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31 maggio 2013 5 31 /05 /maggio /2013 07:00
Sahara neoliticosahara01.jpg


L'Australopiteco sapeva molte cose, l'Uomo ha saputo che sapeva e quest'uomo moderno, in piena fase di conquista, ha avuto, ancor più dei suoi predecessori, voglia di far sapere che sapeva di sapere. E sono centinaia di migliaia  di documenti incisi o dipinti che di colpo sorgono dal tempo sotto i nostri occhi meravigliati che ci attestano che i nostri antenati non erano stupidi... diceva Yves Coppens.

 

Grande Atlante del continente africano - Editions Jeune Afrique, 1973


sahara02.jpg"Quando le piogge rendevano verde il Sahara durante il neolitico, i suoi occupanti sono ampiamente avanti sul resto del mondo in campo tecnico (allevamento, ceramica) ma anche artistico producendo dei capolavori considerarti tra i più belli dell'umanità. Questa popolazione sahariana è composta da una moltitudine di gruppi umani, provenienti da migrazioni successive, Neri, Bianchi, Meticci, tutti differenti ma uniti in una stessa civiltà bovidiana che possiamo considerare come l'origine dell'Africa attuale.

 

Un viaggio nel Sahara è l'occasione di un vero ritorno alle fonti culturali dell'Africa e permette di meditare sulla coesistenza di etnie, di lingue e di religioni diverse".


Il Neolitico


 sahara03.jpgIl Neolitico può essere considerato come l'apoteosi nell'evoluzione delle società preistoriche dopo dopo 2-3 mioni di anni in cui il genere Homo ha dovuto acquisire la bipedia e la tecnologia della pietra, la parola ed il fuoco. Nel suo cammino, ha scoperto la coscienza e l'angoscia della morte, creato i suoi primi miti e le sue prime religioni. Il Neolitico assiste all'accelerazione di tutti questi processi che conducono al progresso. Partita da una società di caccia, l'umanità evolve verso la sicurezza della produzione.

 

Il periodo del Neolitico in Africa è conosciuto soprattutto dalla fonte documentaria incomparabile che è l'arte rupestre. Il Sahara è il più vasto museo a cielo aperto del mondo. Quest'arte rupestre non corrisponde ad un breve periodo di attività. Si estende per un lungo periodo durante il quale non ha smesso di evolversi.

 


sahara04.jpgsahara05.jpgIn una cronologia diventata classica si considerano come periodi arcaici, bubalino e teste rotonde, contemporanee di cacciatori che braccavano la grande fauna selvaggia soprattutto il grande bufalo (datazione situata nel grande periodo umido anteriore al 7.500 BP, seguiti da un periodo pastorale in cui regnavano i bovidi (tra 7000 e 4500 BP) poi seguono due periodi appartenenti alla protostoria: il periodo caballino che vede l'introduzione del cavallo ed i famosi Garamanti (tra 3500 e 2000 BP) e infine il periodo camellino quando fa la sua apparizione il dromedario. Questi animali danno dei reperti ecoclimatici e socioculturali.


sahara06.jpgDagli  anni 80 del XX secolo dei ricercatori come A. Muzzolini o J. L. Le Quellec propongono una cronologia più corta in cui i periodi Bubalino e pastorale non sono nei fatti  che delle divisioni di un vasto insieme raggruppante degli stili differenti. Essi si appoggiano su un argomento di valore: la presenza di buoi domestici in tutti questi stili, e di conseguenza un ringiovanimento dell'arte rupestre il cui inizio è stimato dopo l'arido semi-olocenico 7500-7000 DP (dal presente).

 sahara07.jpgQuesta cronologia ha il merito di ergersi contro il pregiudizio di un evoluzionismo culturale lineare che vede succedere lo stadio dei cacciatori, quello degli allevatori ed infine degli agricoltori e in cui il cacciatore è sempre considerato come un primitivo ed un selvaggio associato ad una mentalità arcaica. Al contrario per l'etnologo Marshall Sahlins, il paleolitico era l'età dell'abbondanza, i nostri antenati cacciatori non dedicavano che alcune ore alla cacia, si procuravano facilmente del nutrimento  poiché non erano numerosi. È il mito del paradiso terrestre che è rimasto in tutte le religioni.

 

Le cose non sono così semplici e le separazioni tra i periodi non così evidenti. I cacciatori-raccoglitori hanno coabitato con i pastori per lunghi periodi. Nell'Africa subsahariana l'idea di successione deve essere sostituita con quella di coesistenza. Appena cinquanta anni fa, i Boscimani del Kalahari ed i Pigmei della grande foresta equatoriale vivevano esclusivamente di caccia e di raccolta pressapoco allo stesso modo dei nostri lontani antenati del Paleolitico.

 

sahara08.jpgAllo stesso tempo e ad una distanza di alcuni chilometri dei villaggi di agricoltori allevatori vivevano in autosussistenza come quelli del neolitico. Queste comunità paleolitiche e neolitiche non sono scomparse con l'urbanizzazione di massa e disordinata dell'ultimo quarto di secolo. Conservazione e adattamento a nuove norme, queste due forme di spiriti antagonistici presso gli Occidentali sono strettamente legati all'Africa nera non soltanto nel quadro di un gruppo sociale dato, ma anche - e soprattutto - nella testa degli urbanizzati che hanno avuto accesso a un modo di vita moderno (Marianne Cornevin).


 sahara09.jpgAi giorni nostri nelle grandi capitali africane degli alti funzionari sono capaci di condurrea buon fine delle riforme imposte dai politici di stabilizzazione strutturale (informatizzazione delle procedure di gestione ad esempio) pur conservando un ruolo attivo nella vita tradizionale della loro etnia. Allo stesso modo i pastori nomadi incontrati durante questi viaggi conducono un'esistenza paragonabile a quella degli artisti autori di tutte queste testimonianze. L'assenza per il momento di datazione diretta delle pitture e delle incisioni (le date date non provengono che dagli oggetti trovati durante degli scavi effettuati su siti di cui nulla prova che essi siano dell'epoca degli artisti) non permette di assegnare correttamente ledue cronologie. I differenti periodi saranno presentati rispettando la terminologia classica.

 

 sahara10.jpgSito di Telimorou, regione di Fada (Ennedi). Diversi siti visitati in Libia (settore degli Aramat), Algeria (altopiano del Medak e regione di Dider nel Tassili N'Ajjer, Tadrar), e nello Ciad (massiccio dell'Ennedi) illustreranno i principali periodi. I siti di pitture (ad eccezione dei siti "teste rotonde") si situano generalmente nelle vallate in cui i fiumi oggi non scorrono più se non raramente e soltanto per pochi chilometri e durante i temporali. I principali siti di incisioni si trovano per contro nel letto degli uadi (torrenti fossili).


 sahara11.jpgGrotta, regione di Aroué (Ennedi). Le grotte ed i ripari dove si possono contemplare delle pitture che si trovano molto spesso ai piedi delle scarpate, a diverse altezze e precedute da una terrazza dominante una grande pianura. Non è necessario che la falesia sia alta o che il blocco di arenaria presenti imponenti superfici piane per trovare dell'arte rupestre. Sembra che il biotopo abbia più importanza della qualità delle pareti.


Scena di caccia all'antilope. Quest'arte è intimamente legata all'ambiente dei siti e ogni escursionista si accorgerà che spesso è bello viverci ed accamparsi. Alcune di queste grotte sono ancora utilizzate dai nomadi come deposito di bagagli.


sahara12Il colore naturale dell'arenaria è giallo. All'esterno è fortemente patinato in rosso, colore dominante del paesaggio con il bianco giallino della sabbia. La gamma dei colori non è molto ricca. Essa è limitata dalle risorse locali. Il rosso domina e proviene da noduli di ocra naturali (scisti di colori diversi) che per in alcuni luoghi affiorano in grandi quantità. I colori spesso più usati sono le diverse sfumature di rosso, di viola, di giallo. Sono i colori degli scisti più comuni. Il grigio, il blu, il verde oliva, che appaiono soprattutto nelle pitture sulle maschere, provengono anche dagli scisti la cui esistenza è più rara. In quanto al bianco i pittori dovevano andare a cercarlo in quantità notevoli nei giacimenti di caolino poco numerosi che potevano essere molto distanti dai siti. Un filone di terra bianca (caolino) affiora in cima all'abka Tafelet (altipiano del Medak).


sahara13.jpgI coloranti erano ottenuti schiacciando gli scisti con l'aiuto di uno sminuzzatore su una macina. La polvere era in seguito stemperata in un legante. Il liquido veniva applicato sulla parete con l'aiuto di un bastoncino masticato per le opere più antiche e con uno strumento simile ad un pennello per il periodo degli scisti.

 

La raccolta è un importante contributo, soprattutto quello delle graminacee selvatiche. Si ritrova del materiale macinato in grandi quantità, macine e frese sul suole delle terrazze.


sahara14.jpgL'abbondanza di questo materiale prova che la crescita naturale normale delle graminacee selvagge a grande valore alimentare bastava al consumo senza che fosse necessario far ricorso alle procedure costrittive dell'agricoltura. Otto mila anni or sono si raccoglieva in autunno le spighe del piccolo miglio che erano cresciute da sole.

 

Queste graminacee selvagge costituiscono oggi ancora l'essenziale della razione calorica nelle regioni tropicali dell'Africa. Il miglio penicillare è coltivato in tutta la fascia dello sahel. L'Africa tropicale era dunque infinitamente più ricca dell'Europa temperata in piante alimentari di grande valore, il che spiega la persistenza sino ai nostri giornidi questa proto-agricoltura.

sahara15.jpgGli uomini del neolitico non erano dei primitivi come molti immaginano gli uomini preistorici. Essi avevano la fede e la credenza che trascendono la vita quotidiana. I defunti non erano abbandonati ma accuratamente  deposti nella terra. Degli scavi sul sito di Tin Hanakaten, nel sud est di Djanet, hanno rivelato degli scheletri posti in un cassone di pietra ricoperto da un ammasso di blocchi datati al 8000 dal presente. Ma ciò che attira di più l'attenzione, sono le centinaia di sepolture che si possono vedere in tutti gli angoli del Tassili N'Ajjer che i Tuareg designano con il nome di idebnan.


sahara16.jpgLa sepoltura più semplice è il tumulo. È il tipo più diffuso nel Sahara e quello che si conserva meglio. Si tratta di un semplice mucchio di pietre omogenee che hanno la forma di un rialzo sul vertice conico o a sfera. La sepoltura "a corridoio e chiuso" è il tipo di tomba più grande, il più complesso e il più caratteristico del Tassili N'Ajjer.


sahara17.jpgEsso si compone di un viale-corridoio e di due cerchi, il più piccolo circonda il tumulo, il secondo l'intero edificio. Le dimensioni di queste sepolture possono raggiungere i 150 m. Questi monumenti sono quai tutti orientati verso l'est, l'orientamento è dato dal viale corridoio. Spesso questi tumuli a corridoio e chiusi sono costruiti su un rilievo per essere visto da lontano come quello di Tikubauine.


sahara18.jpgUn altro tipo di tomba si presenta sotto la forma di pietre erette in circolo circiondanti una specie di tumulo centrale. Il tumulo è la più antica tomba che ci sia. Quello di Tin Hanakaten è datato al 7900 dal presente. Delle datazioni effettuate durante degli scavi di tumuli identici nell'area del Niger hanno fornito delle date dell'ordine di 6000 anni dal presente, ossia in pieno periodo pastorale.

 

 

 

 

Il periodo Bubalino

 

Il deserto non è deludente, anche qui, su questa soglia in cui non fa che iniziare ad apparire. La sua immensità innanzitutto, ingrandisce tutto, e, in sua presenza, la meschinità degli esseri viene dimenticata.

Pierre Loti

 

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Dettagli della testa del grande bue dal corpo decorato da spirali.

 

 

 

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Gazella sdraiata. Tin Teghert

 

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Le incisioni del sito di Tin Teghert, nella grande depressione di Dider, appartengono nella maggior parte al periodo bubalino e sono apparentati a quelli del celebre uadi Djerat. Le grandi lastre sono coperte da magnifiche incisioni di animali (buoi, giraffe, gazelle, rinoceronti, struzzi) di un naturalismo perfetto. La tecnica è accurata con uin tratto levigato e netto.

 

L'originalità di Tin Teghert risiede nella presenza di incisioni di buoi dalle dimensioni smisurate. Uno di essi raggiunge i 5,5 metri di lunghezza ed ha il corpo interamente ricoperto da disegni a spirale, il che ne fa un'opera unica. Il segno simbolico della spirale è uno dei più diffusi in tutte le culture. I dizionari dei simboli attribuiscono alla spirale un valore di fecondità acquatica e lunare. Una spiegazione possibile sarebbe di vedere in alcune spirali un segno delle corde utilizzate per la cattura di animali domestici o selvatici.

sahara22.jpgTre giraffe dal collo esteso, brucano le foglie di un albero. Altezza 80 centimetri.

 

Lo stile del periodo bubalino è facilmente identificabile. La principale caratteristica è la grande dimensione delle incisioni che raggiungono facilmente 1 o 2 metri, il primato spetta ad una giraffa di 8 metri di altezza nello uadi Djerat. Gli animali selvaggi costituiscono il tema favorito degli incisori: giraffe, bufali, rinoceronti, elefanti, struzzi, gazzelle.


sahara23.jpgIl sito di Tin Teghert sorprende per le rappresentazioni di gufi e civette. Si contano una quarantina di esemplari di questi uccelli notturni mentre sono quesi del tutto sconosciuti altrove a parte lo uadi Djerat. Queste incisioni di uccelli presentano un tratto puntinati che ricopre il tratto levigato delle incisioni più antiche  il che lascia pensare che esse appartengano ad uno stadio più recente e corrispondono ad un'evoluzione del periodo bubalino.

sahara24.jpgStruzzi a due teste. Gli animali doppi sono frequenti nell'arte rupestre. La maggior parte riguarda i bovidi ma gli struzzi non sono rari. 

 

I bovidi mostruosi a due teste possono essere accostati ad alcuni miti, soprattutto al mito fulano di Kumen.

 

sahara25Teste di giraffe. Ogni anno i Fulani rivivono alcuni episodi di questo mito nel corsoi di una cerimonia, il Lotori, che esige la presenza di una rappresentazione di un bue bicefalo.

 


sahara26.jpgGrande bufalo antico. Regione di 
Aramat. Il periodo al quale sono collegate queste incisioni porta il nome di bubalino per via delle numerose incisioni rappresentanti un bovino selvatico dall'aspetto temibile: il grande bufalo antico oggi scomparso.


sahara27.jpgQuesto bovide possiede delle corna spettacolari (un cranio scoperto durante gli scavi presenta corna del diametro di 3,60 m) che hanno dovuto sicuramente impressionare l'immaginario degli incisori. qui ont du certainement impressionner l'imaginaire des graveurs.

Chiamato un tempo Bubalus (da cui il nome del periodo) poi Pelorovis antiquus non potrebbe essere di fatto che un antenato del bufalo africano attuale, da cui una nuova denominazione proposta da alcuni autori: Syncerus caffer antiquus.

sahara28.jpgForse un bufalo antico come fanno pensare le corna. Sefar. Si è a lungo pensato che il bufalo antico fosse sparito molto presto il che ne faceva un fossile diretto del periodo più antico. Tuttavia delle scoperte recenti soprattutto in Libia nel settore degli Aramat di dipinti di bufali antichi nel caratteristico stile del periodo bovide finale (stile di Iheren-tahilahi) lasciano supporre che questo grande bufalo selvatico sia vissuto ben più tardi, certamente sino alla fine del neolitico, e che ha continuato ad essere cacciato dalle popolazioni dei periodi pastorali.

sahara29.jpgLe mammelle rigonfie di una vacca. Tin Teghert. Le incisioni di Tin Teghert (come quelle dello uadi Djerat e del Messak Libico) sono rapportati al periodo bubalino ed attribuiti secondo le teorie classiche  a delle popolazioni di cacciatori viventi molto prima della addomesticamento dei bovini (7.550 anni avanti il presente). Tuttavia si nota la presenza di un gran numero di incisioni di bovidi che sembrano incontestabilmente domestici e di cui lo stile non differisce in nulla dalla fauna selvatica.


Ciò fa pensare che queste opere non sono la produzione di cacciatori, ma di un gruppo culturale padroneggianti l'allevamento pur continuando a praticare la caccia. Ciò ha come conseguenza di far risalire queste incisioni a cira 6.500 dal presente.

 

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Personaggi da Tin Teghert. Si può supporre che due dei personaggi siano muniti di maschere che l'incisore avrebbe reso con una levigatura accentuata della roccia. Uno di questi personaggi possiede una coda poasticcia.


Le incisioni di stile bubalino di Tin Teghert e dello uadi Djerat nel Tassili sono da confrontare con quelli del Messak Libico e dell'atlante sahariano, il che può spiegarsi con l'appartenenza degli incisori ad una stessa grande famiglia. L'esame delle incisioni così come degli studi linguistici permettono di pensare che questi incisori appartenavano a delle popolazioni afroasiatiche e parlavano una proto-lingua da cui più tardi deriveranno numerose lingue tra cui il berbero. I linguisti hanno potuto ricostituire in questa proto-lingua, il cui nucleo originario è situato tra il Nilo nubiano e gli altopiani etiopi, dei termini relativi all'addomesticamento. Queste popolazioni inizieranno una migrazione verso ovest in direzione del Maghreb e del Sahara centrale attraversando il deserto occidentale d'Egitto e servendosi delle loro greggi come "cibo ambulante". Secondo J. L. Le Quellec "le antiche incisioni del Sahara settentrionale e centrale furono probabilmente realizzate da popolazioni afroasiatiche, famiglia linguistica la cui frammentazione è egualmente all'origine dell'Egiziano antico il che spiegherebbe 'l'aria famigliare' segnalata tra le due regioni".


Il periodo delle teste rotonde


 

Non negare, ciò che non si capisce


sahara31Foresta di pietra di Jabbaren
. Entrare nelel foreste di pietra di Sefar o di Jabbaren è come entrare in un tempio. I pittori non hanno scelto per caso questi luoghi strani per eseguirvi i loro affreschi. Le immagini più intensamente religiose si trovano nelle più belle foreste di pietra del Tassili, sulla parte più elevata dell'altipiano.


Per questi uomini, quest'universo rappresentava una terra sacra dove regnava lo spirito. È qui, nei santuari della Preistoria, che si svolgevano le loro cerimonie.


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Personaggio "testa rotonda" con arco. Tin Aboteka.

 

"Teste Rotonde perché gli esseri umani sono rappresentati spesso con una testa arrotondata in cui né i tratti del volto né i capelli sono rappresentati. Dei volti anonimi ma di una presenza intensa quasi avvincente. Si è ritenuto che queste "Teste Rotonde", per le loro caratteristiche anatomiche e culturali (scarnificazioni e pitture corporee) siano dei neri. Questi nomadi o semi-nomadi percorrevano questi vasti territori tassiliani, allo stesso tempo territori di caccia e di raccolta dei vegetali. Delle considerazioni archeologiche sul vasellame di stile a "linee ondulate" (wavy line), una specie di linea ondulante impressa sull'impasto, e di natura linguistica (delle parole designanti il vasellame e la raccolta dei cereali selvatici sono identificati nelle lingue sorte dal nilo-sahariano) lasciano pensare che delle popolazioni che parlavano una lingua di origine nilo-sahariano sarebbero, con il favore del ritorno delle piogge, mifrate da una zona sub-saharasiana situata verso il centro dell'attuale Sudan in direzione del massiccio dello Tassili n'Ajjer passando per l'Ennedi ed il Tibesti. Questa migrazione è stata facilitata dalla rete idrografica che permetteva una facile circolazione tra Khartum ed i massicci saharasiani seguendo sopratutto lo uadi Howar.

 


sahara33.jpgSfilata di moda? (Sefar).
 Si è pensato a lungo che lo stile delle "Teste Rotonde" erano limitate al massiccio degli Ajjer e dell'Akakus in Libie. Ma delle scoperte recenti di pitture di questa scuola nel massiccio dell'Ennedi apportano nuovi elementi a questa ipotesi. La tecnica di pittura appariva del tutto caratteristica: un largo tratto disegna il profilo molto sommariamente con l'essenziale dei contorni poi l'interno è riempito con una tinta piatta.

 

Questa tecnica presenta una tale unità che si riconosce subito un disegno delle Teste Rotonde. Il pigmento è spesso, molto verosimilmente applicato allo stato quasi pastoso. La sostanza colorante non era soltanto un materiale per l'artista che l'applicava sulla parete, ma rivestiva un senso spirituale.


sahara34.jpgDiversi stili e stadi si sono succeduti ma sino ad oggi nessuno studio ha potuto classificarli in un ordine assoluto, ma risalta durante tutto questo periodo un'unità culturale innegabile. I cambiamenti negli stili appaiono come delle evoluzioni del pensiero e della religione.

Quando le teste rotonde iniziano a dipingere, esse eseguono delle sagome sommarie, rigide e statiche. È a questo primo stadio che questi artisti dipingono delle composizioni monumentali che si distendono su tutta la superficie di un rifugio.

 

sahara35.jpgL'affresco del "Grande Dio" a Sefar, si estende su tutta la superficie di un riparo per 16 m di lunghezza e circa di circa 30 metri quadrati. La parete è rivolta verso una pianura in cui si svolgevano le cerimonie immortalate dagli affreschi. I principali attori della scena sono facilmente identificabili: al centro il "Grande Dio" che con i suoi 3 metri di altezza è particolarmente impressionante con una grande tasca tra le gambe rappresentante un pareo o una protezione fallica o anche un sesso smisurato e una testa munite di corna, un'antilope incinta rossa e una femmina in posizione orizzontale con un ventre prominente, delle antilopi bianche che sfilano da sinistra a destra.


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Un motifvo è apposto al corpo del "Grande Dio", 

 

 

 

 est apposé au corps du "Grand Dieu", une expression symbolique caractéristique des peintures de cette période, un motif ressemblant à une sorte de méduse, qui ne correspond à rien de connu et s'inscrit dans les grandes compositions comme un sceau.


sahara37.jpgCette fresque exprime de toute évidence l'idée de la fécondité et son mystère, la vie et la fertilité. Il y a sur cette paroi le récit d'un des plus anciens mythes du monde.

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Les personnages de cette fresque de Jabbaren ont des têtes parfaitement rondes délimitées à hauteur du cou par des lignes qui laissent supposer le port de masques. Ce type de représentation est assez fréquente par mis les peintures de la période. Ces représentations ont été rapprochées de plusieurs types de masques connus en Afrique dont le décor est dominé par un traitement non iconique des visages comme par exemple les masques des Bateke au Congo.

 

sahara39.jpgJabbaren. Boeuf à tête-masque Ces masques auraient pu être de deux types : Sphériques, faits d'une simple calebasse évidée et décorée dans le cas des têtes circulaires ; Non sphériques mais plats, réalisés en bois . Par leur taille et leur hiératisme, les "Grand Dieux" sont sans doute des divinités, les femmes qui dansent autour d'eux dans une position de danse "africaine", portent des maques décorés de signes symboliques sans doute en rapport avec les attributs de ces dieux qui ont affaire avec la fécondité.

 

sahara40.jpgLes danseurs masqués de Sefar.Un masque aussi naturel qu'une calebasse évidée émane du symbolisme, le but des rituels est, par le retour périodique aux temps primordiaux, d'abolir la distinction qui peut s'effectuer entre la divinité et le masque : pendant le rite, le masque est la divinité.


sahara41.jpgPersonnage mythique portant un masque à grandes oreilles. Les masques sont connus en plusieurs exemplaires, portés par des thériomorphes, des humains ou des animaux. Le masque fut un objet sacré chez les "Têtes Rondes", symbolisant le mythe qu'il raconte et les pouvoirs de celui qui le porte.

 

 

sahara42.jpgAutre "Grand Dieu" à Sefar, tenant un bâton dans sa main un sac attaché à l'autre poignet, associé à la même trilogie que le "Grand Dieu" à tête cornue : antilope, boeuf et orante. Cependant le dispositif de la composition diffère, le grand dieu n'est pas sexué et il est marqué d'une image symbolique en forme de croissant. L'isomorphisme entre le croissant lunaire et les cornes taurines a été remarqué en différents lieux et époques. L'ethno-anthropoloque L.V. THOMAS affirmait : "l'agriculteur assimile volontiers Terre-Femme-Lune et Fécondité tandis que le chasseur rapproche Ciel-Homme-Soleil et Puissance. Si cette "équation" s'avérait de valeur universelle elle pourrait laisser supposer que les auteurs des oeuvres préhistoriques des têtes rondes n'étaient pas fondamentalement des chasseurs, et que leur imaginaire favorisait plus la fécondité que la puissance.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

[tr-13]

 

Cette autre fresque de Tin Tazarift dégage une impression d'irréalité. Il est possible que les artistes aient eu l'intention de dépeindre la vision hallucinée de la sortie de soi, du voyage vers un autre monde dans un état modifié de la conscience. Sur une paroi de Sefar se déroule une cérémonie mettant en scène une procession d'orantes, un personnage masqué à grandes oreilles et des symboles circulaires.


Les orantes avec un nombril proéminent, aux bras levés en geste d'adoration ou de révérence, jambes fléchies, aux fesses saillantes souvent cachées par le retombé e d'un pagne court, peuvent évoquer une danse de guérison telle qu'elle se pratiquait récemment encore chez les San du Kalahari. L'absorption de substances hallucinogènes provoquait des transes, jusqu'à la perte de connaissance. A leur réveil, des hommes racontaient qu'ils avaient communiqué avec les puissances de l'au-delà, que leur corps démesurément allongés avait volé ou nagé sous l'eau, qu'ils avaient vu des lumières, les lignes ondulées, qu'ils s'étaient transformés en antilope ou en lion. Des visions comparables semblent avoir été peintes sur des parois du Tassili N'Ajjer.

 

 

 

[tr-14]

Cette fresque paraît regrouper des éléments de la pratique chamanique, tambour, danse de possession.


[tr-15]

Ce grand personnage qui semble flotter évoque le voyage du chaman pendant la transe. Sa tête porte peut être un masque muni d'appendices. A l'un de ces bras est attachée une forme en croissant, le poignet de l'autre bras est élargi, comme entouré d'un bracelet. Des archers semblant aussi porter des masques encadrent les personnages volants.

 

[tr-16]


Comme le magicien africain, le chaman est un médiateur entre sa communauté et le monde des esprits. il est tout à la fois prêtre, guérisseur, voyant, sorcier, devin et psychologue. Ses pouvoirs, obtenus après une longue initiation, lui confère une puissance bénéfique ou redoutable. Par toutes sortes de technique, de rythmes et de mouvements, par le consommation de substances hallucinogènes ou psychotropes, le chaman pratique la transe ou l'extase comme moyen de voyager vers les mondes autres, de communiquer avec les esprits, de s'en faire des alliés et de revenir dans le monde réel, dans son groupe, pour soigner la maladie ou l'infortune. (F. Soleilhavoup). Cette approche "chamanique" ne fait pas l'unanimité, la seule chose sur laquelle s'accorde les spécialistes est le sentiment de malaise procuré par l'aspect étrange des compositions. Incompréhensible pour des esprits logiques, ces figurations mystérieuses ressemblent à certaines images réalisées par des malades mentaux et plus précisément par des sujets drogués aux hallucinogènes. (U Sansoni).


[tr-17]


L'abri de Timeshral situé dans le wadi Aramat en Libye est décoré avec des regroupements de points rouges qui sont uniques au Sahara. Il est possible que ces décorations aient été destinées à des pratiques animistes de nature chamanique. Les dessins utilisent les accidents naturels de la roche, fissures et creux permettent la communication avec le monde des esprits.

[tr-18]


La difficulté d'interpréter ces images réside dans la quasi impossibilité d'émettre des hypothèses quand à la fonction sociale et à l'état de la psyché des auteurs des fresques. On doit fonder ces conjectures sur le fait que la pensée chamanique, résiduelle de nos jours, serait l'un des universaux de l'esprit humain.


 

[tr-19]

Les petits personnages en position frontales constituent un autre groupe. Ils se distinguent par leur couleur rouge brique sombre. Ils ont toujours vus de face, jambes et bras écartés, avec une position qui rappelle celle des "Grands dieux". Leur tête est bien ronde. Ils sont parés d'ornements aux bras et aux jambes. Ils sont associés à des motifs géométriques au sens inconnu, sortes de guirlandes.


[tr-19]

La "Dame Noire" de Sefar. Elle fait partie des êtres masqués qui sont, au même titre que les "Grands Dieux", les figures les plus représentatives de la période "Têtes Rondes", relevant de la même atmosphère religieuse et d'une esthétique remarquable. La spiritualité inscrite dans l'esthétique de ces personnages fait penser soit à des humains ayant un rôle précis à jouer lors des cérémonies, soit à des héros de récits mythiques. Ce sont des hommes ou des femmes initiés aux codes qui permettent d'accéder à l'occulte. Les sociétés dites primitives qui, aujourd'hui, perpétuent de telles pratiques picturales : les Aborigènes d'Australie, les Saudawe de Tanzanie, les Boschiman du Kalahari vénèrent les images de leur art rupestre et leur attribuent des pouvoirs occultes. Chez les Aborigènes, les peintures sont régulièrement repeintes au cours de cérémonies et de rituels, c'est un art encore vivant et dynamique comme le fut celui des "Têtes Rondes".


Les "Grands Dieux" ou la "Dame Noire" ne doivent pas être appréhendés comme des images statiques et muettes, ils parlent et bougent, ce sont des dieux.

Sefar est un temple avec ses autels et un langage visuel dont les images mythiques ne peuvent être comprises que si on les contemple avec sensibilité. Les mythes et leurs images sont les premières tentatives de l'Homme pour comprendre l'univers. Par le mythe il trouve un exutoire aux mystères de la vie et de la mort, générateurs d'angoisse, et il gagne en sérénité. (Malika Hachid).

 

 



Qu'as tu fait de ta liberté ? ne sais tu pas que la maison, est le tombeau des vivants

(Proverbe Touareg)


 

Il y a 30 ans encore, on pensait que les grandes innovations technologiques (poterie, élevage, métallurgie) étaient toutes nées au Proche-Orient et avaient atteint l'Afrique subsaharienne par la vallée du Nil. La recherche archéologique a montré que ce n'était plus tout à fait vrai.

 

La découverte dans le massif de l'Air (site de Tagalagal dans les monts Bagzanes) d'un gisement archéologique daté au carbone 14 de 11 000 à 10 000 BP et contenant de nombreux tessons de céramique, des meules ainsi que des outils de pierre de toute nature prouve que la fabrication de la poterie utilitaire dans les massifs sahariens a précédé de plus de mille ans sa généralisation au Moyen-Orient. Il faut maintenant prendre en compte l'antériorité de l'élevage des bovins, autre innovation capitale du Néolithique.

Le temps est largement venue de renoncer à l'idée d'une Afrique éternellement "à la traîne" des inventions asiatiques et européennes. (Marianne Cornevin).


Un berger armé d'une lance et d'un bâton tente d'éloigner l'animal sauvage qui vient de tuer une vache de son troupeau. Wadi Aramat

 Vers le VII millénaire BP, peut être même avant, les sociétés vivant en Afrique, Sahara et Afrique de l'est, font l'acquisition de la domestication du boeuf, du mouton et de la chèvre. Alors partout dans le Sahara des populations de pasteurs, qui sont aussi des artistes accomplis, se répandent. Tous ces bovidiens partagent les mêmes grands traits de civilisation, cependant, préfigurant la mosaïque ethnique de l'Afrique, quelques groupes se distinguent et se trouvent aux origines de peuples actuels du Sahel.

 Au cours de l'humide néolithique l'humidité va se localiser et transformer le Sahara en une multitudes de climats régionaux, alternant des zones verdoyantes et des espaces plus sec. L'homme et l'animal vont partager les mêmes territoires ce qui va favoriser l'apprivoisement. Une des premières phase de la domestication est peut être l'utilisation de bovins comme "garde-manger ambulant" par des groupes de chasseurs circulants entre des points d'eau. Il est maintenant acquis que la domestication s'est faite à partir d'une souche sauvage d'aurochs (Bos Primigenius). La principale espèce clairement reconnaissable dans les troupeaux est le Bos primegenius domestique. On remarque aussi la race à cornes longues, fines et en lyre, dénommée Bos africanus mais qui n'est peut être qu'une variété de la précédente.

 Un autre type est le boeuf à cornes courtes et épaisses (Bos brachyceros) bien que certains auteurs n'y voit qu'une interprétation abusive des oeuvres. Dans un même troupeau les formes des cornes peuvent très variables : des bêtes acères (sans cornes) côtoient d'autres animaux avec des cornes en avant ou en lyre. On est frappé par la variété du cornages de ces boeufs mais ,de nos jours, les Peuls du Burkina n'ont pas moins de douze termes pour désigner les formes des cornes de leurs bêtes.

 

Dans les peintures et gravures quelques boeufs ont visiblement une sorte de bosse à l'arrière de la tête, un vrai zébu qui pourrait indiquer l'existence d'un foyer africain de celui ci. Les bovidés sont traités en teinte plate avec souvent une réserve centrale. La robe bicolore est un indice de la domestication


Les parois se desquament fréquemment. Ici la nouvelle surface a été réutilisée plus tard par un autre artiste.

 

On retrouve ces boeufs avec de grandes cornes en forme de lyre le plus souvent croisés avec des zébus originaires d'Asie dans les plaines sahélienne entre les mains de pasteurs, notamment des Peuls Bororo.

 La majorité des images montre des activités pastorales et présente la vie quotidienne des habitants qui ont vécu dans les massifs du Sahara il y a plus de 5 000 ans. Cependant il serait limitatif de ne voir que le côté documentaire et anecdotique de ces oeuvres. Il est évident que l'acte de représenter ces scènes témoigne du lien profond qui unit les hommes à leurs troupeaux, comme dans les sociétés pastorales d'aujourd'hui.




Fresque de Jabbaren. Un des hommes tient un bâton appuyé sur ses reins, une attitude familière des bergers

Un des thème les plus fréquent est la tribu en déplacement. Les boeufs transportent les femmes et les enfants, les ballots et les armatures de cases. Les archers sont devant, l'arc à la main prêts à défendre le groupe.


Deux bergers avec des arcs mènent leur troupeau. (Sefar).


Sur la fresque ci dessus les hommes sont presque tous représentés dans une position agressive, en position de course avec des arcs à la main. Les boeufs semblent porter des structures courbes effilée à l'avant et plus épaisses à l'arrière qui pourraient être des armatures de cases ou de tentes. Un des archers est dans un galop effréné. Des boeufs sont montés par des groupes de 3 personnages. La largeur totale de tableau est de plus de 2 m.

 La tradition du portage du matériel est encore vivante de nos jours chez les peuls. L'objet le plus courant est le piquet placé horizontalement entre les cornes avec la corde à veaux (que l'on distingue nettement entourée autour du piquet sur ce qui reste de cette figure effacée par l'érosion).

Les fresques soulignent souvent l'importance donnée au matériel du pastorat notamment avec la corde à veaux.

Chez les Peuls cette corde était tendue à l'étape entre des piquets, on y nouait plusieurs boucles, chacune servant à attacher un veau afin de le tenir éloigner de sa mère pendant la traite. Cette corde, appelée dangul, représente la "ligne de vie du troupeau" et les piquets qui la soutiennent portent les mêmes noms que les séquences qui divisent le mois lunaire.

 

Les cordes à veaux, qui interviennent lors de l'initiation des bergers, sont la propriété des femmes, chargées de tout ce qui concerne le laitage. Dans chaque parc était entreposée une grande calebasse destinée à recueillir le lait. Elle était placée sous l'autorité et la gestion de la première femme de la famille promue "gardienne du lait".


Détails d'une scène avec un mât et des calebasses suspendues. Wadi Aramat.


 Femmes bovidienne assises, portants de grands chapeaux et bavardant. (Sefar).


 Le petit bétail, chèvres et moutons, est aussi présent dans l'art rupestre. Au Sahara en général l'élevage de ce petit bétail semble se répandre réellement au V et VI millénaires. C'est dans le désert occidental d'Egypte que les dates de la domestication sont les plus hautes. Des sites au Maghreb datés du milieu du IX millénaire contenaient des ossements d'ovicaprinés sauvages à partir desquels la domestication aurait pu se faire.

L'existence d'une souche sauvage d'ovicaprinés reste donc une des grandes questions de la Préhistoire.


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Sahara néolithique

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