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17 agosto 2017 4 17 /08 /agosto /2017 07:00

Le tracce di un antico fiume gigante rivelano il passato del Sahara

Da alcuni anni, i sondaggi radar effettuati dal satellite indicavano un importante sistema fluviale in Libia associato alla regione dell'oasi di Kufrah. Una equipe internazionale ha utilizzato i dati del satellite Alos dell'agenzia spaziale giapponese per dimostrare che milioni di anni fa esisteva in questa regione un fiume comparabile al Nilo.

Da decine di anni, i geofisici sondano la topografia del deserto del Sahara con l'aiuto di radar installati a bordo di satelliti o anche della navetta spaziale. Nascoste sotto le dune, delle tracce, in effetti, testimoniano di un epoca in cui il Sahara era disseminato di corsi d'acque e di laghi. Partire alla ricerca di queste tracce non è un'indagine priva di senso perché i famosi dipinti e incisioni rupestri del Tibesti e dell'Hoggar, note da molto tempo, erano testimonianze di un passato molto più umido e verdeggiante del Sahara, accogliente per l'uomo e per le sue greggi di animali durante il neolitico.

Oltre ad aiutare a ricostruire il passato climatico della Terra, si poteva imparare molto sull'evoluzione della cultura umana, le condizioni dell'emigrazione degli ominidi e la comparsa della civiltà egizia.

Un fiume più giovane del Tibesti

Una equipe di ricercatori, con a capo Philippe Paillou, un planetologo dell'Osservatorio Aquitano delle Scienze dell'Universo (INSU-CNRS, Université Bordeaux-1), che abitualmente studia i crateri d'impatto dei deserti su immagini di radar satellitari, ha passato al vaglio i dati radar dell'apparecchio per la risonanza magnetica Palsar del satellite Alos della Jaxa (agenzia spaziale giapponese). I loro colleghi americani e sauditi avevano già notato nel 2004 che un'importante rete idrografica fossile esisteva nella regione del bacino di Kufrah, a mezza via tra l'Egitto, la Libia e lo Ciad.

Recentemente, i ricercatori hanno scoperto il letto di un antico fiume comparabile per importanza al Nilo, nascosto sotto dei depositi eolici che attraversano le arenarie dell'est della Libia per quasi 1.200 km.

Il lago Assal della repubblica del Gibuti. Durante la crisi messiniana, un'ampia parte del Mediterraneo doveva avere lo stesso aspetto.

Non vi è per il momento nessuna datazione precisa ma sembra incontestabile che questo fiume era lì milioni di anni fa, soprattutto durante la famosa crisi messiniana, tra i 5 e 6 milioni di anni fa. Durante quest'epoca, il Mediterraneo era isolato dall'Atlantico e subiva un'evaporazione importante che doveva farlo somigliare al mar Morto o al lago Assal della Repubblica del Gibuti. Sembra anche chiaro che questo fiume si è formato successivamente al sollevamento del Tibesti.

L'aspetto del Mediterraneo durante la crisi messiniana

Questo antico fiume ha dato luogo a un vasto delta nella regione di Sarir Dalmah e sappiamo, grazie all'aiuto dei metodi della geochimica, che importanti quantità d'acqua dolce originaria del bacino di Kufrah si sono scaricati nel mar Mediterraneo 125.000 anni fa.

Questo fiume era dunque attivo anche in tempi recenti. Degli studi di questo genere sono importanti perché si può trasporli al caso di Marte e servirsene per calibrare i segni delle reti idrologiche fossili e partire alla loro ricerca sul pianeta Rosso.

 

[Traduzione di Ario Libert]

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20 luglio 2017 4 20 /07 /luglio /2017 14:13
Origine della tauromachia e del Vello d’Oro: il dio toro fertile agricolo, compagno della Dea Madre neolitica

"Il culto più diffuso nel mondo antico era forse quello del toro, l'animale consacrato alla Grande Dea. Anche se si risale ai tempi più antichi e miti, quando la dea regnava in modo assoluto, troviamo il toro sacro dietro lei. Gli scavi di Ninive, Babilonia e Ur, così come quelli delle città più piccole della valle del Tigri e dell'Eufrate, mostrano che il toro accompagnava il culto della grande dea-pesce Tiamat, spesso rappresentata come una sirena, come su un sigillo scoperto a Ninive".

André Parrot

La fine di un regno

Il sacrificio del toro è un tema ricorrente nella cultura patriarcale: dalla lotta di Gilgamesh (o Eracle, semidio patriarcale) contro il Toro Celeste rilasciato dalla Dea Madre Ishtar, sino alla barbara uccisione del toro sulla sabbia dell'arena ancora ai nostri tempi, cosa significa questo instancabile scontro dell'uomo contro il toro?

L'uccisione del toro divinizzato sembra essere lo sradicamento del simbolo della fertilità virile, ossia la potenza genitrice maschile, ma senza riconoscimento della paternità, tipica delle società matrilineari. Gilgamesh e il Toro di Ishtar (Sumero), Baal e il vitello d'oro (Canaan), Arianna e il Minotauro (Creta), Giasone e i tori di Efeso (Grecia), l'iniziazione attraverso il sangue del toro di Mithra (Persia), la festa del bue grasso (dalla Grecia alla Gallia, la tauromachia (dal Galles alla Spagna).

Sacrificio di un toro da parte del dio Mithra, Bassorilievo in marmo del III secolo, Museo del Louvre.

Il compagno delle dee

Se l'uomo appare vicino al toro, è per la maggior parte delle volte per ucciderlo; la donna l'ha preceduto dalla notte dei tempi, ma in una specie di convivenza tranquilla, senza nulla che evochi l'uccisione; sulle rocce del monte del Monte Bego, i sigilli dell'antica Mesopotamia, i bassorilievi egiziani, le coppe elleniche, gli affreschi di Cnosso, a Catal Huyuk così come a Mohenjo-Daro, i bovidi accompagnano una donna: Grande Dea, antenata, madre della tribù. Sembra avere un rapporto ben più antico e più pacifico, con le bestie. Apis, Hathor e la luna (Egitto), gli amori di Parsife con il Toro Bianco (Creta), la razzia dei buoi di Cooley (Irlanda).

Europa guidata da Zeus sotto forma di toro

Un dio totemico agricolo

Api è il nome greco di un toro sacro della mitologia egiziana venerato sin dall'epoca preistorica. Le prime tracce del suo culto sono rappresentate su delle incisioni rupestri, è in seguito menzionato nei Testi delle Piramidi dell'Antico Impero e il suo culto perdurerà sino all'epoca romana. Api è simbolo di fertilità, di potenza sessuale e di forza fisica.

Una incarnazione della Dea

Nell'antico Egitto, la dea del Cielo, Hathor, era adorata sotto forma di una vacca, di una donna dalla testa di vacca o dalle corna di vacca. La vacca non era soggetta a sacrifici sanguinari nell'Egitto antico. La vacca aveva un valore simbolico molto importante presso gli antichi Egiziani: "La vacca rappresentava la volta celeste, e il suo ventre portava le stelle. La dea Iside assumeva a volte l'aspetto di una vacca. Associata alle vacche celesti (...), Hathor protegge e genera quotidianamente; alla sua mammella si nutre il faraone per ricevere il latte divino, garanzia di eterna giovinezza e di sovranità" (Encyclopédie des religions, Gerhard J. Bellinger).

Quando Mosè sterminò coloro che preferirono il Vitello d'Oro

Poussin, L'adorazione del Vitello d'oro

Episodio dell'Esodo (Es. 32) del popolo ebraico dall'Egitto verso la "terra promewssa". Durante l'ascesa del monte Sinai da parte di Mosè, per ricevere le tavole della Legge, gli Ebrei, da poco liberi dal giogo del Faraone, sollecitarono Aaron di costruir loro un idolo d'oro, fondendo i braccialetti e collane che essi erano riusciti a portare con sé. Egli costruì un vitello d'oro che essi adorarono ad imitazione del toro Api adorato in Egitto. Quando Mosè scese dal monte Sinai, e vide gli Ebrei adorare un idolo, il che è letteralmente proibito dal Terzo Comandamento, fu preso da una rabbia così grande che distrusse le Tavole della Legge contro una roccia. Dio ordinò a Mosè di uccidere tutti questi eretici, e Mosè trasmise quest'ordine a coloro che, tra il suo popolo, gli erano rimasti fedeli:

Esodo 22.20 "Colui che offre dei sacrifici ad altri dei che non sia l'Eterno sia votato allo sterminio".

Esodo 32.26 "Mosè si pose alla porta dell'accampamento, e disse: A me coloro che sono per l'Eterno! E tutti i figli di Levi si strinsero a lui".

Esodo 32.27 "Disse loro: Così parla l'Eterno, il Dio di Israele: Che ognuno di voi metta la sua spada al fianco; attraversate e percorrete l'accampamento da una parte all'altra, e che ognuno uccida il suo fratello, il suo genitore".

Esodo 32.28 "I figli di Levi fecero quanto ordinato da Mosè; e circa tremila uomini tra il popolo perirono in quella giornata".

Esodo 32.29 "Mosè disse: Consacrate oggi all'Eterno, anche sacrificando vostro figlio e vostro fratello, affinché vi accorda oggi una benedizione".

Il Minotauro: una demonizzazione della gilania

Teseo uccide il Minotauro frutto dell'adulterio di Pasife

I Minoici a Creta, veneravano la Dea Madre della fecondità, e il dio-toro fertile. La religione minoica era rivolta alla natura e il culto della vegetazione. Ciò si nota particolarmente per mezzo degli dei e delle dee che muoiono e rinascono ogni anno, e attraverso l'uso di simboli come il toro (o le corna del toro), il serpente, le colombe, il leone, il papavero.

Affresco del volteggio sul toro. Gioco, che probabilmente aveva un significato religioso a cui partecipavano uomini e donne; Iraklion, Museo Archeologico.

Nelle società gilaniche, così come fu la civiltà cretese minoica, il matrimonio, la paternità, la coppia e la fedeltà non esistevano. E' questo che probabilmente ha permesso ai Greci androcratici di farne la caricatura attraverso la leggenda del Minotauro. Poiché i figli non conoscevano il loro padre, e quest'ultimo è simbolizzato da un toro, è perché le donne dovevano accoppiarsi con dei tori. Sarebbe dunque logico che esse diano nascita a dei mostri mezzi uomini mezze bestie.

Rython a testa di toro, XVI secolo a. C., basalto a tutto tondo.

Adulterio zoofilo di una Dea Madre gilanica

Nella mitologia greca, Pasife (in greco antico "Colei che brilla per tutti"), una designazione classica della dea Luna), è presentata come una immortale o una maga (il che la collega a sua sorella Circe). Inoltre, un passo di Pausania (III, 26, 1) mostra che essa era associata a Selene (dea della luna piena), e venerata nel santuario oracolare di Talamea (dea della divinazione) in Lacedemonia, nella Grecia continentale, vicino alla città di Sparta, che ha conservato delle usanze e culti gilanici preolimpici. Pasife è soprattutto nota per essere la madre del Minotauro. Minos non avendo tenuto fede al suo impegno di sacrificare a Poseidone un magnifico toro bianco che gli era stato inviato a Creta, il dio per vendicarsi fece innamorare Pasife dell'animale. Secondo lo pseudo Apollodoro (III, 1, 2).

Un dio cornuto universale

I Pelasgi adoravano la Grande Dea così come il dio Toro. I Liguri adoravano anche il dio toto del monte Bego o il dio cervo della val Camonica. Possiamo segnalare che durante l'epoca proto-ittita esisteva nella civiltà di Hatti un culto del cervo. Persisterà d'altronde, in Cappadocia un culto simile. I Celti daranno il nome di "Cernunnos" alle due forme di questo dio.

Rappresentazione del dio celtico Cernunnos sul calderone di Gundestrup

Un dio della vita e dell'adulterio

Cernunnos è il dio della prosperità. I boschi simbolizzano la potenza fecondante e il rinnovamento ciclico, essi ricrescono durante la stagione chiara dell'anno celtico. Una scultura di Cernunnos trovata a Meaux, mostra la sommità del suo cranio munito di due protuberanze laterali che suggeriscono la prossima ricrescita delle corna.

San Edern sul suo cervo

Alcuni vedono nell'associazione due santi bretoni semi leggendari, san Edern e san Théleau, entrambi tradizionalmente rappresentati come aventi per cavalcatura un cervo, una eredità della religione celtica che aveva una grande considerazione per questa bestia. Nella leggenda gallese Edern, che cavalcava anch'egli un cervo, è il figlio del dio Nuz e uno dei primi amanti della regina Ginevra, l'infedele sposa di re Artù.

San Théleau sul suo cervo, villaggio di Leuhan

Un dio della resurrezione di origine indiana?

La caduta annuale delle foglie nei boschi seguita dalla ricrescita era considerata dagli antichi cime simbolo di morte e resurrezione. Il cervo, è risaputo, era associato al culto del dio Cernunnos. La sua postura "buddistica" e la sua presenza su un sigillo della civiltà dell'Indo (rappresentazione  di un dio con le corna, seduto a gambe incrociate, circondato da animali) potrebbe far pensare a un'origine indoeuropea. Nella civiltà neolitica dell'Indo (Harappa e Mohenjo Daro, V millennio a. C.), il dio toro troneggia a fianco della Grande Dea Universale.

Dio toro della valle dell'Indo

La Dea Madre pre-ariana dell'India

La vacca sacra indù, vestigia della dea madre gilanica

In origine, la "Vacca Celeste" rappresentazione della Dea Madre neolitica, fu la Dea universale, celeste, solare, dea della vegetazione, della nascita e della morte, dell'acqua e del fuoco, del cielo e della terra. Era l'epoca della gilania e Dio era donna. C'è voluto l'avvento delle civiltà patriarcali nomadi per combattere l'influenza del suo culto imporre un dio padre. In India, dove si adora ancora il toro, il culto del toro faceva parte del culto della dea che dominò sino all'epoca di Rama.

La vacca primordiale nei miti europei

Nella mitologia nordica, Audhumia (Audumbla in antico norreno), è la vacca nutrice del primo essere vivente: il gigante Ymir. E' nata dal ghiaccio e dall'aurora del tempo. Dai suoi capezzoli scorrono quattro fiumi di latte che nutrono Ymir.

Nella mitologia celtica irlandese, Boann (o Boand), è uno degli aspetti della grande divinità femminile dei celti; il suo nome (*bo-vinda) che significa "(quella) che procura delle vacche" ne fa una rappresentazione della prosperità. Assume così il nome della Boyne (o Boinn), il fiume, il fiume omonimo. Gli altri aspetti di questa dea primordiale sono Brigit ed Etain.

Sacrificio della dea adultera per la creazione del mondo androcratico

Boann è la sposa di Elcmar, il fratello di Dagda, di cui diventa amante. Per riparare la sua colpevole relazione, si bagna nell'acqua lustrale e mortale della sorgente Segais, nella quale perde un braccio, una gamba e un occhio. Nella sua fuga verso l'oceano diventa il fiume Boyne. La morte di Boann genererà le acque cosmiche che irrigano tutti i mondi conosciuti.

Il toro bianco, cavalcatura di Shiva

Nella tradizione shivaista dell'induismo, Shiva è considerato come il dio supremo e svolge cinque grandi funzioni: è il creatore, il preservatore, il distruttore, il dissimulatore e il rivelatore (attraverso la benedizione). Nella tradizione Smarta, è considerato come una delle cinque forme primordiali del Dio. Nandi è il vâhana di Shiva, il toro bianco che gli serve da cavalcatura.

Lo shivaismo, un culto fallico pre-ariano in India

Shiva non è una divinità di origine ariana. Non è presente nei Veda, è un rinascita del dio fallo delle prime civiltà dell'India antica. Nell'India antica, il lingam era il simbolo del fallo, rappresentante il principio creatore originale così come lo incarna Shiva, il dio del Vivente. Questo simbolo fallico un richiamo degli antichi culti preistorici della fecondità, e la sua immagine scolpita è, nella sua stilizzazione, molto distante dalla natura: il lingam somiglia di fatto a un tronco di colonna, e ricorda a volte il simbolo mediterraneo dell'omphalos.

Il culto del fallo

"Questi simboli maschili erano in rapporto con la Dea, ed era per farle piacere che abbondavano nei suoi santuari.

Jacquetta Hawkes

I santuari della dea recentemente scoperti in Medio Oriente rivelano dei falli di ogni forma e dimensione. Il fatto che quest'ultimi, e dei simboli fallici come le corna di toro, siano il solo segno maschile scoperto negli antichi luoghi sacri, indica che gli adoratori originari del fallo erano le donne stesse.

Facciamo notare che nella mitologia egizia, fu Iside stessa, la divinità primaria, a stabilire il culto del fallo.

[Traduzione di Ario Libert]

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15 giugno 2017 4 15 /06 /giugno /2017 07:00

La civiltà gilanica dravidica dell'Indo: un paradiso pacifico urbano distrutto dagli ariani

I conquistatori androcratici ariani

La teoria dell'invasione ariana sostiene che un popolo di cavalieri e di guerrieri nomadi  di "razza indo-europea", conosciuta con il nome di "Ariani e originari dell'Iran, ha conosciuto una grande espansione demografica e militare tra i secoli XVII e XVI a. C., e ha invaso l'Europa e l'India del Nord. Essa parte dal postulato che la denominazione di Ariani designa un'etnia in particolare, praticante una religione codificata verso l'XI secolo a. C. nei Veda. Installandosi nella pianura indo-gangetica, questo popolo si sedentarizzò e si mischiò con le popolazioni autoctone del nord dell'India; un fenomeno analogo si verificò in Europa. In questo modello, si trattò di un'invasione violenta e rapida, che impose ai popoli sottomessi una cultura patriarcale, una lingua originale (indo-europea) e un panteon. Sia in Europa che in India, quest'invasione si sarebbe prodotta intorno al 1100-1200 prima della nostra era.

 

Gli autoctoni pre-ariani dell'India

Carta di ripartizione delle quattro sotto-famiglie delle lingue dravidiche

Con il termine popoli dravidici, si indicano i differenti popoli non ariani e non himalaiani in India. Queste persone parlano delle lingue dravidiche e sono posti in opposizione alle etnie del nord dell'India. Due eccezioni esistono nel nord, una popolazione afgano-pakistana e una nepalese. Il termine "dravidico" è costruito sulla parola sanscrita "drâvida", che designa il popolo che occupava il sud dell'India e più precisamente l'estremo sud. Si pensa che all'arrivo degli Arii, il gruppo aborigeno doveva essere quello dei Dravidici come lo testimoniano oggi degli "isolotti linguistici" imparentati, così come la sopravvivenza di numerosi vocaboli che la filosofia vedica ha adottato. L'origine delle lingue dravidiche è mal conosciuta. Si è tentato di collegare le lingue dravidiche alla civiltà della valle dell'Indo, i cui abitanti si sarebbero dispersi dopo la caduta di questa civiltà. Tuttavia, degli indici lo suggeriscono (iconografia yoga, interpretata come potente essere "proto-shiva" nel sito archeologico della valle dell'Indo Mohenjo Daro).

Civiltà della valle dell'Indo

 

Una civiltà senza matrimonio e senza prostituzione

Rovine di Mohenjo Daho, Valle dell'Indo, Pakistan

L'India, a causa delle invasioni ariane di cui fu vittima, conosce due tipi di civiltà. La prima, la più antica, chiamata "civiltà dell'Indo" ha lasciato per il V millennio a. C. delle tracce in alcune città arcaiche molto sorprendenti: HarappaMohenjo-Daro.

Sito di Harappa

Le sue vestigia rivelano un mondo totalmente estraneo che gli archeologi tentano di chiarire, di restituire. Sembra che si trattasse di una società tribale, senza matrimonio, senza Stato, piuttosto pacifica, rivolta verso il culto degli antenati.

Vasellame da Harappa

Che ignorava il matrimonio e la famiglia coniugale, questa società sembra aver ignorato anche la prostituzione; il tipo odi prostituzione [detta "sacra"] è esistita in alcune civiltà antiche, ma non sembra che ciò sia stato il caso per quel che riguarda la civiltà dell'Indo. Dei serpenti sacri, delle dee e delle figurine di donne si ritrovano su dei sigilli e fanno pensare alle Divinità Madri.

Figura femminile da Harappa, forse dea della fertilità

 

La dea e il serpente, senza potere centrale

Le conoscenze sulla civiltà dell'Indo, detta anche civiltà harappiana progrediscono molto lentamente, eppure essa è esemplare: nessun palazzo, nessun tempio, né idolo, poche armi, nessuna fortificazione. Una società non-violenta, che eppure è in relazione commerciale con vicini potenti, la Cina e la Mesopotamia. Dei serpenti sacri, delle dee e delle figurine di donne si ritrovano su dei sigilli e fanno pensare alle divinità Madri.

Scienza e Yoga prima delle leggi di Manu

Nulla rivela la presenza di un potere centrale, ma in compenso, la spiritualità sembra aver un posto importante e potrebbe essere stato all'origine dello yoga, ben prima delle Leggi di Manu, espressione del nuovo potere senza condivisione dei padri. Il cuore di questa civiltà molto sofisticata, Mohenjo Daro, la più grande città conosciuta della remota antichità, data al IV millennio a. C.

Una potente civiltà distrutta dagli ariani

Harappa, esempio di scrittura di questa civiltà su sigilli

La civiltà dell'Indo (apogeo verso il 3500-1500 a. C.) estendeva la sua influenza a est sino alla regione di Delhi, a ovest attraverso una rete commerciale che la collegava a Sumer. La tesi più comunemente ammessa considera che la civiltà dell'Indo fu distrutta verso il 1500 a. C. dalle invasioni arianew. Gli abitanti erano soprattutto degli agricoltori che coltivavano cereali (grano, orzo e sesamo), dei legumi (piselli) e del cotone, e praticavano l'allevamento dei bovini, pecore e porci.

Agricoltori contro pastori

La civiltà dell'Indo era a forte orientamento urbano e somigliava molto poco a quella descritta nei Veda ariani, che aveva un carattere pastorale. Pochi elementi di una civiltà così manifestamente urbana (ad esempio, le strutture dei templi, sistema di raccolta delle acque usate) sono descritti nei Veda. Essa ignorava totalmente il cavallo, mentre quest'animale è presente nei Veda.

Commercio marittimo internazionale

Statuina da Mehrgarth di figura femminile, 3000 a. CV.

La sua popolazione si era stabilita essenzialmente intorno al fiume Indo (siti di Harappa e Mohenjo-Daro). Il suo territorio almeno quattro volte più grande dell'Italia, contava più di 5 milioni di abitanti. Le sue reti commerciali marittime si estendevano sino in Persia e in Mesopotamia. Delle tavolette cuneiformi mesopotamiche descrivono delle transazioni con i mercanti della valle dell'Indo che esportavano dei metalli preziosi, perle, avorio, rame lavorato, ceramica e vetro. Questi navigatori risalivano sino ai porti dell'Arabia attraverso il mar Rosso.

Rovine della città di Mohenjo Daro

Delle città immense

Il suo vasto urbanesimo (sino a 40.000 abitanti) era sofisticato ed egualitario: piante razionali, standard di costruzione e reti idrauliche per tutti. Durante gli scavi, gli archeologi furono meravigliati dalle piante metodiche e molto accurate delle città come a Mohenjo Daro, Harappa, Mehrgarth, Lothal, Dholavira.

Mohenjo Daro, Statuina rappresentante un sacerdote, 2.500 a. C.

Mohenjo Daro è stata definita la Manhattan dell'età del bronzo. La città bassa, suddivisa a scacchiera, è infatti attraversata da nord a sud da un viale di più di cento metri di larghezza, che taglia ad angolo retto delle strade orientate da est ad ovest, delimitando dei blocchi di abitazione esse stesse suddivise da strade più strette. Le strade disponevano, ad intervalli regolari, delle specie di guardiole in cui dovevano essere presenti dei vigili.

Mohenjo Daro, Ragazza danzante

L'urbanesimo noto più antico

Non troviamo nulla di simile né in Mesopotamia, né in Egitto. La civiltà dell'Indo è dunque il più antico esempio di urbanesimo. I popoli dell'Indo furono anche i primi a impiegare il mattone cotto su grande scala nella costruzione. Gli archeologi furono colpiti dal grado di standardizzazione nella costruzione. I mattoni utilizzati erano tutti di dimensioni rigorosamente eguali. Le abitazioni erano generalmente dello stesso modello e della stessa dimensione, ad eccezione di alcune costruzioni particolari, probabilmente degli edifici pubblici.

Mohenjo Daro, Grande vasca

Un urbanesimo moderno in anticipo sui tempi

Le case sembrano essere state concepite in modo da assicurare un massimo di comodità e di sicurezza. Dei cortili interni assicuravano l'illuminazione e le finestre erano chiuse con delle grate di terracotta o di alabastro. Molte case disponevano di un pozzo individuale. Le dimore più piccole riportate alla luce avevano due stanze con sala da bagno. Gli scavi hanno rivelato anche la presenza di WC. Le acque usate erano convogliate in piccole fosse rivestite di mattoni situate in basso rispetto ai muri delle case, prima di essere indirizzate attraverso dei condotti verso una rete di canalizzazioni scavate sotto il pavimento delle strade e ricoperte da mattoni duri. Queste canalizzazioni sfociavano su un più vasto sistema di fogne, anch'esse ricoperte, che evacuavano le acque utilizzate fuori dai settori abitati della città. Su un rilievo artificiale dai 7 ai 14 metri di altezza, sono stati ricavati importanti strutture, tra cui la Grande vasca, profonda più di due metri, una costruzione in mattoni di una concezione notevole per l'epoca. La tenuta stagna del bacino di 11,90 metri di lunghezza per 7 metri di larghezza, è oggi ancora preservata.

Una civiltà non-violenta?

Una delle caratteristiche di questa civiltà è la sua manifesta non-violenza, al contrario delle altre civiltà dell'antichità, gli scavi archeologici non hanno trovato traccia di dirigenti potenti, di vasti eserciti, di schiavi, di conflitti sociali, di prigioni e altri aspetti tipici associati alle prime civiltà patriarcali.

Gli archeologi non hanno ancora oggi scoperto nessuna scultura monumentale ma invece moltissime statuine umane e delle rappresentazioni della maternità in terracotta. Detto altrimenti non si è ritrovato alcun segno di una regalità o di una potente teocrazia. Gli archeologi si chiedono anche se questa civiltà possedeva un esercito: alcune armi sono state ritrovate (forse appartenevano agli invasori ariani), ma nessuna rappresentazione di scene di guerra.

Un peuple pacifique et égalitaire

Questo popolo agricolo, pacifico e letterato non ha lasciato nessuna traccia di attività militari. Le città non erano fortificate. Gli archeologi hanno stabilito che né armamenti, né bastioni esistevano prima del patriarcato. Questa società ignorava la divisione in classi sociali. In quanto alla religione, non ne rimangono che delle modeste tracce. La statuaria rivela il culto della maternità, di un "re-sacerdote" così come di una divinità cornuta ittiofallica. Statuette assimilate spesso a delle dee-madri, amuleti, rappresentazioni di sacrificio di un buffalo acquatico. Ma anche alberi sacri e di un "proto-shiva", un uomo cornuto con diverse teste in posizione yoga. Alcuni specialisti ci vedono i primordi della religione indù e dello jainismo.

 

[Traduzione di Ario Libert]

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24 maggio 2016 2 24 /05 /maggio /2016 07:00

Il ruolo del sionismo nell'Olocausto

 

Religiosamente e fisicamente responsabile

Le Rôle du sionisme dans l’Holocauste

I bambini ebrei del campo della morte di Birkenau

 
Sin dall'inizio, molti rabbini hanno avvertito dei pericoli potenziali del sionismo e hanno apertamente dichiarato che tutti gli ebrei fedeli a Dio dovevano allontanarsi da esso, allo stesso modo in cui ci si allontana dal fuoco. Hanno reso i loro avvertimenti chiari per i membri delle loro comunità e al grande pubblico. Il loro messaggio era che il sionismo è un fenomeno razzista sciovinistico che non ha assolutamente nulla a che vedere con l'ebraismo. Hanno pubblicamente dichiarato che il sionismo sarebbe certamente stato nocivo al benessere degli Ebrei e dei Gentili, che i suoi effetti sulla religione ebraica non sarebbero staio nient'altro se non distruttivi, che essi corrompevano la reputazione degli Ebrei nel loro complesso e che avrebbe causato la confusione totale nelle comunità ebraiche e non ebraiche. L'ebraismo è una religione. L'ebraismo non è una razza o una nazionalità.
Questo era e resta sempre il consenso tra i Rabbini. Abbiamo ricevuto la Terra Santa da Dio allo scopo di poter studiare e praticare la Torah senza essere disturbati, e raggiungere così dei livelli di santità difficili da raggiungere al di fuori da questa Terra Santa.
Ma abbiamo abusato di questo privilegio, e ne siamo stati espulsi. E' esattamente ciò che sostengono tutti gli ebrei nelle loro preghiere in occasione di tutte le loro festività ebraiche: "Umipnay Chatoenu golinu mayartsaynu", e cioè "in ragione dei nostri peccati siamo stati espulsi dalla nostra terra".
Siamo stati avvertiti da Dio di "non entrare nella terra santa come un sol corpo prima dell'ora fissata", "di non ribellarsi contro le nazioni", ma piuttosto di essere dei cittadini leali, di non fare non importa cosa contro la volontà di non importa quale nazione o del suo onore, di non cercare la vendetta, la discordia, la restituzione o la compensazione, "per non uscire dall'esilio prima dell'ora".
Dobbiamo essere umili e accettare il giogo dell'esilio. Violare questi giuramenti avrebbe come conseguenza di fare che "la vostra, diventasse una carne da preda come quella dei cervi comuni e dell'antilope nella foresta", e che la redenzione sia ritardata.
 
Il rispetto dei giuramenti fissato nel Talmud (Tractate Ketubos, p. 111a)
 
Violare i giuramenti è non soltanto un peccato, ma anche un'eresia perché ciò va contro i principi fondamentali della nostra Fede. Non è attraverso il pentimenro che Dio il solo Altissimo, senza alcun intervento o sforzo umano, ci farà ottenere la redenzione del nostro esilio. Sarà dopo che Dio avrà inviato i Profeti Elijah (Elia) e Moshiach (il Messia) [1] che conduranno tutti gli ebrei a compiere il pentimento. In quel momento vi sarà la Pace universale.

Le Rôle du sionisme dans l’Holocauste

 

Tutte le autorità religiose tradizionali di quest'epoca hanno predetto che, a causa del sionismo, delle grandi difficoltà si abbatteranno sull'intera umanità e in particolare sugli ebrei. Essere ebrei significa innanzitutto essere nati da una madre ebrea o che ci si è convertiti a questa religione, ma anche che si accetta totalmente la Legge ebraica, senza esprimere nessuna riserva in rapporto a ciò che essa stabilisce.

Sfortunatamente, vi sono molti ebrei che non sospettano assolutamente quali siano i doveri di un ebreo. Un buon numero di loro non possono essere biasimati, perché semplicemente, in molti casi, non hanno ricevuto una vera educazione ebraica. Ma vi sono anche quelli che deformano deliberatamente gli insegnamenti della nostra tradizione per farli concordare con i loro interessi personali. Si capisce oggi difficilmente che, in religione, non importa chi ha il diritto o la capacità di prendere una decisione concernente la Legge, e in particolare nelle materie in cui questa non ha assolutamente alcuna competenza. Ne deriva di conseguenza che gli individui che hanno "deciso" che il giudaismo era una nazionalità devono essere ignorati e anche criticati. Non è un segreto per nessuno che i fondatori del sionismo non hanno mai studiato la Legge ebraica, e che essi non hanno mai espresso un sincero interesse per la nostra santa Tradizione. Essi si sono autoproclamati delle autorità rabbiniche e si sono designati essi stessi come i leader della "nazione ebraica. Nella storia ebraica, delle azioni come queste si sono sempre accompagnate da disastri. Essere ebrei e sfidare apertamente le autorità, o ancora introdurre delle "riforme" o delle "innovazioni" nella religione, senza consultare preventivamente coloro che sono stati designati ufficialmente come i maestri spirituali degli abrei, è l'equazione ideale per ottenere una catastrofe. Non si può decidere semplicemente di "modernizzare" delle leggi e delle tradizioni antiche. I maestri spiritualu contemporanei di giudaismo, più noti con il nome di Rabbini ortodossi, sono stati regolarmente investiti per giudicare e interpretare i soggetti che riguardano la Fede abraica. Questi Rabbini hanno ricevuto i loro diritti e responsabilità [dai loro maestri, e non da se stessi], e costituiscono un anello nella catena ininterrotta della Tradizione ebraica che risale sino a Mosè, che ha ricevuto la Torah da Dio l'Altissim Stesso. Sono questi Rabbini stessi che hanno previsto, durante l'apparizione del movimento sionista, i funesti risultati che ne sarebbero indubbiamente derivati.

Il Grande Rabbino Teitelbaum

Le Rôle du sionisme dans l’Holocauste

E' quest'uomo, che possiede una comprensione eccezionale dell'essenza del giudaismo, e un grado incontestato di santità, che ha statuito su quale debba essere la posizione del vero giudaismo su quel che concerne il sionismo. Quest'uomo carismatico, il Rebbe di Satmar, il Grande Rabbino Joel Teitelbaum, non ha dissimulato il suo linguaggio.

Infatti, ha esplicitamente chiamato il sionismo "l'opera di Satana", un "sacrilegio" e una "blasfemia". Ha vietato ogni forma di partecipazione a qualsiasi manifestazione sionista. Ha anche affermato che il sionismo è stato fondato per attirare la Collera di Dio sul Suo popolo. Ha mantenuto questa posizione con un coraggio costante sin dall'inizio del sionismo mentre era in Ungheria, sino alla sua morte avvenuta a New York, dove dirigeva una comunità ebraica che contava almeno un centinaio di migliaia di persone.

Il Grande Rabbino Teitelbaum, erede di una tradizione mistica di santi maestri del Chassidismo, ha sfortunatamente visto le sue predizioni compiute. Abbiamo perso più di sei milioni di nostri fratelli, sorelle, figli e figlie, in modo orribile. Più di sei milioni di persone hanno dovuto provare questa punizione a causa della stupidità sionista.

L'Olocausto, ha detto, è stato il risultato diretto del sionismo, e cioè una punizione di Dio. E' unanimamente noto che tutti i saggi e santi d'Europa hanno dichiarato, durante l'ascesa al potere di Hitler, che era un mezzo per compiere la collera divina, inviata per castigare gli Ebrei, a motivo dell'apostasia amara del sionismo contro la credenza nella redenzione certa del Messia.

Le Rôle du sionisme dans l’Holocauste

Ma le cose non finiscono qui. Non è bastato ai sionisti di svegliare la Collera di Dio. Si sono permessi di mostrare un disprezzo insondabile per i loro fratelli e sorelle ebrei partecipando attivamente al loro sterminio. La sola idea del sionismo, contro la quale i rabbini li avevano messi in guardia dicendo loro che essa aveva causato la devastazione e la distruzione, non era sufficiente per essi. Hanno fatto in più lo sforzo di gettare benzina su una fiamma già ardente. Hanno dovuto inoltre incitare Adolf Hitler, l'Angelo della Morte, a commettere ciò che ha commesso.

Si sono presi la libertà di dire al mondo che essi erano i rappresentanti degli ebrei. Ma chi ha nominato questi individui come capi degli ebrei?! Non è un segreto per nessuno che questi pretesi "capi" eranbo degli ignoranti in materia di giudaismo, che erano atei, e anche razzisti. Questi sono i "politici" che hanno organizzato il boicottaggio irresponsabile contro la Germania nel 1933. Questo boicottaggio ha colpito la Germania allo stesso modo in cui una mosca colpirebbe un elefante - ma ha apportato la calamità sugli Eberi d'Europa.

In un momento in cui l'America e l'Inghilterra erano in pace con il cane pazzo Hitler, questi "politici" sionisti hanno abbandonato la sola via politica plausibile; e, con il loro boicottaggio, hanno spinto il capo della Germania alla frenesia. Il genocidio è iniziato; ma queste persone, se esse possono essere considerate tali, come facenti parte della razza umana, si sono lavate le manhi.

Nessuna vergogna [2]

Il Presidente Roosevelt organizzò la conferenza di Evian nel luglio del 1938, per trattare il problema dell'ebreo rifugiato. La delegazione dell'Agenzia Ebraica, diretta da Golda Meir (Meirson), ha ignorato un'offerta tedesca per permettere agli ebrei d'Europa di emigrare verso altri paesi mediante il pagamento di 259 dollari a persona. Inoltre, i sionisti non hanno fatto nessun sforzo per influenzare gli Stati Uniti e i 32 altri paesi durante il corso della conferenza per permettere l'emigrazione degli ebrei tedeschi e autriaci. Il primo febbraio 1940, Henri Montor, vicepresidente esecutivo dell'Appello Ebraico Unito (Appel Juif Uni), ha rifiutato di intervenire quando un cargo di rifugiati ebrei è fallito sul danubio, dichiarando che "la Palestina non può essere popolata con delle persone attempate o indesiderabili". E' un fatto storico che nel 1941, e anche nel 1942, la Gestapo tedesca ha offerto a tutti gli ebrei europei di trasferirsi in Spagna, se accettavano di abbandonare tutte le loro proprietà in Germania e nella Francia occupata, alla condizione che:

a) nessuno dei deportati viaggiasse dalla Spagna alla Palestina;

b) tutti i deportati siano trasportati dalla Spagna agli Stati Uniti  o le colonie britanniche, e rimanere là; i permessi di ingresso dovevano essere regolati dagli ebrei che vivevano là;

c) 1.000 dollari di riscatto dovevano essere pagati dall'Agenzia per ogni famiglia, pagabili durante l'arrivo della famiglia alla frontiera spagnola, dove dovevano arrivare quotidianamente 1.000 famiglie.

I capi sionisti in Svizzera e in Turchia hanno ricevuto quest'offerta con l'affermazione chiara che la Palestina era esclusa come destinazione per i deportati, a motivo di un accordo passato tra la Gestapo e i Mufti.

La risposta dei capi sionisti è stata negativa, con i seguenti commenti:

a) soltanto la Palestina può essere considerata come destinazione dei deportati.

b) gli ebrei europei devono subire una morte e una sofferenza tali, che, alla fine della guerra, le potenze vittoriose possono mettersi d'accordo sulla necessità della creazione di uno "Stato Ebraico".

c) nessun riscatto deve essere pagato.

Questa risposta all'offerta della Gestapo è stata fatta conoscendo pienamente che l'alternativa all'offerta dei Tedeschi era la camera a gas. Questi capi sionisti sleali hanno tradito la loro propria carne e sangue. Il sionismo non è mai stata una scelta per il bene degli Ebrei. Al contrario: era una formula perché degli esseri umani fossero impiegati come moneta di scambio per il viaggio di superbia di un pugno di disperati. Una perfidia! Un tradimento al di là di ogni descrizione!

Allo stesso modo, nel 1944, durante delle deportazioni ungheresi, è stata fatta una proposta preventiva, secondo la quale tutti gli Ebrei ungheresi avrebbero potuto essere salvati. La stessa gerarchia sionista ha ancora rifiutato quest'offerta (dopo che le camere a gas avevano già divorato alcuni milioni di ebrei).

Il governo britannico accordo dei permessi a 300 rabbini e alle loro famiglie per andare alle colonie delle isole Mauritius, includendo il passaggio attraverso la Turchia. I capi dell'Agenzia Ebraica hanno sabotato questo piano, e hanno in seguito commentato che questo piano era sleale verso l'ideale della Palestina, e che i 300 rabbini e le loro famiglie dovrebbero essere completamente ubriache per accettare. 

Il 17 dicembre 1942, le due camere del Parlamento britannico hanno dato prova della loro diligenza per trovare una terra d'accoglienza provvisoria per i rifugiati ebrei. Il Parlamento britannico ha proposto di evacuare 500.000 ebrei d'Europa, e di accoglierli nelle colonie britanniche, nel quadro di negoziazioni diplomatiche con la Germania. Nell'arco di due settimane, questo movimento ha ricevuto un totale di 277 firme parlamentari. Il 27 gennaio, quando le tappe seguenti dovevano essere avviate da più di 100 M. P.'s e Lords, un portaparola dei sionisti ha annunciato che gli Ebrei si sarebbero opposti al movimento perché la Palestina non era presa in considerazione. Il 16 febbraio 1943, la Romania ha offerto a 70.000 rifugiati ebrei del Trans-Dniestria la possibilità di partire per il prezzo di 50 dollari a persona. Quest'annuncio è stato reso pubblico nei giornali di New York.
Il 18 febbraio 1943, Yitzhak Greenbaum, presidente del Comitato di Soccorso dell'Agenzia Ebraica, rivolgendosi al Congresso sionista di Tel Aviv, disse: "Quando mi hanno chiesto: 'Potete dare del denaro proveniente dai fondi dell'Appello Ebraico per salvare gli Ebrei d'Europa?', ho risposto: 'NO!', e dico ancora: 'NO!'... Si dovrebbe resistere a questa tendenza che spinge le attività sioniste a occuparsi di cose di importanza secondaria".

Il 24 febbraio 1943, Stephen Wise, presidente del Congresso Ebraico Americano e capo dei sionisti americani, presentò un rifiuto pubblico a quest'offerta, e dichiarò che nessuna colletta di fondi sembrava giustificata da questo punto di vista. Nel 1944, il Comitato d'Urgenza per salvare gli Ebrei chiese al Governo americano di stabilire un Consiglio di rifugiati di guerra. Ora, Stephen Wise, davanti a una riunione speciale del Comitato, si oppose a questa proposta. Durante i negoziati che ebbero allora luogo, Chaim Weizman, il primo "politico ebreo" dichiarò: "La parte più valida della nazione ebraica è già in Palestina; e gli ebrei che vivono fuori dalla Palestina non sono importanti". Nello stesso ordine di idee, Greenbaum ha detto: "Una vacca in Palestina vale più di tutti gli ebrei d'Europe". In seguito, dopo l'episodio più amaro della storia ebraica, questi "politici" sionisti hanno ingannato i rifugiati, spezzati dalle loro esperienze nei campi di concentramento, incitandoli a restare nella fame e la privazione, e a rifiutare ogni ricollocazione che non fosse la Palestina; e questo soltanto allo scopo di stabilire il loro Stato.

Nel 1947, William Stration, membro al Congresso, ha richiesto un preventivo per accogliere immediatamente negli Stati Uniti 400.000 profughi. Il preventivo non è potuto andare a buon punto, a causa dell'obiezione pubblica dei capi sionisti.  Questi fatti sono letti con una costernazione e una vergogna insopportabili. Come possiamo spiegare che precisamente nell'ultima fase della guerra, quando i nazisti erano disposti a scambiare gli ebrei contro denaro, in parte a ragione del loro desiderio di stabilire un contatto con le potenze occidentali che, essi credevano, essere sotto l'influenza ebraica, come possiamo dunque spiegare che gli autoproclamati "capi ebrei" non abbiano spostato mari e monti per salvare coloro che erano ancora in vita tra i loro fratelli?

Il 23 febbraio 1956, è stato chiesto alla Camera dei Comuni canadesi a J. W. Pickersgill, Ministro dell'Immigrazione, se avrebbe aperto le porte del Canada ai rifugiati ebrei. Egli rispose: "Il governo non ha compiuto nessun progresso in questo senso, perché il governo di Israele... non desidera che agiamo in tal modo". Nel 1972, i dirigenti sionisti si sono opposti con successo al tentativo del Congresso degli Stati Uniti di permettere a 20.000 - 30.000 rifugiati russi di entrare negli Stati Uniti. E le organizzazioni ebraiche di aiuto, come Joint e HIAS, hanno ricevuto delle pressioni per abbandonare questi rifugiati a Vienna, a Roma e in altre città d'Europa. Il loro progetto è chiaro!!! Gli sforzi umanitari di aiuto sono sovvertiti per servire gli interessi sionisti.

Si potrebbero anche citare molti altri esempi tra i crimini efferati e i misfatti compiuti da queste persone abiette e degenerate, chiamati "politici ebrei", ma per ora ci fermiamo qui.

La responsabilità sionista nell'Olocausto è dunque tripla:

1. L'Olocausto è stata una punizione perché i sionisti hanno violato i tre giuramenti sacri (vedere Talmud, Tractate Kesubos).

2. I capi sionisti hanno apertamente rifiutato di appoggiare e aiutare, sia finanziariamente sia attraverso altri mezzi, i loro fratelli e sorelle per salvarli da una morte cruenta.

3. I capi del movimento sionista hanno cooperato con Hitler e i suoi alleati in numerose occasioni e in molti modi. I sionisti offroino un'alleanza militare con Hitler. Ci piacerebbe sinceramente poter affermare che i capi del movimento sionista si sono limitati a rimanere indietro nell'azione, ed hanno del tutto semplicemente ignorato la difficile situazione dei loro fratelli e sorelle abbattuti quotidianamente. Sfortunatamente, non soltanto hanno pubblicamente rifiutato di assisterli nelle loro delibere, ma hanno inoltre attivamente partecipato ai detestabili crimini di Hitler e del regime nazista.

Le Rôle du sionisme dans l’Holocauste

All'inizio del 1935, un battello di passeggeri esce dal porto tedesco di Bremerhaven per Haifa in Palestina. Si poteva leggere il nome del battello in ebraico: "Tel Aviv", mentre una bandiera recante l'emblema nazista della svastica campeggiava sulla cima del pennone. E benché il battello fosse di proprietà sionista, il suo capitano era un membro del Partito nazionalsocialista (nazista). Molti anni più tardi, uno dei passeggeri del battello, richiamandosi a quest'episodio, ha parlato di questa combinazione simbolica come di una "assurdità metafisica". Assurda o meno, non per questo esso resta il capitolo meno noto della storia: la vasta collaborazione tra il sionismo e il Terzo Reich di Hitler.

Le Rôle du sionisme dans l’Holocauste

All'inizio del mese di gennaio del 1941, una piccola ma importante organizzazione sionista sottopose una proposta formale ai diplomatici tedeschi di Beirut per un'alleanza militare e politica con la Germania in Guerra. La proposta u presentata dal gruppo radicale "Combattenti per la Liberazione di Israele", meglio noti con il nome di Lehi, o Gruppo di Stern. Il suo capo, Avraham Stern, aveva di recente rotto con il gruppo nazionalista e radicale "Organizzazione Militare Nazionale" (Irgun Zvai Leuni - Etzel), a motivo della posizione di questo gruppo nei confronti della Grande Bretagna, che aveva già vietato l'installazione di colonie ebraiche in Palestina. Stern considerava dunque la Gran Bretagna come il principale nemico del sionismo. E' necessario riprodurre qui, malgrado la sua lunghezza, una citazione di questa proposta notevole "per la soluzione della questione ebraica in Europa e per la partecipazione attiva del NMO [Lehi] nella guerra a fianco della Germania" [3]:

"Il NMO, che è a corrente della benevolenza del governo tedesco del Reich e dei suoi funzionari verso le attività sioniste in Germania e il programma sionista di emigrazione, considera questo:

1. Possono esistere degli interessi comuni tra un Nuovo Ordine Europeo fondato sulla concezione tedesca, e le vere aspirazioni nazionali degli ebrei rappresentati dal NMO.

2. La cooperazione è possibile tra la Nuova Germania e un'identità ebraica popolare e nazionale rinnovata.

3. La fondazione dello Stato ebraico su una base nazionale e totalitaria, così come i legami stabiliti tramite trattato con il Reich tedesco, serviranno gli interessi di quest'ultimo per mantenere e rafforzare la futura posizione egemonica della potenza tedesca nel Vicino Oriente.

Sulla base di queste considerazioni, e a condizione che il governo tedesco del Reich riconosca le aspirazioni nazionali del movimento di liberazione di Israele menzionate qui sopra, il NMO si offre dalla Palestina di partecipare attivamente alla guerra a fianco della Germania.

Questa offerta del NMO può includere l'attività militare e politica, così come dei servizi di informazione in Palestina e anche fuori, dopo alcune misure di ristrutturazione. Gli "ebrei" d'Europa saranno così militarmente formati e organizzati nelle unità militari sotto la guida e il commando del NMO. Essi parteciperanno alle operazioni di combattimento allo scopo di conquistare la Palestina, se un tale fronte si costituisse.

La partecipazione indiretta de movimentodi liberazione di Israele nel Nuovo Ordine Europeo, che si trova già in una fase preparatoria, combinata a una soluzione positiva e radicale del problema Ebraico-Europeo sulla base delle aspirazioni nazionali degli  ebrai sopra menzionati, rafforzerebbero considerevolmente la base morale del Nuovo Ordine agli occhi di tutta l'umanità.

La cooperazione del movimento di liberazione di Israele si conforma egualmente a un discorso recentemente dato dal cancelliere tedesco del Reich, nel quale Hitler ha sottolineato che avrebbe utilizzato non importa quale cooperazione e alleanza per ottenere l'isolamento e la disfatta dell'Inghilterra".

 

Sulla base delle loro similitudini ideologiche a proposito dell'appartenenza etnica e della nazionalità, i nazionalsocialisti e i sionisti hanno lavorato insieme e rispettivamente per quel che credevano essere i loro propri interessi nazionali.

E' giusto un esempio della collaborazione dei movimenti sionisti con Hitler allo scopo di ricevere probabilmente l'autorità su un piccolo pezzo di terra: la Palestina.

E per completare il tutto: il lavaggio del cervello!

Si può misurare l'estensione della penetrazione di questa incredibile cospirazione sionista negli spiriti delle masse ebree, con l'impossibilità che hanno ad ammettere ogni differenza, anche dal punto di vista della sola valutazione, e con la veemenza della loro reazione di fronte a ogni critica. Con i loro occhi ciechi e le loro orecchie chiuse, esse eliminano e fanno tacere non importa quale voce si elevi per protestare e accusarli, lanciando immediatamente delle grida di "traditore" o di "nemico del popolo ebraico".

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

NOTE

[1] Per i Cristiani e i Musulmani, questi due Profeti sono già venuti. Il primo è identificato con Giovanni Battista - Sayyidna Yahya (as) per i musulmani -, e il secondo naturalmente con Gesù Cristo - Sayyidna 'Isa (as) per i Musulmani. Tuttavia, i Cristiani e i Musulmani credono che il Messia debba tornare alla Fine dei Tempi una seconda volta. Egli sarà riconosciuto da tutti.

[2] La maggior parte dei dati presentati qui possono essere verificati sul Wall Street Journal del 2 dicembre 1976.

[3] Il documento originale si trova in German Auswertiges Amt Archiv, Bestand 47-59, E224152 e E234155-58. Il testo originale completo è stato pubblicato in David Yisraeli, The Palestinian problem in German Politics 1889-1945, Israele, 1947, pp. 315-317).

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28 aprile 2016 4 28 /04 /aprile /2016 07:00

La storia dell'Italia nazionalista e colonialista


A proposito di un grande libro: Italiani, brava gente? di Angelo Del Boca

 

Gilbert Meynier

 

Quando si misurano, leggendo Del Boca, tutti i traumi subiti, sia dalla Libia che dall'Etiopia o l'Eritrea e la Somalia, si capiranno meglio quanto la sedimentazione delle violenze subite hanno potuto sfociare in regimi nazionalisti e rivoluzionari spietati come quelli di Geddafi o di Mengistu, e tracciare la via agli orrori della Somalia degli anni 90 del secolo scorso. La denuncia delle atrocità italiane fu enunciata a diverse riprese dal colonnello Geddafi, come nel discorso del 7 ottobre 1975 che celebravano l'espulsione degli Italiani, e in cui ricordò i massacri commessi dagli invasori nel villaggio di Al Agheïla: "Ciò che l'Italia ha commesso nella località di Al Aghjeïla rappresenta oggi una lezione storica per l'umanità ed un tragico esempio di aggressione e di barbarie. Ciò riflette l'arroganza dei forti quando aggrediscono i popoli poveri e deboli". E Del Boca commenta: "Muammar Geddafi non esagerava".

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Guerra nel deserto libico

 

I Balcani furono l'ultima regione ad avere a che fare alle imprese delle conquiste italiane. Vi furono impegnati non meno di 650.000 uomini durante la Seconda Guerra mondiale. L'indagine di Del Boca riguarda tuttavia la sola Slovenia, più precisamente la provincia di Ljubljana. Le popolazioni slave erano considerate dal potere italiano appena un grado al di sopra di quelle africane. E, non appena le rivolte esplosero, la repressione fu immediata ed inesorabile, come testimoniano i rapporti presentati alla commissione dei crimini di guerra dell'ONU a Londra, e, recentemente, il lavoro imparziale di una commissione di 14 storici italiani e sloveni sul periodo nero che va dall'autunno 1943 all'estate 1945

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Mussolini.gifNe emerge che, sin dall'inizio,iniziò la pulizia etnica di molte decine di migliaia di Sloveni, a colpi di esecuzioni massicce di ostaggi e di prigionieri. Sistematici furono i saccheggi e l'incendio di migliaia di case, senza pietà la caccia ai partigiani ed i rastrellamenti. Per un semplice sospetto, dei capi villaggio furono gettati con una pietra al collo nel lago Tana. In un primo tempo, alla fine dell'era fascista (1940-43) venne intrapresa la deportazione verso i campi di concentramento di 35.000 persone, cioè la decima parte della popolazione della provincia di Ljubljana. Nel solo campo di Arbe (Rab, sulla costa dalmata), più di 4.500 persone morirono di fame. Dall'autunno 1943 all'estate del 1945, ossia durante il periodo della repubblica fascista di Salò, i 14 storici citati stimano che vi furono 30.000 deportati supplementari. Basta, anche, dare la parola a tali capi militari: per un Robotti, fu un "genocidio culturale", per Graziotti, una "pulizia etnica". Secondo gli specialisti dell'universo concentrazionario fascista, Carlo Spartaco Capogreco, ogni detenuto non disponeva che da 900 a 1000 calorie al giorno: condizioni simili a quelle di Buchenwald, forse anche peggiori. Il trauma sloveno, fatalmente, sfocia nell'estate 1945 ad un ritorno alla violenza: le vendette crudeli, gli orrori dei massacri e gli affogamenti furono legioni. Eppure, per molto tempo ebbe corso in Italia l'idea dell'innocenza degli Italiani, ad esempio la favola secondo la quale gli Sloveni, ben contenti di trovare  un rifugio per sfuggire ai cattivi comunisti. E ancora, non si sa tutto: per quel che riguarda gli interventi italiani nei Balcani così come in Africa, Del Boca non ha studiato che una parte dei fatti. Numerosi altri aspettano, in assenza di documenti, di essere esposti.

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I cadaveri di Mussolini e Clara Petacci appesi a Milano nell'aprile del 1945

 

Brutalità coloniali e regolamenti di conto italo-libici

 

Dopo la guerra, l'Italia repubblicana non rispose alle domande della commissione dei crimini di guerra dell'ONU. Il presidente del consiglio democristiano Alcide De Gasperi, salutato in Europa come l'incarnazione di un'Italia nuova, e futuro presidente della CECA, non fu mai importunato per aver puntato i piedi. Il capo dello stato maggiore fascista, Mario Roatta, conservò per un certo periodo la sua carica dopo la caduta di Mussolini. I criminali di guerra italiani furono coperti e protetti, addirittura riacquistarono una nuova fedina pulita a colpi di numerose amnistie. L'Italia non si rivolve veramente a chiedere dei conti ai criminali nazisti per paura che ciò non si rivolga contro i suoi criminali.

Ma con ciò siamo già nella storia italo-italiana, quella delle lotte fratricide che costellarono la storia dell'Italia del Risorgimento e l'Unità, ma che si svolsero in alternanza con gli oscuri episodi coloniali: lo storico deve evidenziare che, in questi 160 anni di storia, le fasi di violenza coloniali assunsero, per gli Italiani, la via delle violenze interne. Al di là dell'alternanza, vi fu correlazione: le brutalità coloniali furono infatti strutturalmente legate ai regolamenti di conti italo-italiani.

Non vi era bisogno, alla metà del XIX secolo, di andare in Africa per trovare la miseria, il disprezzo e l'ingiustizia sociale, addirittura la letargia e l'analfabetismo di massa. I giudizi svalorizzanti sugli italiani emessi da viaggiatori europei - da Montesquieu a René Bazin, passando per Arthur Young, Stendhal, e anche un appassionato dell'Italia come Goethe, - lo stanno ad indicare. Essi sono corroborati da numerose osservazioni critiche parallele fatte dagli stessi Italiani, da Beccaria a Pisacane, passando attraverso le teste del Risorgimento come Mazzini e Gioberti, senza dimenticare quanto ha scritto Leopardi nella sua opera maggiore Lo Zibaldone. Erano denunciate la soffocante pesantezza clericale, il latifondismo, la miseria, l'analfabetismo, le malattie dei poveri: nella vetrina sviluppata d'oggi, la Lombardia, la pellagra malattia dei mangiatori di mais - era un flagello generalizzato. Dell'età di appena quattro anni, all'indomani della liberazione, l'autore di queste righe, durante delle vacanze trascorse nel territorio brianzolo paterno, scoprì in alcuni villaggi del Piemonte che esistevano ancora dei bambini che non avevano calzature - un ricordo d'infanzia indelebile. I parenti italiani che vivevano dall'altro lato del Monginevro, erano più o meno considerati come dei cugini sfortunati.

È nota la massima: l'unità politica è fatta, non resta che da "fare gli Italiani", degli Italiani che, nel 1860, non erano che al 2% a saper parlare l'italiano. Fu sotto il segno della fierezza nazionale da acquisire che venen intrapresa l'educazione, nazionale nel vero senso del termine. Il libro che fu considerato come l'edificazione patriottica del Tour de la France par deux enfants, fu Cuore, dell'ufficiale Edmondo De Amicis. Le sane virtù che vi sono celebrate - l'onestà, la dirittura, il cameratismo, la fierezza... - non possono far dimenticare che Cuore era sottinteso da un moralismo militare di cui il fascismo fu poco dopo una messa in pratica corroborante, magniloquente e brutale, come testimoniano l'organizzazione del sabato fascista e la celebrazione permanente del modello dell'Italiano-soldato.

 

Ideologia compensatoria

 

L'educazione nazionale post-unitaria ebbe come alimento sempre più grandi spese militari e come sfondo un'inesorabile sfilza di sconfitte militari. In somma, l'ideale Italiano, era spesso la vittoria sperata, ma la realtà, era spesso la frustazione davanti alla sua non realizzazione. Eppure, l'Italiano nuovo del fascismo doveva volare di vittoria in vittoria. Queste vittorie, sui teatri delle operazioni esterne, erano, anche, inconsciamente destinate a proiettare su dei terzi inferiorizzati tutta una serie di insufficienze, di risentimenti e di violenze sui generis. Destinato a installare l'ideologia compensatoria di inferiorità risentite e di contenziosi interni mal cicvatrizzati, fu così prodotto il famoso mito dell'"Italiano buono". Italiani, brava gente: in questa asserzione, si intrecciavano sentimento d'inferiorità e pretesa di superiorità. In realtà, l'unità italiana fu realizzata per mezzo di una conquista militare sanguinaria che traumatizzò un popolo sofferente di debolezza della sua identità nazionale, e in cui esistevano cittadini, des sudditi - senza, naturalmente, contare i motivi di scontento.

La "guerra contro il brigantaggio" ricopre la realtà di una conquista militare sanguinaria, quella del regno di Napoli dopo la caduta dei Borboni, congiuntamente da parte delle truppe di Garibaldi dal Sud e da parte dell'esercitò piemontese dal Nord; ma è risaputo che Garibaldi scomparve presto dalla scena meridionale quando, nel 1863, la cifra delle truppe piemontesi raggiungeva i 116.000 soldati. Per Del Boca, fu "una guerra senza regole e senza onore", una "guerra di tipo coloniale": a Napoli, il generale Enrico Cialdini, affermò: Qui, è l'Afr4ica, non è l'Italia. I beduini, in confronto a questi cafoni sono latte e miele". Se si deve credere a Gramsci, osservatore acuto della realtà dell'unità italiana, i meridionali [erano] biologicamente degli esseri inferiori, dei semi-barbari o dei barbari del tutto".

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Il generale Enrico Cialdini ed il suo stato-maggiore (verso il 1863?)

 

La guerra contro i "briganti"

 

A colpi di distruzioni di villaggi, di massacri, di esecuzioni di massa, di messe in scena macabre destinate a colpire con il terrore le persone, fu condotta una guerra ineguale contro una rivolta popolare di contadini senza terra, comodamente trattati come "briganti" disprezzati, che furono raggiunti dai soldati dell'esercito dei Borboni che avevano trovato rifugio in Vaticano. Contro di loro, sul terreno, germogliò brutalmente ciò che sarebbe andato tra poco a costituire, socialmente e politicamente, il potere dominante in Italia: l'alleanza del capitalismo del Nord e dei latifondisti del Sud.

Nell'agosto del 1861, il parossismo della repressione fu senza dubbio raggiunto con la distruzione dei due villaggi di Pontelandolfo e di Casalduni – nel beneventano. Con l'incendio e il massacro, vi furono molte centinaia di morti, tra cui numerose persone bruciate vive.

Pontelandolfo
14 agosto 1861, massacro di Pontelandolfo

 

Una legge eccezionale, la legge Pica, diferi le persone arrestate su semplice presunzione ai tribunali militari e li inviò ai plotoni di esecuzione. Vi furono almeno 10.000 rivoltosi uccisi, dei quali più della metà dovettero essere fucilati; ciò senza contare i 20.000 morti dell'esercito borbonico sconfitto, senza contare i 10.000 deportati, sopratutto al sinistro, e glaciale bagno alpino di Fenestrelle, in val Chisone - luogo dei Giochi Olimpici d'inverno del 2006 -, in cui moritono come mosche, di freddo, di fame, di malattie.

Questi "briganti" non erano certo sempre stinchi di santo, ma essi lottavano contro l'invasore rivoltandosi al contempo contro la loro miseria. La repressione dell'insurrezione conobbe il suo parossismo nel 1861 ma durò in alcune zone sino al 1865, addirittura in modo sporadico sino al 1870.

 

La guerra del 1915-1918

 

cadorn1In conclusione, la storia santa nazionale, ufficiale, italiana ha costruito a questo proposito la leggenda degli "Italiani buoni", venuti a liberare i loro fratelli del Sud contro i "briganti": allo stesso modo, ulteriormente, i buoni Italiani furono ritenuti di andare a liberare gli Africani dalla loro schiavitù: era un mito analogo che era servito ai Francesi a legittimare la conquista dell'Algeria. Nei fatti, la verità giace "nei buchi della memoria collettiva" (Gramsci), nell'infangamento da parte dei vincitori dei "vinti del Risorgimento" (Gigi di Fiore). E non si capirebbero le ondate massicce consecutive di partenze dal Mezzogiorno per l'America se non le si ponesse in relazione con il trauma subito dallo schiacciamento della rivolta, la miseria e la disperazione.

049kokoAltro episodio, poco noto in Francia, di una frattura Italo-italiana: la guerra del 1915-1918, impresa sotto gli auspici della guerra patriottica quando era appurato che il popolo italiano non voleva la guerra. Alla direzione delle operazioni, dotato di poteri senza equivalenti, in nessuno degli altri Stati belligeranti, il generalissimo piemontese Luigi Cadorna, freddo, insensibile, senza pietà. Responsabile, per i suoi errori e la sua profonda incuria militare, della spaventosa situazione dell'esercito italiano, Cadorna seppe opportunamente fare diversione, soprattutto designando come capro espiatorio il generale Antonio Miani per i disastri libici del 1914-1915.

Sul fronte, furono i numerosi ricorsi ai plotoni d'esecuzione e alle decimazioni - in proporzione del numero dei soldati impegnati, l'alto comando italiano fu in Europa il campione delle esecuzioni sommarie. L'odio per Cadorna fu condiviso da tutti i soldati italiani. Il padre dell'autore di queste righe gli ha trasmesso una canzone proveniente dalla memoria famigliare: "Il general Cadorna mangia le buon bistecche / Ma il povero soldato mangia castagne secche". Secondo un testimone citato da Del Boca, «Cadorna: lui era il nostro vero nemico. Non gli Austriaci". Dei civili sloveni furono fucilati in gran numero sul fronte dell'Isonzo. Vi fu l'inferno di Gorizia "Ô Gorizia, tu sei maledetta!» e gli incredibili orrori dell'Isonzo, ad esempio la teleferica della morte che sgomberava il fronte, che trasportava cadaveri e feriti mutilati - dall'alto al basso - in cambio di rifornimenti - dal basso in altro.

Delle prigioni per soldati come mezzo di ritorsione di ogni genere, da fucilate sommarie a decimazioni, il colmo dell'orrore fu raggiunto durante il disastro di Caporetto nell'autunno del 1917, in seguito al quale, Cadorna fu sostituito dal generale napoletano Armando Diaz. E' lui che avrebbe condotto l'esercito italiano alle vittorie delle tre battagliue del Piave e a quella finale di Vittorio Veneto. Alla fine del 1917, vi erano 600.000 soldati italiani prigionieri, nell'impero autriaco soprattutto, di cui 100.000 morirono di malattia, e soprattutto di fame: a differenza degli altri Stati europeiche fecero un punto d'onore aiutare i loro prigionieri, lo Stato italiano, cedendo alle direttive di Cadorna, rifiutò loro il minimo aiuto, allo scopo di dissuaderli di costituirsi prigionieri. Per Del Boca, il governo itqaliano fece anche il possibile per "sabotare l'opera della Croce rossa e gli aiuti alle famiglie".

badoglioDurante la II guerra mondiale, 600.000 soldati italiani erano stati inviati nei campi di concentrazione nazisti - soltanto 15.000 avevano aderito alla repubblica fascista di Salò. Quest'ultima passò i suoi 600 giorni di vita, in una violenza estrema, a combattere la Resistenza. In un tale clima, vi furono anche, è vero, degli scontri sanguinosi tra partigiani di fedi politiche diverse - tra i tanti soprattutto il massacro di 19 resistenti e di una donna nel febbraio del 1945 a Porzùs, in Friuli.

La stessa Liberazione comportò la sua quaota di rappresaglie: vi furono dalle 10.000 alle 30.000 vittime dell'epurazione. In Emilia Romagna, soprattutto, in risposta agli assassinii fascisti, vi furono dei proprietari terrieri e dei sacerdoti liquidati. Aggiungiamo infine che, per la Resistenza, gli alleati furono visti come un freno alla liberazione totale. Frustrati, i resistenti videro a centinaia dei criminali di guerra infine scarcerati e graziati, a cominciare da Roatta, Badoglio e Graziani,  se furono interessati dalla giustizia, non fu per il loro ruolo nelle guerre del fascismo, ma per la loro lunga compromissione politica con il fascismo.

Da cui delle rimozioni e dei risentimenti che furono la tela di sfondo della Repubblica e annunciarono molte delle lotte politiche successive, molte delle violenze sepolte furono votate a esplodere con il ritorno aggressivo dei neo-fascisti e le estreme sinistre violento degli anni 70 e 80 del XX secolo. Si è visto che il fascismo aveva trovato la sua clientela tra gli ex combattentisti del fronte dell'Isozo: il nazionalismo prefascista dell'Italia spinse alla guerra, e senza la guerra, al contempo orrore per gli Italiani, e strumento di misura della loro fierezza secondo l'ideologia nazionalista, il fascismo non si sarebbe instaurato.

9788860730381g

Oltre il fascismo, l'epilogo finale, furono il boom del miracolo economico centrato sul triangolo industriale e la costruzione del regime repubblicano. Ma questa evoluzione non fu senza contracolpi. Vi fu la crisi del 1964, in cui il regime sfuggì per poco a un colpo di Stato militare. Tra le violenze neofasciste come l'attentato di Bologna e le violenze dell'estrema sinistra degli anni di piombo - l'omicidio di Aldo Moro soprattutto -, vi furono, dal 1969 al 1987, 491 morti e 1181 feriti.

Altro periodo di grande malessere: la scoperta della loggia P2, la liquidazione dei simboli della lotta anti-mafia (Carlo-Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino) e il soprassalto dei giudici che conducevano l'operazione "mani pulite". Vi si innestò l'ascesa di Berlusconi, poi il suo avventò al potere, non senza recupero, sia di neo-fascisti dal nuovo look che della grottesca Lega Nord antimeridionalista, con sempre con argomento un anticomunismo tanto più compulsivo in quanto la guerra fredda non esisteva più, e che non è più oramai che un argomento retorico adatto ad essere usato come spauracchio di fronte agli elettori. Pe Del Boca, questa fine (provvisoria) della storia può riassumersi con la formula così belle che potrebbe essere berlusconiana: Tutti ricchi, tutti felici, tutti anticomunisti!".

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2 agosto 1980, attentato alla stazione di Bologna

 

Proiezione di violenze versi terzi innocenti inferiorizzati

In totale, le conquiste coloniali italiane, gli orrori, il razzismo e la discriminazione alle quali esse diedero luogo, furono certo in parte il prodotto di un capitalismo espansionista (si pensi all'installazione ad Assab nel 1870 della compagnia di navigazione Rubbatino), ma esse furono anche la proiezione su dei terzi innocenti inferiorizzati di violenze, di traumi e di frustrazioni che costituiscono il retroscena della storia italo-italiana. Questo genere di constatazione è forse, plausibilmente, valido per altri casi di colonialismo e di conquiste coloniali. Resta il fatto che fu in opera nella penisola un vero colonialismo anti-meridionale, e una crudele guerra di conquista di tipo coloniale nella realizzazione di ciò che i manbuali chiamano piamente "l'Unità italiana".

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Ces derniers ignorent, communément, l’italien, et ne connaissent souvent de l’Italie que les images stéréotypées construites ordinairement au gré de leurs divagations touristiques : celles-là même qui sont conformes à l’idéologie  nationaliste italienne ordinaire, soucieuse de célébrer une Italie de cartes postales peuplé d’Italiens idéalisés.

Si può a giusto titolo rendere omaggio al genio italiano costruendo una storia delle sue grandi figure di cui alcune tappe potrebbero essere, in ordine alfabetico: Beccaria, Bernini, Bramante, Calvino, Caravaggio,  Carducci, Dante, De Chirico, Eco, Giotto, Gramsci, Lorenzo il Magnifico, Leopardi, Machiavelli, Manzoni, Modigliani, Moravia, Pavese, Pirandello, Sciascia, Vico, Vinci, ecc. Ma la storia delle grandi figure non può bastare allo storico. Quest'ultimo non può compiacersi né nel panegirico né nella stigmatizzazione. Il mito dell'"Italiano buono", che è stato costruito  su una vera negazione della realtà storica, ha avuto a lungo la vita dura nelle mentalità, nel discorso politico, nei media, per non parlare dei manuali scolastici, sino agli inizi del XXI secolo.

A contrario di tali derive ideologiche, il libro di Del Boca lascia pensare che, come i Tedeschi, come per tutti i popoli della Terra, gli Italiani sono, anche, degli uomini, semplicemente degli uomini.

 

Gilbert Meynier

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Copertina di quaderno di scuola, 1936-1937. L'Africa politica prima della Prima Guerra mondiale

 

 

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Filatelia della Repubblica araba libica (1980-82), che illustrano avvenimenti del 1911, 1915, 1917 e 1929.

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20 marzo 2016 7 20 /03 /marzo /2016 07:00

Il massacro degli Herrero (1904-1908)

Degli Herero, si conosce soprattutto la capigliatura esuberante delle loro donne e i vivaci colori dei loro indumenti che essi indossavano durante delle feste. Ma pochi sanno che questo popolo ha subito un massacro all'inizio del XX secolo. Questo massacro è inoltre considerato, a giusto titolo, come "il primo genocidio del secolo".

Il 14 agosto 2004, durante una cerimonia in occasione del centesimo anniversario della rivolta degli Herere contro i loro coloni tedeschi, una minista ha presentato le scuse del governo tedesco per quel massacro.

La Naminia è un territorio semidesertico, grande quasi due volte la Francia, situato a Nord-Ovest del Sudafrica. Dopo la prima guerra mondiale, il territorio è stato posto dalla Società delle Nazioni sotto mandato sudafricano. E' diventato indipendente nel novembre 1989.

Prima dell'arrivo degli Europei, la Namibia non era abitata che da gruppi sparsi: i primi occupanti, Ottentoti e Boscimani, e dai Bantù - Ovambo ed Herrero.

All'inizio degli anni 80 del XIX secolo un pugno di coloni tedeschi vi si installò. La Germania prende possesso del territorio che governerà sino al 1915. I primo governatore della colonia (Südwest-Afrika in tedesco) è un certo Dr Heinrich Goering, il cui figlio si farà onore in un modo tristemente celebre a fianco di Adolf Hitler.

Nel gennaio 1894, vengono scoperti dei fantastici giacimenti di diamanti in Namibia. Nel corso dello stesso anno, una politica di spostamento e di confisca sistematica delle terre è posta in opera nello Hereroland (Regione centrale namibiana dove vivono gli Herero). I coloni sviluppano vaste piantaggioni impiegando gli indigeni nei lavori forzati, rubando loro il bestiame e all'occasione le loro donne (da cui l'apparizione rapida di una comunità meticcia). Violenze, esecuzioni sommarie.

Rivolte e massacri

Il 12 gennaio 1904, scoppia la rivolta degli Herrero. Un gruppo di guerrieri guidati dal loro capo Samuel Maharero attacca i coloni della postazione di Okahandja. In tre giorni di sangue e furore, quasi duecento civili tedeschi vengono massacrati.

La riposta tedesca è terribile.

L'imperatore Guglielmo II sostituisce il governatore Theodor Leutwein per sostituirgli un uomo risoluto, il generale Lothar Von Trotha. Ha come missione di cacciare gli Herero dal territorio o di sterminarli.

L'11 agosto 1904, le truppe tedesche guidate da Lothar von Trotha accerchiano 7500 Herero e il loro capo Maharero sull'altipiano di Waterberg. Le loro potenti armi hanno facilmente ragione degli assediati. I sopravvissuti sono cacciati verso il deserto di Omeheke, l'attuale deserto del Khalahari) [1].

Per coloro che sopravvissero, schiavitù e campi. Migliaia di donne Herero furono trasformate in oggetti sessuali per le truppe coloniali tedesche.

Il 2 ottobre, un ordine del giorno di Von Trotha toglie agli Hereros ogni speranza di ritorno. Quest'ordine di sterminio (Vernichtungsbefehl) è così redatto:

“Il generale delle truppe tedesche [in Namibia] invia questa lettera al popolo Herero.

Gli Herero non sono d'ora in poi più sudditi tedeschi [...]. Tutti gli Herero devono partir o morire. Se non accetteranno, vi saranno costretti con le armi. Ogni Herero avvistato all'interno delle frontiere [namibiane] con o senza armi, sarà giustiziato. Donne e bambini saranno portati fuori da qui - o saranno fucilati [...]. Non faremo prigionieri uomini; essi saranno fucilati.

Questa è la mia decisione presa per il popolo Herero”.

Firmato: il generale del potentissimo Kaiser, Tenente generale Lothar Von Trotha.
2 ottobre 1904

L'11 dicembre dello stesso anno, il cancelliere tedesco Bülow ordina di rinchiudere gli Herero sopravvissuti in campi di lavoro forzato - dei Konzentrationslagern - e, poco dopo, le ultime terre indigene sono confiscate e poste a disposizione dei coloni tedeschi.

Durante i tre anni che seguono, decine di migliaia di Herero soccombono alla repressione, ai combattimenti, alla carestia e ai campi. Da quasi un centinaio di migliaia, la popolazione si riduce a 15.000 persone.

 

Verso un riconoscimento del genocidio

 

Questo massacro di un popolo riflette gli orrori di cui si è macchiata l'espansione coloniale europea alla fine del XIX secolo.

Dà anche un assaggio dei genocidi del secolo seguente.

Vi si trovano gli elementi costitutivi di alcunbi genocidi del XX secolo:

• la volontà politica deliberata: non si tratta di un incidente,

• i criteri razziali o etnici scelti: eliminare gli Herero, allo scopo di liberare le terre per i coloni tedeschi,

• il numero massiccio delle vittime, civili per l'essenziale, con donne e bambini,

• l'organizzazione "razionale" e pianificata del massacro,

• la documentazione disponibile negli archivi, tramite dei resoconti dettagliati delle operazioni, redatti da von Trotha, e i suoi subordinati.

All'inizio del 2000 dei campi impressionanti di scheletri sono stati rivelati dai venti nel desertoi namibiano vicino a Luderitz. Il cimitero selvaggio è quello degli Herero sterminati un secolo prima.

Nel corso della sua visita ufficiale nel marzo del 1998, il presidente tedesco Roman Herzog è stato interpellato da dei rappresentanti Herero che richiedono che la Germania riconosca il genocidio di cui il loro popolo è stato vittima. Il presidente Herzog esprime il suo parere di colpevolezza senza accettatre responsabilità.

All'inizio del mese di ottobre 2000, ci fu il primo incontro ufficiale tra gli Herero e il Commissariato ai diritti dell'uomo delle Nazioni Unite a Ginevra.

Domenica 11 gennaio 2004, a Okahandja, antica capitale degli Hereo, 600 persone circondavano l'ambasciatore tedesco e il capo supremo degli Herero, Kuaima Riruako, mentre deponevano una gerba di fiori sulla tomba dell'antico capo Maharero. "Daremo ai discendenti Herero vittime del genocidio, la loro dignità", ha dihiarato l'ambasciatore tedesco Wolfgang Massing.

 

NOTE

[1] A Berlino, il capo di Stati maggiore Alfred von Schliefen, può scrivere: "L'arido deserto Omeheke finirà quel che l'esercito tedesco ha cominciato: lo sterminio della nazione Herero.

 

[Traduzione di Ario Libert]

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5 febbraio 2016 5 05 /02 /febbraio /2016 07:00

Heidegger come babbo Natale

Molti heideggeriani di cultura - per distinguerli dagli heideggerianai ideologi a mio parere nazisti o nazistificati - sono costernati e in collera. Il libri di Emmanuel Faye e l'eco che esso incontra provoca un'onda di anti-heideggerismo che alcuni heideggeriani non esitano a mettere in scena come una caccia alle streghe o una persecuzione poliziesca.

Quando scrivo sul blog: Le SS sono i cani del pastore dell'essere, ciò provoca indubbiamente irritazione, indignazione, disprezzo, incomprensione, nausea, inquietudine, disdegno.

Riconosciamo che il posto di un filosofo nella cultura, e nella cultura universitaria - e a anche se la Francia avesse compiuto il suo cammino di poentimento - non è facile da assumere, addirittura da giustificare, non appena sussiste il minimo dubbio che la sua "filosofia" sarebbe in realtà - per l'essenziale? anche?... - uno stratagemma di legittimazione e di introduzione del nazismo.

E anche se Jacques Derrida ha riconosciuto il nazismo di Heidegger, e in una forma che gli è peculiare, molti heideggeriani, a volte detti "di sinistra", sembrano erigere una barriera di protezione verso degli "effetti" che non possono non provocare ciò che Emmanuel Faye chiama: il nazismo di Heidegger soprattutto dell'introduzione del nazismo nella filosofia. E ciò non perché sia impossibile prendere l'Heidegger francese in difetto ideologico nauseabondo che ciò non avrebbe qualcosa a che vedere con la legge. Come rispettare Heidegger se egli non è che un Hermann Göring in filosofia? Come rispettare il pensatore se egli conta sul rispetto, e l'ammirazione, per trasmettere alle giovani generazioni la rara perla del nazismo?...

Non è tuttavia contro coloro che cercano, con le parole adatte, la verità politica di Heidegger che si deve rimproverare la formazione nascente di un'ondata di anti-heideggerismo e di discredito ma a coloro che hanno giudicato bene che, sul mercato delle idee, il "grande pensatore del XX secolo", il "più grande filosofo del XX secolo", la qual cosa sembrava giustificare i loro lavori e dare senso alla loro procedura, meritava che si mantenesse il mito di un Heidegger come "babbo Natale".

La biografia uscita come introduzione di Grammaire et étymologie du mot être è in questo senso tanto inquietante quanto significativa.

Non vedo obiezione, con la presentazione critica che s'impone, di congratularsi dell'esistenza filosofica di testi di Heidegger.

Ma, e allora anche in Germania Heidegger era un autore di fatto emarginato, degli epigoni francesi, di cui alcuni nomi a priori prestigiosi si sono compromessi con il negazionismo, hanno costruito un mito di Heidegger destinato a non turbare la sua immagine di grande pensatore.

Non si può che avere il rimpinato di constatare la complicità tra un Heidegger nazista ma tatticamente dissimulato e un Heidegger commentato a sinistra ma dal nazismo minimizzato e il più accuratamente contenuto nel scivolone del rettorato.

L'impressione molto sgradevole che vi sarebbe potuto essere un calcolo del genere: tanto che si può (fare) credere a babbo Natale approfittiamone!

Credo, in quanto filo-sofo - ma ho già detto perché Heidegger diffidava della filosofia - che dovremmo consentire alla storicità della ricezione di Heidegger.

"L'introduzione del nazismo nella filosofia da parte di Heidegger" è una questione filosofica centrale e non marginale.

Come possiamo trasmettere Heidegger facendo l'economia di dover cercare, senza a priori "negazionista", di "falsificare" la tesi de Emmanuel Faye?

Voglio dire che si deve approfondire la tesi e sviluppare in tutti i suoi aspetti, metodi, mezzi e conseguenze, ciò che ne sarebbe del pensiero di Heidegger "nel caso in cui", effettivamente, essa sarebbe animata dal progetto di introduzione-legittimazione-fondazione della biopolitica di sterminio.

Il quadripartito è davvero una svatica. Basta anche che si possa pensarlo - i seguaci diranno allora che si "calunnia" - per rimproverare fondamentalmente a Heidegger do aver fatto in modo che si possa pensarlo.

E ciò basta.

Dopo Dio Heidegger è morto.

______________________________

 

SUPPLEMENTO

E' tragicomico constatare che alcuni "grandi pensatori" sembrano accordare più importanza a l'eventuale morte di Heidegger che a quella di Dio. Heidegger avrebbe pensato come un Dio di sostituzione?... Ma allora Dio non è ancora abbastanza morto.

Domanda: il miglior modo che avrebbe Dio di morire non sarebbe che tutti gli uomini finiscano con il somigliargli come potenza di infinita bontà e di infinito amore?

 cioè nella negazione delle limitazioni delle "razze" e di ogni territorializzazione di ispirazione völkish?

Ma aspettando la demolizione delle armi si deve riconoscere imperativamente il diritto agli individui, soprattutto associandosi, ad assicurare la loro "sicurezza sociale". Ed eccoci di nuovo con la storia. E con i rischi che costituiscono le giustificazioni della biopolitica di sterminio, sempre pronta a scatenare le passioni maggioritarie contro delle minoranze istituite come pericolo.

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

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17 gennaio 2016 7 17 /01 /gennaio /2016 07:00

Ucraina: un tempio immenso antico di 6.000 anni costruito da una civiltà matriarcale

 

La più antica mega-struttura dell'umanità?

Degli archeologi in Ucraina hanno riportato alla luce un tempio di 6.000 anni, vicino all'antica colonia di Nebelivka, nel Tcherkassy, all'incirca a 160 miglia a sud di Kiev, lavorando in una zona di scavi di 60 x 21 metri, considerata come una delle più antiche mega-strutture nella storia umana.

Una cultura progredita durata 3.000 anni

Il Journale of Neolithic Archaelogy scrive che il sito antico apparteneva alla cultura di Trypillian, durata all'incirca dal 5.400 al 2.700 a.C., e si è estesa dai contrafforti dei Carpazi al mar Nero. La cultura era complessa, beneficava dell'inizio del progresso della metallurgia, della ceramica e dei tessili.

Distrutta dalle invasioni patriarcali ariane?

Secondo il ricercatore Mikhail Videyko (fonte delle fotografie), il tempio aveva probabilmente due piani di altezza, il più grande del suo genere sul sito, e forse il "centro di un piano complesso", probabilmente il "tempio centrale dell'insieme della comunità del villaggio".

Ognuna delle abitazioni Trypilliane sembra essere stata bruciata dopo circa 60-80 anni di occupazione continua, per delle ragioni sconosciute agli attuali ricercatori, compreso il sito del tempio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Comparabile ad altre civiltà neolitiche

 

"Il tempio era un edificio di due piani, in legno e in argilla, circondato da un cortile a gallerie. Cinque stanze si trovano al piano superiore, con degli altari famigliari in argilla al pianoterra", scrive Videyko.

"La sua costruzione ha richiesto il lavoro paragonabile alla costruzione di molte decine di case ordinarie. Il suo piano e alcune funzioni di questa struttura trovano delle analogie con i templi dal V al IV millennio a.C. dei siti in Anatolia e in Mesopotamia".

Benché la struttura principale sembra soprattutto essere consistita in diverse argille, i ricercatori hanno trovato dei segni supplementari di strutture di sostegno in legno.

Un culto della Dea Madre?

La scoperta ha attirato anche l'attenzione perché alcuni esperti pensano che la società Trypilliana era matriarcale, in parte in ragione del grande numero di figurine femminili trovate sui siti degli scavi

 

Una società con dei ruoli di genere

La rivista spiega che la cultura implicava delle "donne capofamiglia, che assicuravano i lavori agricoli e la costruzione della ceramica, dei tessili e degli indumenti. La caccia, l'allevamento degli animali domestici e della fabbricazione degli utensili erano di responsabilità degli uomini".

 

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

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16 settembre 2015 3 16 /09 /settembre /2015 07:00

Cancro: il rimedio dimenticato

 

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Siamo nel 1890 a New York. Il dottor William Coley si gira e rigira nel suo letto. Il giorno precedente, questo giovane chirurgo di 28 anni ha, per la prima volta, visto morire una delle sue pazienti, Elizabeth Dashiell, morta di un cancro alle ossa. E il dottor Coley è sommerso da un senso di colpa e di impotenza.

All'alba, esce di casa. Ma invece di recarsi, come d'abitudine, al New York Cancer Hospital dove lavora, decide di partire per Yale, la grande università che si trova a due ore di treno a nord della città, nello stato vicino del Connecticut. Yale era già, all'epoca, rinomata mondialmente per la sua facoltà di medicina. La biblioteca universitaria coneserva degli archivi che coprono tutte le malattie conosciute sino ad oggi e che descrivono precisamente i casi di milioni di malati.

E' da questo giacimento prodigioso che il dottor Coley ricercherà dei casi di "sarcoma" simili a quell che ha ucciso la sua paziente. Il sarcoma è una specie di cancro. Il dottor Coley spera di trovare dei casi nei quali dei pazienti, colpiti dallo stesso cancro della sua paziente, sarebbero guariti. Perché è convinto che esiste, da qualche parte, un trattamento che avrebbe potuto salvarla.

Per più di due settimane, le sue ricerche sono vane. Sfoglia chili di documentazione polverosa. Ma la conclusione è sempre la stessa: paziente deceduto. Comincia a disperare quando una sera, quando è sul punto di lasciar perdere, fa una stupefacente scoperta.

Guarigione misteriosa

Il dottor Coley ha messo la mano, senza saperlo, su un caso che rivoluzionerà il trattamento del cancro. Scopre infatti il fascicolo medico completo di un uomo il cui sarcoma è misteriosamente scomparso dopo aver contratto una malattia infettiva. Questa malattia, praticamente scomparsa oggi, si chiama erisipela. E' un'infezione della pelle dovuta a un batterio, lo streptococco. Si manifesta con delle grandi placche rosse che possono colpire il volto, ma più spesso le gambe e che si accompagna con delle febbri. Ma non è una malattia grave.

Subito dopo aver contratto l'erisipela, il sarcoma di questo paziente è dunque bruscamente sparito. Il dottor Coley ricercò altri casi simili e ne trovò diversi negli archivi, di cui alcuni risalivano a centinaia di anni: il loro sarcoma era sparito dopo una semplice infezione della pelle!

Convinto che non potesse trattarsi di un caso, il dottor Coley decise di inoculare volontariamente lo streptococco responsabile dell'erisipela a uno dei suoi pazienti colpiti dal cancro alal gola. L'esperimento fu condotto il 3 maggio 1891 su un uomo chiamato signor Zola. Il suo cancro regredì e il suo stato di salute migliorò considerevolmente. Ritrovò la salute e visse otto anni e mezzo di più.

Il dottor Coley creò una mistura di batteri morti, dunque meno pericolosi, chiamata Tossine di Coley. Questa mistura era somministrata per iniezione sino a scatenare la febbre. Si osservò che il rimedio era efficace, compreso nei casi di cancri metastatizzati.

Un giovane di sedici anni salvato dal cancro

Il primo paziente a ricevere le Tossine di Coley fu il giovane John Ficken, un ragazzo di 16 anni colpito da un tumore addominale diffuso. Il 24 gennaio 1893, ricevette la sua prima iniezione, che fu ripetuta successivamente ogni due o tre giorni, direttamente sul tumore. A ogni iniezione, aveva un innalzamento di febbre e il tumore regrediva. Sin dal mese di maggio 1893, ovvero 4 mesi più tardi, il tumore non aveva più che un quinto della sua dimensione originaria. Durante il mese di agosto, non era praticamente più percepibile. John Ficken fu definitivamente guarito dal cancro (morì 26 anni dopo per un infarto).

Come questa scoperta fu stroncata sul nascere

Ma le Tossine di Coley andarono ad urtare contro un temibile "concorrente": lo sviluppo delle macchine a raggi radioattivi (radioterapia), più facilmente industrializzabili.

Coley stesso acquisto due macchine da radioterapia. Ma constatò rapidamente la loro minore efficacia. Per 40 anni, continuo a utilizzare con successo le Tossine di Coley, sino alla sua morte avvenuta il 16 aprile 1936.

Il formidable business della chemioterapia prese in seguito rapidamente slancio per garantire che questo rimedio, molto più semplice, meno pericoloso, e soprattutto meno costoso, cadesse nel dimenticatoio della medicina.

1999: le Tossine di Coley ritornano sulla scena

La storia non si fermò qui, per fortuna. Nel 1999, dei ricercatori aperti di spirito ripresero gli archivi lasciati dal dottor Coley. Essi compararono i suoi risultati con quelli dei trattamenti più moderni contro il cancro e si accorsero che i suoi risultati erano superiori!

"Ciò che Coley faceva per gli ammalati di sarcoma all'epoca era più efficace di quanto facciamo oggi noi per questi stessi ammalati", dichiarò allora Charlie Starnes, ricercatore presso Amgen, una delle prime società di biotecnologia che lavora in Francia con l'Institut National du Cancer.

La metà dei pazienti di Coley colpiti dal sarcoma vivevano dieci anni o più dopo l'inizio del trattamento, contro il 38% con le terapie più recenti. I suoi risultati presso i pazienti malati di cancro dei reni e di cancro alle ovarie erano anch'essi superiori.

Una grande speranza per i pazienti malati di cancro

Oggi, una società americana, MBVax, ha ripreso le ricerche sulle Tossine di Coley.

Benché non abbia ancora condotto gli studi su grande scala necessari alla loro commercializzazione, 70 persone hanno beneficiato di questa terapia tra il 2007 e il 2012.

Gli effetti sono stati così positivi che la grande rivista scientifica Nature ne ha fatto eco nel mese di dicembre 2013 [1].

Le persone che hanno potuto beneficiare di questa terapia non omologata erano colpite da cancri in fase terminale, tra cui melanomi, linfomi, tumori maligni al seno, alla prostata, alle ovarie. E' abitudine infatti negli ospedali di permettere alle persone in situazioni molto difficili di rivolgersi verso terapie innovative, rifiutate agli altri.

Malgrado l'estrema gravità di questi cancri, le Tossine do Coley provocarono una diminuzione dei tumori nel 70% dei casi, e anche una remissione completa nel 20% dei casi, secondo MBVax.

Il problema al quale la compagnia si scontra oggi è che, per condurre i saggi a grande scala che la regolamentazione attuale esige e costruire un'unità di produzione dalle norme europee o nord-americane, i bisogni di finanziamento si calcolano in... centinaia di milioni di dollari.

Ciò che era possibile nel 1890 nel laboratorio di un semplice medico di New York appassionato dalla sua missione è oggi diventato quasi impossibile nel nostro mondo iper-tecnologico e iper... soffocato dai regolamenti.

 

NOTE

[1] DeWeerdt S. Bacteriology: A caring culture. Nature 2013 Dec 19; 504.

 

[Traduzione di Ario Libert]

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31 marzo 2015 2 31 /03 /marzo /2015 16:00

Charles François Dupuis, un genio innovatore misconosciuto della storiografia dell'età dei Lumi.

La parola Dio sembra destinata ad esprimere l'idea della forza universale ed eternamente attiva la quale a tutto imprime il moto nella Natura, seguendo le leggi di un'armonia costante ed ammirevole che si sviluppa nelle diverse forme che prende la materia organizzata, si mescola a tutto, anima tutto e sembra essere una nelle sue modificazioni infinitamente varie, e non appartenente che a se sola. Questa è la forza vera che racchiude in se l'Universo o quella regolare riunione di tutti i corpi che una catena eterna lega fra loro, e che un moto perpetuo ruota maestosamente nel seno dello spazio e del tempo senza limiti...

Questa forza essendo quella del mondo stesso, il mondo fu considerato come Dio o come causa suprema ed universale di tutti gli effetti che esso produce, e dei quali l'uomo fa parte. Ecco il gran Dio, il primo o piuttosto l'unico Dio che si è manifestato all'uomo attraverso il velo della materia che egli anima, e che compone l'immenso corpo della Divinità...

Sebbene questo Dio fosse ovunque, l'uomo lo cercò di preferenza in quelle regioni elevate ove sembra viaggiare l'astro potente e radioso che inonda l'Universo con i torrenti della sua luce, e con la quale opera sulla Terra la più bella come la più benefica azione della divinità.

Credette quindi che sulla volta azzurra, smaltata di fuochi scintillanti, l'Altissimo avesse stabilito il suo trono; che dalla sommità dei cieli reggesse le redini del mondo, dirigesse i movimenti del suo vasto corpo, e contemplasse se stesso nelle forme tanto varie quanto ammirabili sotto le quali egli continuamente si modificava.

Charles François Dupuis [1798]
Compendio dell'origine di tutti i culti, Bastogi, Foggia, 1982.

 

La vita di Charles François Dupuis (Trie-le-Château, 26 ottobre 1742; Is-sur-Tille, 29 settembre 1809) [1], si svolse in una limitata porzione del territorio nazionale francese, cioè Parigi, e fu in sostanza priva di eventi o imprese notevoli. Dupuis incarna, infatti, al pari di tanti altri, la tipica figura dello studioso totalmente immerso nei suoi interessi e studi dei quali fa unico motivo di vita dedicandovisi con devozione totale.

Una grande opportunità che il destino offrì a Dupuis, per conseguire notorietà a livello europeo, fu l'offerta della cattedra di letteratura a Berlino nel 1784 da parte di Condorcet, quando da questa si dimise Dieudonné Thiébault, consulente letterario ed editoriale di Federico II, ma l'improvvisa morte del re filosofo prussiano vanificò questo progetto.

Un'altra importante occasione fu offerta a Dupuis quando egli fu inserito tra i possibili nomi dei membri della spedizione napoleonica in Egitto del 1798. Il futuro imperatore portò con sé nella terra dei faraoni, 150 savants e quasi 2000 tra artisti e tecnici che raccolsero diligentemente un'enorme mole di materiale che confluì nell'imponente opera in 20 volumi Déscription de l'Egypte, base della moderna egittologia. Dupuis però, per motivi che lui stesso non rivela, non ne fece parte.

Un episodio senz'altro curioso della biografia dupuissiana è la costruzione da parte sua, nel 1778, di un telegrafo, strumento che egli ricavò da un'idea di Guillaume Amontons enunciata un secolo prima. Con questo strumento Dupuis comunicava con il suo amico Fortin, che dal villaggio di Bagneux, osservava con un cannocchiale i segnali che Dupuis gli trasmetteva da Belleville, inviandogli il giorno successivo la risposta. I due amici si scrissero in questo modo ogni anno durante la bella stagione sino agli inizi della rivoluzione de 1789, quando Dupuis decise di distruggere il telegrafo, nel timore di rendersi sospetto alle autorità. Invenzione che, invece, fu poi adottata da Claude Chappe e che si rivelò utile molto sui campi di battaglia europei durante le campagne napoleoniche.

Nato in una famiglia modesta, suo padre era maestro in un piccolo villaggio, da giovane Dupuis dovette impegnarsi a fondo per tentare di emergere. Il padre lo istruì soprattutto in geometria pratica. Il giovane Dupuis entrò per fortuna nelle simpatie del duca La Rochefoucauld, discendente del celeberrimo autore delle Massime, e grazie al suo sostegno poté affrontare con una certa tranquillità gli studi presso il collegio di Harcourt in cui eccelse nella lingua latina, riportando molti premi per l'ottimo rendimento negli studi. Un giorno suo padre, volendo fargli visita per congratularsi dei suoi buoni risultati scolastici, annegò per incidente, lasciandolo così tragicamente in maggiori difficoltà.

Data la sua eccellente conoscenza del latino, Dupuis fu incaricato di pronunciare in questa lingua il discorso per la distribuzione dei premi universitari alla presenza del Parlamento, e nel 1780 di tenere l'orazione funebre di Maria Teresa d'Austria a nome dell'Università.

Sempre grazie all'aiuto del duca La Rochefoucauld, Dupuis poté continuare i suoi studi anche all'università frequentando i corsi di filosofia; studiò anche teologia conseguendo la licenza, e a ventiquattro anni insegnava retorica al collegio di Lisieux. Nel 1770 fu deputato al parlamento di Parigi. Abbandonata la carriera ecclesiastica nel 1772, Dupuis si sposò nel 1775 e dal suo matrimonio ebbe tre figli maschi e una femmina che morirono tutti in tenera età.

Membro delle celebre Académie des inscriptionalla vigilia della tempesta rivoluzionaria del 1789, fece parte sin dalla sua costituzione dell'Institut de France, struttura attraverso cui la Repubblica sostituì le accademie reali.

Dupuis fu deputato alla Convenzione dal 1792 al 1795, facendo parte anche del Consiglio dei Cinquecento. Persona schiva e amante dello studio, fu coinvolto, suo malgrado in politica, essendo stato nominato alla Convenzione dal suo Dipartimento di appartenenza, ma l'assassinio del suo antico protettore, il duca La Rochefoucauld, lo indusse a cercare rifugio presso un amico a Evreux.

Di temperamento prudente e conciliante, Dupuis fu infatti uno dei membri più moderati dell'organo legislativo e durante il processo contro Luigi XVI votò per la sua detenzione e anche dopo il verdetto di morte, pronunciato dalla maggioranza dell'assemblea, si impegnò affinché la decisione fosse rinviata.

Durante il Terrore, come membro del Consiglio dei Cinquecento, si impegnò soprattutto sulle questioni della libertà di stampa e delle riforme scolastiche. La cosa notevole, è che riuscì a portare a termine  - in questo che fu uno dei periodi più tormentati della storia europea -, l'opera che lo rese celebre e che al contempo, ironia della sorte, lo condannò all'oblio, e cioè L'Origine de tous les cultes nel 1795.

Planches de l'origine de tous les cultes, ou Religion universelle. Atlas / . Par Dupuis,...

L'amicizia che Dupuis strinse con il celebre astronomo Jérôme de Lalande segnò una svolta nella sua vita intellettuale, dando direzione unitaria a tutte le discipline in cui egli eccelleva. Lalande, da parte sua, promosse in numerosi interventi la pubblicazione dei saggi di Dupuis, come nel 1795 sul giornale Le Moniteur Universel, dove diede notizia dell'uscita della sua opera che lo consegnò alla storia della ricerca storico-scientifica.

Dupuis ebbe modo di illustrare le sue teorie sull'origine astronomica delle religioni sin dal 1779 sul celeberrimo Journal des Savants, in una prima serie di brevi saggi, che poi raccolse in un'opera organica nel 1781 con il titolo Mémoire sur l'origine des Constellations et sur l'esplication de la Fable par l'astronomie [Memoria sull'origine delle Costellazioni e sull'interpretazione del mito con l'astronomia].

Le sue teorie, cui Dupuis dedicherà il resto della vita di ricercatore ad approfondire e corroborare, circoleranno quindi a lungo sotto forma di brevi saggi, ma soprattutto attraverso discussioni e scambi di pareri tra conoscenti interessati all'argomento, come la ricercatrice Claude Retat, docente di letterature antiche all'ENS di Lione ha mirabilmente posto in giusta evidenza in un importante saggio del 1999 [2]. È ovvio che la Rivoluzione del 1789 accelerò in generale processi di analisi, oltre che di azione nei confronti dell'esistente sia a livello culturale sia nei confronti delle istituzioni.

Va ricordato a questo proposito, che la critica alle religioni rivelate, pur affondando le proprie radici in una precedente letteratura molto vasta, andava anche incontro alle esigenze dello spirito del tempo e ancora di più a quelle del governo repubblicano rivoluzionario che, nella sua politica antireligiosa, aveva preso duri provvedimenti nei confronti del clero regolare e agevolato il formarsi di una chiesa nazionale caratterizzata da un clero divenuto in ampia parte, in quanto salariati dallo Stato, dei veri e propri impiegati, prestando giuramento di fedeltà alla nazione e alla legge.

Con l'acutizzarsi della crisi tra lo Stato repubblicano e il clero refrattario alla Costituzione civile, la politica anticlericale si trasformò in una vera e propria scristianizzazione che si caratterizzò attraverso varie modalità, come la riforma del calendario che andò a sostituire quello gregoriano, conseguentemente il computo degli anni a partire dal 22 settembre 1792, considerato il primo giorno della fondazione della Repubblica e quindi anche il primo anno della nuova era  che avrebbe sostituito il computo basato sulla nascita di Cristo; e che è esso stesso un evento astronomico altamente significativo e cioè quello corrispondente all'equinozio d'autunno.

Altri provvedimenti molto diffusi furono la soppressione delle feste religiose e la loro sostituzione con feste civiche legate alla Repubblica, la fusione delle campane o dell'argenteria clericale, la celebrazione di festività legate ai principi della repubblica come la festa della dea Ragione e il culto dell'Ente Supremo.

L'elaborazione della sua più celebre opera, e cioè L'Origine de tout les cultes, ou Religion universelle, si situa quindi proprio nel vivo del quadro storico politico nazionale in cui è urgente dimostrare in termini storici l'esistenza di una religione universale basata sull'uso della ragione e scaturita dall'osservazione empirica, una religione non astratta e metafisica ma che risulta al contrario essere profonda e saggia, una glorificazione della Natura di cui l'umanità e tutto il vivente sono figli. Una religione antica quanto l'uomo quindi, scientifica e umanistica, e perciò rigorosa.

La divinità astratta e separata è così fagocitata dalla natura in modo tale da non esserne più distinguibile; la mentalità arcaica finisce con il parlare la stessa lingua della modernità, e così il panteismo settecentesco incontra nelle profondità dei tempi un analogo atteggiamento mentale improntato a uno spinozismo integrale, privo di fanatismo, tollerante, luminoso, profondamente letterario, addirittura poetico se confrontato alla sensibilità moderna e scientista.

In questa sua opera maggiore, Dupuis rivelava dunque, con lo strumento delle discipline disponibile nella sua epoca e alle quali chiunque poteva attingere, l'esistenza di una tradizione primordiale universale perché naturale, basata sulle facoltà innate dell'uomo e non eccedente da cui limiti conoscitivi, al contrario delle dogmatiche e autoritarie religioni rivelate che svilivano e offendevano l'uomo in quanto di più dignitoso egli potesse possedere: la ragionevolezza, il buon senso, la capacità di discernimento.

Tornando ai contenuti della sua grande opera, edita nell'An III de la République (1795), in data 21 Fruttidoro, corrispondente al 7 settembre del vecchio calendario, essa apparve in due formati, il primo in tre volumi in 4° ed il secondo in dodici volumi in 8°, entrambe le edizioni comprendevano un atlante in 4° contenente il celeberrimo frontespizio, alcune pagine esplicative e 22 tavole illustranti planisferi antichi e reperti archeologici dell'antichità di natura mitologico-astronomica.

In questo ponderoso lavoro Dupuis sviluppava a fondo il sistema su cui studiando e discutendo con i suoi più fidati amici da vent'anni e di cui diede per fortuna un importantissimo compendio nel 1798 [3] che a modo suo gli assicurò una lunga vitalità. È infatti attraverso quest'ultima opera riassuntiva delle sue concezioni che Dupuis poté essere ristampato regolarmente durante tutto il XIX secolo sino ai primi decenni del XX e tradotto nelle principali lingue europee. La fama che lo studioso conservò, grazie al suo compendio, limitò però notevolmente la vastissima portata della sua opera maggiore. Dupuis fu volutamente identificato e relegato come un autore ateo e non, cosa più veritiera, come uno storico comparativista di modelli culturali antichi presentanti analogie significative pur trovandosi separati nel tempo e nello spazio.

La grande scoperta di Dupuis consiste nel fatto che tutte le religioni conosciute avevano a fondamento una concezione cosmologica comune, manifestazione di uno stesso identico sistema di conoscenza, anche se espressa nelle lingue ed immagini peculiari di quelle culture successive che l'avevano manipolata spesso in modo pesante.

Le religioni più recenti che si ritenevano le "definitive" rispetto a tutta una serie di errori e che la stessa divinità aveva rivelato ad alcuni eletti, tipo quella ebraica, cristiana e l'islamica, non erano a livello dottrinale che una deformazione di questa arcaica religione universale espressa attraverso allegorie di natura astronomica molto complesse.

Per molti secoli durante l'antichità greca e latina, molti storici e mitografi, si erano impegnati nel tentativo di risolvere alcune delle maggiori difficoltà interpretative poste dai miti loro trasmessi dalle ere più remote e dar loro una razionalizzazione e sistematizzazione. Durante il Medioevo si ebbe un declino di queste ricerche, se non una loro rimozione per via dell'assoluta egemonia del totalitarismo dogmatico cristiano sull'alta cultura. Con l'Umanesimo e il Rinascimento si verificò per fortuna una loro vigorosa ripresa, e i loro risultati e riscoperte di testi andati perduti per secoli per la cultura occidentale, furono in parte trasmessi all'età moderna.

Dupuis e altri ricercatori di cose antiche, poterono inoltre avvalersi della grande massa di dati che, a partire dalle esplorazioni geografiche e poi con le prime imprese coloniali, si resero disponibili a chi si poneva tali questioni. In Dupuis, infatti, non ritroviamo mai un'affermazione, specialmente se impegnativa, priva di una mole notevole di riferimenti. Anche i testi dei missionari gesuiti in Oriente furono utilizzati per trarre importante materiale a supporto delle sue teorie.

Alla base del suo sistema, quindi, troviamo implicita l'ipotesi dell'esistenza di una civiltà mondiale caratterizzata da un corpo di dottrine molto omogeneo che si esprimeva attraverso immagini di natura cosmologica, in cui misticismo e scienza erano fuse in figure allegoriche in una narrazione molto articolata. Il sorgere e il tramontare delle stelle, le loro relazioni con la luna e i pianeti conosciuti (stelle mobili), i rapporti delle costellazioni zodiacali con le costellazioni che tramontano o sorgono con esse (paranatellonta), il procedere annuale del sole tra le costellazioni dello zodiaco: tutto ciò, reso non attraverso una pura e semplice descrizione oggettiva, come nella geografia astronomica, ma sotto forma di drammatizzazione e personificazione dei corpi celesti, pianeti, sole, luna e costellazioni varie, è la radice prima di ogni religione avente la natura come oggetto di culto e una concezione profondamente panteistica su base astronomica.

La ciclicità in questa concezione arcaica è fatta allora segno di perfezione e immagine dell'eternità, tutto muore per poi rinascere. La stessa dottrina della metempsicosi, la più antica e universale forma di credenza religiosa dell'umanità risiede in essa e così l'ilozoismo, la concezione che la natura sia un'entità vivente, una grande madre in cui tutto ciò che esiste è vivo.

cristo-soleQueste narrazioni simboliche, modellate sul sapere cosmologico arcaico, trasmesse e perfezionate nel corso dei millenni da una cultura all'altra, sono esattamente quanto non potremmo meglio definire come "esoterismo", in quanto attraverso esse tutto quanto di sacro e sensato coinvolgeva l'uomo, la società e l'umanità era perfettamente sintetizzato, ogni cosa si armonizzava con l'altra, soprattutto il microcosmo e il macrocosmo.

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Queste concezioni erano tenute segrete e trasmesse iniziaticamente da scuole di pensiero antiche quanto l'umanità stessa. La deformazione di questo complesso di dottrine ad opera delle religioni più recenti non rappresenterebbero altro, quindi, che uno snaturamento assoluto di questa remotissima sapienza arcaica elaborata in un arco temporale dell'ordine delle decine di migliaia di anni.

Questa dottrina profonda e totale, in quanto in grado di comprendere e riflettersi in una pluralità di discipline poi note come scienza, religione, astrologia, alchimia, magia, poesia, architettura, pittura, scultura, ecc., è quanto di più prezioso le culture remote trasmisero a quelle posteriori che purtroppo non seppero sempre preservarla nella sua integrità e portata, finché non si giunse a una loro completa incomprensione già nell'antichità e con ciò all'esigenza di una loro interpretazione alla luce del poco sapere posseduto, e ciò continua ancora ai nostri tempi, anche se molti progressi negli ultimi secoli sono stati indubbiamenti conseguiti.

Dupuis attribuisce giustamente un'importanza fondamentale ai due principi di luce e tenebra che nel pensiero arcaico devono aver svolto un ruolo centrale. La totalità dell'essere, la Natura cioè, l'universo-dio come lo chiama Dupuis, era la sede di un immane dramma cosmico in cui la vita e la morte tentavano di prendere il sopravvento senza mai riuscirvi del tutto. L'alternarsi del giorno e della notte e delle stagioni ne erano prove concrete e l'attesa del ritorno dell'astro ogni giorno o della primavera dopo la quasi morte invernale, così come il ripetersi di altri cicli astronomici maggiori, era vissuta sempre con apprensione e gioia dalle culture arcaiche.

Da qui la grande attenzione nei confronti della natura, intesa come abito vivente della divinità. L'osservazione del cielo, della volta celeste cioè, nell'attesa che la rinascita della vita nel mondo si verificasse, divenne la scienza suprema, l'arte regale, che tenne perennemente impegnati coloro che si occupavano a officiare i riti dei culti profondamente radicati nella natura e volti a celebrarla e attraverso essa l'intera umanità che non poteva non esserne una parte significativa, insieme a tante altre e ritenute quindi non meno importanti.

Soprattutto gli aspetti direttamente connessi con la rinascita delle messi e della nuova vita

 

 

 

[segue]

 

 

 

 

NOTE

[1] I dati biografici concernenti Dupuis sono stati tratti tratti dalle seguenti opere: Introduzione all'edizione del 1822 in 7 volumi in ottavo di Origine de tous les cultes, edita dalla Librairie Historique di Emile Babeuf, di Pierre-René Anguis; la voce Dupuis (Charles-François) tratta da Les Hommes illustres du département de l'Oise, di Charles Brainne, 1858, Imprimerie d'Achille Desjardin; la voce Dupuis tratta dalla Biographie universelle di Michaud, 1855, vol. 12, edita da Cher Madame C. Desplaces; Histoire de la littérature française, di Fréderic Godefroy, 1879, volume 6, edito dalla Librairie Catholique.

[2] Vedere il saggio di Claude Retat, Lumières et Ténèbre du Citoyen Dupuis. I membri più noti di questo circolo, oltre Dupuis e Lalande, furono l'abate Leblond, uomo che funse da tramite tra i molti componenti della critica tardo illuminista della religione e le istituzioni politiche del regime rivoluzionario; François Chasseboeuf Volney, autore del celebre Les Ruines. Méditations sur les révolutions des empires [Le rovine. Meditazioni sulle rivoluzioni degli imperi]; François  Henri Stanislas Delaulnaye, autore di quello che Claude Retat definisce "un  grande naufragio intellettuale" e cioè l'ambizioso e concorrenziale (nei confronti di Dupuis) progetto di scrivere un'opera intitolata Histoire générale et particulaire des religions et du culte de tous les peuples du monde [Storia generale e particolare delle religioni e del culto di tutti i popoli del mondo], che doveva articolarsi in 12 volumi in 4°, ma di cui non uscirono che un prospetto e fascicoli per un totale di poche centinaia di pagine. Delaulnaye scrisse anche Mémoire sur la Franc-Maçonnerie [Memoria sulla Libera Massoneria], del 1806, e Thuilleur des trente-trois degrés de l'Éscossisme [Tegolatore dei trentatré gradi dello scozzezismo], edito nel 1813; Alexandre Lenoir, autore di La Franche-Maçonnerie rendue à sa véritable  origine [La Libera-Muratoria restituita alla sua vera origine], 1814 e anche Nicolas de Bonneville, autore di De l'esprit des religions [Sullo spirito delle religioni], edit nell'an 4 de la liberté (1792), e anche Les Jésuites chassés de la maçonnerie, et leur poignard brisé par le maçons [I Gesuiti cacciati dalla massoneria e il loro pugnale spezzato dai massoni], del 1788.

[3] Dupuis, Compendio dell'origine di tutti i culti

 

 

 

 

 

Ricercatori soppressi. Massimo Cardellini, Charles-François Dupuis, un genio innovatore misconosciuto dell'età del Lumi; (Introduzione di "Memoria interpretativa dello Zodiaco cronologico e mitologico", 1806.

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