processo di progressione dal semplice al complesso in tutti i campi da quello dell'intero scibile umano a quello delle istituzioni sociali alla tecnologia, alla scienza ed alla religione.

Ne emerge una scienza della preistoria totalmente innovativa in grado addirittura di criticare l'intera storia umana, quella cioè caratterizzata dal sorgere dello Stato, delle classi sociali, delle guerre, della violenza generalizzata in tutti i rapporti quotidiani, da tutta cioè la negatività che da numerosi millenni, almeno sei, cioè dal 4.000/4.500 a.C. caratterizza tutta la storia umana più nota, quella soprattutto che si avvale di documentiazione scritta.

La prospettiva evoluzionistica, caratterizzata dai parametri del progresso in ogni campo viene così abbattuta e rivela il suo grugno puramente ideologico a cui tutte le forme ideologiche hanno concorso a dare ovviamente il loro sostegno, dalla religione alle dottrine giuridiche, economiche e filosofiche.

Ciò che più infastidisce e sconvolge gli ideologi del presente storico è il fatto che queste culture furono in grado di prosperare ed evolversi, loro sì realmente, per millenni, non conoscendo guerre, strutturazioni sociali, gerarchie burocratiche, apparati di repressione polizieschi e di aggressione militari. Tutto ciò che da secoli l'umanità progredita e quella sofferente si augurano e che è solitamente definita come utopia.

La preistoria è la sede quindi di questa utopia concreta, storicamente esistita,  una serie di culture pacifiche, egualitarie nei rapporti tra i sessi e le più diverse comunità umane, priva di violenza tra individui e comunità altre, basate sul soddisfacimento di tutti i bisogni da quelli materiali a quelli sociali e culturali, una diffusione quindi del benessere orizzontale sotto la benedizione della grande dea madre.




Isola bastione della non-violenza sino al 1500 a. C., quando seguì l’emergere delle “civiltà” e del culto della violenza.

Quando si dice Creta, si pensa subito al Minotauro, a re Minosse, al Grande Labirinto. Ma Creta ha molto più da offrirci di questi stereotipi ingannevoli. Creta sino a 1500 anni prima dell’era comune [a.C.], data in cui è stata invasa dai kurgan, orde barbariche, è stata un modello di società organizzata sulla non-violenza, una democrazia egualitaria che aveva sviluppato una tecnologia avanzata per fini pacifici.

Creta società opulenta, modello della società egualitaria di cooperazione.

La società cretese, opulenta, ha sviluppato una civiltà molto evoluta. Questo si è tradotto in pratica nell’organizzazione di città e villaggi ben pianificati composti di imponenti edifici, palazzi, di aree agricole, forniti di reti di distribuzione di acqua ed irrigazione, fognature, fontane e collegate da vie di comunicazione di cui molte pavimentate. In campo culturale, troviamo una letteratura abbondante (in 4 differenti scritture) e produzioni artistiche che gli storici descrivono come raffinate, celebranti la vita, molto ispirate.

Ma questo non basta a farne una civiltà non-violenta. Uno dei tratti essenziali della società cretese è di avere, in un’epoca così remota, saputo sviluppare un modello di società egualitaria. I cretesi erano persone benestanti, ma la cosa più notevole era la ripartizione piuttosto equa delle ricchezze, poiché le ricerche archeologiche hanno evidenziato poca differenza nei tenori di vita. Anche quando i poteri politici sono stati centralizzati, ciò è stato fatto senza gerarchizzazioni né autocrazia e il governo insediato lo fu sotto una forma democratica ben prima che i greci non si appropriassero della parola democrazia. Gli uomini e le donne vi partecipavano paritariamente, soprattutto per quel che concerneva le cerimonie religiose.

Creta una società che ha sviluppato una notevole tecnologia utilizzata a fini pacifici.

Creta ha creato una tecnologia di qualità utilizzando il bronzo, ma non l’ha utilizzata per produrre armi. I cretesi si sono serviti di questa tecnologia per migliorare le loro condizioni di vita, abbellire il loro ambiente, costruire magnifici edifici circondati da giardini molto elaborati. Le poche armi fabbricate, poco sofisticate, lo furono per servire sulle navi mercantili e per difesa contro gli attacchi dei pirati in alto mare. La costa cretese non era fortificata rendendola così vulnerabile agli attacchi dei barbari.

I progressi tecnologici, con lo sviluppo della specializzazione, non hanno avuto effetto sul funzionamento collaborativo ed egualitario della società. I beni e le ricchezze accumulate lo erano a beneficio ed al servizio di tutti ed i poteri che tali progressi conferiscono si sono tradotti con una maggiore consapevolezza delle responsabilità di fronte alla collettività. Questi poteri erano integrati al culto della vita ed in nessun caso potevano servire a togliere la vita con un qualunque atto di violenza.

Questo modo di vita pacifico ed egualitario che l’isola di Creta aveva saputo preservare sino al 1500 prima dell’era comune, si trovava in completa opposizione con quanto si era sviluppato dappertutto altrove dal 4300 a. C. con l’invasione delle orde barbare, i Kurgan [1], che saccheggiavano, violentavano, uccidevano. Benché queste orde nomadi fossero di culture diverse, quel che avevano in comune era il modo di funzionamento societario basato sul dominio, una struttura sociale in cui la gerarchia e l’autoritarismo erano la norma. Creta, ultimo bastione di una società non violenta, egualitaria e cooperativistica, a lungo protetta dalla sua insularità, finì con il soccombere.

L’emergere delle “civiltà” e del culto della violenza


Bruscamente, con il passaggio di numerosi di questi popoli pacifici sotto il dominio di queste orde barbariche, la tecnologia sarà utilizzata per sviluppare il potere di distruzione; togliere la vita diventa la norma. I Kurgan uccidono gli uomini, si impadroniscono delle donne che diventano loro concubine e schiave e dei bambini ridotti anch’essi in schiavitù. D’ora in poi le loro sepolture mortuarie si riempiono di armi e di corpi sacrificati di donne e bambini. Da un punto di vista morale e culturale le società si impoveriscono, ne testimoniano i resti di vasellame e sculture, identiche e qualitativamente inferiori. Le donne sono sessualmente ed economicamente asservite, violentarle e violentare le giovani, sacrificare i loro figli, distruggere città intere, mostrare la propria potenza e la propria ricchezza asservendole diventa pratica corrente, con in più l’aura della religione. È su questo terreno che si sono sviluppate le “civiltà” antiche e le religioni “civilizzatrici” ebraico-cristiana. Le donne sono bandite dalle cerimonie religiose, che diventano appannaggio esclusivo degli uomini, in quanto le leggi religiose che governano oramai le società sono state concepite esclusivamente dagli uomini. Le persone non sono più trattate egualmente né in vita né in morte, le più deboli sono sfruttate, la brutalità, le punizioni sono correntemente praticate. L’ideologia dominatrice e manipolatrice celebrante il potere dello sfruttamento, la guerra, la distruzione era nato.


Cultura di violenza, istinto di morte, istinto di vita, cultura della non violenza

Dalla prevalenza di società basate sulla cooperazione, sulla celebrazione della vita, dove le persone lavoravano insieme per soddisfare i propri bisogni, si è passati a società dominatrici in cui le persone soddisfano i loro bisogni prendendoli dagli altri, al bisogno sotto la minaccia, attraverso atti di violenza, seminando ovunque morte. Quel che è stato scritto sulla storia dell’umanità, le riflessioni filosofiche, si sono principalmente sviluppate su questo a priori del dominio attraverso la violenza come elemento “naturale” della natura umana, questo “istinto “ di morte.

Quindi, costantemente, lungo il corso dei secoli sino ai nostri giorni, delle donne e degli uomini hanno voluto reinventare il mondo, assumendo su di sé e sotto forme differenti, questo bisogno di creare pacificamente i legami sociali, in relazione con un sentimento molto forte di appartenenza ad una collettività umana, percependo l’umano come una identità comune da preservare attraverso la non violenza. Allora, è questo una lontana eco di un modo di vivere scomparso o la nostalgia di un passato tribale o ancora una di quelle utopie avanguardiste ogni volta recuperata da una dinamica attivata dall’interesse? E perché non semplicemente una manifestazione persistente di un “istinto” di vita che le capacità di autodistruzione dell’essere umana, su scala individuale o collettiva, non hanno sino ad oggi potuto rimuovere?

La vita, la sofferenza, la gioia, l’estetica, la qualità della vita, le relazioni con l’ambiente naturale, sono delle ricchezze umane non misurabili, non calcolabili, non brevettabili, patrimonio comune dell’umanità che i nostri antenati hanno cercato a modo loro di preservare sperando ogni volta di superare il presente. A noi continuare.


Note:


[1] Con il termine Kurgan, vengono indicate l’insieme delle culture preistoriche eurasiatiche che seppellivano i morti socialmente ritenuti importanti in tumuli funerari spesso di grandi dimensioni, chiamati kurgan, da cui il nome traslato poi al popolo che li costruiva. I più antichi kurgan comparvero nel Caucaso e nella steppa ucraina per poi propagarsi nell’Europa orientale e centro-settentrionale. La celeberrima archeologa ucraina Marija Gimbutas, di cui Riane Eisler può essere considerata allieva, ha associato la cultura Kurgan ai proto-indoeuropei, il cui punto di propagazione è stato identificato con le culture kurgan a nord del mar Nero. (N. d. T.)




Bibliografia

Eisler, Riane (1987). The Chalice and the Blade: Our history, our future. San Francisco: Harper Collins, (tr.it., Il calice e la spada, Pratiche editrice, Parma, 1996, ora ristampato da Frassinelli.
Eisler, Riane, Il piacere è sacro, tr. it., di Sacred Pleasure,
Frassinelli, 1996.

Testi pertinenti all'argomento:

Marija Gimbutas, Il linguaggio della dea, [The Language of the Goddess, 1989], Venexia, Roma, 2008.
Marija Gimbutas, Le dee viventi, [The Living Goddess, 1999], Medusa, Milano, 2005.
Gimbutas, Eisler, Campbell, I nomi della dea, [In all Her Names, 1991], Ubaldini, Roma, 1992.
Pepe Rodríguez, Dio è nato donna, [Dios nació mujer, 1999], Editori Riuniti, Roma, 2000.




[Traduzione di Ario Libert]


Post originale datato: 3 Novembre 2004.

http://www.planetenonviolence.org


Linkografia (a cura del traduttore)

Per un inquadramento globale della storia della Creta gilanica, si può consultare questo interessante link in cui illustrazioni e fotografie aiutano nella compressione della tematica: La  Dea Madre a Creta

Per notizie essenziali sulla ricercatrice Riane Eisler i cui studi sono riassunti nella traduzione di questo articolo: Riane EISLER

Per notizie essenziali sulla ricercatrice Marija Gimbutas di cui Riane Eisler è la più importante divulgatrice e prosecutrice la sintetica voce in Wikipedia: Maria_Gimbutas

Un importante saggio del 1995 di Riane Eisler è consultabile a questo link: http://isd.olografix.org/faq/faq_uomo-donna.htm

Un interessante saggio sulle ricadute concettuali del rapporto società egualitaria ed ambiente al seguente link: http://www.estovest.net/ecosofia/anticofuturo.html
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4 luglio 2009 6 04 /07 /luglio /2009 08:21

 

Presentiamo, anzi ripresentiamo per il nostro blog STORIA SOPPRESSA, uno scritto importantissimo, che traducemmo anni fa per il sito di controinformazione ComeDonChisciotte. Il saggio è tratto da Africamaat, un sito afrocentrista in lingua francese che si rifa a scritti di storici e filosofi africani praticanti la disinformazione a livello storiografico in relazione alla storia del loro continente e del loro ethnos.

Riconosciamo che se a volte la loro enfasi sulla centralità dell'Africa nel ruolo di civilizzatrice del mondo preistorico e antico può risultare un po' fastidioso, dobbiamo anche e soprattutto ammettere che questo atteggiamento di fondo, (che è comunque assolutamente privo di razzismo, un razzismo che se ci fosse sarebbe questa volta un razzismo alla rovescia: dell'oppresso verso l'oppressore, del debole verso il forte), è volto unicamente a ristabilire autentiche verità storiche in relazione sia allo svolgimento di fatti storici quanto soprattutto dell'interpretazione storica.

Si tratta insomma di una vera e propria rivoluzione storica che poggia sul contributo di storici affermati del recente passato e contemporanei e che trova riscontro, come avremo modo di dimostrare in post futuri, in studi storici di ricercatori occidentali degli ultimi due secoli e mezzo, e persino di grandi figure del passato remoto greco e latino.

I post di Africamaat sono quindi improntati alla divulgazione di questi studi revisionistici (che "brutta" parola) e rinviano tutti a testi di storici accademici africani operanti in Francia o in Africa. Allo stesso tempo l'afrocentrismo è anche un movimento politico culturale di riappropriazione della propria storia da parte degli africani da se stessi e per se stessi lungi dalle menzogne a scopo ideologico della cultura "civilizzatrice" occidentale e cioè bianca, cristiana, capitalistica, rurocentrista, razzista e universalmente oppressiva attraversa la sua longa mano imperialistica.

La lezione da apprendere da Africamaat è quindi che dalla realtà storica odierna originatasi dalle trasformazioni epocali avvenute in Occidente dall'età comunale passando attraverso il Rinascimento, le esplorazioni, anzi conquiste geografiche europee, e le varie rivoluzioni industriali con la loro infinita sequela di orrori, ci rimettiamo tutti, indipendentemente dal colore dell anostra pelle e dai credo ideologici che ci pongono, noi oppressi, l'uno contro l'altro, unicamente a profitto e vantaggio del dominio dell'uomo sull'uomo (dove quando scriviamo uomo intendiamo ovviamente includere anche il genere umano femminile, anche la lingua risente di condizionamenti ideologici).

Il presenta articolo in realtà non è che l'unione di due post del sito africamaat di cui alleghiamo in fondo i relativi link per chi volesse leggerli nella lingua originale.


 Cheihk Anta Diop (1923-1986), la più importante figura di studioso afrocentrista, a cui dedicheremo molto spazio in STORIA SOPPRESSA. Ricercatore storico, ma anche fisico e antropologo, tradusse la teoria della relatività nella sua lingua natia senegalese. Il suo più grande apporto storico fu la negazione della tesi eurocentrica della assoluta mancanza di rilevanza per la storia da parte delle popolazioni africane. Diop seppe approfittare della sua lunga permanenza in Europa e soprattutto in Francia dove fervevano gli studi storici rinnovati dall'apporto delle scienza umane e sociali portati avanti dagli esponenti della Scuola delle Annales, per arricchire i suoi studi storico-antropologici sull'Africa con gli apporti della lingusitica, dell'economia, della sociologia e soprattutto dell'egittologia che gli permisero di abbattere definitivamente i luoghi comuni creati dalla cultura accademica degli ultimi due secoli, i cui assunti sono mirabilmente evidenziati dalla antologia presente in questo breve saggio di giudizi più o meno categorici delle migliori menti occidentali.




FONTE: AFRICAMAAT


Il sito africamaat.com ha per vocazione la divulgazione della storia scientifica del continente africano e la valorizzazione delle scoperte e invenzioni effettuate da personalità di ascendenza africana nel mondo.

Divulgare la storia africana: Perché?

Il nostro metodo è essenzialmente rivolto a dimostrare che è profondamente arbitrario escludere sistematicamente l’Africa nera dalla storiografia universale quando si tratta di scienze (matematica, geometria, architettura, astronomia…), di invenzioni (scrittura e tecnica della scrittura, navigazione, medicina, agricoltura…), di riflessioni umane (filosofia, spiritualità…) e soprattutto della nascita della civiltà (Nubia, Egitto).

1- Divulgare e continuare le ricerche iniziate dal professor C. A. Diop [nella foto sopra]

Il nostro asse di ricerca resta fedele alla linea direttrice tracciata dal ricercatore umanista Cheick Anta Diop, fondatore della scuola africana di egittologia che, appoggiandosi fedelmente sulle testimonianze degli antichi (Greci, Semiti, Africani…), il miglioramento dei metodi di datazione ed i risultati degli scavi archeologici, ha brillantemente mandato in frantumi le tesi storiografiche fantasiose sostenute dalla maggioranza dei ricercatori occidentali relativi all’origine dell’uomo, al popolamento dei continenti, senza dimenticare l’origine africana degli abitanti dell’Egitto antico.

A questo titolo, le sue principali raccomandazioni sono le seguenti:

Il ricercatore africano dovrebbe essere armato, in partenza, almeno di una certezza legittima: dovrebbe essere a priori convinto del fatto che la sua cultura non è una creazione spontanea e non può essere che la continuazione di una cultura anteriore la cui determinazione deve essere oggetto delle sue ricerche. Poco importa che questo strato sia immenso o modesto. Quel che è importante per la scienza, per il progresso dell’umanità, per lo sviluppo e la crescita della coscienza dei popoli africani, è il riconoscimento della continuità storico-culturale (…). L’Egitto e l’Africa nera appartengono allo stesso universo culturale: la cultura africana attuale affonda le sue radici nel limo della valle del Nilo“.

Le condizioni di un vero dialogo non esistono ancora nel campo così delicato delle scienze umane, tra l’Africa e l’Europa perché gli interessi materiali premono sul minimo umanesimo. Nell’attesa, gli specialisti africani devono prendere delle misure conservative. Si tratta di essere idonei a scoprire una verità scientifica con i propri mezzi disinteressandosi delle approvazioni altrui, di sapere conservare la propria autonomia intellettuale sin quando gli ideologi che si rivestono con il mantello della scienza, si rendano conto che l’era della menzogna, della disonestà intellettuale è definitivamente scomparsa, che una pagina nella storia dei rapporti tra i popoli è stata voltata“.


2 – Riconoscere le ragioni della falsificazione sistematica della storia africana

Per giustificare la tratta negriera e l’aggressione europea contro l’Africa, i pensatori dei “Lumi” hanno intensificato gli sforzi per sminuire l’immagine e la storia delle persone di ascendenza africana. Da allora, tutta la storiografia occidentale è rimasta prigioniera di queste idee.

Bisogna vedervi la ricerca della giustificazione del colonialismo e del neocolonialismo attuale? Certamente!

A titolo di esempio, possiamo citare:



GEORGES CUVIER


Lo zoologo Georges Cuvier [1]:

La razza negra è confinata verso il mezzogiorno del globo, il suo colore è nero, i suoi capelli crespi, il suo cranio compresso ed il suo naso schiacciato, il suo muso prominente e le sue grosse labbra la ravvicinano manifestamente alle scimmie: le popolazioni che la compongono sono sempre restate barbare (…) la più degradata delle razze umane, le cui forme più si avvicinano alla rozzezza e la cui intelligenza non si è mai elevata al punto di giungere ad un governo regolare“.



GEORGES BUFFON


Bisogna notare che il biologo Georges Buffon insistette dichiarando che secondo lui, l’uomo bianco incarna per eccellenza la natura umana e le altre razze non sarebbero che il prodotto di una degenerazione. [2]



MONTESQUIEU


Montesquieu [3]: “Non si può concepire l’idea che Dio, che è un essere saggio, abbia messo un’anima, soprattutto un’anima buona, in un corpo del tutto nero (…). È impossibile supporre che quella gente siano degli uomini, cominceremmo a credere che non siamo noi stessi cristiani”. Montesquieu, grande azionista della Compagnia delle Indie specializzata nella deportazione forzata di schiavi africani verso le Americhe, resta l’adepto del “Se volete sapere se le mie azioni sono in sintonia con le mie idee, date un’occhiata al mio conto in banca”. (vedere l’articolo su Montesquieu).



DAVID HUME


L’economista inglese David Hume (1711-1776) [4]

Sospetto i Negri e in generale le altre specie umane di essere naturalmente inferiori alla razza bianca. Non vi sono mai state nazioni civilizzate di un altro colore che il colore bianco. Né individuo celebre per le sue azioni o per la sua capacità di riflessione… Non vi sono tra di loro né manifatture, né arti, né scienze. Senza fare menzione delle nostre colonie, vi sono dei Negri schiavi dispersi attraverso l’Europa, non è mai stato scoperto tra di loro il minimo segno di intelligenza”.



F. HEGEL


Friedrich Hegel (1770-1831) [5]

Gli Africani, in compenso, non sono ancora approdati a questo riconoscimento dell’universale. La loro natura è il ripiegamento su se stessi. Quel che noi chiamiamo Religione, Stato, realtà esistente in sé e per sé, valevole assolutamente, tutto ciò non esiste ancora per essi. Le abbondanti relazioni dei missionari pongono questo fatto fuori di ogni dubbio (…). Quel che caratterizza in effetti i Negri, è appunto che la loro coscienza non è giunta alla contemplazione di una qualsiasi solida oggettività, come ad esempio Dio, la legge, a cui possa aderire la volontà dell’uomo e attraverso cui possa giungere all’intuizione della sua propria essenza”. Così secondo il nostro autore, l’Africa è semplicemente “un mondo antistorico non sviluppato, totalmente prigioniero dello spirito naturale ed il cui posto si trova ancora sulla soglia della storia universale”.

E per creare uno pseudo legame di causa ed effetto tra la temperatura del clima tropicale e la pseudo assenza di intelligenza tra i Neri, aggiunge:

Il gelo che raggruppa i Lapponi o il calore torrido dell’Africa sono delle forze troppo potenti in rapporto all’uomo perché lo spirito possa muoversi liberamente tra di loro e giungere alla ricchezza necessaria alla realizzazione di una forma sviluppata di vita (…). La zona calda e la zona fredda non sono dunque il teatro della storia universale”.



EMMANUEL KANT


Emmanuel Kant [6]

I Negri d’Africa non hanno ricevuto dalla natura nessun sentimento che si elevi al di sopra della stupidità (…). I Neri (…) sono così chiacchieroni che bisogna separarli e disperderli a colpi di bastone”.



ERNEST RENAN


Ernest Renan [7]

La natura ha fatto una razza di operai, è la razza cinese (…) una razza di lavoratori della terra, è il negro (…), una razza di padroni e di soldati, è la razza europea”.

Conclusione:

È principalmente questa deviazione razzista e ideologica che è all’origine della falsificazione del passato africano e del razzismo attuale nei confronti dei Neri. Così, questi sono percepiti nelle società occidentali come degli individui dal passato torbido, senza valore storico particolare e senza avvenire al di fuori di ogni tutela occidentale.

Ne risulta una profonda alienazione delle persone di ascendenza africana che finiscono con il lasciarsi impregnare da queste idee negative e svalutanti e ad accettare con grande facilità tutele spirituali, ideologiche ed economiche che sono loro estranee.

Per smascherare del tutto le false procedure della storiografia occidentale nei confronti dell’Africa, conviene infine demistificare e denunciare gli effetti perversi dell’eurocentricità che attribuisce il titolo di Universalità soltanto alle sole esperienze umane europee a scapito della verità storica il che nasconde nel profondo un pronunciato disprezzo per l’umanità non europea.

Conviene dunque alle anime di buona volontà di ogni origine, edificare una umanità più umana, fraterna e solidale, rispettosa della personalità e della storia di ognuno, senza dimenticare gli apporti degli uni e degli altri alla civiltà universale!

Note:

[1] Cfr. Georges Cuvier, Recherches sur les ossements fossiles, [Ricerche sui giacimenti ossiferi fossili], Volume 1, Parigi, Deterville, 1812.
[2] Cfr. Buffon, Histoire naturelle de l’Homme, “De la dégénération des animaux”, [Storia naturale dell’uomo, “Della degenerazione degli animali”], Parigi, 1766, tomo XIV, pp. 311-374.
[3] Cfr. L’Esprit des Lois, [Lo spirito delle leggi], 1748.
[4] Cfr. David Hume, Sur les caractères nationaux, [Sui caratteri nazionali], volume III, 1854.
[5] Cfr. La raison dans l’histoire, [La ragione nella storia], Parigi, Plon, 1965.
[6] Cfr. E. Kant, Essai sur les maladies de la tête, observation sur le sentiment du beau et du sublime, [Saggio sulle malattie mentali, Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime], ed. Flammarion, 1990.
[7] Cfr. Discours, Qu’est ce qu’une nation?, [Discorsi, Che cos’è una nazione? ]




Link al post originale:
Notre vocation








IL NOSTRO SITO PORTA IL NOME DI UNA DEA: VERITA' E GIUSTIZIA



di René-Louis Parfait Etilé


("Il nostro sito Africamaat porta il nome di una Dea di Kemet. Africamaat è il nome del nostro sito web ma anche il nome del nostro Istituto. Maât, è la dea che lo simbolizza, è la Vérità-Giustizia, cioè l’ordine cosmico deificato").

Lo spirito dell’Egitto antico è di volta in volta una forte incitazione alla saggezza ed alla virtù. Il problema della morte e della vita lo dimostra con evidenza. Gli Antichi egiziani affermavano l’esistenza di un Ordine superiore, vivo ed eterno: Maât, ossia la Verità-Giustizia, cioè l’ordine cosmico deificato.



Una forma grafica di "Maât"


Sin da allora, la vita interiore, il suo approfondimento, la sua perfezione, sarà l’esercizio stesso dell’intelligenza. Da cui una serie di "regole" da osservare per meritare l’eternità e vivere per sempre la vita degli dei in compagnia dei beati. Da questo fatto, la morte è dominata e trascesa in nome della vita. La morale è il cammino che conduce dritto alla vita eterna. Il defunto che merita l’eternità si confonde con l’ordine cosmico grazie alla purezza corporea e alla purezza morale: il santo nome di Osiride, capo del regno dei Benedetti, è ricevuto tra i defunti solo in condizioni di assoluta purezza.


Il cuore del defunto non deve pesare di più della piuma "Maât".


A Kemet (l’Egitto antico), la Dea Maât è la personificazione della Verità, della giustizia, dell’equilibrio cosmico, della legge, dell’ordine, della regola, dell’esattezza, del diritto, della sincerità, delle norme, della rettitudine, dell’integrità e della virtù.

Maât è creata da Amon-Ra (dio androgino); è sua figlia. Amon-Ra si nutre respirando Maât, sua figlia, l’aria luminosa. Gli dei vivono del nutrimento di Amon-Ra. Il loro nutrimento è composto di pane di Amon-Ra. Dunque, Amon-Ra vive di Maât.

Ecco cosa dicono i testi:

"Munisciti di Maât, autore di quanto esiste, creatore di quanto è… Sorgi con Maât, vivi di Maât, unisci le tue membra a Maât… Tua figlia Maât è davanti la barca solare… Esisti perché Maât esiste, e reciprocamente… è l’Unica e sei tu che l’hai creata".

Maât dà la sua anima al Dio e Amon-Ra dà la sua anima a Maât, perché Amon-Ra è la fonte di ogni felicità. La piuma che porta Maât è simbolo della luce, della Giustizia e della Verità.

Maât simbolizza il Vero ed il Giusto di modo che è spesso raffigurata doppia. Maât è il principio dell’armonia universale nell’ordine fisico e nell’ordine morale, comportarsi secondo Maât è conformarsi al comandamento divino; è l’avversario del male e della falsità (Isefet).

Dunque, la strada della Giustizia e della Verità può essere considerata come il simbolo della buona direzione che l’uomo deve prendere nel corso della vita.

I testi dicono anche che:

"L’occhio di Horus è la luce emessa dal sole che produce la realtà Maât".
Dopo la pesatura del cuore, l’anima del defunto "diventata" Maât, cioè pura e veritiera, si comporta come la dea e beneficia delle sue stesse qualità che divinizzano.

Ma "dire la Maât" non significa soltanto "dire la verità". Non più che "fare la Maât" non significa soltanto "esercitare la Giustizia".

Fare o compiere la Maât vuol dire "agire per colui che agisce", "agire in modo solidale".

Il saggio dice: "Colui che ascolta, è colui che capisce quanto è detto, ma colui che ama ascoltare, è lui che fa quanto è detto".

Maât è opposta all’Avidità; l’Avidità è l’egoismo. Maât si definisce come altruismo, carità, formazione di un “io sociale” nel'interno della persona.

"Fare" e "dire" la Maât, è dare del pane all’affamato, degli indumenti a l’uomo nudo e non parlarne male.

Ma, Maât, è anche enumerare tutto quello che non si è fatto bene.



La dea Maât


TRADUZIONE:

Maât figlia di Ra, Padrona della Verità-Giustizia, Padrona della Terra del Regno dei Morti

PRONUNCIA
Maât sat Râ, Hénout maât, Héryt-tèp Ta n(yt) Iougérèt



Maât nella Casa d’eternità di Nefertari


TRADUZIONE

Parole da dire da Maât, figlia di Ra:
Proteggere con le mie due ali la Grande sposa reale Nefertari amata da Mut (dea), onesta di voce.


PRONUNCIA
Djed-médou in Maât, Sat Râ :
Khoui (ny) djénéhouy.i Hémèt nésou Ourèt Néférèt-Iry mérèt n Mout, maât-Khérou.


Faraone porta Maât


Vedete dunque come l'abbiamo posto in alto, scegliendo «Africamaat» come nome del nostro Istituto e del nostro sito Web (africamaat.com).



[Traduzione di Ario Libert]



LINK al post originale::
Notre site porte le nom d'une déesse de Kemet




LINK a tematiche pertinenti al tema trattato:
Genocidio degli Herero e campi di concentramento tedeschi
Rosa Amelia Plumelle-Uribe. Dalla barbarie coloniale alla politica nazista di sterminio
Il vero ruolo dei missionari durante l'epoca coloniale
Etilé René-Louis Parfait, Gli egiziani erano neri come il carbone

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13 marzo 2009 5 13 /03 /marzo /2009 19:46



Soppressione storica. Una questione metodologica e teorica.




  

 

 


Le tematiche che verranno affrontate nel presente blog, che, come recita il titolo, riguardano prevalentemente i processi di soppressione nella scienza storica, consisteranno nel trattare argomenti spesso molto familiari a volte invece insoliti sino ad un grado estremo se non, addirittura, esagerato.

 

Tengo ovviamente a precisare che tali normalità e atipicità sono appunto soltanto apparenti in quanto il livello su cui intendo agire è quello più squisitamente ermeneutico, cioè della interpretazione di eventi, processi, saperi, e singole personalità, secondo angolazioni del tutto alternative rispetto alle vulgate ortodosse stabilite dall'establishment.

 

Un tale atteggiamento di assoluta opposizione non intende essere affatto fine a se stesso ma inserirsi al contrario in quella che ritengo siano dei filoni di opposizione tradizionali esistenti già da secoli, se non da millenni, e la cui esistenza effettiva o estintasi o più probabilmente modificatasi nel corso del tempo, spiega moltissime difficoltà in cui la ricerca storica ortodossa si imbatte o fa precipitare coloro che fidandosi del suo apparente rigore scientifico, inizialmente finiscono con l’impantanarvisi e spesso annegare in docili quanto insipidi catechismi di storia.


Quest’ultima conseguenza è essenzialmente quello che potremmo definire la conseguenza più immediata del cosiddetto curriculum occulto del sistema di produzione e riproduzione scientifico e teorico ufficiale nel suo processo di formazione di una ortodossia metodologica e interpretativa, ottenuto primariamente attraverso i processi educativi erogati attraverso le istituzione a ciò preposte.

Tale spirito critico che anima me quanto soprattutto i ricercatori storici alternativi o revisionisti, come li ha giustamente definiti Ian Lawton nel suo importatissimo Le antiche civiltà antidiluviane, termine che considero interessante anche se rischia di risultare scabroso a causa di una sedimentazione semantica che in anni recenti si è venuta a formare in alcuni campi di indagine storica, soprattutto nelle ricerche storiche concernenti la realtà storica dei campi di sterminio nazisti e che sinora non ha condotto fondamentalmente ancora a nulla di risolutivo.




Comunque sia, al di là delle difficoltà terminologiche che in una impostazione di studi del tipo che intendo effettuare si ripresenterà inevitabilmente molto spesso, ritengo che una sistematizzazione a carattere storico e teorico della tradizione storica alternativa sia necessaria per ulteriori progressi, dal momento che tale orientamento della ricerca contribuisce ad un tempo ad acutizzare la coscienza autenticamente critica di quanto è stato sinora conseguito da un filone realmente alternativo rispetto all’ortodossia proprio basandosi sui suoi risultati più notevoli da cui i ricercatori eterodossi sanno così abilmente mettere in risalto aporie e contraddizioni con il sommo imbarrazzo dei custodi del sapere sacralizzato, religioso o laico che esso sia.


Eviteremo totalmente gli pseudoricercatori e le loro pseudoricerche sensazionalistiche. Il primo criterio sarà sempre ed unicamente il rigore documentario, l'aggiornamento bibliografico, il rigore argomentativo.


Gli studi di questo genere non mancano, tutt'altro. Lo spirito critico se non alberga totalmente nelle accademie, non difetta certo fuori di esse, anche se oneste opere di ricerca storica sono state elaborate da studiosi universitari che per questo hanno dovuto pagare a caro prezzo, molto spesso, il loro essersi discostati dalla etta via. Se gli eretici, fuori dalle accademie non mancano, essi, pur non abbondando al loro interno, non per questo non esistono.

 

E' grazie a questi ricercatori, endoeretici ed esoeretici, che le opere di critica ai dogmi storiografici nel corso del tempo e con modalità peculiari alle loro epoche, hanno potuto essere elaborate. Malgrado la congiura del silenzio, arma che il sistema ha portato ad eccellenti livelli di raffinatezza, molte di esse sono cadute nell'oblio o sono andate perse forse per sempre. Spesso, invece, lo strumento più efficace è stato quello dell'interpretazione capziosa, che falsificando il senso ed il valore di un'opera o di un evento, ne vanificano o annullano la portata. Documenteremo anche, e soprattutto questo, in questo blog, il materiale non manca e la volontà pure.


[Le immagini presenti in questa home page non sono casuali in rapporto al discorso sviluppato].

 

 

 

 

ARIO LIBERT

 

 

 

LINK significativi:
 

Afrikara

 

Africamaat

 

Institut Géopolymère 

 

The Palestinian Holocaust Museum
 



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