Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
11 novembre 2009 3 11 /11 /novembre /2009 13:16
In poche righe, e una tantum, una potente testimonianza di come lavora la quasi totalità dei filosofi cattedrattici in quei cimiteri della cultura chiamati università. Viene da chiedersi se li leggano veramente i libri, soprattutto quelli dei loro avversari.

Resta comunque il fatto indistruttibile che i ricercatori della verità storica concernente la figura ed il "pensiero" del nazi-filosofo i libri
dei loro avversari se li leggono, eccome! e soprattutto producono argomentazioni e controargomentazioni solidi che vanno dai saggi di poche decine di pagine a ponderosi testi: un trionfo se si pensa che gli heideggerian-negazionisti si limitano semplicemente ad enumerare pochi fatti insignificanti, (nel magistrale quanto breve intervento di Emmanuel Faye qui sotto, stroncati alla radice). Essi intervengono unicamente per elevare litanie al loro buon senso che detta loro che Heidegger sia in buona fede ed anzi un brav'uomo: questa ricerca e metodo serio!

Resta il fatto, grave a mio avviso, che sui profondi moventi ideologici ma soprattutto psicologici dell'heideggerismo accademico, non siano stati comunque nemmeno intrapresi le prime perlustrazioni, eppure questo compito non andrebbe più rimandato, allo stato attuale non è più tanto Heidegger a suscitare problemi quanto l'impellente ed inarrestabile bisogno di irrazionalità onto-teo-metafisico dei suoi smarriti e disonesti seguaci.

 

Non è più l'interpretazione teoretica a dover agire e basta, quanto la sociologia della conoscenza...




1


"Una inaccettabile calunnia"


di François Fédier


Con Walter Biemel, testimone diretto, ero in grado di sapere se Heidegger aveva veramente "mancato di carattere"- e precisamente all'epoca cruciale degli anni 1942-1944. Ciò che mi ha raccontato Walter Biemel è venuto a corroborare ciò che presentivo. All'università di Friburgo, mi diceva e, in seguito, lo ha pubblicato, Heidegger era il solo professore che non cominciava i suoi corsi facendo il saluto hitleriano. Mi ricordo avergli allora domandato: "Volete dire che i professori ostili al regime, quelli che avrebbero formato, dopo il crollo del nazismo, la commissione di epurazione dell'Università davanti alla quale Heidegger è stato intimato di comparire, essi facevano, il saluto hitleriano all'inizio dei loro  corsi? Naturalmente! Soltanto Heidegger non lo faceva", mi rispose Walter Biemel colpendo il tavolo con il palmo della mano [...]

 

Walter Biemel non mancava di attirare la mia attenzione sul fatto anch'esso importante che questo atteggiamento coraggioso di Heidegger era perfettamente capito dagli studenti. Mi confidò anche di non essere stato stupito oltre misura, durante la prima visita privata che gli rese al suo domicilio, di vedere Heidegger lanciarsi in una critica in piena regola del regime nazista, che egli "considerava criminale". Era la prima volta, aggiunse, che sentivo pronunciare dei giudizi  così gravi dalla bocca di un professore universitario [...].

 

Cosa si rimprovera ad Heidegger? Sempre ed ancora ciò che si prende cura di chiamare la sua "adesione al nazismo". Ora questa formulazione è inamissibile-per la ragione evidente che "adesione al nazismo", significa adesione all'ideologia razziale dei nazisti, la quale implica: lo sterminio degli ebrei, la riduzione in schiavitù delle "razze" pretese "inferiori" e la creazione, attraverso selezione dei "migliori", di una razza chiamata ad incarnare l'umanità futura. Quindi: "l'adesione di Heidegger al nazismo", implica di conseguenza- che lo si voglia o che non ci si renda chiaramente conto- che Heidegger ha dato il suo assenso a questa ideologia criminale [...].

 

Ora, osserviamo più da vicino. Se è una inaccettabile calunnia di parlare di una "adesione di Heidegger al nazismo", ciò non di mano rimane il fatto che il filosofo si è impegnato, durante il suo rettorato, sostenendo senza riserve diverse iniziative del nuovo regime- perché, per la precisione, non sostiene non tutto ciò che viene fatto con l'avvento al potere del regime in questione. Una delle prime misure prese dal rettore Heidegger è un fatto incontestabile e molto significativo per lui stesso: impedire nei locali universitari di Friburgo l'affissione del "cartello contro gli ebrei" redatto dalle associazioni di studenti nazionalsocialisti (e che sarà affisso in quasi tutte le altre università di Germania). Questo fatto innegabile (che i detrattori di Heidegger, in disprezzo della più elementare onestà, passano in silenzio o di cui cercano di minimizzare il significato eppure evidente) permette, a mio parere, di farsi un'idea più chiara delle condizioni nelle quali Heidegger ha creduto poter assumere la carica del rettorato [...].

 

È importante dunque prendere bene in considerazione il momento cronologico di questo coinvolgimento. All'inizio del 1933 (e per più di un anno), il potere di Hitler è ben lungi dall'essere totale. Gli osservatori, nel mondo intero, si chiedono se durerà per qualche mese. Heidegger, durante questi mesi, esamina quanto propone il nuovo cancelliere. Non rifiutanto tutto per principio, dà il suo assenso a quanto giudica accettabile, opponendosi al contempo senza esitare a quanto egli giudica inammissibile.

 

Guardando in tal modo questo impegno, possiamo allo stesso tempo individuare dove esso pecchi: Heidegger non ha immediatamente visto che la natura totalitaria dell'hitlerismo stava per imporsi irresistibilmente e che per via di questo fatto una distinzione tra l'accettabile e l'inammissibile avrebbe perso necessariamente ogni pertinenza, visto che, in un totalitarismo, tutto è proposto da un solo detentore- più esattamente ancora: visto che tutto è dato da approvarsi in blocco, di modo che l'idea stessa di opporsi in qualsiasi cosa si rivela in fin dei conti essere chimerico.

 

Possiamo rimproverare ad Heidegger di non essersene accorto subito? Per essere in grado di rispondere onestamente, bisogna preliminarmente essersi posti la domanda: non capire immediatamente la natura fondamentalmente totalitaria di un regime, è voler acceccarsi da sé? [...]

 

Un altro fatto, anch'esso incontestabile e significativo, la proibizione fatta alle truppe naziste di procedere davanti ai locali dell'università all'"autodafé" dei libri di autori ebrei o marxisti può (e nel mio spirito: deve) essere, anch'esso interpretato allo stesso modo, cioè come rifiuto, da parte del rettore, di ciò che egli giudica incompatibile con ciò per cui egli ha accettato l'incarico del rettorato [...].

 

Ma appena avrà capito che con questo tipo di azione non approderà a nient'altro che a respingere le scadenze, senza ottenere vere garanzie di indipendenza, Heidegger dimissionerà dal suo posto. Ricordiamo che questa dimissione, egli l'ha presentata nel febbraio del 1934 e che essa sarà ratificata il 27 aprile.

 

 

[François Fédier, capo dei difensori del filosofo, giudice irreprensibile. Estratto da L'Infini n° 95, estate 2006. "Heidegger: il pericolo nell'essere" (Gallimard, 255 pagine)].

 

© le point 29/06/06 - N°1763

 


2


Verità storica e dibattiti di idee



Il filosofo Emmanuel Faye effettua una messa a punto a proposito del testo di François Fédier intitolato "Una inaccettabile calunnia".

 

 

 

Ho letto con grande interesse il dossier su Heidegger che Le Point ha pubblicato nella sua edizione del 29 giugno 2006 e ringrazio la redazione per aver pubblicato il mio colloquio con Roger-Pol Droit. Molto sensibile al dibattito delle idee, comprendo che Le Point abbia inoltre pubblicato un testo del "capo dei difensori del filosofo".

 

Tuttavia, quest'ultimo, François Fédier, lancia un'accusa molto grave di "calunnia" che non può mancare di ricadere sulle critiche ad Heidegger che si esprimono nelle stesse pagine, in questo caso io stesso e Michel Gourinat e lo fa a partire da due punti: l'autodafé dei libri e l'affissione di un cartello antisemita, a proposito dei quali egli presenta come dei "fatti incontestabili" delle inesattezze, per non dire delle menzogne, di Heidegger, che non resistono alla verità storica così come è stata stabilita pubblicamente da Guido Schneeberger, Hugo Ott, Victor Farias, Bernd Martin e me stesso a partire dai documenti scritti e da testimonianze verificate. Sfortunatamente, i lettori di Le Point non hanno la possibilità di pronunciarsi sull'esattezza oppure non di questi "fatti incontestabili" e dall'accusa di "calunnia" che ne deriva.

 

È per questo che ho pensato che una messa a punto breve, ma precisa, era indispensabile tanto per rispondere a quest'accusa quanto per ristabilire la verità storica. Vi invio di conseguenza la risposta qui allegata. Augurandomi che la verità sia così ristabilita, vi prego di gradire...


Emmanuel Faye

 

 

 

È utile che sulla valutazione dell'opera di Heidegger abbia luogo un dibattito pubblico e contraddittorio in cui tutti possano esprimersi.

 

Tuttavia, bisogna distinguere tra dibattito di idee e rverifica dei fatti. A questo proposito, è molto grave che François Fédier presenti come dei "fatti incontestabili" due punti l acui falsità è oggi domostrata. Innanzitutto gli autodafé di libri da parte dei nazisti. Nel 1945, Heidegger ha preteso di aver interdetto l'autodafé davanti all'università. In realtà, semplicemente differita per via della pioggia, questo autodafé ebbe luogo, come lo testimonia il filosofo Ernesto Grassi, testimone oculare citato da Hugo Ott: "Il fuoco crepitava davanti alla biblioteca universitaria". Inoltre, il rogo davanti a cui Heidegger tiene, il 21 giugno 1933- giorno della festa del solstizio d'estate cara ai nazisti-, un discorso in cui egli dichiara "fiamma, mostraci il cammino da cui non c'è più ritorno" è annunciato nella stampa nazista di Friburgo come un "autodafé simbolico della letteratura sporca e lurida", dopo che "la grande massa dei libri bruciati sull'Esercier-platz" (Der Alemanne, Kampfblatt der nationalsozialsiten Oberbadens, 20 giugno 1933, pagina 12).

 

Poi abbiamo il cartello antisemita che Heidegger ha egualmente preteso di aver proibito. In realtà, questo cartello è stato affisso in tutto il Reich in modo concertato il 12 aprile 1933, dunque prima che Heidegger diventasse rettore. Se l'affissione è stata interdetta all'università di Friburgo, ciò non può dunque essere stato fatto che dal predecessore di Heidegger, il rettore von Möllendorf che ha dimissionato poco dopo sotto la pressione del potere nazista. Soprattutto, la corrispondenza citata da Hugo Ott e Victor Farias prova che Heidegger ha intrattenuto degli stretti legami con Gerhard Krüger e Georg Plötner, i dirigenti della Deutsche Studentenschaft o DST, l'organizzazione degli studenti nazisti che ha preso l'iniziativa sia dell'affissione delle tesi antisemite e degli autodafé. Heidegger ha personalmente organizzato, il 10 e l'11 luglio 1933, due giornate a Berlino con i capi della DST in vista di creare del "campi di sapere" (Breisgauer Zeitung, 12 luglio 1933, pagina 5). È evidente che questa collaborazione sarebbe stata impossibile se si fosse opposto all'azione della DST. Infine, ho dimostrato che il discorso del rettorato di Heidegger e le tesi antisemite degli studenti nazisti sono stati ristampati per due volte, nella stessa opera e uno di fronte all'altro, nel 1938 e nel 1943.

 

Nello stesso passaggio della lettera del 1945 in cui Heidegger tenta di giustificarsi, giunge ad affermare che non ha "mai partecipato a una qualunque misura antisemita", il che è falso. Al contrario, il rettore Heidegger ha preso pubblicamente le misure discriminatorie più gravi, come la sua direttiva del 3 novembre 1933*, in cui ordina di non accordare "mai più" borse agli "studenti ebrei o marxisti". Nella stessa direttiva, dichiara che le borse saranno oramai attribuite prioritariamente agli studenti che, durante gli anni precedenti, avevano "lottato nella SA e la SS" per "l'insurrezione nazionale". E precisa ciò che bisogna intendere per "studenti ebrei": coloro che sono "di strati non ariani" (nichtarischer Abstammung) nel senso delle leggi antisemite entrate in vigore sin dall'aprile 1933. Benché riedita da Schneebergernel 1961 («Nachlese zu Heidegger », p.137), questa lettera non è mai stata citata né da François Fédier né da Hermann Heidegger, e per validi motivi. Il solo a menzionarla è Raul Hilberg, in La distruzione degli Ebrei d'Europa.

 

Per tutti questi motivi, non è più possibile presentare seriamente queste menzogne di Heidegger come dei "fatti indiscutibili" e di costruire su di essi delle accuse di "calunnie". Bisogna aggiungere che è nei seminari e nei corsi di "filosofia" recentemente apparsi che egli ha fornito la giustificazione più completa della sua azione razzista. La questione non è dunque più soltanto quella dell'impegno, bensì quella dei fondamenti nazisti dell'opera. È su questo punto che un vero dibattito pubblico è ora necessario.

 

 

Emmanuel Faye


 

 

* Freiburger Studentenzeitung, 3 novembre 1933, page 6.

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 


 

 

 

LINK ad un sito anti Emmanuel Faye rigurgitante di scritti apologetici nei confronti del nazi-filosofo:

Paroles des jours

Condividi post
Repost0
9 novembre 2009 1 09 /11 /novembre /2009 23:34



Heidegger e l'antisemitismo. Una testimonianza di Ernesto Grassi


.

René Misslin ha trasmesso a phiblogZophe una testimonianza importante di Ernesto Grassi. Qui è riprodotto il suo commento nella sua integralità.

 


Ho reperito in rete (www/peres-fondateurs/forum) un testo appassionante di Gentile che parla di Ernesto Grassi, il quale ha insegnato filosofia in Germania negli anni 1930-40, e che era appassionato dal pensiero di Heidegger al punto di essere il primo editore, con Szilasi, della celebre "Lettera sull'umanesimo".

 

Per Grassi, il fatto che Heidegger fosse nazionalsocialista non era cosa da mettere in dubbio. In quanto all'antisemitismo di Heidegger, ecco ciò che Gentile riporta. È Grassi che parla: "Infine, sulla questione dell'antisemitismo di Heidegger, non posso che testimoniare di un avvenimento che fu per me tragico per più di un motivo. Ciò riguarda Szilasi, filosofo ungherese di origine ebraica, che era un amico intimo, ma anche grande amico di Heidegger: lo aveva effettivamente aiutato finanziariamente quando era ancora studente.

 

Heidegger ha detto di lui pubblicamente che era il solo filosofo veramente adatto ad interpretare il proprio pensiero. Heidegger gli affidò inoltre una cattedra di assistente, perché era essenziale per lui che Szilasi interpretasse i testi greci. La moglie di Szilasi era l'insegnante di piano di uno dei suoi figli. La loro relazione era dunque anche molto intima. All'improvviso Heidegger ha rotto ogni relazione con lui.

 

In quale modo, lo ignoro. Ma posso assicurarvi che fu l'avvenimento più tragico per il povero Szilasi che, in seguito, dovette abbandonare la Germania. Questa rottura con Heidegger fu veramente la disfatta della sua vita. Eravamo nel 1932. A partire da tale data, la mia relazione personale con Heidegger si fece sempre più tenue, per limitarsi sempre più allo stretto minimo professionale che esigeva il proseguimento dei lavori che avevo già intrapreso. Non ho mai potuto discuterne con lui, perché da una parte, era troppo terribile per me, non fosse che da un punto di vista etico e che d'altra parte, Heidegger non si mostrava affatto  disponibile a farlo. Devo anche aggiungere che molto prima dell'avvento al potere dei mazionalsocialisti, trapelava già nei suoi seminari questa accentuazione del Blut und Boden (Sangue e Suolo) che allora non associavo ancora ad una "opportunità" politica.

 

Quando andammo insieme a fare dello sci nella foresta nera, non ero, in quanto straniero, quasi mai ammesso a queste riunioni molto personali che egli organizzava alla Hütte (baita). Questo sentimento di esclusione come non-tedesco era per me un'esperienza costante, che vivevo con un certo dolore, anche se in ogni caso l'essenziale era per me il fatto di poter lavorare a partire dai testi.

 

Il motivo per il quale riporto questi ricordi soltanto oggi, e non all'epoca della polemica che Adorno e Löwith avevano intrapreso contro Heidegger, "il filosofo di un'epoca di angoscia", è per puro rispetto per Szilasi, che sino alla sua morte insistette sul fatto che non si doveva mai dimenticare quel grande pensatore.

 

Affermava inoltre, che la spiegazione con Heidegger doveva assolutamente restare nel campo della discussione filosofica, sola condizione che rende eventualmente possibile delle considerazioni riguardanti la questione di un senso e di un fondamento del suo impegno personale".

 


Per Grassi, la questione maggiore che si pone è quella di sapere come a partire dalla filosofia di Heidegger si possa tentare di comprendere la posizione nazionalista di Heidegger.


Come suggerisce bene Emmanuel Faye, bisogna tentare di capire filosoficamente gli affetti politici di Heidegger.


René Misslin

[Traduzione di Massimo Cardellini]

LINK alpost originale:
Heidegger et l’antisémitisme. Un témoignage d’Ernesto Grassi


LINK pertinenti all'argomento trattato:
Heidegger: Una croce uncinata in testa
Scoglio sulla tomba di Heidegger

La doppia faccia di Heidegger
Condividi post
Repost0
7 novembre 2009 6 07 /11 /novembre /2009 18:33
La doppia faccia di Heidegger

 


di Roger-Pol Droit



Heidegger, faccia pulita. E' un ragazzo di campagna, allevato alla fine del XIX secolo in un villaggio cattolico, profondamente rurale, della Germania meridionale. Il padre è bottaio e sagrestano alla chiesa parrocchiale, la madre è sempre in casa. Per tutta la sua vita, il pensatore vorrà restare un uomo della terra, ancorato al suolo, restio alla vita urbana. Rifiuterà esplicitamente ciò che è "cosmopolita", "sradicato".

 

Le logiche del capitalismo gli restano estranee, il dominio della tecnica della terra finirà con il sembrargli orribile. Vedrà infine nella strumentalizzazione della natura una devastazione criminale.

 

Ragazzo notevolmente dotato, sostenuto dalla Chiesa, riceve una formazione classica e seria, entra nel seminario e intraprende degli studi di teologia. A 20 anni, li abbandona per scegliere la filosofia, al termine di una crisi di cui si sa poco, tranne che segnò la sua rottura apparente con il cattolicesimo.

 

La sua carriera nell'università tedesca è innanzitutto simile a quella di tanti altri, iniziando con dei lavori senza grande originalità. Ma, nel 1927, a 38 anni, Martin Heidegger pubblica un'opera che gli vale una fama esplosiva, facendo conoscere il suo nome lontano dalle frontiere tedesche. Il titolo è brusco: Sein und Zeit, e cioè Essere e Tempo. Il modo in cui il pensatore si esprime è strano e denso. Eppure, la risonanza è immediata.


 

 


Perché il libro stupisce, rimettendo in luce una questione che egli afferma sia molto antica e da tanto tempo dimenticata: il "senso dell'essere". Questa questione sarebeb stata sentita dai primi pensatori greci. Essa verte sulla presenza, il "ci", il fatto che ci sia qualcosa invece del nulla, e non sulla natura delle diverse cose esistenti. Questa questione originaria sarebbe stata abbandonata alla metafisica, da Platone e Aristotele, a vantaggio di un'interrogazione sulle proprietà di ciò che esiste (gli essenti). Quest'obblio dell'essere avrebbe aperto la possibilità della scienza e della manipolazione tecnica, figlia di questa metafisica dimentica dell'essere.


Di colpo, le concezioni filosofiche del tempo, del soggetto, della natura umana, della Storia si trovavano messe in causa. Heidegger si impegnava a riformularle. Molti credettero allora ad una mutazione del pensiero. il suo insegnamento all'università di Friburgo conobbe un'udienza crescente. I suoi studenti- tra i quali Karl Löwith, Hannah Arendt, Emmanuel Levinas, Hans Jonas, tra i tanti- ebbero la sensazione di partecipare ad un'avventura straordinaria. Perché il loro maestro, di semestre in semestre, trasformava la storia dell'Essere in cardine sotterraneo della Storia. Il corso del mondo non dipendeva più semplicemente dagli scontri militari, dalle manovre politiche, dalle rivalità economiche o dalle invenzioni scientifiche. In un modo più segreto ma più decisivo, il modo in cui l'essere è pensato verrebbe a piegare e trasformare il destino dell'umanità.

Casa natale di Heidegger a Messkirch

 


Faccia pulita, Heidegger appariva dunque, innanzitutto, come un pensatore che volle mettere l'accento su ciò che i filosofi non hanno pensato, la macchia cieca delle loro elaborazioni concettuali. Al regno della razionalità volle sostituire la parola dei poeti. Si tratterà di attendere "un altro pensiero", che rimarrebbe in disparte. In ciò che è originario e come sepolto sotto i nostri piedi, si terrebbe in riserva una promessa di futuro. A noi di tentare di farvi ritorno. Questo rapporto all'essere- improntato di fervore, di rispetto e di gratitudine, di serenità- è passato per molto tempo come il segno distintivo di Heidegger. Per lo meno in ciò che si insegnava spesso a suo proposito dagli anni 60 agli anni 80. Raramente, in quest'epoca, erano evocati il suo coinvolgimento nelle istituzioni naziste, la sua ammirazione per Hitler, i suoi giudizi antisemiti, il suo assordante silenzio sulla Shoah. Heidegger non aveva un volto oscuro.

Senza equivoco. La versione  ufficiale della sua compromissione con il nazismo diceva che Heidegger si era sbagliato per alcuni mesi sulla natura del regime hitleriano. Sollecitato da alcuni colleghi, aveva accettato la carica di rettore dell'università di Friburgo il 21 aprile 1933, poi aveva dimissionato sin dal 23 aprile del 1934. Aveva in seguito, secondo i suoi discepoli, sofferto alcune disgrazie, cioè delle persecuzioni, inflitte dal regime hitleriano per una decina di anni. Diverse opere permettono oggi di stabilire una realtà del tutto diversa.

heidegger-allgemeine-rundschau.jpgIn alcune date e citazioni,  la faccia oscura si delinea. 1910: il primissimo testo di Heidegger è pubblicato nell'Allgemeine Rundschau, rivista di tendenza antiliberale ed antisemita. Vi celebra la figura del predicatore agostiniano Abraham a Sancta Clara, conosciuto per il suo nazionalismo virulento ed il suo appello ai pogrom. Per il giovane Heidegger, questa testa di genio ha cercato La santità del popolo, nella sua anima e nel suo suo corpo. Più tardi, nel 1964, il pensatore, diventato celebre, continuerà a vedere in questo persecutore degli Ebrei e dei Turchi un maestro per la nostra vita.

1916, il 18 ottobre, scrive a sua moglie Elfride: L'ebraizzazione [Verjudung] della nostra cultura e delle università è in effetti orribile e penso che la razza tedesca [die deutsche Rasse] dovrebbe trovare a sufficienza delle forze interiori per giungere al vertice. 1918, il 17 ottobre, le confida: Tutto è sommerso dagli ebrei ed i profittatori.

Nel 1932, come ha recentemente confermato suo figlio Hermann, Heidegger vota per il partito nazista. 1933, il 12 marzo, scrive- sempre ad Elfride- a proposito del filosofo Karl Jaspers: Sono sconvolto di vedere come quest'uomo, puramente tedesco, dall'istinto più autentico, che percepisce la più alta esigenza del nostro destino [...] rimanga legato a sua moglie". Quest'ultima, c'è bisogno di precisarlo per capirlo, era ebrea.

Diventato rettore nella Germania del III Reich, Heidegger si sforza di rivoluzionare l'Università affinché sia all'altezza del destino che attende il popolo tedesco. La sua pretesa disgrazia, dopo la sua dimissione, non risulta affatto dalla sua "resistenza", ma da diatribe interne tra ideologi nazisti. Il suo "Discorso del rettorato" diventa al contrario una specie di classico del nazismo, spesso citato da organizzazioni studentesche antisemite, riedito a migliaia di esemplari sino al... 1943! Dopo la "notte dei lunghi coltelli", il 30 giugno 1934, Heidegger partecipa, in settembre, ad un progetto di Accademia degli insegnanti del Reich, in cui propone di ripensare la scienza tradizionale a partire dagli interrogativi e dalle forze del nazionalsocialsimo. Ancira nel 1943, mentre la penuria di carta è al culmine, le edizioni Klostermann si vedono accordare dal ministero una consegna speciale per stampare le opere di Heidegger!

A chi vogliamo far credere che questo filosofo fu perseguitato dai nazisti?

Dopo la guerra, interdetto all'insegnamento da parte delle autorità alleate, riautorizzato ad insegnare soltanto nel 1951, Heidegger non condannerà mai esplicitamente il nazismo. Così come non prenderà mai posizione sull'assassinio dei milioni di ebrei. A questo terribile silenzio, che egli mantenne anche quando il poeta Paul Celan gli rese visita a questo proposito, si combinano i Cordiali saluti di buon Natale e auguri di Nuon Anno, che egli rivolge ancora, nel 1960, al razziologo Eugen Fischer, fondatore e dirigente dell'Istituto di igiene razziale, che ispirerà soprattutto gli esperimenti del dottor Mengele.

Tre soluzioni. Tra la faccia pulita e la faccia oscura, qual è dunque la relazione? Come pensare il rapporto che li oppone o li unisce? Vi sono tre modi per rispondere a queste domande.

Il primo modo consiste nel negare, puramente e semplicemente, l'esistenza stessa di una faccia oscura. Una piccola truppa di discepoli fanatici si accanisce ancora, in Francia, a far credere che si calunnia Heidegger ricordando il suo fervore per la croce uncinata. Il risultato è grottesco: ogni volta che Heidegger ha fatto il saluto nazista, magnificato il Führer, utilizzato i termini del vocabolario razziale hitleriano, ciò ha significato altre cose, si è inscritto in un altro contesto, ha avuto un'altra portata. Con evidenza, questa casuistica della doppia verità non regge.

Un secondo atteggiamento consiste nel tentare di reggere insieme le due facce, nella loro tensione, sostenendo il malessere che la loro opposizione suscita. Coloro che adottano questo atteggiamento considerano allo stesso tempo che Heidegger è uno dei più grandi pensatori dei tempi moderni e che fu profondamente ed intensamente nazista. La difficoltà da risolvere è allora nel sapere dove e come far passare una frontiera tra il richiamo all'essere ed i reparti d'assalto o spiegare come i due possono congiungersi.

La terza scappatoia è di considerare che non esiste che la faccia oscura, ciò che si crede una faccia pulita non essendo altro che la sua faccia esterna o il suo aspetto visto da lontano. Detto altrimenti, tutto si ricondurrebbe, in Heidegger, alla stessa fonte di ispirazione di Hitler - in modo soltanto più subdolo, verboso e contorto.

Un'altra possibilità consisterebbe semplicemente nel disinteressarsi attivamente di un pensatore straordinariamente confuso e nebbioso, che non ha smesso di inventarsi dei Greci di sana pianta, senza scrupoli verso la realtà storica, di praticare delle delimitazioni nette nella storia della filosofia, senza attenzione per la sua diversità e la sua complessità. Si lascerebbe il patos dell'autenticità, il modo di mettere tutto alla rovescia, la convinzione di essere, per il solo fatto di pensare, chiamato ad un ruolo essenziale in un processo che ci sfuggirebbe, tutta una gnosi più o meno estatica.

Nel 1933, a Friburgo, Heidegger ha visto che si arrestavano i sindacalisti, che si molestavano gli ebrei e spaccavano le loro vetrine. Non si è dato alla macchia o preso la strada dell'esilio, ma la tessera del partito. Si ha il diritto di non abitare il suo stesso pianeta. E di seguire altri filosofi. Il diritto o il dovere?

Morto trent'anni fa, il 26 maggio 1976, Martin Heidegger suscita più che mai delle controversie. Al cuore del dibattito, le relazioni del suo pensiero con il nazismo: inesistenti, superficiali, limitate? o al contrario, essenziali, profonde, durevoli? Ritorno su un fascicolo sensibile.


Roger
-Pol Droit

 


[Traduzione di Ario Liberti]

 

 

 

LINK al post originale:
La double face de Heidegger
Condividi post
Repost0
4 novembre 2009 3 04 /11 /novembre /2009 19:21

Scoglio sulla tomba di Heidegger.
.

heiddeggertombe.1214150173.jpg

Cos'ha spinto il "più grande pensatore del XX secolo" a far fissare sulla sua tomba questa specie di stella ottagonale?

 

Il visitatore filosofo che vi si recherà, con il ricordo radioso delle pagine di Kant sull'Aufklärung, potrebbe far altro se non precipitare in un abisso di perplessità?

 

Il phiblogZophe resterà fedele alla sua iconoclastia ignara e calunniosa: questa stella non è in realtà che una croce uncinata (svatica).

 

Ma no, non è possibile, tu deliri, diranno!

 

Forse, ma non sono stato io ad apporre questa medaglia in onore dell'eroe della guerra dell'Essere.

 

Allora ecco il mio delirio, che vale quanto quello dello stesso Heidegger.

 

L'Otto significa l'eternità e l'infinito ma, soprattutto, il dialogo incessante del Cielo e della Terra.

 

In breve, è Geviert al completo, il Quadripartito in tutta la sua gloria:


* Il Cielo

* La Terra

* I mortali: Heidegger e la "cara piccola anima" geboren Petri. E noi, naturalmente, che guardiamo la tomba.

* Gli dei: "solo un Dio può salvarci".


Ma ecco, per noi, il famoso Geviert non è che la versione "in grandezza interna" della croce uncinata nazista, dello svastika.


La questione non è sapere se Heidegger in realtà non dice niente con il Geviert, ma invece cosa intende dire, lo dice in una forma che non può ricordare la croce uncinata.

 

Per Heidegger, fedele hitleriano sino alla tomba, la croce uncinata è un aforma simbolica destinata a sostituirsi alla croce cristiana. È nella linea dell'ideologia völkisch e del nazismo.

 

Questa medaglia, che il combattente dell'"Essere per l'Essere" si è egli stesso attribuita, è una metafora della croce uncinata [1].

 

Si potrebbe del resto immaginare un esercizio di filosofia (filosofia dei simboli) sul tema.

 

Il "rosebud" heideggeriano funziona in questo modo: l'Otto rinvia al Geviert, ed il Geviert alla croce uncinata.


___________________________


[1] Si comparerà la patacca heideggeriana con questa medaglia militare tedesca della seconda guerra mondiale. Si tratta della croce al merito di guerra.



Al centro dell'immagine, come si vede, c'è una croce uncinata.

 

Ma tutto ciò non era pura fantasia


Non è evidentemente sull'immagine ma, al centro della medaglio, che ci si può accorgere della croce uncinata.

 

Ma tutto ciò non potrebbe essere che pura fantasia essendo Heidegger il grande pensatore!



[Traduzione di Ario Libert]

Post originale datato 26 giugno 2008.


LINK al post originale:

Ecueil sur la tombe de Heidegger

LINK ad un saggio fondamentale sulla questione:

Thomas Sheehan, Heidegger e i nazisti

Condividi post
Repost0
3 novembre 2009 2 03 /11 /novembre /2009 15:56

Non è certo senza soddisfazione che attraverso il presente post apro la riflessione storica critica orientata soprattutto in senso veritativo, anche al campo della ricerca filosofica e delle scienze umane. Cominciamo da una delle figure più mefitiche di tutto il Novecento se non di tutta la storia della filosofia, ammesso che lo voglia considerare un filosofo,  da Heidegger,  il che personalmente riteniamo che non sia propio il caso.


Più che Heidegger andrebbero però indagati a nostro parere gli heideggeriani di tutte le sfumature ed orientamenti che ancora non vogliono aprire gli occhi su questo impenitente teorico del nazismo malgrado gli studi orientati in tal senso effettuati da studiosi di notevole levatura e soprattutto la persistente, più che sospetta e priva di senso chiusura degli archivi di Heidegger che getterebbero palesemente luce sul suo autentico passato di nazista incallito.




"Credo alla necessità di esibire, se possibile senza limiti, le aderenze profonde del testo heideggeriano/scritti ed atti) alla possibilità ed alla realtà di tutti i nazismi" (jacques Derrida).


"Heidegger, l'introduzione del nazismo nella filosofia" (Emmanuel Faye).

"La magnificenza di ciò che è semplice" (Martin Heidegger). Ma cos'è il semplice se non il nazismo: "La voce del sangue proviene dalla disposizione affettiva fondamentale dell'uomo. Non è sospesa al di sopra da sé stessa, ma ha il suo posto a sé nell'unità della disposizione affettiva. A questa unità appartiene anche la spiritualità del nostro esser-ci, il quale avviene in quanto lavoro". (Heidegger). Ma di quale genere di lavoro si tratta? È
a proposito di Heidegger che si gioca secondo noi l'essenziale della riflessione relativa agli avvenimenti accaduti un po' più di sessant'anni fa. E che continua ad essere una minaccia per il futuro.

"Heidegger, in cammino verso l'Olocausto", Julio Quesada.



Heidegger: Una croce uncinata in testa


di Skildy

Zzzzzzzzzzzzzzzppzzzzzzheia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riflessione sulla fotografia di un pens/attore





Zzzzzzzzzzzzzzzppbbzzzzzzzzzz 























Quando Heidegger usciva dalla Hütte (baita) a volte era per incontrare degli "amici"...



Questa fotografia è letteralmente cancellata dalla memoria dei lettori di Heidegger, da un mito negazionista in virtù del quale Heidegger, dopo esservi fuorviato per un certo tempo nel nazismo- nel corso detto del rettorato- sarebbe in realtà passato ad una forma di resistenza spirituale.


Allo stato attuale delle nostre istituzioni, che sono lungi dall'aver tratto tutte le conseguenze delle costruzioni totalitarie del l'ultimo secolo, il riconoscimento accademico ed universitario di Heidegger come "autore classico" erige di fatto un ostacolo al principio stesso di ogni ricerca vertente sui rapporti di Heidegger e del nazismo.


Si vede male, infatti, come si potrebbe anche fare un corso su un "filosofo nazista"!


Mentre è possibile concepire un corso di filosofia sul nazismo, Heidegger essendo studiato con il massimo di sfumature possibili, come un intellettuale "organico" di questa costruzione.


Non si tratta affatto da parte mia di un accanimento o di una calunnia.


Scrivendo una nota a proposito di L'esperienza del pensiero, scritto nel 1947 da Heidegger, due anni dopo la fine della guerra, mi sono sorpreso a dire che le pagine di Heidegger mi sembravano come imbevute o segnate dalla croce uncinata, dallo svastika.


Ecco cos'è accaduto.

Ho innanzitutto notato che gli aforismi della pagina di destra erano sistematicamente riuniti in gruppi di 4 aforismi (o sottogruppi).


Ho allora formulato il sospetto che Heidegger stesso segnava le sue pagine con lo svastika.


Per evitare di commettere un "delirio d'interpretazione" mi sono allora interessato da vicino a questa croce uncinata. Dopo essermi informato ho appurato che essa girava da "destra a sinistra", da Est a Ovest, dal Levante al Ponente. (Il Nord stando  alla verticale di un globo terrestre posto di fronte a noi l'Oriente alla nostra destra).


Ora, sulla pagina di sinistra del testo, sono stampate le strofe di un poema in prosa.


Nella prima strofa si legge: Quando, nel silenzio dell'alba...


Nella seconda strofa: Quando il sole della sera...


La mia conclusione è dunque la seguente.


Questo testo del 1947, che si suppone dica qualcosa sull'esperienza del pensiero ed essere firmato da un "resistente  spirituale" (vedi nota 1) al nazismo, è in realtà firmato in filigrana, di fatto da Heidegger stesso, dal segno della croce uncinata!


Sotto il naso ed in barba agli alleati che, allora, avevano proibito ad Heidegger l'insegnamento!


L'Esperienza del pensiero è un giro di croce uncinata nella testa del lettore!


La fotografia qui pubblicata, che data del 1933 (o del 1934), dice la verità del testo del 1947.


Il "grande filosofo" ha una croce uncinata in testa e ne è molto fiero.


E tutto il testo è letteralmente imbevuto di una credenza intatta nell'"opera" del Führer. Nel 1947!


Marcel Conche e gli altri: revisionate le vostre opere!


Poveri liceali! Poveri studenti! A causa di maestri impelagati nelle loro contraddizioni e che trasformano in modo inverosimile un Heidegger come un Babbo Natale, siete condannati a far priova di rispetto e di ammirazione per un autore che, nel 1947, e mentre i campi della morte hanno mostrato al mondo tutto il loro orrore, imbastisce i suoi testi di croci uncinate!


Non so come si possa chiamare tutto ciò.


Che si legga Heidegger! ma per apprendere come la barbarie ed il crimine possono indossare degli abiti del pensiero sublime.


Povero pensiero!


==================

Nota 1.

 

L’espressione "resistenza spirituale" presenta il vantaggio, per i filo-nazisti heideggeriani, di suggerire implicitamente che questa "resistenza" è in realtà quella del nazista Heidegger tanto al comunismo, al socialismo quanto al liberalismo ed all'americanismo. Mein Kampf continuato con mezzi spirituali.


La prova... Sembra che Heidegger avrebbe avuto da temere tutto dai nazisti. Anche dopo il 1945! È per questo che non ha fatto della riflessione critica sul nazismo uno dei grandi temi espliciti dei suoi scritti di allora. Liberazione? non la conosce! In realtà è nel 1945 che egli sarebbe passato alla "resistenza spirituale". In quanto nazista, in quanto successore "filosofo" di Hitler e trasmettitore della bestia immonda. Heidegger è il teorico della SS eterna.


Quando il sole della sera, spuntando da qualche parte nella foresta, riveste d'oro i flutti...


...scrive Heidegger alla fine di L'Esperienza del pensiero. Terminando in modo altamente simbolico e segreto- sole della sera...- il giro della croce uncinata che svolge il testo al suo lettore.


La foresta cos'è? L'oro che riveste i flutti cos'è? È anche l'assemblea gloriosa della SS eterna della "resistenza spirituale". La guardiana del Volk!


Questa è la nostra ipotesi.

 

 

SKYLDI

 

 

 


[Traduzione di Ario Libert]

 

 

Post originale del 24/05/2007.


 LINK al post originale:

Heidegger: une croix gammée dans la tête




Condividi post
Repost0

Presentazione

  • : STORIA SOPPRESSA. Blog di storiografia e critica ideologica libertaria
  • : Blog di controinformazione storico-critica dei processi teorico-politici connessi alla cancellazione di culture, civiltà, eventi, saperi e personalità ritenuti non degni di considerazione da parte dell'establishment.
  • Contatti

Profilo

  • Ario Libert
  • Amante e ricercatore della verità storica e sociale
  • Amante e ricercatore della verità storica e sociale

Testo Libero

Archivi

Link