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3 aprile 2012 2 03 /04 /aprile /2012 07:00

Presentiamo un significativo frammento di un'opera assolutamente inedita in Italia e di grandissimo interesse in relazione al sapere arcaico più remoto e più noto genericamente con il nome nebuloso di esoterismo. Si tratta di La Franche-Maçonnerie rendue à sa veritable origine [La frammassoneria restituita alla sua vera origine] di Alexandre Lenoir, un ricercatore vicino alla cerchia di Charles François Dupuis e che ha magnificamente applicato le idee del suo maestro, e cioè il culto della natura e quello degli astri come più remota e universale forma religiosa in assoluto, alla ricerca storica sull'antichità più remota della sua epoca: l'antico Egitto.

 

La frammassoneria restituita alla sua vera origine

 

o antichità della frammassoneria provata attraverso la spiegazione dei misteri antichi e moderni 

 

Lenoir Frontespizio
Frontespizio tratto dall'opera di Alexandre Lenoir La Frammassoneria restituita alla sua vera origine, del 1814. Da notare la sua assoluta somiglianza con quello dello opera du Dupuis L'Origine de tous les cultes.

Descrizione del Frontespizio o della prima Incisione

 

La descrizione che stiamo per effettuare della prima incisione o del frontespizio, può in qualche modo considerarsi come la Prefazione del lavoro dal momento che i simboli che vi sono disegnati appartengono a tutte le religioni e ci offrono un piccolo accenno ai misteri che dobbiamo descrivere.

 

 I.

 

La religione degli Egiziani è espressa 1°, dal toro sacro o bue Api, posto su di un piedistallo recante sulla fronte il disco della luna, l’immagine di Io o di Iside. 2°, Presso Osiride-bue, si vede il Nilo raffigurato come un vegliardo semi sdraiato che regge in mano un’urna che egli rovescia e nell’altra un corno dell’abbondanza. Il vegliardo, nell'atteggiamento dell’Acquario celeste è l’immagine della piena del fiume-dio, si appoggia sulla celebre sfinge di Tebe, donna e leone ad un tempo, quest'animale è l’espressione enigmatica della posizione che il sole assume nello zodiaco immediatamente dopo il solstizio estivo e precisamente allorquando il Nilo gonfia la sue acque e le versa sulle terre circostanti. 3°, Dietro queste figure emblematiche si vede la grande piramide la cui base appoggiata al centro della terra e la cima che si eleva nei cieli serviva al tempo stesso da piedistallo e da tomba ad Osiride. Questo monumento celebre da sempre attesterà eternamente la scienza degli Egiziani; la sua forma, la sua proporzione e soprattutto il modo in cui è orientata si accordano perfettamente con il movimento del sole e della luna come vedremo in seguito. Infine, non si può dubitare che le figure emblematiche della religione degli Egiziani che figurano qui non siano un’immagine della fecondità e della prosperità dell’Egitto di cui il sole ed il Nilo erano le vere cause prime.

 

bsb00001269_00060.jpgSistema iero-astronomico, fisico e astrologico dei popoli antichi con tutti i suoi sviluppi. 

 

 II.

 

In primo piano sulla tavola si vede un bassorilievo [1], tutti gli emblemi del culto di Mitra. 

Il dio Mitra, immagine del sole, era la grande divinità dei Persiani. Questo dio, come lo si può vedere nell’incisione, monta il toro celeste distrutto dallo scorpione che gli divora le parti genitali. Questa tavola emblematica è l’immagine del sole che copre il toro con i suoi raggi il primo giorno di primavera e che distrugge questo stesso toro allorché all’equinozio d’autunno appare, nel segno dello scorpione, designato dagli antichi mitologi come un simbolo di morte e di distruzione. 

Mitra è un dio simile a Osiride, Bacco, Attis e Adone. I misteri di ognuna di queste divinità sono relativi al trionfo o alla caduta della luce. Mitra è re della città del sole e gli si dava il titolo Dominus Sol, come lo si dava a Osiride, a Attis e ad Adone. La nascita, la morte e la resurrezione del dio sono solennemente celebrate nei suoi misteri come lo sono negli altri. 

I Persiani celebravano la nascita del loro dio Mitra in un giorno sacro fissandone la data al 25 dicembre, al momento in cui vedevano apparire, a mezzanotte, la costellazione della Vergine che apriva l’anno dando nascita al sole il quale appariva infatti come un bambino che si appoggia al seno della madre. 

La religione mitraica così famosa in Persia, in Armenia ed in Cappadocia ammetteva dei sacramenti ed i membri della setta ne portavano il segno sulla fronte; aveva le sue vergini, i suoi martiri, ecc. Infine, considero questo monumento che potrei descrivere se esso non lo fosse già stato fatto perfettamente dagli studiosi che l’hanno pubblicato prima di me, come una rappresentazione degli equinozi di primavera e di autunno designati con due candelabri da cui uno, che si trova ad essere in piedi, scaturisce della luce; mentre l’altro, semispento, è rovesciato. Così come anche da due alberi, di cui uno è carico di foglie e frutti e l’altro del tutto spoglio. Evidenzieremo anche che questa espressione è ripetuta nel riquadro della parte sinistra del monumento da due uomini, uno giovane che regge un candelabro acceso e l’altro vecchio, barbuto e decrepito che rovescia e spegne quello retto da lui. Sulla parte superiore del monumento che forma una specie di pannello si vede l’immagine rappresentata da sette altari accesi. Il genio del fuoco, posto nel mezzo degli altari sembra proteggere il fuoco sacro da cui essi sono arsi. A Sinistra ed all’estremità del pannello per caratterizzare la primavera il dio Mitra è stato scolpito in un carro trainato da quattro cavalli i cui sguardi si dirigono verso i quattro punti cardinali del cielo, all’altra estremità è stato figurato l’autunno con lo stesso dio posto ancora in un carro trainato soltanto da due cavalli spossati dalla fatica. Questa scultura, secondo la mia opinione, è una pittura geroglifica dell’anno ma che ritrae in particolare l’antica e celebre dottrina dei due principi, l’uno buono e l’altro malvagio o la divisione della natura in un’era di bene e di male, di generazione e di distruzione, di luce e di tenebre di cui si fissavano i limiti ai due equinozi.

 

bsb00001269_00072.jpgPlanisfero iconologico dei segni e dei loro decani.

 

 III.

 

La religione degli Ebrei è espressa dal sommo sacerdote Aaron posto in piedi presso l’altare dei sacrifici e vestito con gli abiti sacerdotali; egli regge con la mano sinistra il candelabro a sette braccia; il suo petto è coperto dal razionale e la sua veste ornata da trecentosessantacinque piccoli sonagli d’oro.

Il razionale del sommo sacerdote degli Ebrei è decorato da dodici pietre preziose, divise a tre a tre come le stagioni e come i segni dello zodiaco che esse rappresentano. Il candelabro, munito di sette candele accese è l’immagine dei sette pianeti così come i sonagli della sua veste sono quella dei trecentosessantacinque giorni dell’anno. L’animale posto in piedi su di un piedistallo presso il candelabro è il vitello d’oro che fu oggetto del culto degli Ebrei ed in seguito abbattuto da Mosè.

Il vitello d’oro, immagine del Toro celeste sullo sfondo, era la stessa divinità che gli Egiziani adoravano con il nome di Api e di Mnevis.

 

bsb00001269_00100.jpgLa dea mirionima, Iside, o la personificazione della Natura.

 

 IV.

 

Accanto al vitello d’oro degli Israeliti si noterà il Giove Ammone dei Greci rappresentato seduto sopra un cubo decorato sulla sua superficie dalla pianta silfio, con la folgore in mano e recante sulla sua fronte le corna del celebre ariete che indicò a Bacco la sorgente d’acqua viva con cui dovette estinguere la sete ardente da cui fu divorato attraversando i deserti dell’Arabia. 

Giove, sotto forma di un ariete, era simbolo della luce celeste o del sole. Gli adoratori del sole, teologicamente parlando, consideravano questo astro all’equinozio di primavera come la salvezza del mondo, il riparatore dei mali dell’inverno, dei giorni corti, o piuttosto delle tenebre. Diedero al loro dio benefattore la forma del segno celeste in cui si mostrava vincitore sui segni inferiori con la sua apparizione in quello che fissava l’equinozio di primavera ed in cui sembrava rivivere per cominciare un nuovo percorso e proseguire, segno per segno, sino all’equinozio d’autunno.

Gli Egiziani dettero il nome Ammone ad Osiride, che raffigurarono con un ariete così come lo avevano rappresentato come toro con il nome di Api. In effetti Luciano ha affermato nel suo Trattato astrologico: L’ariete consacrato nel tempio di Ammone, ed il bue in quelli di Memphis, rappresentavano l’ariete ed il toro celesti al cui aspetto ed alla cui influenza questi sacri animali erano sottoposti.

Così Ammone, o Giove sotto la figura di Ariete, erano considerati come vincitori delle tenebre o del male. Secondo Marziano Capella, Giove aveva a Creta non soltanto una tomba ma anche una celebre iniziazione in cui la principale cerimonia consisteva nel vestire l’iniziato con la pelle di un agnello nero, durante i misteri della notte.

bsb00001269_00152.jpgProcessione in onore della dea Iside.

 

V.

 

La religione cristiana è espressa con l’apparizione della Santa Vergine e del Bambino Gesù, che appaiono su nuvole luminose. Questo piccolo bambino sembra identificarsi con il sole e slanciarsi nei cieli per rigenerare la natura. Ai piedi del Salvatore del mondo vediamo l’agnello riparatore disteso sul libro della destino o dei sette sigilli. Questo agnello, protagonista dell’Apocalisse, è il simbolo di un dio di giustizia che illumina ogni uomo venuto al mondo, come dice san Giovanni. È immolato in mezzo ai quattro animali simbolici, leone, toro, uomo aquila di cui si è fatto il suo corteo e che sono posti ai quattro punti cardinali del cielo.

L’agnello dei misteri, che si deve immolare in Giudea ogni anno in onore di un dio di bontà salvatore del mondo ed il cui sangue colorava le case per tutta la durata della festa di Pasqua, presso i Persiani era un simbolo dell’ariete delle costellazioni in cui il sole trionfava sulle tenebre e fissava l’equinozio di primavera.

Infine, seguendo l’Apocalisse, è l’agnello trionfatore del serpente che chiamiamo Diavolo o Satana che seduce il mondo intero e insidia la donna alata recante nelle sue braccia un bambino che deve regnare sull’universo. (Il serpente distruttore è posto sotto i piedi della Vergine, guardate l’incisione).

In secondo piano vediamo elevarsi il cero paschal, altro emblema della luce nuova o del trionfo della luce sulle tenebre. In effetti, questo cero simbolico si innalza e si accende nei templi il giorno stesso in cui Gesù Cristo, dopo aver salvato il genere umano attraverso lo spargimento del suo sangue, si slancia al si sopra della notte delle tombe e si spande sulla terra raggiante di gloria e di maestà. Quel giorno, i preti si vestono di bianco e gli iniziati rinnovano i loro indumenti sacri.

bsb00001269_00166.jpgIside, divinità egiziana.

 

VI.

 

Il culto dei Romani è qui raffigurato con il fuoco sacro trasportato dalle vestali (vedere il gruppo disegnato al di sopra del monumento di Mitra). Non si può dubitare che i Romani abbiano reso un culto al fuoco, alla luce, al sole sappiamo che i misteri di Iside, quelli di Cerere ed anche quelli di Mitra, furono introdotti presso loro.

I Romani invocavano la dea Vesta che si faceva nascere da Crono e da Rea per la conservazione delle loro dimore perché credevano che avesse inventato la costruzione delle case. Questa dea presidiava al fuoco, era adorata presso ogni focolare ed ogni altare; è per questo che la si rappresentava recante con una patera in mano e nella posizione di spandere l’incenso o di versare il sacro liquido sul sacrificio offerto agli dei. Non parlerò affatto del fuoco sacro, che si accendeva in suo onore nel tempio che gli era consacrato; non dirò nulla anche delle vergini sotto il nome di Vestali, incaricate di conservarlo giorno e notte e delle dure pene inflitte loro se a causa di un incidente o per qualunque altro motivo, questo fuoco, immagine del sole sempre splendente, si fosse spento; la storia di queste giovani donne votate al celibato è nota a sufficienza; avrò occasione di parlare del fuoco sacro quando tratterò degli elementi e dei misteri.

bsb00001269_00174.jpgImmagine di Iside dipinta sul telo di una mummia.

 

VII.

 

Il culto primitivo, o quello del toro, si è allargato su tutta la faccia del globo e se ritrovano tracce dall’estremo Oriente  sino alle regioni più remote del Nord. Il toro è una grande divinità del Giappone e si rappresentava il caos sotto l’emblema di un uovo sui cui si slanciava un toro furioso spezzandolo con le corna e da cui scaturiva il mondo, così come è raffigurato sull’incisione dal lato opposto al monumento a Mitra.

bsb00001269_00180.jpgDivinità egiziane e greche. 1: Annubi, 2: Tifone, 3: Ecate, 4: Marte. 

 

VIII.

 

La religione di Maometto è designata in questa tavola con il ritratto del profeta che si è rappresentato in piedi sul davanti della scena recante in una mano il Corano che egli presenta alle nazioni e nell’altra una spada per esprimere che è piuttosto attraverso che attraverso la ragione che egli vuole fondare il suo impero. La distruzione dei libri scritti, la devastazione dei monumenti artistici, esercitata da questi settari ignoranti, sono entrambe molto ingegnosamente espresse da una statua spezzata e dai manoscritti che il pontefice-re schiaccia sotto i propri piedi.

bsb00001269_00192.jpgDivinità egiziane: Osiride, Horus, Serapide.

 

 

Considerazioni generali 

La natura è stata oggetto dell’adorazione dei primi abitanti della terra. I miti antichi non sono in principio che un’immagine dei fenomeni della natura come le divinità che ne sono l’oggetto non sono esse stesse che la rappresentazione degli astri che si muovono nello spazio immenso dei cieli.

Il sole e la luna, capi supremi degli altri astri, sono stati divinizzati dai Magi. Si dette loro il titolo di Re e di Regina del cielo, ed in questa qualità detenevano la direzione delle altre divinità. Si è dunque fatto del Dio-sole un essere vivente, capo della natura. Lo si fa scendere dall’alto dei cieli, un regolatore, un amministratore o un condottiero dei popoli soggetto come tutti gli uomini alle vicissitudini della vita. Le figure astronomiche o piuttosto le costellazioni che egli visita nella suo cammino celeste poste in azione sotto figura di uomini o di animali utilizzati come episodi nelle narrazioni mitologiche, sono considerati dagli inventori dei miti come i motivi di tanti lavori straordinari a cui assoggettano gli eroi o come i soggetti di altrettanti avvenimenti che sembrerebbero successivamente attraversare la felicità o fare trionfare il sole diventato uomo che malgrado ciò deve morire, discendere agli inferi e resuscitare per risalire ai cieli o ricominciare una nuovo percorso.

Di conseguenza, si saprà ben presto quel che si deve generalmente intendere con Osiride e Horus, con Api bue, Anubi cane, di cui si è fatto l’assistente ed il fedele compagno di Osiride. Vedremo perché Mercurio ci viene rappresentato come il dio dell’eloquenza o come quello dei commerci e dei ladri. Si imparerà perché gli Egiziani chiamavano indistintamente Osiride, Re del cielo; Adonai, nome che si è trasformato in Adon-Hiram, che significa Signore grande. Per lo stesso motivo, si conoscerà la forma degli dei dell’India Shiva, Brahma, Poulear, così come le diverse incarnazioni di Visnu, e le funzioni particolari delle dee Parvadi, Lakshmi e Quischena.

Spiegherò anche perché Giove, Esculapio, Plutone ed il re Hiram non sono che un’immagine dell’astro che ci illumina; perché Giove possiede volto e corna di un ariete; perché sotto forma di toro rapisce la bella Europa e perché accarezza la figlia di Tindaro sotto quella di un cigno. Si apprenderà ancora perché il Bacco Toroceros, o dalle corna di toro, dei Greci guida sette donne per mano: perché si rappresenta questo dio anziano e barbuto; perché la dea dell’amore, sotto il nome di Venere, è a volte rappresentata con una lunga barba e con l’elmo in testa, la lancia in pugno e combattente come Minerva; perché infine la si dipinge bianca o nera e sotto forma di un pesce.

Si è rappresentata la fecondità che il sole comunica alla natura in primavera con il dio Priapo che si fa nascere da Adone e Venere. Si attribuiva al dio Priapo la figura degli animali celesti con cui il sole era in congiunzione quando fecondava la natura e si aggiungeva alla sua immagine tutti i caratteri della generazione e le parti sessuali di dimensioni gigantesche per esprimere la forza feconda che riversa sulla terra sia negli animali sia nei vegetali. La terra in amore in primavera, dice Virgilio, richiede il seme che deve fecondarla, è per questa ragione che si poneva un tempo delle statue del dio Priapo nei giardini.

Lasciamo un momento gli dei, sospendiamo le nostre idee mitologiche, richiamiamo quanto ci è stato rivelato allorché trasportati con il pensiero negli immensi sepolcri dei re di Egitto errammo nei sotterranei di Memphis in cui Seti stesso ricevette i primi rudimenti della saggezza e dell’arte di regnare prima di salire sul trono dei suoi padri.

"Armato soltanto del mio coraggio e di una lampada mi trovavo solo sotto una volta immensa unicamente decorata di caratteri emblematici; di nicchie quadrate, senza un numero preciso ma disegnato regolarmente in cui vedevo al tenue bagliore proveniente dalla mia lampada delle statue colossali in basalto ed in granito che giudicavo essere stati ricavati da una sola massa in cui le braccia e le gambe raccolte sul corpo dava loro la postura di semplici mummie e che tuttavia erano sedute su dei tumuli cubici in attesa della resurrezione o della vita eterna [2].

"Lì ero isolato dall’intera natura. Pensieroso e riflettendo all’antico splendore della terra sotto ai miei piedi vidi per prima cosa all’entrata di una lunga galleria divisa in numerosi colonnati l’antro di Mitra, l’immagine simbolica del mondo celeste e terrestre. Notai in seguito le iscrizioni sentenziose dei misteri della grande dea Iside e la prima che si offrì al mi sguardo scolpita su di una porzione di basalto nero era così concepita, secondo la traduzione che si aveva avuto premura di scrivere in basso: Chiunque intraprenderà questa strada solo e senza guardare dietro di sé sarà purificato dal fuoco, dall’acqua e dall’aria; e se può vincere la paura della morte uscirà dal seno della terra, rivedrà la luce ed avrà diritto di preparare la propria anima alla rivelazione dei misteri della grande dea Iside.

"Più avanti trovai il modello del vulcano usato per la prova del fuoco; poi attraversai a piedi il canale in cui l’aspirante doveva gettarsi a nuoto prima di arrivare alla porta del tempio dove a oriente, cioè al trono della felicità o alla sede della luce poiché l’iniziato al momento della sua ricezione vedeva le luci divine. Vidi gli strumenti necessari alle iniziazioni come la griglia di ferro, la celebre ruota a cui l’iniziato si trovava improvvisamente sospeso e girava diverse volte. Vidi anche gli idoli degli dei e generalmente tutto quanto serviva all’augusta cerimonia dei misteri. Questi diversi oggetti gettati ala rinfusa riportarono presto il mio pensiero al di là dei calcoli ricevuti sull’origine del mondo e non potei impedirmi di riflettere un momento sul destino degli imperi come sulle vicissitudini umane. Malgrado ciò le lezioni ricevute nelle logge massoniche mi furono di grande aiuto, ne trassi grande vantaggio per quanto mi si offriva allo sguardo ed ebbi presto l’intima convinzione che la Frammassoneria fosse un’iniziazione dei grandi misteri che si insegnava al collegio di Memphis.

"Proseguendo mi ritrovai nella celebre cripta in cui gli Egiziani avevano deposto le spoglie mortali del faraone. Un gran numero di sarcofagi, una volta immensa ancora vergine e non profanata apparvero ai miei occhi. La volta, del tutto stellata, mi presentò uno zodiaco ben disegnato che mostrava il solstizio d’estate sotto il segno del capricorno. Questa pittura del cielo mi dette la misura della scienza degli Egiziani, mi fece conoscere la grande antichità di questa grande ed illustre nazione che, da questa posizione astronomica si può riportare a quasi dodicimila anni ammettendo il sistema della precessione degli equinozi.

"Le mura di questa camera funeraria erano decorate con dipinti emblematici. Il primo rappresentava il trionfo della luce sulle tenebre, espresso attraverso un combattimento tra degli uomini rossi e degli uomini neri. I primi, vincitori dei secondi, sono rappresentati nell’atto di tagliar loro la testa. È in tal modo che gli Egiziani fanno di Horus vincitore di Tifone ed è sempre così che si vede presso i Greci Giove schiacciare i Titani con la sua potente mano. L’altro dipinto mi sembrò aver avuto come scopo la rappresentazione del trionfo di Sesostris sugli Indiani, ma l’eroe, rappresentato giovane nel suo carro trionfale, accompagnato dal toro (boeuf) Api e dalle altre divinità tutelari dell’Egitto mi fecero ben presto conoscere un nuovo trionfo del sole allorché questo astro, il primo giorno di primavera, vincitore delle tenebre, riportava la gioia sulla terra e appariva nei templi sotto forma della perfetta bellezza e sotto il nome di Osiride. L’eroe è vincitore, perché si contano davanti a lui le mani abbattute dei suoi nemici per esprimere il numero di giorni che trascorsero durante l’assenza del sole sulla terra. Questi dipinti sono dunque una rappresentazione del trionfo della vita sulla morte e un simbolo di resurrezione; caratteri singolarmente espressivi dell’opinione degli Egiziani sull’immortalità dell’anima [3]. Delle donne inginocchiate, munite di arpe d’oro di segno elegante e di uno stile severo si stagliavano sul fondo della cripta. Dal loro portamento, dai loro occhi animati, dall’apertura della loro bocca come dalla forma delle loro labbra, valutai che erano il dipinto di un concerto organizzato secondo le usanze del paese. (Consultate la grande opera della commissione d’Egitto).

Esaminai questi capolavori dell’arte e della scienza con un’attenzione particolare, li studiai e nella mia ammirazione, ispirato io stesso dallo spirito filosofico degli antichi Magi, i miei occhi si aprirono in mezzo ai monumenti delle arti che i secoli di Sesostri, di Mendes e di Ramses avevano fatto nascere, e con una sfera in mano, riconobbi presto che i geroglifici o la scrittura sacra degli Egiziani, così come le loro figure emblematiche, non erano che un dipinto misterioso delle rivoluzioni celesti o dei differenti aspetti dei pianeti a cui si attribuiva il potere di governare il mondo".

bsb00001269_00287.jpgProve attraverso i quattro elementi.

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

NOTE

 
[1] Questo monumento in marmo risulta essere di grande antichità, lo si trova anche nell’opera di Hyde, in quella di de la Torré, vescovo di Adrin, in Kircher ed in Montfaucon.
[2] Gli Egiziani credevano nell’immortalità dell’anima e alla resurrezione dei corpi.
[3] Quel che c’è di notevole in questo dipinto geroglifico, è che era d’uso presso alcuni popoli dell’antichità, privare i prigionieri di guerra delle loro mani e delle parti genitali. Questo monumento sarebbe dunque una prova che gli usi così come i fatti storici degli antichi ci sarebbero pervenuti attraverso il connubio che si sarebbe operato degli uni e degli altri con l’astronomia per presentarli all’uomo sotto forma di dottrina a cui devono essere sottomessi. È così che la maggior parte dei simboli dell’antichità sono scambiati per fatti storici allorché non sono altro che delle allegorie.

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