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28 febbraio 2015 6 28 /02 /febbraio /2015 07:00

Matriarcato di Malta e delle Cicladi (neolitico): templi-uteri megalitici della dea-madre

 

Verso il 3.200. C., dei nuovi arrivati si insediarono sull'isola, giunti probabilmente dalla Sicilia che fu, in una remora era geologica, collegata a Malta. Essi costruirono nei 1.500 anni successivi i templi ciclopici di cui ritroviamo oggi i resti. I templi sono tutti arrotondati, fatti di blocchi di calcare ocra pesanti più di 20 tonnellate; questi costruttori dovettero coabitare con i precedenti allevatori.

malta01.jpg

Le conoscenze riguardanti la preistoria di Malta sono abbastanza sviluppate perché l'arcipelago maltese ha consegnato abbondanti vestigia della presenza umana durante l'epoca preistorica e soprattutto tra le più antiche costruzioni monumentali del mondo, classificate nel patrimonio mondiale dell'UNESCO. Le rovine del tempio maltese più antico sarebbe un muro di grandi pietre a secco erette durante il neolitico sul sito di Skorba. Datante al 5.200 a. C., sarebbe dunque anteriore di ben sette secoli alla prima costruzione megalitica continentale, il Cairn di Bamenez nel Finisterre (4500-3500 a. C.), di 1200 anni agli allineamenti di Carnac (4000 a. C.), e di 2400 anni rispetto a Stonehenge (2800-1100 a. C.).

Malta 15 Hagar Qim

Una grande concentrazione di templi

I templi megalitici di Malta sono un insieme di templi presenti nell'arcipelago maltese, sulle isole di Malta e Gozo. Un così piccolo arcipelago concentra un numero importante di templi megalitici: attualmente 17 siti inventoriati raggruppano 33 templi. Si deve aggiungere una quindicina di altri siti che rappresentavano almeno altrettanti templi supplementari, oggi scomparsi sotto le bombe della seconda guerra mondiale o le piccozze dei demolitori.

Malta Tempio di Ggantija-1-

Dei megaliti dedicati alla dea della fecondità

La civilità neolitica maltese presenta un interesse particolare nell'evidente simbiosi tra un'entità femminile adiposa e il culto degli antenati a differenza del megalitismo atlantico, Sull'arcipelago maltese, il megalitismo non era destinato a valorizzare i morti ma alla venerazione di una "divinità" femminile, così le costruzioni megalitiche sono dei veri templi. Il culto degli antenati è riservato agli ipogei.

dea-di-malta-III-millennio

Sin dalla fase Żebbieħ, il luogo degli antenati è sottoterra nelle tombe scolpite ad immagine dei templi. La "religione" maltese comporta i due aspetti del mondo neolitico: un culto reso a un'entità "dea-madre" o "dea della fecondità" e un culto dei morti che comportava dei riti ctoni.

Mnajdra, 3000 a C

Le dee dal triangolo pubico di Skorba

Skorba - scritto anche Sqolba – è il sito di un insieme di templi megalitici, situato a Żebbieħ nel nord ovest dell'isola di Malta. questo sito è aprticolarmente importante per documentare la preistoria maltese perché è stato occupato per due millenni, all'inizio della fase Għar Dalam (5400 a. C.) alla fine della fase Tarxien (2500 a. C.).

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Lo scavo del sito ha portato alla luce delle ossa di bovidi scolpiti per sfregamento a forma di fallo, dei crani di capre fratturati e soprattutto delle figurine di peitra e terracotta. Queste figurine, le più antiche di Malta, rappresentanodei dorsi femminili con un petto stilizzato e un triangolo publico molto ben evidenziato. David H. Trump associa quest'insieme di statuette femminili al culto di una "dea madre" o di una "dea della fecondità" che favorirebbe la produttività della terra.

L'enorme dea madre di Tarxien

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Tarxien è un villaggio del centro est dell'isola di Malta. I templio di Tarxien formano un complesso di quattro edifici religiosi risalenti alla fine del periodo neolitico, e all'inizio dell'età del Bronzo della storia dell'uomo. Nei pressi di Tarxien, il sito dei quattro templi fu classificato nel 1992, dall'Unesco nel patromonio mondiale dell'umanità con il titolo di "Templi megalitici di Malta". Il più vecchio tempio è stimato risalire al 2800 a. C. I templi contengono numerose statue e rilievi di animali, tra cui capre, per le quali Malta è rinomata, e dei maiali. La statua più impressionante è di 2,5 metri di altezza ed è supposta rappresentare una Dea Madre. Altre statue sono disseminate un po' ovunque intorno ai templi, e rappresentano la fertilità.

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Il culto alla maternità nel mar Egeo

malta07.JPGUn idolo cicladico è una statua in marmo, caratteristico della civiltà delle Cicladi. Quest'ultima era un insieme di piccoli agglomerati greci situati su alcune isole. È famosa per i suoi idooli di marmo lavorati nell'ossidiana, ritrovati sino in Portogallo e all'insenatura del Danubio, il che prova il suo dinamismo. Esse sono comparse poco più di 4500 anni fa sull'isola di Keros. Alcuni archeologi pensano che gli idoli distrutti o fatti a pezzi sarebbero stati deposti nel corso delle cerimonie religiose. Le statue rappresentano nella maggior parte dei casi delle donne incinte per cui alcuni storici ritengono  che le isole appartenenti alla civiltà cicladica avevano come riferimento la dea della fertilità. È un po' più antica della civiltà minoica di Creta.

Malta dea dormiente

Dee madri delle Cicladi

malta08Gli inizi della civiltà minoica furono influenzate dalla civiltà cicladica: delle statuette cicladiche furono importate a Creta e gli artigiani locali imitarono le tecniche cicladiche (2580 a. C.). La grande dea madre venerata a Delo diventa la dea nazionale delle Cicladi. Numerose statuine di marmo rappresentano l'arte delle Cicladi, per una gran parte del III millennio prima della nostra era, è la figura femminile che vi è più spesso rappresentata. Statuine schematiche, dal corpo a violino, senza alcuno elemento del volto; statuine in piedi, dalla testa ovale, dalle mani che si congiungono all'altezza del petto; teste quasi triangolari, angolose ed eleganti. Sin dalle origini, ogni bottega crea e ripete un sistema d'angoli e di proporzioni che gli è proprio, utilizza un vero canone, insieme di proporzioni determinate delle diverse parti del corpo, che dà ritmo alla scultura.

 

[Traduzione di Ario Libert]

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30 novembre 2014 7 30 /11 /novembre /2014 07:00

Mitologia greca: colpo di Stato degli dei padri olimpici sull'antico ordine delle dee madri

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Le divinità greche ctonie, sono delle divinità antiche che hanno contribuito alla formazione del Panteon greco. Esse sono dette "ctonie" (dal greco χθών/ khthốn, "la terra") o "telluriche" (dal latino tellus, "la terra") perché esse si riferiscono alla terra, al mondo sotterraneo o agli inferi, in opposizione alle divinità celesti, dette "uranie" o "eolie", che anche esse furono in origini femminili. Le prime divinità ctonie erano nella maggior parte femminili perché erano delle incarnazioni della Grande Dea e della Terra (Gaia). Esse appartengono a un vecchio strato mediterraneo, identificabile con maggior evidenza in Anatolia.

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I cicli della natura, quelli della vita e della sopravvivenza dopo la morte sono al centro delle preoccupazioni che esse traducono. L'archeologia rivela in particolare sui siti di santuari e nelle tombe dell'epoca neolitica e dell'età del bronzo degli idoli oggi qualificati come Grandi Madri o Dee Madri, in relazione con dei culti della fecondità e della fertilità o anche dell'aldilà. L'accostamento di questi oggetti con quelli di altri siti (soprattutto in Anatolia) suggerisce che questa antica religione mediterranea associava questa dea a un toro o a un ariete, un tema che si installerà durevolmente nell aregione. La Dea Madre stessa si sdoppia, senz'altro in madre e in figlia, come sarà più tardi il caso per le loro eredi Demetra e Persefone.

Quando la prima ondata di Elleni formati dagli Achei e dagli Ioni giunsero in Ellade, essi furono convinti dagli autoctoni, Gli Elladi (dunque gli ex Pelasgi abitanti l'Ellade), di adorare la triplice Dea e per questo motivo trasformarono le loro usanze sociali e diventarono dei "greci" (graicoi: adoratori della dea Grigia o Vecchia Donna).

Non è che durante la seconda ondata di Elleni formata questa volta principalmente dai Dori che quest'ultimi riuscirono ad imporre le loro usanze agli autoctoni e che decisero che l'antenato comune della prima che ne risulterà (meticciato tra Dori e gli autoctoni di allora) sarebbe stata Hellen. Hellen non era che la forma maschile della dea-Lina Hellé o Elena. Verso il 1621, i "greci" divennero degli Elleni.

I racconti di Cecrope, Prometeo, Pandora, Aracne e Medusa riportano l'instaurazione del patriarcato, il rovesciamento dell'antico ordine matriarcale da parte dell'ordine patriarcale di Zeus, e il ruolo maggiore di Atena in questo rovesciamento subito da questo mondo degli dei. Atena, vergine feroce senza madre, è il braccio armato del patriarcato in questa lotta sanguinaria.

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Ai tempi in cui "i figli non conoscevano nemmeno loro padre", la regione dell'Attica era popolata di confederazioni tribali. Il re Cecrope, nato da un drago e da Gaia (unione forzata), mezzo uomo mezzo serpente, unificò le tribù sotto la sua autorità e fondò Atene, È il primo a riconoscere la discendenza attraverso il padre, e impose il matrimonio monogamico. Un giorno Atena e Poseidone litigarono per il per sapere chi sarebbe stata la divinità tutelare della città. Cecrope convocò allora un'assemblea di cittadini, e cioè gli uomini e le donne, perché era allora usanza ammettere le donne alle delibere pubbliche. Le donne votano a favore di Atena e gli uomini di Poseidone. Le donne, più numerose per un solo voto, fanno pendere la bilancia a favore di Atena. Furioso Poseidone sommerge l'Attica sotto le onde. Per placare la sua collera, gli Ateniesi impongono alle donne tre punizioni:

 

  • le donne non avranno più il diritto di voto

  • nessun figlio porterà il nome della propria madre

  • le donne non saranno più chiamate Ateniesi (statuto di schiavi).

Il mito così come è riportato da numerosi autori fa del titano Prometeo un ribelle contro l'ordine patriarcale di Zeus. Egli tenta di restaurare l'era matriarcale delle dee madri, e dei loro fratelli i titani, restituendo ai mortali il "fuoco sacro" che permette di fondare famiglie e città, dopo averlo rubato a Zeus. Quest'ultimo lo aveva egli stesso rubato alle antiche dee durante la sua presa del potere sul monte Olimpo. Adirato dai suoi eccessi, Zeus, il re degli dei, lo condanna a finire incatenato e torturato.

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Medusa è una figura assimilabile alla dea madre della Libia (Berberi matriarcali) che è stata trasformata in creatura mostruosa nella mitologia greca. Esiodo racconta, nella sua Teogonia, che in origine era una bella ragazza bramata da Poseidone. Un giorno, giunse Atena in Libia, allo scopo di instaurare con le armi il nuovo ordine dei padri. È la soldatessa inviata da Zeus che la generò senza madre. Atena spogliò il tempio di Medusa accusandola di aver fornicato nel suo. La trasformò in donna-serpente. In seguito, Atena incaricò il principe Perseo di portarle la sua testa, che lei esibirà d'ora in poi come trofeo di guerra sul suo scudo.

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Secondo la storia narrata nelle Metamorfosi di Ovidio, Aracne è una giovane di Lidia (città della Turchia antica matriarcale). Ribelle alla dea patrizia Atena, quest'ultima la sfida ad una gara di tessitura nella quale entrambe eccellevano. Mentre Atena rappresenta gli dei olimpici in tutta la loro nobiltà, Aracne rappresenta Zeus violentatore di mortali e mortale. Aracne vince la gara. Offesa, Atena la picchia e quest'ultima si suicida. Atena la resuscita sotto forma di ragno, affinché essa possa continuare a tessere per l'eternità.
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Secondo la Teogonia di Esiodo, Zeus, per punire i mortali, ordinò a Efesto di modellare nella terra una "timida vergine" che gli dei colmarono di doni, da cui il su nome, Pandora ("tutti i doni"). Pandora aprì il vaso offertole da Zeus, che le aveva proibito di farlo. Esso conteneva tutti i mali dell'umanità, soprattutto la Vecchiaia, la Malattia, la Guerra, la Carestia, la Miseria, la Follia, il Vizio, l'Inganno, la Passione... Aprendo il vaso, Pandora divenne la responsabile di tutti i malori dell'umanità, il che fa di Pandora un'equivalente di Eva. La donna che, durante l'epoca matriarcale, era stata la Madre "santa e provvidenziale" dell'uomo, divenne, sin dall'era patriarcale, la generatrice dei suoi mali.

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La donna, durante la dissoluzione della famiglia patriarcale, non rientrò in possesso dell'anima che aveva posseduto al tempo matriarcale, ma guadagnò la reputazione di essere la causa delle miserie umane. Le perfide calunnie e le violente diatribe che poeti, filosofi e Padri della Chiesa hanno lanciato contro la donna, non sono che la rabbiosa espressione del profondo disprezzo che rodeva il cuore dell'uomo quando vide la donna cominciare ad affrancarsi dal suo brutale dispotismo.

 

[Traduzione di Ario Libert]

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30 ottobre 2014 4 30 /10 /ottobre /2014 07:00

Creta: matriarcato Minoico, una società perfetta all'origine della civiltà europea

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La prima civiltà letterata d'Europa

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I minoici sono la prima civiltà europea (3000 a. C.). La loro civiltà è sbocciata essenzialmente sulle isole di Creta e di Santorini nel mar Egeo. La loro scrittura non è stata decifrata sino ad oggi. Essi svilupparono un urbanesimo sofisticato come il celebre palazzo di Cnosso e tanti altri, e un commercio marittimo su scala internazionale che permise loro di scambiare con l'Egitto e tutto il Medio Oriente. Questa civiltà matriarcale finì schiacciata dagli invasori patriarcali micenei (ariani, antenati dei Greci), verso il 1200 a. C.

Un popolo pacifico

 

I minoici non hanno lasciato nessuna traccia di attività militari come fortificazioni o armi, né prostituzione, né schiavismo. La loro iconografia pone la donna in primo piano rispetto all'uomo per un totale di tre quarti di donne. La loro religione era basata sulla fertilità. Nessun culto del padre né della coppia, e nessuna scena di violenza (armi, guerre, combattimenti, mostri). Veneravano la dea madre della fertilità, e il toro, principe maschio fecondatore anonimo.

Delle sacerdotesse raffinate, una successione matrilineare

È generalmente ammesso che il livello di civiltà di Cnosso è estremamente attraente. Gli affreschi e il vasellame mostrano una società pacifica, artista e sofisticata. Le donne occupano un posto di primo piano, liberamente vestite per le feste, esse partecipano agli esercizi rituali, e sono loro a fornire la massa delle sacerdotesse. Sono numerose nel praticare un'arte e a farla progredire. E avrebbero svolto un ruolo primario sino alla trasmisiione del potere poiché si trattava di una successione matrilineare - colui che succede a un re non puoi ereditare la corona che attraverso le figlie di questo re...

Il minotauro: una demonizzazione del matriarcato

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È probabilmente questo che ha permesso ai patriarcali greci di di farne la caricatura attraverso la leggenda del minotauro poiché i figli non conoscono il loro padre, e che quest'ultimo è simbolizzato da un toro, è perché le donne devono accoppiarsi con dei tori. È dunque logico che esse diano alla luce dei mostri mezzi uomini e mezze bestie.

Una religione matristica

dc3a9esse-mc3a8re-serpent-de-cnossosLa civiltà minoica aveva una dea che i greci chiamavano Potnia Theron, "la signora degli animali", di cui la maggior parte degli attributi furono più tardi trasferiti ad artemide. La religione minoica è volta alla natura e il culto della vegetazione. Ciò si nota soprattutto attraverso gli dei e le dee che muoiono e rinascono ogni anno, e attraverso l'uso di simboli come i toro (o le corna del toro), il serpente, le colombe, il leone, il papavero...

La religione minoica, benché sparisca con l'arrivo degli Achei e poi dei Dori in Grecia poi a Creta ha tuttavia lasciato tracce nei miti e nel panteon della Grecia classica, come Ditinna, dea associata al monte Ditte e Britomarti, la "Dolce Vergine", cioè, non sposata. Velchanos e Giacinto sono dei nomi del dio mortale mentre Arianna, benché sia stato supposto che il suo nome fosse indoeurope, è una dea della vegetazione che muore ogni anno.

Quando Troia era matriarcale

Troia è una città mitica ma è probabilmente esistita e degli scavi "lo attestano", la stessa cosa vale per il labirinto del re Minosse. Sir Arthur Evans ha scavato nei paraggi di Heraklion e ha trovato un palazzo i cui corridoi e le strutture erano così estese che si poteva parlare di labirinto. Arthur Evans trova soprattutto, in strati molto profondi, delle statuette simili a quelle trovate da Schliemann negli strati più profondi di Troia. Siamo al livello del neolitico. Le statuette sono delle madri, dai fianchi generosi, dal petto nudo e le braccia sollevate... Stadi anteriori della dea Demetra.

 

[Traduzione di ArioLibert]

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14 ottobre 2014 2 14 /10 /ottobre /2014 07:00

La Sfinge di Giza riflesso terreno della costellazione del Leone dello Zep Tepi.

sfinge01.png

La Sfinge di Giza è la più grande scultura monumentale conosciuta del mondo antico, ricavata da un monolite di 73 metri di lunghezza e 20 metri di altezza. La testa fu scolpita in una consistenza differente del corpo, più dura, e mostra uno stato di erosione molto meno avanzato. Per formare il corpo della Sfinge, enormi blocchi di pietra vennero estratti dalla roccia di base e in seguito utilizzati nell'opera muraria dei templi situati di fronte alla Sfinge. Essa fa parte di un insieme di strutture (con i templi, la Grande Piramide e il tempio di Osiride ad Abydos) datante ai tempi Pre-dinastici.

Benché gli egittologi continuino a sostenere che la Sfinge fu costruita dal faraone Kefren della IV dinastia, un grande numero di elementi archeologici e geologici indicano che il Leone di pietra è molto più antico e fu soltanto restaurato e dissepolto da Kefren durante il suo regno. Nessuna iscrizione sulla Sfinge o in uno dei templi che vi sono connessi fa menzione del legame tra la scultura monumentale e il faraone. Si può tuttavia citare il fatto che una menzione della "Stele dell'Inventario" (scoperta sull'altopiano di Giza nel XIX secolo) faccia riferiemrno al fatto che Cheope, il predecessore di Chefren, ordinò la costruzione di un tempio a fianco della Sfinge, il che significa evidentemente che la Sfinge era già là.

sfinge02.pngNapoleone e la Grande Sfinge

 

Una data di costruzione della Sfinge molto più remota nella storia fu suggerita da R. A. Schwaller de Lubicz, basandosi su delle considerazioni geologiche. Infatti, Schwaller osservò che lo stato d'erosione avanziato del corpo del leone non poteva logicamente essere il risultato di una susura da parte del vento e della sabbia, come viene universalmente insegnato, ma da profonde tracce d'ersione da parte dell'acqua (teoria confermata da geologi contemporanei come Robert Schoch, professore all'Università di Boston). I geologi sono d'accordo nel dire che in un lontano passato, l'Egitto fu colpita di forti innondazioni. L'erosione eolica non avrebbe potuto aver luogo quando il corpo della Sfinge era interamente ricoperto dalla sabbia, stato nel quale si ritrovò durante la quasi-totalità degli ultimi 5.000 anni - dall'epoca presunta della sua costruzione. Inoltre, se delle tempeste di sabbia avevano causato l'erosione profonda dell'edificio, ci si potrebbe aspettare di trovare le stesse tracce su altri monumenti egiziani costruiti con materiali simili ed esposti al vento durante questo periodo. Tuttavia, anche su delle strutture esposte a queste condizioni, gli effetti sono meno visibili, addirittura minimi.

sfinge03.pngTracce di erosione verticale dovuta all'acqua sul corpo della Sfinge

 

Un'ulteriore prova della grande età della Sfinge può essere apportata dal significato della sua forma, il leone. Ogni 2160 anni, a causa della precessione degli equinozi, il sole sorge sullo sfondo stellare di una costellazione diversa. Durante gli ultimi 2000 anni, questa costellazione era quella del Pesce, simbolo dell'era cristiana. La costellazione precedente fu quella dell'Ariete, che era succeduta a quella del Toro. È interessante notare che durante il primo e secondo millennio a. C., l'Era dell'Ariete, quest'animale era molto comune nell'iconografia dell'Egitto dinastico, menter durante l'Era del Toro, il culto di quest'ultimo era celebrato nella Creta minoica. I costruttori della Sfinge utilizzarono questa stessa concezione del simbolismo astronomico nelle loro edificazioni monumentali.

Le scoperte geologiche citate indicano che la Sfinge sarebbe stata scolpita all'incirca verso il 10.000 a. C., ossia durante il periodo che coincide con l'Era del Leone (dal 10.970 al 8810 a. C.).

sfinge04.pngSimbolo cristiano del pesce

 

 

sfinge05.pngViale delle sfingi dalla testa di ariete di Luxor

 

 

 

sfinge06.pngAffresco della Creta minoica rappresentante la taurocapsia

 

Un ulteriore sostegno in questa ricerca di correlazione astronomica fu apportata dai programmi informatici sofisticati come ad esempio Skyglobe. Questo programma è capace di generare delle immagini precise di non importa quale parte del cielo visto da diversi luoghi della terra e per qualsiasi momento del passato e del futuro.

Graham Hancock scrive in Mirror of Heaven [Lo specchio del cielo]: "delle simulazioni informatiche ci mostrano che nel 10.500 a. C., durante l'equinozio di primavera, la costellazione del Leone precedeva il sole nel cielo - un'ora prima dell'alba, il Leone inclinava lentamente ad Est verso l'orizzonte nel punto esatto in cui il sole sarebbe sorto". Ciò significa che la Sfinge dal corpo di leone, con il suo orientamento verso Est, contemplava tutte le mattine la sua immagine celeste.

sfinge07.pngCostellazione del Leone

 

Gli elementi enunciati significano che la colossale scultura del leone d'Egitto sarebbe già esistita in un momento in cui, secondo le teorie archeologiche prevalenti, non esisteva nessuna civiltà sulla terra e in cui le comunità umane vivevano allo stadio di cacciatori-raccoglitori. Questa rimessa in discussione della storia nota è talmente radicale che la reticenza accademica nel prenderne atto è più che comprensibile.

Se la Sfinge è così antica come le ipotesi revisioniste recenti lasciano intendere, la storia dello sviluppo delle civiltà dovrebbe essere completamente ripensata e la questione posta dall'Atlantide di Platone potrebbe infine essere presa in considerazione e giustamente ripensata alal luce dei nuovi apporti storiografici.

 

 

[SEGUE]

 

Massimo Cardellini

 

Bibliografia raccomandata:
 

Charles François Dupuis

Giorgio de Santillana

Graham Hancock

Robert Bauval

John West

R. A. Schwaller de Lubicz

Robert Schoch

Gilania. Massimo Cardellini. La sfinge di Giza riflesso terreno della costellazione del Leone dello Zep Tepi.
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4 settembre 2014 4 04 /09 /settembre /2014 07:00

IRAQ: PER UNA FORZA ARMATA COMUNISTA

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Adel Ahmed

 

 

Nel pantano dello scenario nero iracheno, ogni giorno, ogni ora un evento imprevisto può verificarsi. Nel popolo, la speranza di un futuro migliore, più prospero, di una vita normale senza incidenti, o anche di una certa stabilità, si è spenta. La situazione è nera, oscura come lo spiritoche pensa solo a tirare avanti, a preservare la vita a tutti i costi. A dieci anni dall'intervento americano che ha fatto cadere il regime baathista, non c'è stato un solo giorno senza che non vi fosse una morte cruenta, senza uno spostamento di popolazione, senza una violazione dei diritti umani, senza la caduta di una città nelle mani dei terroristi. Questa situazione è il regalo degli USA alle masse irachene.

Sin dal loro arrivo, gli Stati Uniti hanno imposto un governo settario, sciovinista e religioso. Hanno offerto dei posti a coloro che si sono alleati alla sua politica aggressiva. Le forze dello scenario nero attualmente al lavoro, possono ringraziare mille volte l'America per aver loro consegnato le masse che hanno creduto alle sue promesse di benessere, democrazia e pluralismo. La borghesia curda e araba poi i partiti sciiti islamici hanno invitato gli Stati Uniti ad entrare, poi hanno promesso, felicemente, di fare dell'Iraq una nuova America. Ciò a cui abbiamo assistito, è la lotta tra questi poteri, i cadaveri che si accumulano, rendendo l'Iraq un terreno fertile per la nascita di correnti violenti e reazionarie come Al-Qaeda e Daesh lo ("Stato Islamico").

Queste correnti non sono contro l'occupazione, ma hanno partecipato in modo decisivo per far sì che l'equilibrio dei poteri nella regione avvenisse a favore degli Stati Uniti. Fanno parte del piano comune di Barzani, della Turchia e dell'Arabia Saudita. Ciò dimostra chiaramente cosa ha portato la "democrazia americana" alle masse dell'Iraq. Uno scenario fatto per ingannare tutti coloro che sono attaccati alla vita umana, che si preoccupano di difendere i loro mezzi di sussistenza, mentre con le rivoluzioni in Egitto e in Tunisia, le masse sono entrate nell'arena contro le sacrosante leggi della borghesia.

In questa situazione, il popolo ha cessato di credere che queste persone potevano apportare la salvezza di fronte alle tragedie con le quali si è confrontato. Ha cercato la salvezza in se stesso. La lotta armata è questa salvezza. Le masse sono alla ricerca di un modo per uscirne e procedono con tutta la forza di cui sono capaci per strappare un'oasi di pace, per salvare la loro vita.

L'attività dei comunisti in tale situazione non è di costruire una barca di salvataggio. Non è un lavoro ordinario insignificante e inutile, che non prende in carico l'esigenza di sicurezza delle masse. Non c'è alcun dubbio che il comunismo deve essere la forza armata al centro dell'equazione a beneficio dei lavoratori e delle lavoratrici. Il comunismo può animare qualsiasi forza armata dei lavoratori e delle lavoratrici, appoggiandosi su questa forza, e imporre contro le forze dello scenario nero un'atmosfera propizia alla presa del potere e alla restaurazione dell'umanità. Le masse non possono riprendere speranza soltanto con delle parole giuste o ragionevoli, ma attraverso il cambiando dello status quo con una pratica reale. Si deve creare, nel contesto dello scenario nero, una forza che potrà cambiare la vita delle persone, sulla quale essi possono contare. Il comunismo armato può essere una forza per ritrovare la speranza per la classe operaia e le masse lavoratrici.

Il comunismo deve difendere gli operai e le operaie e i lavoratori e le lavoratrici con la forza. Essi possono imporre la loro politica. Dobbiamo armarci e difendere ogni centimetro dello spirito umano, porre al centro la volontà delle masse ad autodeterminarsi. È l'ora! Il popolo si porrà dietro la politica umana, contro le forze oscure. E una delle basi più importanti di questa politica è la creazione di una forza armata per affrontare al contempo lo stato islamico, la politica degli Stati Uniti e quella dei paesi della regione. Il comunismo significa salvaguardare gli interessi della classe operaia e delle masse lavoratrici: oggi, significa preservare la loro vita, e la speranza di un cambiamento per essi stessi. È un affare serio. Riflettiamo un po' allo scopo di salvare la società dal marasma dello scenario nero, per il bene dell'umanità. Non abbiamo altro mezzo che la fusione con le masse e la loro sofferenza, in una vera comunità, alla ricerca di un orizzonte per uscire da questa situazione. Questo orizzonte non può essere tracciato che da una forza determinata ad imporsi nella della società.

 

Come diceva Marx: Hic Rhodus, Hic Salta.

 

[Traduzione di Ario Libert]

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30 giugno 2014 1 30 /06 /giugno /2014 07:00

La Comune di Marsiglia

 

Alcune città si sollevarono all'annuncio della rivoluzione del 18 marzo a Parigi e proclamarono a loro volta la Comune, comme Le Creusot, Limoges, Lione, Marsiglia, Narbona, Saint-Etienne e Tolosa. Lione si sollevò per prima, ma la più duratura e la più potente ebbe luogo a Marsiglia dal 23 marzo al 4 aprile 1871) e terminò con una repressione sanguinaria che fece 150 morti.

Durante il Secondo Impero, Marsiglia conosce uno sviluppo senza precedenti. Il nuovo bacino di la Joliette, lo sviluppo della navigazione a vapore e l'apertura del canale di Suez ne fanno la porta dell'Oriente e il vestibolo dell'Algéria.

Parallelamente, la città si ricopre di monumenti: palazzo Longchamp, il palazzo della Borsa, palazzo di giustizia, palazzo del Pharo offerto all'imperatrice Eugénie, dove verrà fucilato Gaston Crémieux, e basilica Notre-Dame-de-la-Garde, da cui il generale Espivent bombarderà la Comune. 8.000 disoccupati sono impiegati nella costruzione della Corniche per allontanarli dalle barricate.

Préfecture de Marseille

Questa politica di grandi lavori attira un'abbondante manodopera. Dal 1851 al 1872, la popolazione marsigliese passa da 195.500 a 313.000 abitanti. "Marsiglia non è tuttavia una 'città rossa' tutt'al più è un bastione repubblicano", secondo la formula dello scrittore Jean-Claude Izzo [1]. Proclamata il 23 marzo 1871, la Comune di Marsiglia è stata preceduta da molti avvenimenti importanti scaglionati tra il 1867 e il 1870: la creazione della sezione marsigliese dell'Associazione internazionale dei lavoratori (AIT), più noto con il nome di Internazionale, la fondazione della Lega del Mezzogiorno per la difesa della Repubblica e una prima Comune. La sezione marsigliese dell'Internazionale è stata fondata nel luglio 1867 da André Bastelica, un giovane tipografo e giornalista corso. Come quella di Lione, essa è influenzata da Bakunin, a cui si sentiva vicino. La sezione di Marsiglia conta, sin dal 1871, 4.500 membres organizzati in 27 corporazioni operaie.

 

La Lega del Mezzogiorno (Ligue du Midi)

"Il porto di Marsiglia era uno dei focolai più attivi del movimento. È la sezione dei dockers, diretta da Chauvin, che scatenerà il primo sciopero insurrezionale della Comune marsigliese", scrive lo storico Antoine Olivesi [2].

Gaston Crémieux


L’insurrezione sarà il frutto di un'alleanza originale tra i borghesi radicali, rappresentati da Gaston Crémieux, e la sezione dell'Internazionale diretta da Bastelica. I primi possono vantarsi di aver fatto subire una cocente sconfitta all'Impeo, facendo eleggere nel 1869 due deputati repubblicani: Léon Gambetta e Alphonse Esquiros, giornalista e scrittore. La creazione della Lega del Mezzogiorno (Ligue du Midi), il 18 settembre 1870, corrisponde all'aspirazione di tredici dipartimenti del Sud-Est a partecipare direttamente alla Difesa nazionale. "Ciò che vogliamo, non è formare un'associazione politica meridionale al di fuori delle altre regioni della Francia", si difendono i promotori della Lega del Mezzogiorno. "La Repubblica deve restare unita e indivisibile, ma viste le circostanze, vi è luogo di formare una specie di confederazione provvisoria che ci permetterebbe di agire di concerto. Il Mezzogiorno potrà forse salvare il Nord, se uniamo le forze dei dipartimenti del Mezzogiorno", essi dichiarano.

LA PREMIÈRE COMMUNE

A ces préoccupations de défense nationale s’ajoute un programme révolutionnaire, adopté le 22 septembre lors d’une réunion publique tenue à l’Alhambra : «  la levée d’un impôt de 30 millions sur les riches, la réquisition des armes et des chevaux, la confiscation des biens des traîtres et du clergé, la séparation de l’Église et de l’État, l’enrôlement des prêtres dans l’armée, l’épuration des fonctionnaires de l’Empire, la liberté de la presse par la suppression du cautionnement, l’élection des juges par le peuple, la suppression des écoles religieuses et l’affectation de tous leurs locaux aux écoles laïques. »

Alphonse Esquiros


Alphonse Esquiros, préfet provisoire des Bouches-du-Rhône est favorable à ce programme, qui inquiète Gambetta. Le 30 octobre, il est remplacé par Alphonse Gent. Le 1er novembre, Marseille apprend la capitulation de Bazaine. «  La chute de Metz ne fut même pas un prétexte d’insurrection contre le gouvernement, elle fut simplement la confirmation éclatante de cette incapacité du pouvoir central que les extrémistes marseillais n’avaient cessé de proclamer, elle ne provoqua pas la Commune, mais la justifia », selon Antoine Olivesi [3]. Le 1er novembre, la Commune est proclamée. Neuf membres de l’AIT, dont Bastelica, en font partie. Après avoir participé à la Commune de Lyon, Gustave Cluseret débarque à Marseille juste à temps pour se faire nommer commandant en chef de la Garde nationale et général en chef des troupes de la Ligue du Midi. Dans une proclamation martiale, il fait savoir aux Marseillais qu’il ne tolèrera pas la moindre agitation.

«  VIVE PARIS ! »

Alphonse Gent, blessé légèrement par balle, sut habilement se faire passer pour une victime, sans pour autant tomber dans le piège de la répression à outrance. Dans une fraternisation de façade, il fond les bataillons ouvriers de la Garde civique dans la Garde nationale bourgeoise. Mais la plupart des civiques préfèrent rejoindre l’armée de Garibaldi. Les dirigeants du mouvement sentent que la partie est perdue.

Gustave Cluseret s’enfuit à Monaco, André Bastelica se retire et Alphonse Esquiros, anéanti par la perte de son fils, part pour Bordeaux. Le 13 novembre, Alphonse Gent peut télégraphier à Gambetta que «  l’ordre tout entier règne à Marseille  ». Mais l’insurrection prend ses quartiers d’hiver pour mieux renaître au printemps. Entre temps, le 8 février 1871, la cité phocéenne élit des députés « résistants », qui siègeront auprès des capitulards et des conservateurs, majoritaires à l’Assemblée de Bordeaux. Le 10 mars, le port de Marseille est en grève. Le 17, les rues ne sont pas balayées. Le 18, les chauffeurs cessent le travail, les boulangers arrêtent leurs fours le 21… C’est dans ce climat de grèves que les Marseillais apprennent, le 22 mars, l’instauration de la Commune à Paris. Le soir même, Gaston Crémieux prononce un discours enflammé au club de l’Eldorado : « Le gouvernement de Versailles a essayé de lever une béquille contre ce qu’il appelle l’insurrection de Paris ; mais elle s’est brisée entre ses mains et la Commune en est sortie… (…) Quel est le gouvernement que vous reconnaissez comme légal ? Est-ce Paris ? Est-ce Versailles » La salle unanime crie : « Vive Paris ! »

Arrêté des élections pour la Commune de Marseille du 3 avril 1871

LA COMMUNE RÉVOLUTIONNAIRE

«  Je viens vous demander un serment, c’est celui de le défendre par tous les moyens possibles, le jurez-vous ? », ajoute l’avocat. «  Nous le jurons !  », répond la salle. « Rentrez chez vous, prenez vos fusils, non pas pour attaquer, mais pour vous défendre », conclut Crémieux, qui vient de lancer un véritable appel aux armes. La maladresse du préfet, le contre-amiral Cosnier, mettra le feu aux poudres. Alarmé par le meeting de la veille en faveur de Paris, il convoque la Garde nationale le 23 au matin pour organiser une contre-manifestation. Quand il réalise son erreur, il est trop tard, les gardes nationaux partisans de l’ordre ne sont pas au rendez-vous. La suite, c’est Prosper Lissagaray [4] qui nous la raconte : «  A sept heures du matin, le tambour bat et les bataillons populaires répondent. A dix heures, ils sont au cours du Chapître, l’artillerie de la Garde nationale s’alignant sur le cours Saint-Louis. A midi, francs-tireurs, gardes nationaux, soldats de toutes armes se mêlent et se groupent sur le cours Belzunce. Les bataillons de la Belle-de-Mai et d’Endoume arrivent au complet, criant : « Vive Paris ! » En début d’après-midi, plusieurs milliers d’hommes débouchent dans la Cannebière et par la rue Saint-Ferréol se présentent devant la préfecture » (…). «  Un coup de feu part. La foule se rue, arrête le préfet, ses deux secrétaires et le général Ollivier. Gaston Crémieux paraît au balcon, parle des droits de Paris, recommande le maintien de l’ordre. La foule applaudit et continue d’envahir, cherche, veut des armes. Crémieux organise deux colonnes, les envoie aux forges et chantiers de Menpenti, qui livrèrent leurs fusils ».

 
 Exemplaire du Petit Marseillais relatant les journées des 4, 5, 6 avril 1871 à Marseille Musée du Vieux Marseille

LE GÉNÉRAL ESPIVENT IMITE THIERS

Une commission départementale est créée, avec à sa tête Gaston Crémieux qui obtient le ralliement du conseil municipal. Mais il néglige d’occuper les forts Saint-Jean et Saint-Nicolas et la butte de Notre-Dame-de-la-Garde. Les membres de l’Internationale prennent l’initiative de s’emparer de la gare et du port. Le 26 mars, la commission est isolée. «  Personne ne s’armait contre elle, mais personne ne s’y ralliait] », constate simplement Lissagaray [5]. Le 27, les conseillers municipaux se retirent de la préfecture. Le général Espivent de la Villeboisnet s’était sauvé de nuit à Aubagne avec les troupes régulières et les fonctionnaires. « Espivent imitait la tactique de M. Thiers. Il avait dévalisé Marseille de toutes ses administrations », souligne Lissagaray [6]. L’historien de la Commune décrit Espivent comme un « légitimiste obtus, un dévot hébété et un général d’antichambre ». Pendant ce temps, la commission départementale ne fait que tergiverser.

Breton     Joseph Pollio, journaliste républicain

 

L’arrivée le 30 mars de trois délégués venus de Paris- Bernard Landeck, Charles Amouroux, et Albert May- n’arrange rien. Landeck, chef de la délégation, va s’opposer à Crémieux qu’il juge trop modéré, allant jusqu’à menacer de le faire fusiller. Il dissout le conseil municipal et appelle la population à de nouvelles élections le 5 avril. Malgré la montée des périls, la commission départementale ne se soucie pas d’organiser la défense, persuadée que la troupe fraternisera avec les insurgés.

« VOUS OSERIEZ TIRER SUR LE PEUPLE ! »

Le 3 avril au soir, le général donne l’ordre de marche à ses troupes. Les « Aubagnais », en référence aux Versaillais, parcourent de nuit les 17 km qui séparent ce village de Marseille. Dès 23 h, des officiers garibaldiens préviennent Landeck des mouvements de troupes. Le rappel est battu à 1 h 30. A 4 heures, 400 gardes nationaux se rassemblent à la préfecture. Des barricades se dressent autour du bâtiment : rue de Rome, rue Armény, rue Grignan, rue Saint-Ferréol. Une centaine de francs-tireurs sont envoyés à la gare, mais ils battent en retraite. Les « Aubagnais  » fusillent le commissaire de la gare, sous les yeux de son fils de seize ans. Ils campent place Castellane, proche de la préfecture.

Crémieux tente de parlementer avec le capitaine de Villeneuve : « Quelles sont vos intentions ?  » demande-t-il. « Nous venons rétablir l’ordre  », répond l’officier. « Quoi, vous oseriez tirer sur le peuple ! » s’exclame Crémieux qui tente de haranguer les soldats. Deux bataillons d’infanterie fraternisent, levant leurs chassepots en l’air sous les applaudissements de la foule. Mais le général Espivent, après avoir reçu sèchement Crémieux, donne l’ordre aux chasseurs d’avancer. A 10 h, ils arrivent à la préfecture. Un coup de feu part, un officier est tué. Le combat s’engage.

La préfecture est défendue par des hommes résolus et bien armés. Espivent décide alors de la faire bombarder par les canons du fort Saint-Nicolas et ceux de la butte de Notre- Dame-de-la-Garde, ce qui lui vaudra le surnom populaire de « Notre-Dame de la Bombarde ». 300 obus tombent autour de la préfecture.

Marseille bombardée 4 avril 1871

LES DERNIERS PRISONNIERS DU CHÂTEAU D’IF

A 19 h 30 les canons se taisent et les marins investissent un bâtiment presque vide, à l’exception des otages et des chasseurs capturés le matin, tous sains et saufs. Espivent bâtit sa propre légende en écrivant à Versailles : « J’ai fait mon entrée triomphale dans la ville de Marseille avec mes troupes ; j’ai beaucoup été acclamé…  » En fait la foule le hua et lui lança des pierres. Un autre dangereux mythomane, Thiers, prétendra devant l’Assemblée que la préfecture de Marseille a été prise d’assaut par les marins « à la hache d’abordage » [7]. La réalité est moins glorieuse. Quelques semaines avant Paris, Marseille a connu une répression sanglante, faisant au moins 150 morts parmi le peuple.

Quand les exécutions sommaires cessent, les arrestations commencent. Plus de 900 prisonniers sont jetés dans les geôles marseillaises. On peut encore visiter la cellule où Gaston Crémieux fut enfermé pendant quatre jours au château d’If, une île-prison au large de Marseille, avant d’être transféré au fort Saint- Nicolas. Il sera fusillé le 30 novembre dans les jardins du Pharo. La plupart de ses compagnons seront déportés en Nouvelle-Calédonie. Les communards de Marseille furent sans doute les derniers prisonniers du château d’If.

JOHN SUTTON

[1] "La Commune de Marseille », revue La Commune n° 6 (mars 1977). Jean-Claude Izzo (1945-2000) est l’auteur de la fameuse trilogie marseillaise : « Total Khéops », « Chourmo » et « Solea » (folio policier).

[2« La Commune de 1871 à Marseille et ses origines », édit. Jeanne Laffitte (2004).

[3Id.

[4Prosper-Olivier Lissagaray : « Histoire de la Commune de 1871 », édit. La Découverte.

[5Id.

[6Id

[7Id.

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31 maggio 2014 6 31 /05 /maggio /2014 07:00

Guerra di classe nell'Inghilterra del XVIII secolo

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Lo storico Edward P. Thompson propone una riflessione sulla lotta di classe e il diritto di proprietà a partire dalla geurra dei boschi nell'Inghilterra del XVIII secolo. La sua riflessione storica solleva delle tematiche che si rivelano attuali. Questo storico inglese fa riferimento al marxismo "eterodosso". Ha scritto la celebre The Making of the English Working Class [tr. it.: Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra, Il Saggiatore, Milano, 1969]. Thompson non si accontenta di una storia conformista che descrivesoltanto le istituzioni e gli avvenimenti politici, egli sviluippa una storia vista dal basso che s'incentra sulle classi popolari e le loro condizioni di vita. In  La Guerre des fôrets, analizza la repressione del bracconaggio e la resistenza popolare. Edward P. Thompson matura in un ambiente letterato dell'Inghilterra rurale. Dedica il suo primo libro a William Morris, il socialista anti-industriale rimane una figura del romanticismo rivoluzionario. Edward P. Thompson preferisce il socialismo utopistico al dogmatismo scientifico del marxismo accademico. Nel 1956, l'insurrezione ungherese è repressa nel sangue, lo storico lascia il Partito comunista per unirsi al movimento della "Nuova sinistra" (New Left). Partecipa alla creazione della New Left Review, ma si oppone a Perry Anderson che fa riferimenti allo stalinista Althusser. Edward P. Thompson denuncia questa versione dogmatica di una "forma religiosa del marxismo".

 

La lotta sociale di fronte al diritto

 

Apocalisse e rivoluzione. William Blake e la legge moraleNel 1723, in Inghilterra viene adottato il Black Act. Questa legislazione difende la proprietà privata e reprime la caccia e diverse altre attività.

Una burocrazia agraria fa applicare la legge, difendendo i propri interessi. Ma i contadini organizzano una resistenza collettiva per conservare il controllo delle terre contro i ricchi signori che se le accapparrano. I contadini non esitano ad appropriarsi del bosco che si trova sulle terre che non appartengono loro. Una banda di bracconieri si organizza per poter prendere degli animali e resistere ai guardia caccia. I Blacks, guidati da "re Giovanni", incarnano la resistenza popolare di fronte al potere feudale. "Nel 1720-1722, il parco del vescovo fu attaccato in diverse riprese, la sua orda di cervi fu decimata, le sue case bruciate, il suo bosco distrutto, e si fece fuoco sul suo bestiame", scrive Edward P. Thompson.

I Blacks sono assimilati a dei giustizieri che ricompongono i conflitti riguardanti i diritti sulla legna, il pascolo e la pesca. Essi distruggono le foreste quando i signori proibiscono i contadini a prendere la legna. Ma una semplice minaccia basta a far piegare il potere dei proprietari. Il "re Giovanni" è paragonato anche al leggendario Robin Hood. "Il risentimento accumulato per decenni lo protesse, lui e la sua banda, il che gli permise di spostarsi alla luce del sole e di far regnare una giustizia del popolo", fa notare Edward P. Thompson. Questi ribelli sociali diffondono delle pratiche di resistenze individuali. Dei bracconieri, dei ladri, dei contrabbandieri, dei pescatori e dei forestali non esitano più a infrangere l'autorità feudale.

Ma il governo monarchico si impegna a reprimere i Blacks. Non soltanto per la loro azione, ma anche perché possono diventare una forza politica. "I Blacks, per un anno o due, avevano usufruito del sostegno delle comunità forestali, come i Ludditi, più tardi, quello dei tessitori", osserva Edward P. Thompson. Il Black Act permette allora di imporre una repressione giudiziaria particolarmente dura. Si tratta di dare degli esempi per dissuadere i contadini di commettere delle azioni illegali. "Ciò che testimonia il Black Act, era il lungo declino dell'efficacia dei metodi antichi di controllo e di disciplina di classe, e la loro sostituzione con un mezzo standard di autorità: L'uso esemplare del terrore", analizza Edward P. Thompson.

Malgrado la sua milantata neutralità, la legislazione difende soprattutto una politica di classe per proteggere i possidenti. I diritti e la soddisfazione dei bisogni dei poveri diventano dei crimini: Bracconaggio. furto di legna, violazione di proprietà privata. La legge permette di legittimare la società di classe, "Ma l'ineguaglianza decisiva risiedeva nell'esistenza di una società di classe in cui i diritti consuetudinari non monetari erano reificati, dalla mediazione dei tribunali, in diritti di proprietà capitalisti", analizza Edward P. Thompson. Il conflitto forestale oppone gli utilizzatori agli sfruttatori.

Questo studio storico di Edward P. Thompson permette una riflessione marxista sul diritto. Secondo il marxismo volgare, la legislazione si riduce a una semplice "sovrastruttura" che riflette le necessità di una infrastruttura dei rapporti di produzione. I rivoluzionari non devono dunque interessarsi al diritto secondo questa vulgata, perché non riflette che l'ipocrisia della classe dominante. Per Edward P. Thompson, il diritto non si riduce a una finzione mistificatrice e ideologica e merita uno studio serio. Il diritto dispone anche di una logica, con delle regole e delle procedure proprie. La legislazione permette di organizzare una società complessa. "Il diritto era dunque profondemente imbricato nella base stessa dei rapporti di produzione che, senza di esso, sarebbero stati inoperanti", analizza Edward P. Thompson. Delle norme concorrenti si oppongono e la legge non incarna un consenso ma rimane uno spazio di conflitto. Il diritto non si riduce all'ideologia di un apparato di Stato e di una classe dirigente. Le forme di diritto esprimono un conflitto e un rapporto di classe.

Il diritto può diventare "uno strumento di scelta grazie al quale questi dirigenti poterono imporre nuove definizioni della proprietà, sempre più a loro vantaggio" osserva Edward P. Thompson. Il diritto d'uso agrario sparisce così a profitto delle recinzioni. Ma la legislazione evolve anche con le lotte sociali e permette allora di imporre dei freni all'azione dei dominanti. La lotta intorno al diritto e nelle forme del diritto non è dunque da trascurare affatto.

E. P. Thompson e il marxismo critico

Lo storico Philippe Minard presenta le sue analisi sul testo di Thompson. Questo studio apre una riflessione sulla legislazione ma anche sull'opposizione tra i proprietari ed i fruitori. "Thompson discerne la questione centrale della proprietà: la posta è quella della difesa dei diritti collettivi contro una definizione più assoluta e più esclusiva della proprietà, aprendo la via all'individualismo proprietario che il capitalismo farà presto trionfare", osserva Philippe Minard.

Lo studio di Thompson si iscrive nel contesto degli anni 1960-1970 che vedono emergere una nuova storia sociale. Questa storia "dal basso" evoca il popolino, i senza gradi, i declassati e la folla degli anonimi piuttosto che le personalità e gli intrighi della corte reale. Lo studio sulla criminalità viene privilegiato, per dargli un senso nei confronti dell'insieme della società. Questa corrente storica permette anche di scrutare glii ingranaggi della giustizia e dello Stato.

La legalità popolare contesta la legalità ufficiale. Questa forma di resistenza si opponbe allo sfruttamento economico e al dominio sociale. La "criminalità sociale" si imparenta a una forma di contestazione popolare che si appoggia sulla tradizione delle solidarietà comuniatrie. I diritti consuetudinari permettono ai contadini di utilizzare una terra che non apparteneva loro, soprattutto per la spigolatura. Ma, a partire dal XVIII secolo, i proprietari fondiari ricchi impongono le recinzioni. La redditività dell'investimento agricolo prevale sui diritti delle usanze. Le recinzioni vietano l'accesso e "privatizzano" completamente la terra. Progressivamente, "L'individualismo proprietario guadagna allora del terreno, radicando negli spiriti una definizione sempre più assoluta della proprietà", scrive Philippe Minard. Il "crimine soaciale" esprime allora una protesta degli spodestati. Anche se i contadini denunciano soprattutto l'individualismo possessivo, oltre che le strutture dell'economia di marcato e il principio stesso di proprietà.

La riflessione di Thompson sul diritto sembra contestabile. Lo storico critica la concezione marxista ristretta con la legislazione come semplice riflesso ideologico del dominio di classe. La legge permette anche di materializzare un rapporto di forza sociale e può evolvere con le lotte. Ma Thompson sembra torcere il bastone nell'altro senso. Fa anche l'apologia dei movimenti legalisti come quello di Gandhi. Sembra allora illudersi in rapporto allo Stato di diritto, come supposto protettore delle libertà. E' il rapporto di forza sociale che fa cambiare la legge, e non il diritto che cambia il rapporto di forza sociale. Le lotte possono evidentemente appoggiarsi sul diritto, ma non devono limitarsi a questo strumento, a rischio di diventare unicamente difensive e a fallire.

Ma la distruzione dello Stato deve rimanere la prospettiva dei movimenti di lotta. Lo stato non è un semplice strumento della borghesia come lo pretendono i marxisti-leninisti. Thompson diventa allora più interessante della maggior parte degli ideologi marxisti come un Poulantzas riscoperto da degli accademici del Front de gauche che aspira a gestire lo Stato piuttosto che a distruggerlo. Per essi, se lo Stato cambia di mano, una politica diversa può essere condotta. Thompson dimostra che lo Stato rimane una burocrazia autonoma con le sue proprie regole. Prendere il potere di Stato non cambia niente. Non si deve rafforzare lo Stato, ma distruggerlo  per costruire una nuova società.

Ma Thompson permette una vera riflessione storica. Egli si oppone al marxismo strutturalista, incarnato da Althusser e Perry Anderson. I suoi ideologi privilegiano un marxismo meccanico e teorico che sembra tagliato fuori dalla vita quotidiana. Al contrario, E. P. Thompson ritiene utile ricostruire un contesto storico, descrivere dei personaggi, immergersi negli archivi. Propone una storia empiritca, in diretta con la realtà, e una descrizione minuziosa della vita quotidiana.

 

[Traduzione di Ario Libert]

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26 marzo 2014 3 26 /03 /marzo /2014 07:00

Matriarcato Iberico: il primo popolo di Spagna venerava la dea madre e il dio toro

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Dama-de-Elche-francobollo.jpg

Gli Iberi sono una popolazione protostorica della Penisola Iberica. Sono stati chiamati così dagli autori dell'Antichità che hanno tentato, come ha fatto Avieno, di collegare questo etnonimo al nome di un fiume locale importante oggi chiamato Ebro. Gli Iberi abitavano sulla costa Est e la costa Sud della penisola iberica. Sembra che si debbano distinguere dai popoli dell'interno che avevano delle culture e dei costumi diversi. Tuttavia, geograficamente, Strabone e Appiano chiamano Iberia il territorio della penisola iberica.

Banconota_Dama_di_Elche.jpgVerso il 3.800/ 4.700 a. C., dei Pelasgi provenienti dalla Grecia si installano nell'Italia del sud, in Sicilia, a Malta, a Cipro, in Sardegna, in Provenza, nel Portogallo del sud, alle Baleari, nella Spagna del sud e probabilmente in Algeria e in Tunisia. Nella Spagna del sud, fondano la civiltà iberica (apparentata ai Baschi secondo Starbone, essi stessi discendenti dei liguri, nella Francia attuale). I Pelasgi adoravano la grande dea così come il dio toro. I Baschi le danno il nome di "Maya" e la fanno regnare sul mondo sotterraneo. I Liguri adoravano anche il dio-toro del monte Bego o il dio cervo della val Camonica (i Celti daranno il nome di "Cenunnos" alle due forme di questo dio).

scoperta-dama-Elche.jpegUna delle figure emblematiche dell'arte Iberica è la Dama di Elche (Dama d’Elx in valenziano; Dama di Elche in spagnolo) è una scultura che rappresenta un busto di donna in pietra calcarea, datata al V o IV secolo a. C., scoperta il 4 agosto 1897 su un sito romano antico, l'Alcudia, a 2 km a sud di Elche, vicino ad Alicante, in Spagna.

 

[Traduzione di Ario Libert]

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3 febbraio 2014 1 03 /02 /febbraio /2014 07:00

Matriarcato Cucuteni, Romania: una grande civiltà urbana della Dea, del Serpente e del Toro

La cultura di Cucuteni-Trypillia, conosciuta anche come cultura di cucutenicultura di Tripolye e cultura di Trypillia, secondo che si adotti un punto di vista rumeno (Cucuteni), russo (Триполье) o ucraino (Трипілля), era una cultura neolitica del V-IV millennio a. C., localizzata intorno allo Dniestr sino al Dniepr, dove diede nascita nella regione di Tcherkassy sin dal 3700 a. C. a degli agglomerati proto-urbani di estensione considerevoli per l'epoca.
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La dea, il serpente e il toro

Dal punto di vista economico e sociale, la cultura Cucuteni-Trypillian era una società matriarcale pacifista e non gerarchizzata secondo certi ricercatori. La loro religione era centrata intorno alla Grande Dea Madre che era un simbolo della maternità e la fertilità agricola. Anche il toro era adorato come forza, fertilità e cielo, e un serpente ritenuto l'eternità e l'eterno movimento.cucuteni3950-3650.png

Delle città di 15.000 abitanti

In Romania, sono i Cucuteni, in Ucraina, sono i Trypilliani e in Russia, sono o Tripolie: una cultura che è fiorita alla fine del Neolitico tra 5500 e 2750 a. C. Al loro apogeo, la società Cucuteni-Trypillian costruiva il più grande neolitico in Europa, con alcuni insediamenti sino a 15.000 persone. Uno dei più importanti misteri di questa cultura è che ogni 60-80 anni essa bruciava i suoi villaggi e li ricostruiva sopra l'antico. La cultura Cucuteni-Typillian era matrilineare, le donne erano i capi famiglia ed eseguivano anche il lavoro agricolo e il vasellame, quello tessile e l'abbigliamento. Gli uomini erano cacciatori, si occupavano degli attrezzi ed erano invaricati degli animali domestici.

Delle vestigia contemporanee

Ancora durante il XIX secolo la dote di una figlia ucraina doveva essere accompagnata con delle Bambole Motanka (Poupées Motanka). Come le divinità antiche, la bambola si occupava del benessere della famiglia, era un talismano antico che si ritrovava nella famiglia ucraina. Gli antenati credevano che l'anima della madre o della nonna ritornassero nella bambola - eco del culto matriarcale che dominava durante questa civiltà.

[Traduzione di Ario LIbert]

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31 gennaio 2014 5 31 /01 /gennaio /2014 07:00

Genocidio armeno, il primo genocidio del XX secolo

 

Gli Stati Uniti corrotti dalla Turchia non l'hanno riconosciuto.

I governi turchi successivi hanno negato questo genocidio. Nel 2000, la Turchia ha corrotto il presidente della Camera dei rappresentanti  al Congresso americano per bloccare la risoluzione del Congresso concernente il riconoscimento del genocidio armeno.

armeni-1917--crocifissione-di-migliaia-di-donne-armene-es.jpgTurchia 1917. Donne cristiane crocefisse.

 

Tra il 1878 ed il 1918, i governanti turchi ottomani hanno perso l'85% delle terre ed il 75% della popolazione dell'impero. Gli ultimi cento anni  si riassumono da allora come una disgregazione continua seguita a molteplici guerre costate la vita a decine di migliaia di uomini e vissuta come l'epoca del disonore e di ogni genere di umiliazioni. In questo contesto di risentimento e di accecamento, la decisione del genocidio sembra essere stato un atto di vendetta diretto contro coloro che si considerava responsabili di questa situazione: gli Armeni diventati dei nemici sostitutivi.

Il 24 aprile 1915, ad Istambul, capitale dell'impero ottomano, 600 notabili armeni vengono assassinati su ordine del governo ottomano. È l'inizio di un genocidio, il primo del XX secolo. In seguito, il ministro dell'Interno Talaat Pacha ordina l'assassinio degli armeni di Istambul poi degli armeni dell'esercito. È la volta delle numerose popolazioni armene dell'est del paese. Gli armeni sono massacrati sul posto dall'esercito o riuniti in lunghi convogli e deportati verso il sud, sotto il sole estivo, senza viveri e senza acqua andando incontro ad una morte rapida. In totale periscono durante l'estate del 1915 i due terzi degli armeni della Turchia, ossia circa 1.200.000 persone.

Martedì 24 luglio del 1923, al grande uditorio del Palais de Rumine, in Svizzera, viene firmato il Trattato di Losanna. Questo trattato pone termine alla guerra greco-turca; con la stessa occasione, spazza via dalla carta la giovane Repubblica d'Armenia riconosciuta prima. Il suo primo articolo dichiara l'amnistia, la Turchia così si ritrova pulita dai crimini commessi nel 1915-1916 contro il popolo armeno sotto il dominio del governo ottomano di allora e identificati nel corso dei processi intentati contro i loro autori dai Turchi stessi nel 1918.

In effetti, il sultano deve provare la sua buona volontà per uscire a testa alta dalla prima guerra mondiale perdura come alleato della Germania. A questo scopo, le prove prodotte in abbondanza, dimostrano "la progettazione di un programma di sterminio di un gruppo umano da parte di uno Stato sovrano", formula enunciata per la prima volta nel 1943 per definire il concetto di genocidio.

Da allora tuttavia, questi fatti indiscutibili di genocidio non hanno smesso di essere negati da tutti i governi turchi.

La Turchia aveva corrotto il governo americano per impedire il riconoscimento del genocidio. Il presidente della Camera dei rappresentanti al Congresso americano, Dennis Hastert, avrebbe percepoto 500.000 dollari dalla Turchia per bloccare la risoluzione del Congresso vertente al riconoscimento del genocidio armeno nell'anno 2000. È quanto rivela la celeberrima rivista americana Vanity Fair, nella sua edizione del mese di settembre.

Secondo questo mensile, uno dei più prestigiosi della stampa mondiale, Joel Robertz, agente del FBI, ha chiesto a Sibel Edmonds, una delle traduttrici turcofone dell'agenzia federale di passare in rivista 40 conversazioni registrate di un "alto funzionario" con il consolato turco a Chicago, e anche dei membri del Consiglio americano-turco e dell'Assemblea delle Assoziazioni turche d'America. Da questi ascolti risulterebbe che degli eletti americani di prima importanza, sia democratici sia repubblicani, avrebbero ricevuto forti somme per opporsi al riconoscimento del genocidio armeno da parte degli USA. Queste conversazioni farebbero anche riferimento a degli affari di pulizia di denaro così come a diversi altri traffici.

Gli interlocutori turchi fanno regolarmente riferimento a "Denny boy", soprannome attribuito al rappresentante dell'Illinois al Congresso americano, e presidente della Camera dei Rappresentanti, Denis Hastert. Riferiscono anche delle disposizioni prese per finanziare la sua campagna elettorale con degli assegni di meno di 200 dollari allo scopo di evitare i controlli della Commissione elettorale federale, che non sono operative su donazioni inferiori a quest'importo. Decine di migliaia di dollari sarebbero state trasferite in tal modo.

Se il nome di Dennis Hastert non è testualmente menzionato durante gli ascolti, Vanity Fair fa tuttavia il raffronto con lui in almeno due occasioni: egli apparirebbe secondo i conti del suo comitato di campagna che ha ricevuto tra il 1996 ed il 2002 più di 500.000 dollari in piccoli tagli. È uno dei soli eletti negli Stati Uniti a far parte del caso. Inoltre, un alto funzionario del Consolato di Chicago afferma nelle registrazioni che la subordinazione di "Denny boy" è costata 500.000 dollari.

Gli ascolti conterrebbero anche delle allusioni ripetute al voltafaccia di Hastert. Quest'ultimo è stato infatti in un primo tempo un difensore ardente del riconoscimento del genocidio armeno da parte del Congresso. Ha anche svolto un ruolo essenziale affinché la risoluzione passasse lo scoglio fatidico della Commissione delle Relazioni Internazionali e potesse così essere iscritto all'ordine del giornodei dibattiti alla Camera. Ma ne è stato anche l'affossatore. È lui infatti che, il 19 ottobre 2000, ha brutalmente ritirato dall'ordine del giorno dei dibattiti questa risoluzione che, altrimenti, avrebbe dovuto essere votata.

All'epoca Hastert aveva spiegato la sua decisione affermando di aver ricevuto una lettera del presidente Clinton che lo avvertiva che il voto di questa risoluzione avrebbe nuociuto agli interessi americani. Si apprese anche grazie a queste intercettazioni che dei membri del dipartimento di Stato così come un funzionario del Pentagono implicato in vendite di armi avrebbero percepito dei versamenti in contanti da parte della Turchia. Altra rivelazione: degli studenti turchi avrebbero ottenuto degli aiuti per poter lavorare in istituti di ricerca americani, questo allo scopo di raccogliere le informazioni necessarie per procurarsi in seguito la bomba atomica.

Vanity Fair afferma anche che l'interprete Sibel Edmonds è stato rinviato dopo aver fatto testimoniato per uno dei suoi superiori del FBI dei suoi dubbi su uno dei suoi colleghi turchi che avrebbero avvisato i diplomatici turchi dell'inchiesta in corso. Secondo il mensile, l'amministrazione Bush avrebbe impartito a Edmonds l'ordine di tacere e l'avrebbero intimidito affinché non intentasse alcun processo. Ma l'affare, che comincia ad assumere una certa importanza sulla stampa americana potrebbe fare un grande chiasso e anche raggiungere, secondo Vanity Fair, la corte suprema, che è, come indica il suo nome, la più alta giurisdizione del paese.

 

[Traduzione di Ario Libert]

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