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28 aprile 2016 4 28 /04 /aprile /2016 07:00

La storia dell'Italia nazionalista e colonialista


A proposito di un grande libro: Italiani, brava gente? di Angelo Del Boca

 

Gilbert Meynier

 

Quando si misurano, leggendo Del Boca, tutti i traumi subiti, sia dalla Libia che dall'Etiopia o l'Eritrea e la Somalia, si capiranno meglio quanto la sedimentazione delle violenze subite hanno potuto sfociare in regimi nazionalisti e rivoluzionari spietati come quelli di Geddafi o di Mengistu, e tracciare la via agli orrori della Somalia degli anni 90 del secolo scorso. La denuncia delle atrocità italiane fu enunciata a diverse riprese dal colonnello Geddafi, come nel discorso del 7 ottobre 1975 che celebravano l'espulsione degli Italiani, e in cui ricordò i massacri commessi dagli invasori nel villaggio di Al Agheïla: "Ciò che l'Italia ha commesso nella località di Al Aghjeïla rappresenta oggi una lezione storica per l'umanità ed un tragico esempio di aggressione e di barbarie. Ciò riflette l'arroganza dei forti quando aggrediscono i popoli poveri e deboli". E Del Boca commenta: "Muammar Geddafi non esagerava".

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Guerra nel deserto libico

 

I Balcani furono l'ultima regione ad avere a che fare alle imprese delle conquiste italiane. Vi furono impegnati non meno di 650.000 uomini durante la Seconda Guerra mondiale. L'indagine di Del Boca riguarda tuttavia la sola Slovenia, più precisamente la provincia di Ljubljana. Le popolazioni slave erano considerate dal potere italiano appena un grado al di sopra di quelle africane. E, non appena le rivolte esplosero, la repressione fu immediata ed inesorabile, come testimoniano i rapporti presentati alla commissione dei crimini di guerra dell'ONU a Londra, e, recentemente, il lavoro imparziale di una commissione di 14 storici italiani e sloveni sul periodo nero che va dall'autunno 1943 all'estate 1945

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Mussolini.gifNe emerge che, sin dall'inizio,iniziò la pulizia etnica di molte decine di migliaia di Sloveni, a colpi di esecuzioni massicce di ostaggi e di prigionieri. Sistematici furono i saccheggi e l'incendio di migliaia di case, senza pietà la caccia ai partigiani ed i rastrellamenti. Per un semplice sospetto, dei capi villaggio furono gettati con una pietra al collo nel lago Tana. In un primo tempo, alla fine dell'era fascista (1940-43) venne intrapresa la deportazione verso i campi di concentramento di 35.000 persone, cioè la decima parte della popolazione della provincia di Ljubljana. Nel solo campo di Arbe (Rab, sulla costa dalmata), più di 4.500 persone morirono di fame. Dall'autunno 1943 all'estate del 1945, ossia durante il periodo della repubblica fascista di Salò, i 14 storici citati stimano che vi furono 30.000 deportati supplementari. Basta, anche, dare la parola a tali capi militari: per un Robotti, fu un "genocidio culturale", per Graziotti, una "pulizia etnica". Secondo gli specialisti dell'universo concentrazionario fascista, Carlo Spartaco Capogreco, ogni detenuto non disponeva che da 900 a 1000 calorie al giorno: condizioni simili a quelle di Buchenwald, forse anche peggiori. Il trauma sloveno, fatalmente, sfocia nell'estate 1945 ad un ritorno alla violenza: le vendette crudeli, gli orrori dei massacri e gli affogamenti furono legioni. Eppure, per molto tempo ebbe corso in Italia l'idea dell'innocenza degli Italiani, ad esempio la favola secondo la quale gli Sloveni, ben contenti di trovare  un rifugio per sfuggire ai cattivi comunisti. E ancora, non si sa tutto: per quel che riguarda gli interventi italiani nei Balcani così come in Africa, Del Boca non ha studiato che una parte dei fatti. Numerosi altri aspettano, in assenza di documenti, di essere esposti.

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I cadaveri di Mussolini e Clara Petacci appesi a Milano nell'aprile del 1945

 

Brutalità coloniali e regolamenti di conto italo-libici

 

Dopo la guerra, l'Italia repubblicana non rispose alle domande della commissione dei crimini di guerra dell'ONU. Il presidente del consiglio democristiano Alcide De Gasperi, salutato in Europa come l'incarnazione di un'Italia nuova, e futuro presidente della CECA, non fu mai importunato per aver puntato i piedi. Il capo dello stato maggiore fascista, Mario Roatta, conservò per un certo periodo la sua carica dopo la caduta di Mussolini. I criminali di guerra italiani furono coperti e protetti, addirittura riacquistarono una nuova fedina pulita a colpi di numerose amnistie. L'Italia non si rivolve veramente a chiedere dei conti ai criminali nazisti per paura che ciò non si rivolga contro i suoi criminali.

Ma con ciò siamo già nella storia italo-italiana, quella delle lotte fratricide che costellarono la storia dell'Italia del Risorgimento e l'Unità, ma che si svolsero in alternanza con gli oscuri episodi coloniali: lo storico deve evidenziare che, in questi 160 anni di storia, le fasi di violenza coloniali assunsero, per gli Italiani, la via delle violenze interne. Al di là dell'alternanza, vi fu correlazione: le brutalità coloniali furono infatti strutturalmente legate ai regolamenti di conti italo-italiani.

Non vi era bisogno, alla metà del XIX secolo, di andare in Africa per trovare la miseria, il disprezzo e l'ingiustizia sociale, addirittura la letargia e l'analfabetismo di massa. I giudizi svalorizzanti sugli italiani emessi da viaggiatori europei - da Montesquieu a René Bazin, passando per Arthur Young, Stendhal, e anche un appassionato dell'Italia come Goethe, - lo stanno ad indicare. Essi sono corroborati da numerose osservazioni critiche parallele fatte dagli stessi Italiani, da Beccaria a Pisacane, passando attraverso le teste del Risorgimento come Mazzini e Gioberti, senza dimenticare quanto ha scritto Leopardi nella sua opera maggiore Lo Zibaldone. Erano denunciate la soffocante pesantezza clericale, il latifondismo, la miseria, l'analfabetismo, le malattie dei poveri: nella vetrina sviluppata d'oggi, la Lombardia, la pellagra malattia dei mangiatori di mais - era un flagello generalizzato. Dell'età di appena quattro anni, all'indomani della liberazione, l'autore di queste righe, durante delle vacanze trascorse nel territorio brianzolo paterno, scoprì in alcuni villaggi del Piemonte che esistevano ancora dei bambini che non avevano calzature - un ricordo d'infanzia indelebile. I parenti italiani che vivevano dall'altro lato del Monginevro, erano più o meno considerati come dei cugini sfortunati.

È nota la massima: l'unità politica è fatta, non resta che da "fare gli Italiani", degli Italiani che, nel 1860, non erano che al 2% a saper parlare l'italiano. Fu sotto il segno della fierezza nazionale da acquisire che venen intrapresa l'educazione, nazionale nel vero senso del termine. Il libro che fu considerato come l'edificazione patriottica del Tour de la France par deux enfants, fu Cuore, dell'ufficiale Edmondo De Amicis. Le sane virtù che vi sono celebrate - l'onestà, la dirittura, il cameratismo, la fierezza... - non possono far dimenticare che Cuore era sottinteso da un moralismo militare di cui il fascismo fu poco dopo una messa in pratica corroborante, magniloquente e brutale, come testimoniano l'organizzazione del sabato fascista e la celebrazione permanente del modello dell'Italiano-soldato.

 

Ideologia compensatoria

 

L'educazione nazionale post-unitaria ebbe come alimento sempre più grandi spese militari e come sfondo un'inesorabile sfilza di sconfitte militari. In somma, l'ideale Italiano, era spesso la vittoria sperata, ma la realtà, era spesso la frustazione davanti alla sua non realizzazione. Eppure, l'Italiano nuovo del fascismo doveva volare di vittoria in vittoria. Queste vittorie, sui teatri delle operazioni esterne, erano, anche, inconsciamente destinate a proiettare su dei terzi inferiorizzati tutta una serie di insufficienze, di risentimenti e di violenze sui generis. Destinato a installare l'ideologia compensatoria di inferiorità risentite e di contenziosi interni mal cicvatrizzati, fu così prodotto il famoso mito dell'"Italiano buono". Italiani, brava gente: in questa asserzione, si intrecciavano sentimento d'inferiorità e pretesa di superiorità. In realtà, l'unità italiana fu realizzata per mezzo di una conquista militare sanguinaria che traumatizzò un popolo sofferente di debolezza della sua identità nazionale, e in cui esistevano cittadini, des sudditi - senza, naturalmente, contare i motivi di scontento.

La "guerra contro il brigantaggio" ricopre la realtà di una conquista militare sanguinaria, quella del regno di Napoli dopo la caduta dei Borboni, congiuntamente da parte delle truppe di Garibaldi dal Sud e da parte dell'esercitò piemontese dal Nord; ma è risaputo che Garibaldi scomparve presto dalla scena meridionale quando, nel 1863, la cifra delle truppe piemontesi raggiungeva i 116.000 soldati. Per Del Boca, fu "una guerra senza regole e senza onore", una "guerra di tipo coloniale": a Napoli, il generale Enrico Cialdini, affermò: Qui, è l'Afr4ica, non è l'Italia. I beduini, in confronto a questi cafoni sono latte e miele". Se si deve credere a Gramsci, osservatore acuto della realtà dell'unità italiana, i meridionali [erano] biologicamente degli esseri inferiori, dei semi-barbari o dei barbari del tutto".

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Il generale Enrico Cialdini ed il suo stato-maggiore (verso il 1863?)

 

La guerra contro i "briganti"

 

A colpi di distruzioni di villaggi, di massacri, di esecuzioni di massa, di messe in scena macabre destinate a colpire con il terrore le persone, fu condotta una guerra ineguale contro una rivolta popolare di contadini senza terra, comodamente trattati come "briganti" disprezzati, che furono raggiunti dai soldati dell'esercito dei Borboni che avevano trovato rifugio in Vaticano. Contro di loro, sul terreno, germogliò brutalmente ciò che sarebbe andato tra poco a costituire, socialmente e politicamente, il potere dominante in Italia: l'alleanza del capitalismo del Nord e dei latifondisti del Sud.

Nell'agosto del 1861, il parossismo della repressione fu senza dubbio raggiunto con la distruzione dei due villaggi di Pontelandolfo e di Casalduni – nel beneventano. Con l'incendio e il massacro, vi furono molte centinaia di morti, tra cui numerose persone bruciate vive.

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14 agosto 1861, massacro di Pontelandolfo

 

Una legge eccezionale, la legge Pica, diferi le persone arrestate su semplice presunzione ai tribunali militari e li inviò ai plotoni di esecuzione. Vi furono almeno 10.000 rivoltosi uccisi, dei quali più della metà dovettero essere fucilati; ciò senza contare i 20.000 morti dell'esercito borbonico sconfitto, senza contare i 10.000 deportati, sopratutto al sinistro, e glaciale bagno alpino di Fenestrelle, in val Chisone - luogo dei Giochi Olimpici d'inverno del 2006 -, in cui moritono come mosche, di freddo, di fame, di malattie.

Questi "briganti" non erano certo sempre stinchi di santo, ma essi lottavano contro l'invasore rivoltandosi al contempo contro la loro miseria. La repressione dell'insurrezione conobbe il suo parossismo nel 1861 ma durò in alcune zone sino al 1865, addirittura in modo sporadico sino al 1870.

 

La guerra del 1915-1918

 

cadorn1In conclusione, la storia santa nazionale, ufficiale, italiana ha costruito a questo proposito la leggenda degli "Italiani buoni", venuti a liberare i loro fratelli del Sud contro i "briganti": allo stesso modo, ulteriormente, i buoni Italiani furono ritenuti di andare a liberare gli Africani dalla loro schiavitù: era un mito analogo che era servito ai Francesi a legittimare la conquista dell'Algeria. Nei fatti, la verità giace "nei buchi della memoria collettiva" (Gramsci), nell'infangamento da parte dei vincitori dei "vinti del Risorgimento" (Gigi di Fiore). E non si capirebbero le ondate massicce consecutive di partenze dal Mezzogiorno per l'America se non le si ponesse in relazione con il trauma subito dallo schiacciamento della rivolta, la miseria e la disperazione.

049kokoAltro episodio, poco noto in Francia, di una frattura Italo-italiana: la guerra del 1915-1918, impresa sotto gli auspici della guerra patriottica quando era appurato che il popolo italiano non voleva la guerra. Alla direzione delle operazioni, dotato di poteri senza equivalenti, in nessuno degli altri Stati belligeranti, il generalissimo piemontese Luigi Cadorna, freddo, insensibile, senza pietà. Responsabile, per i suoi errori e la sua profonda incuria militare, della spaventosa situazione dell'esercito italiano, Cadorna seppe opportunamente fare diversione, soprattutto designando come capro espiatorio il generale Antonio Miani per i disastri libici del 1914-1915.

Sul fronte, furono i numerosi ricorsi ai plotoni d'esecuzione e alle decimazioni - in proporzione del numero dei soldati impegnati, l'alto comando italiano fu in Europa il campione delle esecuzioni sommarie. L'odio per Cadorna fu condiviso da tutti i soldati italiani. Il padre dell'autore di queste righe gli ha trasmesso una canzone proveniente dalla memoria famigliare: "Il general Cadorna mangia le buon bistecche / Ma il povero soldato mangia castagne secche". Secondo un testimone citato da Del Boca, «Cadorna: lui era il nostro vero nemico. Non gli Austriaci". Dei civili sloveni furono fucilati in gran numero sul fronte dell'Isonzo. Vi fu l'inferno di Gorizia "Ô Gorizia, tu sei maledetta!» e gli incredibili orrori dell'Isonzo, ad esempio la teleferica della morte che sgomberava il fronte, che trasportava cadaveri e feriti mutilati - dall'alto al basso - in cambio di rifornimenti - dal basso in altro.

Delle prigioni per soldati come mezzo di ritorsione di ogni genere, da fucilate sommarie a decimazioni, il colmo dell'orrore fu raggiunto durante il disastro di Caporetto nell'autunno del 1917, in seguito al quale, Cadorna fu sostituito dal generale napoletano Armando Diaz. E' lui che avrebbe condotto l'esercito italiano alle vittorie delle tre battagliue del Piave e a quella finale di Vittorio Veneto. Alla fine del 1917, vi erano 600.000 soldati italiani prigionieri, nell'impero autriaco soprattutto, di cui 100.000 morirono di malattia, e soprattutto di fame: a differenza degli altri Stati europeiche fecero un punto d'onore aiutare i loro prigionieri, lo Stato italiano, cedendo alle direttive di Cadorna, rifiutò loro il minimo aiuto, allo scopo di dissuaderli di costituirsi prigionieri. Per Del Boca, il governo itqaliano fece anche il possibile per "sabotare l'opera della Croce rossa e gli aiuti alle famiglie".

badoglioDurante la II guerra mondiale, 600.000 soldati italiani erano stati inviati nei campi di concentrazione nazisti - soltanto 15.000 avevano aderito alla repubblica fascista di Salò. Quest'ultima passò i suoi 600 giorni di vita, in una violenza estrema, a combattere la Resistenza. In un tale clima, vi furono anche, è vero, degli scontri sanguinosi tra partigiani di fedi politiche diverse - tra i tanti soprattutto il massacro di 19 resistenti e di una donna nel febbraio del 1945 a Porzùs, in Friuli.

La stessa Liberazione comportò la sua quaota di rappresaglie: vi furono dalle 10.000 alle 30.000 vittime dell'epurazione. In Emilia Romagna, soprattutto, in risposta agli assassinii fascisti, vi furono dei proprietari terrieri e dei sacerdoti liquidati. Aggiungiamo infine che, per la Resistenza, gli alleati furono visti come un freno alla liberazione totale. Frustrati, i resistenti videro a centinaia dei criminali di guerra infine scarcerati e graziati, a cominciare da Roatta, Badoglio e Graziani,  se furono interessati dalla giustizia, non fu per il loro ruolo nelle guerre del fascismo, ma per la loro lunga compromissione politica con il fascismo.

Da cui delle rimozioni e dei risentimenti che furono la tela di sfondo della Repubblica e annunciarono molte delle lotte politiche successive, molte delle violenze sepolte furono votate a esplodere con il ritorno aggressivo dei neo-fascisti e le estreme sinistre violento degli anni 70 e 80 del XX secolo. Si è visto che il fascismo aveva trovato la sua clientela tra gli ex combattentisti del fronte dell'Isozo: il nazionalismo prefascista dell'Italia spinse alla guerra, e senza la guerra, al contempo orrore per gli Italiani, e strumento di misura della loro fierezza secondo l'ideologia nazionalista, il fascismo non si sarebbe instaurato.

9788860730381g

Oltre il fascismo, l'epilogo finale, furono il boom del miracolo economico centrato sul triangolo industriale e la costruzione del regime repubblicano. Ma questa evoluzione non fu senza contracolpi. Vi fu la crisi del 1964, in cui il regime sfuggì per poco a un colpo di Stato militare. Tra le violenze neofasciste come l'attentato di Bologna e le violenze dell'estrema sinistra degli anni di piombo - l'omicidio di Aldo Moro soprattutto -, vi furono, dal 1969 al 1987, 491 morti e 1181 feriti.

Altro periodo di grande malessere: la scoperta della loggia P2, la liquidazione dei simboli della lotta anti-mafia (Carlo-Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino) e il soprassalto dei giudici che conducevano l'operazione "mani pulite". Vi si innestò l'ascesa di Berlusconi, poi il suo avventò al potere, non senza recupero, sia di neo-fascisti dal nuovo look che della grottesca Lega Nord antimeridionalista, con sempre con argomento un anticomunismo tanto più compulsivo in quanto la guerra fredda non esisteva più, e che non è più oramai che un argomento retorico adatto ad essere usato come spauracchio di fronte agli elettori. Pe Del Boca, questa fine (provvisoria) della storia può riassumersi con la formula così belle che potrebbe essere berlusconiana: Tutti ricchi, tutti felici, tutti anticomunisti!".

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2 agosto 1980, attentato alla stazione di Bologna

 

Proiezione di violenze versi terzi innocenti inferiorizzati

In totale, le conquiste coloniali italiane, gli orrori, il razzismo e la discriminazione alle quali esse diedero luogo, furono certo in parte il prodotto di un capitalismo espansionista (si pensi all'installazione ad Assab nel 1870 della compagnia di navigazione Rubbatino), ma esse furono anche la proiezione su dei terzi innocenti inferiorizzati di violenze, di traumi e di frustrazioni che costituiscono il retroscena della storia italo-italiana. Questo genere di constatazione è forse, plausibilmente, valido per altri casi di colonialismo e di conquiste coloniali. Resta il fatto che fu in opera nella penisola un vero colonialismo anti-meridionale, e una crudele guerra di conquista di tipo coloniale nella realizzazione di ciò che i manbuali chiamano piamente "l'Unità italiana".

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Ces derniers ignorent, communément, l’italien, et ne connaissent souvent de l’Italie que les images stéréotypées construites ordinairement au gré de leurs divagations touristiques : celles-là même qui sont conformes à l’idéologie  nationaliste italienne ordinaire, soucieuse de célébrer une Italie de cartes postales peuplé d’Italiens idéalisés.

Si può a giusto titolo rendere omaggio al genio italiano costruendo una storia delle sue grandi figure di cui alcune tappe potrebbero essere, in ordine alfabetico: Beccaria, Bernini, Bramante, Calvino, Caravaggio,  Carducci, Dante, De Chirico, Eco, Giotto, Gramsci, Lorenzo il Magnifico, Leopardi, Machiavelli, Manzoni, Modigliani, Moravia, Pavese, Pirandello, Sciascia, Vico, Vinci, ecc. Ma la storia delle grandi figure non può bastare allo storico. Quest'ultimo non può compiacersi né nel panegirico né nella stigmatizzazione. Il mito dell'"Italiano buono", che è stato costruito  su una vera negazione della realtà storica, ha avuto a lungo la vita dura nelle mentalità, nel discorso politico, nei media, per non parlare dei manuali scolastici, sino agli inizi del XXI secolo.

A contrario di tali derive ideologiche, il libro di Del Boca lascia pensare che, come i Tedeschi, come per tutti i popoli della Terra, gli Italiani sono, anche, degli uomini, semplicemente degli uomini.

 

Gilbert Meynier

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Copertina di quaderno di scuola, 1936-1937. L'Africa politica prima della Prima Guerra mondiale

 

 

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ghiralibia

Filatelia della Repubblica araba libica (1980-82), che illustrano avvenimenti del 1911, 1915, 1917 e 1929.

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